{"id":31376,"date":"2013-01-02T11:53:08","date_gmt":"2013-01-02T11:53:08","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pressenza.com\/?p=31376"},"modified":"2013-01-10T21:11:23","modified_gmt":"2013-01-10T21:11:23","slug":"come-va-il-mercato-delle-armi-negli-sbandierati-tempi-di-crisi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2013\/01\/come-va-il-mercato-delle-armi-negli-sbandierati-tempi-di-crisi\/","title":{"rendered":"Come va il mercato delle armi negli sbandierati tempi di crisi?"},"content":{"rendered":"<p><em>Pare non tanto male. Ne parliamo con Antonio Mazzeo, giornalista da anni impegnato nella denuncia dei traffici di armi, del militarismo e dell\u2019affarismo conseguente. Militante nella campagna No MUOS, Mazzeo \u00e8 autore di numerose pubblicazioni sui saccheggi ambientali, i conflitti internazionali e i crimini delle mafie transnazionali.<\/em><\/p>\n<p><strong>Come va il commercio d\u2019armi a livello globale?<\/strong><\/p>\n<p>Le importazioni e le esportazioni dei sistemi di morte non sembrano assolutamente risentire della crisi globale e strutturale che ha investito il pianeta. Anzi, il capitale finanziario internazionale ha la folle convinzione che i conflitti e le successive ricostruzioni dei paesi bombardati possano essere il motore per uscire dalla stagnazione e rilanciare la domanda, l\u2019economia, lo sviluppo. Peccato che la crisi, le bolle speculative finanziarie e l\u2019insostenibile espansione del debito pubblico siano stati originati in buona parte dal modello di guerra globale e permanente lanciato con la prima avventura internazionale nel Golfo contro Saddam Hussein nei primi anni \u201990 e poi affermatosi con la cosiddetta \u201cguerra al terrorismo\u201d ovunque e comunque, dopo l\u201911 settembre 2001. Le armi, cio\u00e8, hanno cogenerato le crisi che adesso si vogliono \u201csuperare\u201d con le armi. Scenari che rischiano di portare l\u2019umanit\u00e0 all\u2019olocausto, alla distruzione dell\u2019ambiente, alla fame dei popoli.<\/p>\n<p><strong>Come pu\u00f2 essere quantificato il giro di affari dell\u2019odierno mercato della armi?<\/strong><\/p>\n<p>Fermo restando che il business dei sistemi di morte si caratterizza per la scarsissima trasparenza delle informazioni ufficiali e l\u2019ampia area grigia dove si muovono troppo spesso illegalmente produttori, intermediari, faccendieri, militari, servizi segreti e organizzazioni criminali transnazionali, siamo in possesso di dati abbastanza attendibili. Secondo l\u2019ultimo annuario sulla spesa militare mondiale pubblicato dal Sipri, l\u2019autorevole centro di ricerca per la pace di Stoccolma, nel 2011 sono stati spesi a livello mondiale <strong>1.740 miliardi di dollari <\/strong>in sistemi d\u2019arma. Per l\u2019istituto svedese si tratta della cifra pi\u00f9 alta mai spesa dal 1989, anno della caduta del muro di Berlino. Tanto per rendersi ancora pi\u00f9 conto della scandalosa portata del giro di affari dei mercanti di morte, per le guerre si spendono ogni minuto 3,3 milioni di dollari, ossia 198 milioni l\u2019ora o 4,7 miliardi al giorno. Ogni abitante del pianeta viene privato in questo modo di circa 250 dollari all\u2019anno, denaro che invece potrebbe essere utilizzato per la produzione di alimenti o per l\u2019istruzione e la salute. Cos\u00ec le armi uccidono anche senza dover sparare.<\/p>\n<p><strong>Quali sono i Paesi pi\u00f9 coinvolti?<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n<p>Nel 2011 gli Stati Uniti d\u2019America sono stati il maggiore acquirente di sistemi d\u2019armi al mondo, con una spesa stimata in 711 miliardi di dollari. Al secondo posto si \u00e8 ormai affermata la Cina, potenza mondiale emergente, con una spesa di circa 143 miliardi di dollari ma con un ritmo di crescita negli anni direi impetuoso, il 170% in termini reali nel solo periodo compreso tra il 2002 e il 2011. Molto pi\u00f9 indietro, al terzo posto, la Russia con 72 miliardi di dollari.<\/p>\n<p>Sempre gli Stati Uniti controllano il 40% del mercato mondiale delle esportazioni. Lo scorso anno i colossi del complesso militare industriale USA hanno esportato armi per il valore di 46,1 miliardi di dollari, un dato quattro volte superiore all\u2019ammontare delle esportazioni nei primi anni del 2000. Un\u2019ulteriore conferma che dietro la cosiddetta \u201cguerra al terrorismo\u201d e la ridicola propaganda sulla \u201cdifesa dei diritti umani\u201d e l\u2019intervento \u201cumanitario\u201d ci sono innanzitutto gli affari dei costruttori e dei mercanti di morte. La classifica degli esportatori vede una leggera differenza con quella riservata agli acquirenti: \u00e8 la Russia stavolta a ricoprire il secondo posto, seguita dalla Cina. Considerando congiuntamente i paesi membri dell\u2019Unione europea, si scopre per\u00f2 un dato poco noto. Il giro d\u2019affari delle esportazioni dei paesi Ue \u00e8 sempre pi\u00f9 vicino a quello degli Stati Uniti, quasi 32 miliardi di euro all\u2019anno con punte record di 41 miliardi come accaduto nel 2009. Come denunciato dalla rivista <em>Missione Oggi<\/em> in una ricerca curata da Giorgio Beretta della Rete Italiana per il Disarmo, la parte pi\u00f9 consistente dei trasferimenti (oltre il 45%) \u00e8 diretta a paesi dell\u2019emisfero Sud. Nel quinquennio 2006-10, tra i principali destinatari di armamenti europei spiccano in particolare i regimi autoritari della penisola arabica (l\u2019Arabia Saudita ha acquistato armi europee per 12 miliardi di euro; gli Emirati Arabi per 9 miliardi, l\u2019Oman per 4,3 e il Kuwait per 1,6); alcuni paesi mediorientali al centro di sanguinosi conflitti interni (Pakistan per 4 miliardi, Turchia per 3,5); diverse nazioni del continente africano (Marocco per 2,5 miliardi, Algeria per 1,8 miliardi, Egitto e Sudafrica ognuno per 1,1 miliardi, Libia per 1 miliardo).<\/p>\n<p>Nella speciale classifica mondiale dei \u201cconsumatori\u201d di sistemi di guerra stanno assumendo un ruolo leader quei paesi che negli ultimi anni hanno registrato elevati tassi di crescita economica e del prodotto interno lordo: oltre alla Cina, impressiona in particolare l\u2019India che secondo il Sipri \u00e8 gi\u00e0 oggi il principale cliente mondiale dei mercanti di morte. Ma ci sono pure Corea del Sud, Pakistan e Singapore, mentre cresce progressivamente il ruolo dei paesi dell\u2019Africa sub-sahariana, alcuni dei quali con livelli di povert\u00e0 e sottosviluppo inimmaginabili. Essi sono arrivati a spendere annualmente 18 miliardi di dollari in sistemi bellici.<\/p>\n<p><strong>E l\u2019Italia che ruolo ricopre in questo mercato?<\/strong><\/p>\n<p>Dicevamo del ruolo sempre pi\u00f9 importante nell\u2019export mondiale di armi dell\u2019Unione europea. L\u2019Italia \u00e8 gi\u00e0 adesso al terzo posto tra i paesi membri UE come giro di affari, poco dietro Francia e Germania ma davanti alla Gran Bretagna. Negli ultimi cinque anni abbiamo venduto sistemi d\u2019arma per 23,2 miliardi di euro e in buona parte il business \u00e8 appannaggio delle due holding controllate in parte dal capitale statale, Finmeccanica (all\u20198\u00b0 posto al mondo tra le societ\u00e0 produttrici ed esportatrici di armi) e Fincantieri.<\/p>\n<p>Secondo il lacunoso ed omissivo rapporto sull\u2019esportazione di armi presentato in parlamento dal governo, nel 2011 sono state rilasciate 2.497 autorizzazioni all\u2019export per un valore complessivo poco superiore ai 3 miliardi di euro, a fronte dei 2 miliardi e 906 milioni del 2010, con un incremento in anno del 5,28%. E questo in periodo di crisi e si sono verificati drammatici tagli occupazionali tra i dipendenti delle fabbriche di armi italiane. Determinante nell\u2019espansione dei fatturati, l\u2019attivit\u00e0 di promozione del <em>made in Italy<\/em> da parte dei ministri-piazzisti d\u2019armi dei governi Berlusconi e Monti. Essi sono stati efficientissimi nel girare in lungo e in largo il pianeta per favorire l\u2019export di armi e stringere alleanze con i regimi pi\u00f9 corrotti e\/o responsabili di inaudite violazione dei diritti umani. Non \u00e8 causale, infatti, come nel 2011 si sia riscontrato un aumento assai significativo del numero delle autorizzazioni, rispetto l\u2019anno precedente, per i cosiddetti \u201cprogrammi intergovernativi di cooperazione\u201d e c\u2019\u00e8 da scommettere che i dati del 2012 saranno ancora maggiori, dato l\u2019attivismo record del ministro della difesa, ammiraglio Di Paola, instancabile nelle missioni e nelle visite all\u2019estero e nella partecipazione alle principali fiere internazionali delle industrie d\u2019armi.<\/p>\n<p>Si registra inoltre un\u2019escalation delle esportazioni di armi italiane verso le zone di maggior tensione del mondo, dal Nord Africa al Medio Oriente fino al sub-est asiatico. Nel 2011 oltre il 64% delle armi, per un valore di poco meno di 2 miliardi di euro, \u00e8 finito a paesi extra-NATO. L\u2019elenco dei maggiori clienti vede nell\u2019ordine l\u2019Algeria (477,5 milioni di euro in sistemi militari di produzione italiana), Singapore (395,28), India (259,41), Turchia (170,8). Anche il poverissimo e martoriato continente africano si sta progressivamente trasformando in un Eldorado dei mercanti d\u2019armi italiani. Nell\u2019ultimo quinquennio abbiamo venduto fucili e armi leggere a Camerun e Somalia e mezzi pesanti, caccia ed elicotteri a Libia, Marocco e Nigeria. Va detto per\u00f2 che la legge italiana che dovrebbe regolamentare l\u2019esportazione di armamenti non impone di documentare anche i trasferimenti di armi leggere, \u201ccomuni\u201d o \u201cad uso civile\u201d, di cui l\u2019Italia \u00e8 uno dei maggiori produttori al mondo. Cos\u00ec ai valori sopracitati bisogna aggiungere i fatturati dell\u2019export delle industrie produttrici di fucili, pistole e munizioni, stimati dall\u2019Archivio Disarmo in non meno di un miliardo di euro nel solo biennio 2009-2010.<\/p>\n<p>Anche in questo caso i maggiori clienti sono extra-europei ed extra-NATO. Spiccano in particolare gli stati asiatici, i quali hanno importato nell\u2019ultimo biennio armi \u201cleggere\u201d per 142 milioni di euro, e persino diversi paesi sottoposti a embargo internazionale (Cina, Libano, Repubblica Democratica del Congo, Iran, Armenia e Azerbaijan), belligeranti o all\u2019indice per gravi violazioni dei diritti umani (Federazione Russa, Thailandia, Filippine, Pakistan, India, Afghanistan, Colombia, Israele, Kenya). Poco tempo prima che scoppiasse il conflitto in Libia, il regime di Muammar Gheddafi ha acquistato in Italia armi per 8,4 milioni di euro, in buona parte pistole e carabine \u201cBeretta\u201d e fucili \u201cBenelli\u201d, mentre lo Yemen, altro paese dilaniato dalla guerra civile, ha importato armi italiane per 487.119 euro. Secondo quanto denunciato dall\u2019Osservatorio sulle armi leggere di Brescia (OPAL), nel 2011, l\u2019anno delle rivolte della cosiddetta <em>Primavera araba<\/em>, solo dalla provincia di Brescia sono state esportate in Nord Africa armi e munizioni per un valore complessivo di 6,8 milioni di euro, mentre ai paesi del Medio Oriente sono finite armi per 11 milioni di euro. OPAL ha pure evidenziato che nello stesso anno sono state esportate armi \u201cbresciane\u201d per pi\u00f9 di un milione di euro alla Bielorussia, appena prima che l\u2019Unione Europea la ponesse sotto embargo per le innumerevoli violazioni e le repressioni messe in atto dal regime del presidente Lukashenko. In troppe parti del pianeta si spara sulle folle utilizzando armi e proiettili italiani, ma questo non sembra proprio indignare i politici, i sindacati, i media, gli intellettuali.<\/p>\n<p><strong>Cosa \u201cva\u201d di pi\u00f9 in questo momento?<\/strong><\/p>\n<p>Di tutto. Le guerre e le repressioni popolari, sempre pi\u00f9 numerose, hanno bisogno di armi \u201cleggere\u201d, gas lacrimogeni, carri armati, cingolati, elicotteri d\u2019assalto, cacciabombardieri, armi chimiche, batteriologiche a nucleari (per queste ultime \u00e8 stato lanciato un costosissimo programma di ammodernamento e miniaturizzazione per renderle pi\u00f9 flessibili e utilizzabili in scenari geograficamente \u201climitati\u201d). Per i loro costi stratosferici sono per\u00f2 soprattutto i sistemi di guerra aerea e spaziale quelli che stanno divorando immense risorse finanziarie e umane. Inoltre, per rispondere alle nuove strategie d\u2019intervento militare e d\u2019intelligence, gli aerei senza pilota, i famigerati droni, sono oggi un pozzo di san Patrizio per armieri e faccendieri. Si spiega cos\u00ec come mai nella speciale classifica delle industrie produttrici, per fatturato, compaiono ai primi posti i colossi statunitensi ed europei attivi nel settore aerospaziale, missilistico e nucleare. Nel 2010 l\u2019ammontare delle commesse di Lockheed Martin (il principale esportare di armi al mondo, impegnato tra l\u2019altro nella realizzazione del cacciabombardiere F-35 e del sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS) ha toccato i 26,6 miliardi di euro. Al secondo posto c\u2019\u00e8 BAE Systems (24,8 miliardi) e poi, a seguire, Boeing (23,4), Northrop Grumman (21,3) e General Dynamics (18,1). All\u2019ottavo posto, come dicevamo, c\u2019\u00e8 l\u2019italiana Finmeccanica con esportazioni per 10,9 miliardi di euro.<\/p>\n<p><strong>Quali sono le relazioni tra banche, speculazione finanziaria e commercio d\u2019armi?<\/strong><\/p>\n<p>Senza il sistema finanziario e bancario internazionale non sarebbe possibile l\u2019esistenza del complesso militare industriale n\u00e9 sarebbe possibile assicurarne le produzioni, le transazioni e le esportazioni. Le banche investono direttamente nelle industrie belliche, rilevano sempre pi\u00f9 imponenti pacchetti azionari, offrono le necessarie anticipazioni e le coperture all\u2019export. I fondi sovrani, gli innumerevoli fondi d\u2019investimento, perfino i cosiddetti \u201cfondi pensione\u201d gestiti dagli istituti statali di previdenza e dalle maggiori centrali sindacali sono andati all\u2019assalto delle azioni delle principali holding del settore. Un flusso di denaro sottratto all\u2019economia reale, alla produzione di beni e al welfare che alimenta immense bolle speculative e accelera e deteriora i processi di crisi sistemica. Un paradigma della complessit\u00e0 e della perversit\u00e0 della globalizzazione dei mercati e della finanza, dove tra i grandi azionisti dei produttori di arma ci sono i regimi che potrebbero domani essere bombardati e abbattuti con le armi prodotte dalle aziende \u201ccontrollate\u201d. Dove non esistono n\u00e9 limiti, n\u00e9 frontiere, e dove vengono pesantemente condizionate le scelte di politica economia ed estera dei singoli stati, subordinandole ai profitti dei manager e dei titolari delle fabbriche di morte. Mi convinco sempre pi\u00f9 che per comprendere a fondo le ragioni della totale sudditanza di tutti i nostri recenti governi (Prodi, Berlusconi, Monti, ecc.) alle avventure e ai progetti militari di Washington si debba guardare al peso specifico assunto da Finmeccanica &amp; C. nel <em>sistema Italia<\/em>. Sempre al seguito delle forze armate statunitensi nelle guerre nei Balcani, in Iraq e in Afghanistan, abbiamo accettato di trasformare Vicenza, patrimonio Unesco, nella pi\u00f9 grande base-alloggio dell\u2019esercito Usa in Europa. Abbiamo trasformato lo scalo siciliano di Sigonella nella <em>capitale mondiale dei droni<\/em>\u00a0 e stuprato un\u2019intera riserva naturale, a Niscemi (Caltanissetta), per installare uno dei quattro terminai terrestri del pericolosissimo sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS della US Navy. E c\u2019indebitiamo pesantemente e indebitiamo il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti acquistando un centinaio di bombardieri a capacit\u00e0 nucleare F-35 che altri paesi partner NATO ritengono inutili e obsoleti oltre che supercostosi. E tutto questo per assicurare privilegi e vantaggi alle aziende di Finmeccanica, a cui finalmente il Pentagono apre le porte assicurando lucrose commesse e licenze di fabbricazione. A riprova dell\u2019intreccio ormai inestricabile tra banche, finanza e mercanti di morte, il fatto che i fondi d\u2019investimento e i risparmi italiani vengono utilizzati per acquistare i pacchetti azionari delle holding armiere d\u2019oltreoceano, come ben documentato dalla ricerca di IRES Toscana su <em>Finanza e Armamenti. Istituti di credito e industria militare tra mercato e responsabilit\u00e0 sociale<\/em> (Firenze, 2010).<\/p>\n<p><strong>Apparati militari, guerre, commercio d\u2019armi: relazione perversa?<\/strong><\/p>\n<p>S\u00ec una relazione perversa, immorale, criminale e criminogena, come del resto \u00e8 provato dalle numerose inchieste aperte dai magistrati italiani sul sistema di corruzione pubblica generatosi attorno a Finmeccanica e aziende controllate. Una holding che sembra sempre pi\u00f9 un bancomat da cui prelevare le tangenti per alimentare la voracit\u00e0 di partiti e politici o la generosa dispensatrice di lauti stipendi e prebende ai familiari, alle amanti e ai clienti dei soliti noti.<\/p>\n<p>Si \u00e8 creato un sistema dove ormai sono saltati tutti i meccanismi per differenziare il pubblico e il privato e controllori e controllati, esautorando ogni qualsivoglia controllo dal basso che invece in una democrazia reale sarebbe doveroso poich\u00e9 sono in gioco i beni comuni e immense risorse pubbliche e pure perch\u00e9 tra gli attori ci sono le borghesie mafiose transnazionali che riciclano denaro, moltiplicano profitti ed entrano prepotentemente nel controllo delle relazioni politiche, militari ed economiche planetarie. Uno degli esempi pi\u00f9 emblematici del livello di degrado raggiunto nel complesso finanziario-industriale-<wbr>militare \u00e8 rappresentato dall\u2019inarrestabile trasmigrazione verso i consigli di amministrazione delle fabbriche d\u2019armi di (ex) generali, ammiragli e capi militari. Un recente rapporto delle ONG statunitensi <em>Citizens for Responsibility and Ethics<\/em> e <em>Brave New Foundation<\/em> ha rilevato che dal 2009 al 2011 il 70% dei generali Usa a tre e quattro stelle andati in pensione, ha trovato lavoro nelle holding armiere come funzionari o consulenti (si tratta di 76 alti ufficiali su 108). Nei Cda dei cinque maggiori contractor delle forze armate Usa (ancora una volta Lockheed Martin, Boeing, General Dynamics, Raytheon e Northrop Grumman),compiono oggi ben 9 ex rappresentanti delle massime gerarchie militari. Con l\u2019aggravante che due di essi continuano ad operare direttamente nel Dipartimento della difesa (il generale James Cartwright, membro del <em>board<\/em> di Raytheon e l\u2019ammiraglio Gary Roughead di Northorp Grumman, contestualmente funzionari della direzione per la politica di difesa del governo statunitense). In Italia avviene purtroppo lo stesso: non c\u2019\u00e8 Cda delle industrie belliche che non veda la presenza di ex capi di stato o alti ufficiali. Cos\u00ec \u00e8 possibile promuove nel migliore dei modi i \u201cgioielli\u201d di morte ai militari sino a qualche giorno prima subordinati. Ovvio che piovano i <em>Signors\u00ec!<\/em> anche per le spese pi\u00f9 folli e ingiustificate. <\/wbr><\/p>\n<p><strong>A<\/strong><strong> volte assale un senso di impotenza. Cosa possono fare le persone, cosa possiamo fare io e te conto questa situazione?<\/strong><\/p>\n<p>Il panorama internazionale \u00e8 purtroppo sconfortante. I diversi tentativi di costringere le Nazioni Unite ad adottare politiche e trattati di limitazione e controllo nella produzione e nell\u2019export di sistemi d\u2019arma sono falliti nella maggior parte dei casi o sono stati pi\u00f9 che edulcorati dall\u2019azione delle potentissime lobby dei fabbricanti e delle banche armate. I governi e l\u2019intera comunit\u00e0 internazionale \u00e8 sempre pi\u00f9 ostaggio dei signori delle guerre. Per questo, credo, che la parola e l\u2019azione debba passare direttamente ai singoli cittadini, alle organizzazioni non governative, alle associazioni e ai gruppi di base dell\u2019<em>altromondismo, <\/em>cio\u00e8 di quella straordinaria comunit\u00e0 transnazionale che spera e crede che <em>un altro mondo \u00e8 ancora possibile<\/em>. Vanno moltiplicati gli sforzi e le campagne contro tutte le guerre e i processi di militarizzazione dei territori e dello spazio, contro le spese militari e la produzione di armi, da quelle leggere a quelle superpesanti. Bisogna liberare l\u2019economia, la politica, le universit\u00e0, i centri del sapere dal sempre pi\u00f9 asfissiante controllo dei poteri militari. Bisogna intervenire per colpire nelle sue fondamenta il complesso finanziario-militare-<wbr>industriale, impedendo che i propri risparmi o i fondi d\u2019investimento e pensione vadano a foraggiare i mercanti di morte, imponendo alle banche di \u201cdisarmarsi\u201d ed eticizzarsi. Le grandi questioni internazionali devono tornare ad essere al centro del dibattito politico generale, nei parlamenti, nelle fabbriche, nei posti di lavoro, nelle scuole e nelle universit\u00e0. Bisogna riconquistare spazi di cultura e di pensiero di pace, ponendo il diritto-dovere di risolvere le controversie e i conflitti attraverso il dialogo e non con la forza. I movimenti del Sud del mondo e, qui in Italia, quelli che in val di Susa si oppongono alla TAV o che a Niscemi contrastano l\u2019eco MUOStro, con le loro pratiche di lotta, di azione\u00a0 diretta e disobbedienza civile, ci indicano quotidianamente i metodi pi\u00f9 efficaci per un percorso di liberazione e disintossicazione dai miti dei facili profitti, del saccheggio dei territori e della guerra. L\u2019obiezione di coscienza diffusa, al militare, alla militarizzazione, alla produzione di armi; l\u2019obiezione fiscale non pi\u00f9 mera testimonianza dei singoli ma fenomeno di denuncia di massa; il disinvestimento finanziario dagli istituti bancari che promuovono i sistemi di guerra, possono essere strumenti importanti e risolutori per ribaltare i rapporti di forza donne-uomini\/capitale e impedire la sempre pi\u00f9 rapida e folle corsa dell\u2019umanit\u00e0 verso il genocidio. Dobbiamo provarci. Subito. <\/wbr><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pare non tanto male. Ne parliamo con Antonio Mazzeo, giornalista da anni impegnato nella denuncia dei traffici di armi, del militarismo e dell\u2019affarismo conseguente. 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