{"id":323020,"date":"2016-05-28T18:39:01","date_gmt":"2016-05-28T17:39:01","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pressenza.com\/it\/?p=323020"},"modified":"2016-05-28T18:39:01","modified_gmt":"2016-05-28T17:39:01","slug":"sbilanciamo-le-citta-cambiare-le-politiche-locali-cominciando-dal-razzismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2016\/05\/sbilanciamo-le-citta-cambiare-le-politiche-locali-cominciando-dal-razzismo\/","title":{"rendered":"&#8220;Sbilanciamo&#8221; le citt\u00e0. Come cambiare le politiche locali, cominciando dal razzismo"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #800000;\"><em>Il prossimo 5 giugno in molte e importanti citt\u00e0 d&#8217;Italia si terranno le elezioni amministrative. E la campagna &#8220;Sbilanciamoci!&#8221; affronta il tema delle citt\u00e0 e del governo urbano con la pubblicazione dell\u2019e-book &#8220;Sbilanciamo le citt\u00e0. Come cambiare le politiche locali&#8221;. Proviamo a iniziare dai pregiudizi che giustificano il razzismo.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In vista dell\u2019<a href=\"http:\/\/www.tuttitalia.it\/elezioni-italiane\/elezioni-amministrative-2016\/\" target=\"_blank\">imminente appuntamento elettorale<\/a>, la campagna <strong>Sbilanciamoci!<\/strong> affronta il tema delle citt\u00e0 e del governo urbano grazie alla pubblicazione dell\u2019e-book <strong><em>Sbilanciamo le citt\u00e0. Come cambiare le politiche locali<\/em><\/strong>. Questo ebook nasce con l\u2019intento di\u00a0produrre delle analisi quanto pi\u00f9 possibile rigorose e idee quanto pi\u00f9 possibile\u00a0praticabili, senza rinunciare alla prospettiva del cambiamento e senza temere di\u00a0sostenere scelte radicali, rispetto\u00a0tanti temi e problemi\u00a0delle citt\u00e0 e del governo locale. Il dossier, elaborato sempre\u00a0nello spirito di\u00a0Sbilanciamoci! e improntato alla declinazione di parole chiave quali <strong>sostenibilit\u00e0, uguaglianza, inclusione, partecipazione, solidariet\u00e0, diritti,<\/strong> ospita sedici voci che toccano i principali\u00a0temi delle <strong>politiche urbane<\/strong>, dalla casa (\u201cAbitare\u201d) alla corruzione (\u201cVigilare\u201d).\u00a0Tutti i singoli contributi sono suddivisi e organizzati in tre sezioni (\u201cIl contesto\u201d, \u201c Le sfide\u201d, \u201cLe proposte\u201d).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ne fa una disamina importante anche l&#8217;associazione <a href=\"http:\/\/www.lunaria.org\/\" target=\"_blank\">Lunaria<\/a> che segue da anni i temi del razzismo per combatterlo alla radice, cio\u00e8 nel pregiudizio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel capitolo curato da Grazia Naletto, viene affrontato il delicato e complesso tema dell&#8217;\u201d<strong>accoglienza<\/strong>\u201c. Nonostante alcuni segnali positiva, tuttavia si lamenta la mancanza di\u00a0un \u201cnuovo modello delle politiche locali chiamate\u00a0a governare l\u2019accoglienza dei nuovi arrivati, ma anche i percorsi di partecipazione e\u00a0di cittadinanza dei residenti di origine straniera\u201d. \u00a0Invece, una riallocazione\u00a0oculata delle risorse economiche esistenti potrebbe produrre risultati apprezzabili e capaci di <strong>migliorare <\/strong><strong>l\u2019accoglienza e l\u2019inclusione sociale<\/strong> dei cittadini stranieri. E, al tempo stesso, la\u00a0qualit\u00e0 della vita delle <strong>nostre citt\u00e0<\/strong>.\u00a0Clicca qui per <a href=\"http:\/\/www.sbilanciamoci.org\/wp-content\/uploads\/Sbilanciamolecitta2016web.pdf\" target=\"_blank\">scaricare l\u2019e-book<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>ACCOGLIERE. Come realizzare politiche di inclusione sociale dei migranti<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>di Grazia Naletto<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il contesto <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La cultura e le pratiche di esclusione, stigmatizzazione, discriminazione dei migranti e delle minoranze rom interessano trasversalmente tutte le culture politiche e l\u2019operato di molte Amministrazioni locali, indipendentemente dal loro colore. Il razzismo attecchisce del resto facilmente in una parte crescente dell\u2019opinione pubblica, sempre pi\u00f9 disorientata di fronte agli effetti delle molteplici crisi in corso: quella economico-sociale (i cui effetti stentano a dissolversi), quella politica e quella internazionale. La tentazione di cercare un rifugio nell\u2019egoismo, nella difesa del proprio particolare o, al pi\u00f9, di quello di una comunit\u00e0 locale o nazionale scelta per definire artificiosamente un\u2019identit\u00e0 sociale di cui, evidentemente, si sente la mancanza, sta riemergendo in modo diffuso. Tanto che non solo un europarlamentare pu\u00f2 permettersi di definire i rom come \u201cla feccia della societ\u00e0\u201d nel corso di una trasmissione televisiva popolare, ma viene sommerso dagli applausi di buona parte del pubblico presente in studio. Gli attentati di Parigi e Bruxelles hanno gettato dunque legna su un fuoco d\u2019intolleranza, di ostilit\u00e0 e di razzismo che non aveva alcun bisogno di essere alimentato. In questo clima si colloca la <strong>crisi umanitaria<\/strong> che dai lontani conflitti in Siria, Iraq, Somalia, Eritrea, Afghanistan, Nigeria e Sudan (solo per citarne alcuni) conduce nelle citt\u00e0 europee migliaia di uomini, donne e bambini, ammesso che riescano a evitare le navi militari e a superare i muri e i recinti di filo spinato che intenderebbero respingerli dalla Fortezza Europa. Oggi l\u2019attenzione \u00e8 tutta rivolta alla Grecia (875mila persone accolte nel solo 2015), ma 153mila persone sono giunte nello stesso anno via mare in Italia (erano state pi\u00f9 di 170mila nel 2014): pi\u00f9 del doppio di quelle 62.692 persone che nel 2011 indussero il <strong>Governo Berlusconi<\/strong> a proclamare la cosiddetta \u201cemergenza Nord-Africa\u201d. Tra queste, 16.478 sono i minori e 12.360 i minori non accompagnati. Al 30 gennaio 2016 il sistema polimorfo di accoglienza pubblico aveva in carico 104.750 persone, in maggioranza ospitate nei <strong>Centri di Accoglienza Straordinari<\/strong> (che il Ministero dell\u2019Interno definisce \u201cstrutture temporanee\u201d, ma che tali non sono).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il varo di un <strong>Piano Nazionale<\/strong> per la gestione dell\u2019impatto migratorio, sancito in sede di Conferenza Unificata tra Stato-Regioni ed Enti locali nel 2014, il dibattito sviluppato in Parlamento e nel Consiglio Europeo sull\u2019<strong>Agenda europea sulla migrazione<\/strong> e quello, molto spesso fazioso, dei media sui \u201ccosti dell\u2019accoglienza\u201d esacerbato dall\u2019avvio dell\u2019indagine \u201cMafia Capitale\u201d, hanno ancora una volta sbilanciato l\u2019attenzione, l\u2019operato e le <strong>risorse pubbliche nazionali<\/strong> e comunitarie sul versante delle attivit\u00e0 di gestione e controllo dei flussi migratori, di soccorso in mare e della prima accoglienza, continuando a lasciare in secondo piano gli interventi di <strong>inclusione sociale<\/strong>, scolastica e lavorativa di quei 5 milioni di persone straniere (un milione di minori) che vivono ormai stabilmente nel nostro Paese. Gli sforzi indubbiamente compiuti per rafforzare il sistema di accoglienza (da una capienza di circa 22mila posti nel 2013 si \u00e8 passati ai pi\u00f9 di 100mila attuali) hanno replicato alcune delle storture gi\u00e0 presenti negli anni precedenti. Ad oggi la <strong>risposta istituzionale<\/strong> sembra priva di quella lungimiranza che sarebbe necessaria per gestire un fenomeno sociale, storico e strutturale che l\u2019attuale crisi umanitaria ha reso pi\u00f9 complesso da gestire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Le sfide <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alcuni <strong>segnali incoraggianti<\/strong> ci sono. Provengono dalla societ\u00e0 che interviene spesso silenziosamente, laddove lo Stato e gli Enti locali sono assenti. \u00c8 successo l\u2019estate scorsa al <strong>centro Baobab di Roma<\/strong>, rifugio temporaneo per diverse migliaia di migranti in transito verso il Nord Italia, sostenuto dalla <strong>solidariet\u00e0 concreta<\/strong> di centinaia di cittadini che hanno fornito beni alimentari e vestiario e una presenza costante nel centro. Ed <strong>\u00e8 successo a Udine<\/strong>, dove associazioni e volontari sono stati l\u2019unico punto di riferimento per centinaia di richiedenti asilo non inseriti nel sistema pubblico di accoglienza. Il secondo segnale incoraggiante proviene dall\u2019ormai <strong>consolidata attivit\u00e0 di tutela legale<\/strong> contro le discriminazioni e il razzismo promossa negli ultimi anni in primo luogo dall\u2019Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull\u2019immigrazione). Le sentenze che hanno annullato le <strong>ordinanze discriminatorie<\/strong> emesse dai Sindaci in materia di welfare soprattutto in tre ambiti di intervento (le politiche di supporto alla famiglia, il diritto allo studio e <strong>le politiche abitative<\/strong>) a seguito delle azioni civili contro le discriminazioni, sono ormai molte e costituiscono, almeno ad oggi, lo strumento pi\u00f9 efficace di lotta contro <strong>il razzismo istituzionale<\/strong> declinato a livello locale. Queste esperienze dovrebbero essere sostenute anche dagli Enti locali e andrebbero moltiplicate. Quello che invece ancora manca \u00e8 un nuovo modello delle <strong>politiche locali<\/strong> chiamate a governare l\u2019accoglienza dei nuovi arrivati, ma anche i percorsi di partecipazione e di cittadinanza dei <strong>residenti di origine straniera<\/strong>. Questi 5 milioni di persone, di cui il dibattito pubblico e la politica si occupano troppo poco, imporrebbero di ripensare le politiche pubbliche locali insieme alle donne, agli uomini e ai bambini che giungono in Italia sfuggendo legittimamente <strong>alle bombe<\/strong>, ai conflitti civili, alle dittature e, sempre pi\u00f9 spesso, ai <strong>disastri ambientali<\/strong> e climatici che dilaniano i loro Paesi. La realizzazione di tali interventi richiederebbe investimenti pubblici adeguati, resi invece sempre <strong>pi\u00f9 scarsi<\/strong> dalle politiche di austerit\u00e0 adottate a livello nazionale e comunitario; ma anche in mancanza di risorse economiche aggiuntive, una <strong>riallocazione oculata<\/strong> di quelle esistenti potrebbe produrre risultati apprezzabili e capaci di migliorare l\u2019accoglienza e l\u2019inclusione sociale dei cittadini stranieri. E, al tempo stesso, la qualit\u00e0 della vita delle nostre citt\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">1. La messa in discussione della <strong>concentrazione crescente<\/strong> delle competenze in materia di accoglienza presso il Ministero dell\u2019Interno e le <strong>Prefetture<\/strong> dovrebbe essere la prima battaglia da condurre per Anci e singoli Sindaci. Ci\u00f2 insieme alla riforma di un modello che, in virt\u00f9 della dichiarazione di un\u2019<strong>emergenza permanente<\/strong>, ha lasciato sin troppo spazio a interessi economici, quando non illegali, che certo non assumono come priorit\u00e0 la garanzia dei diritti delle persone accolte e il corretto utilizzo delle <strong>risorse pubbliche investite<\/strong>. Se queste sono divenute oggetto di un giro di affari ignobile non \u00e8 certo responsabilit\u00e0 dei migranti. L\u2019approntamento repentino di sistemi di <strong>accoglienza straordinari<\/strong>, l\u2019elusione delle regole che disciplinano l\u2019affidamento dei servizi pubblici, la totale mancanza di trasparenza dell\u2019operato delle Amministrazioni e degli Enti gestori, l\u2019improvvisazione di <strong>strutture affidate<\/strong> a soggetti che non ne hanno titolo: queste sono le vere cause del malaffare, purtroppo in alcuni casi degenerato in un vero e proprio <strong>circuito mafioso<\/strong>. Queste cause possono essere eliminate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>L\u2019accoglienza \u00e8 \u201cstraordinaria\u201d <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>a cura di Filippo Miraglia (Arci)<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Il <strong>sistema d\u2019accoglienza<\/strong> per richiedenti asilo e rifugiati in Italia \u00e8 caratterizzato, ormai da 5 anni (dalla cosiddetta Emergenza Nord Africa) da un modello <strong>stabilmente emergenziale<\/strong> che produce molti effetti negativi e soprattutto non garantisce risposte che rispettino la dignit\u00e0 delle persone, lasciando al caso <strong>la possibilit\u00e0 di incrociare<\/strong> nel proprio percorso strutture adeguate e operatori competenti. A met\u00e0 ottobre 2015 erano circa 99mila le persone ospitate in strutture d\u2019accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati finanziate dallo Stato. Di queste, 71mila circa (il 72% del totale) erano ospitate nei <strong>Cas (Centri d\u2019Accoglienza Straordinari)<\/strong>, gestiti dalle Prefetture attraverso convenzioni con organizzazioni private (non profit, ma molte for profit) che spesso sono operatori turistici o organizzazioni prive dell\u2019esperienza necessaria. Questi 71mila posti letto si trovavano in 3.090 strutture di accoglienza, molto diverse tra loro (<strong>piccole, grandi e i cosiddetti Hub<\/strong>), i cui gestori devono rispettare quanto prescritto dalle convenzioni, ma restituiscono alle Prefetture solo una fattura e delle relazioni periodiche, senza nessun altro controllo definito. Ventiduemila persone circa erano invece ospitate in 430 <strong>progetti Sprar<\/strong> (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), gestito dai Comuni in convenzione con organizzazioni sociali di comprovata esperienza. La rete Sprar \u00e8 coordinata dal Servizio Centrale, che <strong>risponde all\u2019Anci<\/strong>. Questa rete garantisce standard uguali in tutta Italia, vi si accede attraverso un bando nazionale (rivolto ai Comuni) e <strong>prevede controlli periodici<\/strong> e una rendicontazione dettagliata delle spese. Due modelli dunque molto diversi. C\u2019erano poi 13 grandi centri governativi (Cara) per circa 7.200 posti, anche questi gestiti da organizzazioni private, generalmente non profit, con esperienza, che forniscono i servizi previsti dalla convenzione, con obbligo solo di fattura e relazioni periodiche, senza rendiconti dettagliati sulle spese. <strong>L\u2019approccio emergenziale<\/strong> ha determinato la prevalenza di strutture d\u2019accoglienza reperite e gestite in regime straordinario. Le principali conseguenze negative della <strong>mancanza di programmazione<\/strong> e del ricorso a procedure e strutture straordinarie sono le seguenti. Innanzitutto affidare l\u2019accoglienza a societ\u00e0 e organizzazioni non competenti comporta che nel <strong>periodo di ospitalit\u00e0<\/strong> il percorso di inserimento sociale non sia avviato o sia avviato male. Non \u00e8 curata la relazione tra gli ospiti e il territorio, con conseguenti conflitti ed episodi di razzismo. Il <strong>richiedente asilo<\/strong> non viene preparato per il colloquio con la Commissione esaminatrice. La formazione linguistica \u00e8 per lo pi\u00f9 inadeguata. A ci\u00f2 va aggiunto che il tempo passato in queste strutture (in media un anno) per <strong>la lentezza degli uffici coinvolti<\/strong>, impedisce una rotazione e quindi aumenta la necessit\u00e0 di trovare posti, allargando la rete dentro l\u2019area della straordinariet\u00e0 (Cas). Inoltre, le persone e le famiglie coinvolte hanno <strong>diritto al welfare pubblico<\/strong>, al quale provvedono gli Enti locali che, nella maggior parte dei casi, devono fornire servizi senza ricevere risorse aggiuntive e senza poter programmare gli interventi. Infine va detto che <strong>i tempi per la formalizzazione della domanda<\/strong> d\u2019asilo e per l\u2019accesso al colloquio con la Commissione sono troppo lunghi (6 mesi per presentare la domanda e oltre un anno per il colloquio). Il Ministero dell\u2019Interno ha stimato <strong>la spesa sostenuta per l\u2019accoglienza<\/strong> nel 2015 a circa 1,162 miliardi di euro. Se i tempi d\u2019attesa diminuissero, ad esempio raddoppiando il personale delle Commissioni di Asilo, lo stato spenderebbe circa 9 milioni di euro per le Commissioni e risparmierebbe diverse centinaia di milioni per l\u2019accoglienza. Pi\u00f9 strutture e pi\u00f9 personale qualificato per le <strong>Commissioni Territoriali<\/strong>, potrebbero far risparmiare allo Stato e ai Comuni centinaia di milioni e generare percorsi virtuosi di inserimento sociale. Per ora si \u00e8 scelta la strada opposta.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">2. Un secondo ambito \u00e8 quello della costruzione di interventi coordinati di <strong>inclusione sociale<\/strong>: l\u2019inserimento non subalterno nel mercato del lavoro (magari facilitando l\u2019accesso all\u2019orientamento, alla formazione e alla qualificazione professionale), ma anche l\u2019inserimento sociale (diritto all\u2019istruzione, alla salute, all\u2019abitazione, all\u2019assistenza sociale), <strong>la partecipazione civile<\/strong> e la libera espressione religiosa e culturale (diritto di associazione e di partecipazione), la partecipazione politica (diritto di voto attivo e passivo amministrativo) e, infine, la semplificazione dell\u2019accesso alla cittadinanza formale. In sintesi gli Enti locali dovrebbero <strong>assumere come priorit\u00e0<\/strong> l\u2019obiettivo di facilitare l\u2019inserimento non subalterno n\u00e9 passivo del cittadino straniero nel tessuto sociale, cessando di identificarlo solo come un lavoratore da accogliere o da respingere a seconda dei <strong>mutamenti del contesto internazionale<\/strong> e delle fluttuazioni del mercato del lavoro e riconoscendolo come persona che ha diritto, al pari dei cittadini italiani, a vivere bene.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">3. <strong>Segregare costa<\/strong>. L\u2019Italia \u00e8 l\u2019unico Stato europeo ad aver istituzionalizzato il sistema dei \u201ccampi nomadi\u201d, scegliendolo come forma ordinaria di intervento per gestire <strong>la presenza dei rom e dei sinti<\/strong> e coinvolgendo nel sistema economico che si \u00e8 sviluppato attorno ai campi molte organizzazioni della societ\u00e0 civile. Le risorse pubbliche destinate a \u201cfavorire l\u2019inclusione abitativa e sociale\u201d dei rom sono infatti per lo pi\u00f9 investite <strong>nell\u2019allestimento e nella gestione dei \u201ccampi\u201d<\/strong> e nel finanziamento di interventi sociali che hanno questi come baricentro. Il modello del \u201ccampo\u201d richiama al tempo stesso due ordini di significati. Da un lato, essendo proposto sempre come <strong>una soluzione temporanea<\/strong>, il \u201ccampo\u201d richiama (e sottintende) l\u2019idea di una accoglienza tollerata e provvisoria dei rom che vi vengono \u201cospitati\u201d. Dall\u2019altro, la concezione del \u201ccampo\u201d come area dedicata ad accogliere solo ed esclusivamente i rom e i sinti in uno spazio periferico, recintato e sorvegliato, rinvia a pratiche di controllo e di <strong>segregazione \u201cetnica\u201d<\/strong> che contribuiscono a sancire e legittimare l\u2019esclusione e il rifiuto delle popolazioni rom e sinte da parte della societ\u00e0 maggioritaria. Ci\u00f2 vale anche per i \u201ccampi attrezzati\u201d o \u201cvillaggi della solidariet\u00e0\u201d costruiti negli ultimi anni. Anzi, i \u201cvillaggi della solidariet\u00e0\u201d, come quello di <strong>Castel Romano a Roma<\/strong>, hanno se possibile accentuato le caratteristiche di segregazione insite in questo modello, concentrando centinaia di persone (1.300 circa quelle che vivono a Castel Romano) in un\u2019area isolata, lontana dal centro urbano e difficilmente raggiungibile con i mezzi pubblici. Il <strong>sistema dei campi<\/strong> comporta inoltre un enorme dispendio di risorse pubbliche: costa molto \u2013 dopo \u201cMafia Capitale\u201d ormai non sono pi\u00f9 solo le associazioni a denunciarlo \u2013 e i milioni di euro spesi per mantenerlo potrebbero essere utilizzati meglio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">4. Dalla negazione del rilascio della tessera sanitaria per <strong>Stranieri Temporaneamente Presenti<\/strong> (Stp), al rifiuto dell\u2019iscrizione anagrafica, alla previsione di requisiti \u201coculatamente\u201d restrittivi per accedere ai <strong>servizi per l\u2019infanzia<\/strong> o per beneficiare del contributo per i nuovi nati, per non parlare dei controlli quotidiani dei documenti effettuati dalle polizie municipali in forme e con pratiche non esattamente nonviolente: sono solo alcuni<strong> esempi di discriminazione istituzionale<\/strong> operati da parte di dipendenti pubblici e subite quotidianamente dalle persone straniere che abitano nelle nostre citt\u00e0. I Comuni ne condividono le responsabilit\u00e0 e possono fare molto per prevenirli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Le proposte <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La buona accoglienza si fa nelle citt\u00e0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il <strong>Comune<\/strong> pu\u00f2 svolgere un ruolo centrale nella ridefinizione del modello di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, stimolando il Governo a uscire dall\u2019approccio emergenziale e a optare per <strong>un modello di accoglienza ordinario<\/strong>, coordinato a livello nazionale, ma disegnato sulla base di una stretta collaborazione tra Enti locali, organizzazioni sociali di tutela, migranti e rifugiati. Un confronto promosso dalla <strong>Cgil Lazio<\/strong> insieme ad alcune realt\u00e0 associative romane, sintetizzato recentemente nel documento Roma accoglie, ha individuato alcune direttrici di riferimento. Il modello dovrebbe privilegiare l\u2019accoglienza in piccole strutture diffuse sul territorio in modo da evitare, come avviene oggi, <strong>la ghettizzazione dei richiedenti asilo e dei rifugiati<\/strong>. Le piccole strutture e l\u2019accoglienza in famiglia potrebbero ad esempio ricevere una premialit\u00e0 nei bandi pubblicati per l\u2019affidamento dei servizi. Tra le opzioni a disposizione dell\u2019Ente locale per ottimizzare le risorse disponibili vi \u00e8 quella di rinunciare alla dismissione degli immobili pubblici e valorizzarli per <strong>offrire accoglienza<\/strong> a richiedenti asilo e rifugiati o, meglio, ampliare l\u2019offerta di abitazioni a uso sociale accessibili a tutte le fasce di popolazione, autoctona e non, che ne hanno diritto, affiancandola con centri polifunzionali di orientamento e accompagnamento legale, sociale, scolastico e lavorativo. Ci\u00f2 consentirebbe di <strong>scorporare dai bandi di appalto<\/strong> l\u2019individuazione e la messa in opera delle strutture di accoglienza e di rimuovere almeno uno dei fattori che favoriscono fenomeni di corruzione e l\u2019utilizzo improprio delle risorse pubbliche. Il Comune dovrebbe essere titolare del ruolo d\u2019indirizzo e di coordinamento dei servizi, ma la collaborazione con le associazioni di tutela e con i migranti presenti sul territorio dovrebbe avviarsi sin dalla fase di progettazione degli interventi. Proprio la qualit\u00e0 sociale e la sostenibilit\u00e0 dei <strong>servizi di accoglienza<\/strong> dovrebbero sostituire i criteri (gare di appalto che premiano le offerte al massimo ribasso e quelle economicamente pi\u00f9 vantaggiose) sui quali si fonda l\u2019attuale sistema di affidamento delle strutture di accoglienza. Il <strong>sistema dei bandi di gara<\/strong>, per qualsiasi tipologia di accoglienza, dovrebbe prevedere la garanzia degli standard minimi di qualit\u00e0 dei servizi erogati e una rendicontazione dettagliata delle attivit\u00e0 svolte. Agli enti gestori dovrebbero essere richiesti, gi\u00e0 in fase di gara, la <strong>pregressa idoneit\u00e0<\/strong> delle strutture di accoglienza utilizzate, l\u2019applicazione dei contratti nazionali nei rapporti di lavoro con gli operatori, l\u2019impiego di tutte le figure professionali necessarie, la garanzia di un rapporto equilibrato tra numero di <strong>operatori impiegati<\/strong> e numero di richiedenti asilo ospitati. Idonee e dettagliate procedure dovrebbero garantire il rispetto degli obblighi di trasparenza e l\u2019effettiva tracciabilit\u00e0 dei flussi finanziari. Proprio la trasparenza dovrebbe essere il principio di riferimento per il Comune, che dovrebbe consentire <strong>una sistematica attivit\u00e0<\/strong> di monitoraggio in itinere e di valutazione ex post dei servizi anche grazie alla costituzione di un organismo dedicato composto da rappresentanti dell\u2019<strong>Amministrazione comunale<\/strong>, di associazioni di tutela estranee alla gestione dei servizi, di migranti e rifugiati. Promuovere inclusione, diritti di cittadinanza, partecipazione Senza un sistema coordinato di servizi di orientamento sociale, scolastico, formativo e professionale, l\u2019accoglienza nelle citt\u00e0 rischia di <strong>generare dipendenza e subalternit\u00e0<\/strong>. Tra i molteplici percorsi possibili ne esemplifichiamo alcuni: la creazione di una rete decentrata di servizi di orientamento sociale coordinati tra loro; l\u2019apertura, soprattutto nelle periferie, di spazi giovanili e di socializzazione poli-culturali che, in collaborazione con <strong>gli istituti scolastici<\/strong>, attivino iniziative di lotta alla dispersione scolastica; l\u2019utilizzo dei fondi a disposizione per orientare e qualificare la formazione professionale, <strong>arginando l\u2019etnicizzazione<\/strong> che caratterizza il nostro mercato del lavoro. Implementare Piani locali per smantellare i \u201ccampi nomadi\u201d \u00c8 necessario che le istituzioni locali cambino del tutto l\u2019approccio culturale, politico e amministrativo con il quale sino a oggi hanno gestito la presenza dei rom e dei sinti, investendo in progetti di <strong>inclusione abitativa<\/strong>, sociale e lavorativa finalizzati all\u2019autonomizzazione dei rom. Naturalmente lo smantellamento di un sistema cos\u00ec radicato nel tempo richiede una pianificazione, una precisa strategia di intervento, il coinvolgimento diretto delle popolazioni rom e sinte nella sua progettazione, <strong>risorse dedicate,<\/strong> tempi certi e l\u2019adozione di percorsi differenziati che tengano conto della diversit\u00e0 delle situazioni familiari dal punto di vista giuridico, economico e sociale. A scanso di equivoci, i Piani di chiusura di cui parliamo non hanno naturalmente niente a che vedere con le <strong>vergognose politiche degli \u201csgomberi\u201d<\/strong> che nel corso degli anni hanno accompagnato le \u201cpolitiche dei campi\u201d. Pianificare la chiusura dei campi rom significa sostituire al modello del campo quello dell\u2019abitazione non ghettizzante prima di chiudere i \u201ccampi\u201d. Le alternative possibili sono molte: dal sostegno all\u2019<strong>inserimento abitativo autonomo<\/strong> in abitazioni ordinarie, all\u2019inserimento in case di edilizia popolare pubblica, all\u2019housing sociale, alla promozione di interventi di auto-recupero di strutture pubbliche inutilizzate. Ci\u00f2 che \u00e8 certo \u00e8 che senza il diretto coinvolgimento degli interessati nessuno dei percorsi scelti pu\u00f2 avere successo. E <strong>il \u201csuccesso\u201d<\/strong> significa creare le condizioni affinch\u00e9 i rom e sinti che oggi vivono nei campi possano definitivamente fare a meno dell\u2019assistenza (pubblica o privata che sia). Il che \u00e8 possibile, come dimostrano le migliaia di rom e sinti che vivono nelle abitazioni da decenni e di cui, naturalmente, non parla nessuno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Contrastare le discriminazioni e il razzismo <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Bench\u00e9 l\u2019<strong>Ufficio Nazionale contro le Discriminazioni (Unar)<\/strong> si sia fatto promotore della costituzione di reti territoriali di contrasto alle discriminazioni e il razzismo, queste faticano a essere operative anche laddove previste da <strong>specifici protocolli<\/strong> di intesa stretti con le Regioni e con i Comuni. Attivit\u00e0 di informazione e di formazione promosse dall\u2019Ente locale, in collaborazione con le diverse <strong>associazioni di migranti e antirazziste,<\/strong> i sindacati e i giuristi democratici, sono invece auspicabili e potrebbero offrire un contributo utile in tale direzione. In particolare, il Comune potrebbe farsi promotore della formazione contro le <strong>discriminazioni istituzionali<\/strong> che troppo spesso vengono compiute, anche indirettamente, dal personale che opera nelle Amministrazioni pubbliche locali, in particolare nei servizi amministrativi, di <strong>relazione con il pubblico<\/strong>, alla persona e socio-educativi, e nella polizia municipale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il prossimo 5 giugno in molte e importanti citt\u00e0 d&#8217;Italia si terranno le elezioni amministrative. E la campagna &#8220;Sbilanciamoci!&#8221; affronta il tema delle citt\u00e0 e del governo urbano con la pubblicazione dell\u2019e-book &#8220;Sbilanciamo le citt\u00e0. 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