{"id":310123,"date":"2016-05-03T11:45:21","date_gmt":"2016-05-03T10:45:21","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pressenza.com\/it\/?p=310123"},"modified":"2016-05-03T11:45:21","modified_gmt":"2016-05-03T10:45:21","slug":"fenomenologia-della-vendetta-le-credenze-costitutive","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2016\/05\/fenomenologia-della-vendetta-le-credenze-costitutive\/","title":{"rendered":"Per una fenomenologia della vendetta: le credenze costitutive"},"content":{"rendered":"<p><em>Intevento al workshop: \u201cDalla Vendetta alla riconciliazione: Verso una umanit\u00e0 possibile\u201d \u2013 Aula Volpi \u2013 Universit\u00e0 di Roma Tre \u2013 29 aprile 2016<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Abstract<\/em><\/p>\n<p><em>Lo scopo di questo contributo \u00e8 quello di definire le costanti che sovrintendono alla vendetta al fine di ottenere una conoscenza pi\u00f9 approfondita delle sue manifestazioni sul piano sociale e dall\u2019altro creare un terreno fertile per un suo superamento sul piano personale.<\/em><\/p>\n<p><em>L\u2019esposizione cercher\u00e0 di far emergere gli elementi che fungono da trasfondo per ogni azione vendicativa. A tal proposito prenderemo in considerazione i concetti di danno e offesa, i concetti di causa dell\u2019offesa e colpa e i concetti di pena e sanzione, quest\u2019ultimi intesi come continuit\u00e0 della vendetta mascherata da giustizia.<\/em><\/p>\n<p><em>Si cercher\u00e0 inoltre di esporre brevemente un\u2019ipotesi che spieghi il funzionamento della vendetta intesa come \u201cla credenza per la quale far soffrire l\u2019altro compensa quello squilibrio cosmico che si \u00e8 prodotto per l\u2019ingiustizia che l\u2019altro ha commesso\u201d.<\/em><\/p>\n<p><em>Non si pretender\u00e0 di offrire certezze perch\u00e9 questo \u00e8 un lusso concesso a chi non \u00e8 implicato nel fenomeno.<\/em><\/p>\n<p><em>Intervento<\/em><\/p>\n<p>Confesso che quando mi sono cimentato a preparare questo intervento ho incontrato diverse difficolt\u00e0. La prima tra queste era quella di comprendere, vista l\u2019enormit\u00e0 di implicazioni che esistono attorno l\u2019argomento della vendetta, quali fossero i temi prioritari da esporre. Un\u2019altra difficolt\u00e0, di non poco conto, era quello di sciogliere l\u2019intricato groviglio, che presenta la vendetta, sul piano morale, culturale, religioso, sociale, antropologico e filosofico.<\/p>\n<p>Vorrei quindi scusarmi in anticipo se in alcuni tratti, alcuni temi, saranno descritti sinteticamente o semplicemente abbozzati.<\/p>\n<p>Quando si affronta il tema della vendetta risulta chiaro e palese che questa, prima come desiderio e poi come atto, si manifesta sempre dopo il sorgere di un evento che viene interpretato come il danno. Ma non basta, per la vendetta occorre che quel danno abbia le connotazioni dell\u2019offesa.<\/p>\n<p>A tal proposito vorrei raccontare un episodio che mi occorse qualche tempo fa in una via adiacente Campo de\u2019 Fiori. Ero intento a passeggiare guardando le vetrine dei negozi quando alcune voci si alzarono sopra l\u2019ordinario brusio dei passanti e della vita quotidiana. Mi accorsi che le voci provenivano da due soggetti che avvicinandosi tra loro si scambiavano ad alta voce giudizi sulle rispettive madri, i rispettivi orientamenti sessuali e in ultimo maledicevano le anime dei loro morti. La cosa mi preoccup\u00f2 un po\u2019 perch\u00e9 pensai che di l\u00ec a poco i due si sarebbero scontrati fisicamente con conseguenze in quel momento imprevedibili. Ma proprio in quegli istanti in cui ero intento a pensare sul da farsi successe qualcosa di strano. I due arrivarono a stretto contatto e invece di prendersi a calci e cazzotti come avevo previsto, si abbracciarono affettuosamente. La visione surreale di entusiastiche pacche sulle spalle e alcuni baci fraterni fece tirare un sospiro di sollievo a tutti gli astanti mentre in me sorgeva l\u2019idea di fare altrettanto con un mio carissimo amico. Come si pu\u00f2 facilmente immaginare, con il mio amico, le cose non andarono esattamente come avrei voluto. Diciamo che prese le mie parole, per cos\u00ec dire, alla lettera.<\/p>\n<p>L\u2019episodio per\u00f2 mi fece comprendere quanto fossero importanti le circostanze e mi fece pensare che l\u2019offesa era sempre inserita all\u2019interno di un dato contesto.<\/p>\n<p>Nell\u2019esperienza, sappiamo bene, che ci pu\u00f2 essere un danno senza offesa. Non mi riferisco in questo caso alla presenza o meno dell\u2019intenzione a offendere. Mi riferisco, per esempio, a quei danni che siamo disponibili a sostenere perch\u00e9 spinti dalla solidariet\u00e0 nei confronti di qualcuno. Oppure mi riferisco a quei danni che in relazione a uno sperato bene futuro, ci sentiamo preparati a far fronte, cio\u00e8 quelli che prima del danno avevamo definito come \u201ccomponente di rischio\u201d. Infine, parlo di quei danni non preventivati, che nell\u2019immediato o dopo poco tempo si rivelano essere il preludio a un evento felice, oppure la scongiura di un evento funesto. Questi ultimi sono i danni che si possono riassumere nel proverbio \u201cNon tutti i mali vengono per nuocere\u201d. Insomma quei danni che non compromettono il futuro lasciandolo ancora colorato di speranza. In quei particolari casi si pu\u00f2 arrivare addirittura a benedire chi ci ha procurato quel danno. A titolo di esempio immaginiamo un tipo che sta andando in auto all\u2019aeroporto per prendere un aereo. Immaginiamo ora che un incidente automobilistico gli impedisca di arrivare in tempo all\u2019aeroporto facendogli perdere l\u2019areo. Se finisse qui la storia diremmo che il tipo in questione ha subito un danno. Ora immaginiamo per\u00f2 che il tipo arrivando all\u2019aeroporto venga a sapere, che proprio l\u2019areo che avrebbe dovuto prendere, poco dopo il decollo \u00e8 precipitato. Come giudicheremmo ora quell\u2019incidente automobilistico? come un danno o come una fortuna?<\/p>\n<p>In effetti, malgrado nei casi descritti subiamo un detrimento delle nostre possibilit\u00e0 o una perdita di beni, con difficolt\u00e0 li chiameremmo danni e magari useremmo il termine pi\u00f9 neutro di incidente.<\/p>\n<p>Ma se il danno non si trasforma sempre in offesa cos\u2019\u00e8 quindi l\u2019offesa?<\/p>\n<p>Quando mi osservo nel mio sentirmi offeso mi rendo conto che \u00e8 sempre in gioco un\u2019immagine che ho del futuro. In altre parole mi sento offeso perch\u00e9 c\u2019\u00e8 stato qualcosa, l\u2019evento dannoso, che si \u00e8 frapposto tra me e il raggiungimento di uno scopo, di un progetto. Il danno \u00e8 divenuta la pietra d\u2019inciampo nel fluire del tempo.<\/p>\n<p>Questo mi fa pensare che l\u2019offesa \u00e8 qualcosa di soggettivo e che non c\u2019\u00e8 evento che uno psichismo particolarmente suscettibile e superstizioso non possa tradurre prima in danno e poi in offesa. Ma anche il danno \u00e8 soggettivo?<\/p>\n<p>A tal proposito si potrebbe dire per esempio che per la giurisprudenza, l\u2019antigiuridicit\u00e0 di un evento si definisce all\u2019interno di un ordinamento giuridico, il quale \u00e8 giustificato dal costume, la morale, la religione o il consenso sociale e infine questi, dipendono dal potere che le ha imposte. Con il cambiare dell\u2019opinione o con il cambiare del potere, cambia la legge, cambia perci\u00f2 anche il concetto di danno. Quando poi si parlasse di \u201cmorale naturale\u201d, \u201cdiritto naturale\u201d o \u201cistituzioni naturali\u201d, preferiamo affermare che in questi contesti \u00e8 tutto storico-sociale e che nulla esiste, per cos\u00ec dire \u201cnaturalmente\u201d. Tutto \u00e8 intenzionale. Cos\u00ec l\u2019affermarsi di un evento in guisa di danno, di offesa o reato \u00e8 sempre il risultato di una lotta tra intenzioni umane.<\/p>\n<p>Ritornando quindi al concetto di offesa potremmo aggiungere che l\u2019offesa \u00e8 quel supposto danno che s\u2019interpreta come lesivo all\u2019interno di una certa concezione del tempo, del mondo e di se stessi. Se diversa fosse la rappresentazione mentale, diversa sarebbe l\u2019offesa.<\/p>\n<p>In sostanza quando mi sento offeso \u00e8 perch\u00e9 una certa opinione che ho di me stesso non soltanto come individuo ma anche come parte di un insieme \u00e8 stata in qualche modo messa in discussione. Per esempio, se mi rappresentassi come un uomo le cui origini si ritrovano in certi popoli cosiddetti eroici, con un passato glorioso e bellicoso, e che in virt\u00f9 di questo credessi che il successo e la felicit\u00e0 si ottenga con il coraggio, la forza e la devozione, allora creder\u00f2 di avere certe prerogative, certi diritti, certe aspettative e valori, cio\u00e8 un modello di come dovrebbero essere e andare le cose. L\u2019offesa cos\u00ec apparirebbe quando, pi\u00f9 o meno improvvisamente, intervenisse qualcosa che smentisca questa credenza, qualcosa che volesse affermare che ci\u00f2 che credo di essere, ci\u00f2 a cui credo di appartenere, non sia vero.<\/p>\n<p>Queste rappresentazioni del mondo e di se stessi, inserite e condivise in un contesto sociale dato, costituiscono l\u2019identit\u00e0 di riferimento di un insieme umano, fino a declinarsi in un ordinamento giuridico non necessariamente scritto. In altre parole, un insieme di leggi e regole che, da un lato, avrebbe lo scopo di sancire un patto sociale tra individui con lo stesso bagaglio identitario, e dall\u2019altro permetterebbe di raggiungere e mantenere una convivenza sociale all\u2019interno di un gruppo umano.<\/p>\n<p>L\u2019offesa \u00e8 sempre all\u2019interno di quest\u2019inquadramento maggiore. Non c\u2019\u00e8 offesa quindi, senza un ordinamento giuridico e non c\u2019\u00e8 ordinamento giuridico senza un\u2019identit\u00e0.<\/p>\n<p>Ma questa identit\u00e0 non \u00e8 ci\u00f2 che chiamiamo dignit\u00e0 o meglio onore?<\/p>\n<p>Sembra proprio che le cose stiano in questo modo. L\u2019onore \u00e8 un patrimonio sociale, questo si tramanda, si acquisisce, diminuisce o si perde in virt\u00f9 del particolare percorso che l\u2019individuo o il gruppo umano compiono nella storia sociale.<\/p>\n<p>Mutuando un concetto dal mondo economico l\u2019onore \u00e8 una sorta di \u201ccarta di credito\u201d. Fintantoch\u00e9 avr\u00f2 onore avr\u00f2 \u201ccredito\u201d e posso dare \u201ccredito\u201d. Sono credibile. Fintantoch\u00e9 avr\u00f2 onore, avr\u00f2 la possibilit\u00e0 di stabilire relazioni umane e restare inserito nel \u201cmondo\u201d a cui tengo. Fintantoch\u00e9 avr\u00f2 onore sar\u00f2 considerato un membro effettivo di quell\u2019insieme. Nel momento in cui perdo l\u2019onore, la funzione sociale della mia esistenza all\u2019interno di quel \u201cmondo\u201d, viene meno. In sostanza, e dal punto di vista esistenziale, potrebbe risultare equivalente a una morte sociale.<\/p>\n<p>A questo punto ogni offesa nei confronti dell\u2019onore dell\u2019individuo o per estensione di questo, del gruppo sociale, comporta una reazione che punta a ristabilire l\u2019ordine sociale perduto. Il concetto di famiglia in questo contesto, concepito come primo nucleo sociale in cui si manifesta la struttura identitaria, gioca un ruolo determinante.<\/p>\n<p>Se oggi, quando ci presentiamo a un estraneo, mettiamo accanto al nostro nome anche quello della nostra famiglia \u00e8 perch\u00e9 c\u2019\u00e8 stato un tempo in cui il definire la famiglia di appartenenza raccontava una storia, un vissuto, forniva un insieme di informazioni che erano utili all\u2019altro per sapere come doveva comportarsi nei nostri confronti. Il solo nome di famiglia predisponeva all\u2019offesa o apriva le porte dell\u2019ospitalit\u00e0 e degli onori. La memoria, la memoria storica, acquistava cos\u00ec un valore spropositato. Era la memoria che finiva per dire, nel bene e nel male chi si era, che definiva quindi l\u2019identit\u00e0 di tutto.<\/p>\n<p>Ma ora che comprendo come si origina il mio sentirmi offeso mi rendo conto che non reagisco all\u2019offesa tutte le volte che ne sono vittima. Mi rendo conto che reagisco in maniera diversa in relazione a una rappresentazione gerarchica dell\u2019organizzazione sociale. Sembra che non sia la stessa cosa se l\u2019offesa mi arriva da chi ritengo un superiore, per esempio il mio capoufficio, oppure un collega mio pari o da chi ritengo un mio sottoposto. La reazione all\u2019offesa cos\u00ec stabilisce o rinforza il rango e la gerarchia all\u2019interno della struttura identitaria. Da questo punto di vista l\u2019offesa che si tollera meno \u00e8 quella che si suppone provenga da chi si ritiene un pari, perch\u00e9 \u00e8 tra pari che si sviluppa la maggiore competizione. Nei confronti del subalterno invece opera a volte quello che spesso viene chiamato perdono, cio\u00e8 l\u2019altro \u00e8 perdonato quando si umilia di fronte al superiore. Pur comprendendo che tutto ci\u00f2 opera in me riconosco quanto sia drammatico e ridicolo al tempo stesso.<\/p>\n<p>Cercando di riassumere brevemente quanto esposto, possiamo affermare che l\u2019offesa si manifesta in presenza di una struttura identitaria, intendendo questa come un agglomerato di valori, credenze e aspirazioni, conformatosi all\u2019interno di un contesto sociale determinato. Abbiamo detto che questa struttura identitaria s\u2019inserisce nel sistema di relazioni sociali e assume i concetti di danno e di offesa condividendoli in un ordinamento giuridico che non necessariamente arriva alla forma scritta. Quindi, possiamo affermare che i concetti di danno e offesa discendendo da una rappresentazione mentale, perdono ogni pretesa di oggettivit\u00e0 e naturalit\u00e0.<\/p>\n<p>Sperando di aver sufficientemente spiegato il contesto dell\u2019offesa cerchiamo ora di vedere quali altri elementi fanno da trasfondo all\u2019azione vendicativa.<\/p>\n<p>Certamente un elemento che contraddistingue la vendetta \u00e8 il suo aspetto emozionale. L\u2019offesa ricevuta colora la coscienza di una serie di emozioni negative che forniranno l\u2019energia psichica necessaria al conseguimento della vendetta, arrivando persino a determinare il significato stesso del concetto di giustizia. Il desiderio di giustizia sar\u00e0 cos\u00ec nient\u2019altro che il desiderio di vendetta e il risentimento, come suo correlato emozionale, la lente attraverso la quale si interpreter\u00e0 il mondo e se stessi. Un processo nel quale tutto finisce nel pi\u00f9 oscuro nichilismo.<\/p>\n<p>A questo punto quasi tutti gli elementi necessari alla vendetta sono riuniti ma resta forse il pi\u00f9 importante, quello della credenza per la quale si otterr\u00e0 soddisfazione dall\u2019offesa subita solo quando il colpevole patir\u00e0 almeno la stessa sofferenza che ci ha procurato.<\/p>\n<p>La credenza sostiene che il procurare sofferenza al colpevole dell\u2019offesa restaura la dignit\u00e0, l\u2019onore perduto. Sostiene inoltre che non c\u2019\u00e8 riabilitazione della dignit\u00e0 fintantoch\u00e9 la sofferenza patita per l\u2019offesa \u00e8 parte della propria esistenza. L\u2019imperativo \u00e8 quindi quello di espellere questa sofferenza, scaricare il peso della vergogna, del disonore, dell\u2019onta e infine ripristinare il progetto che si era arrestato. Devo vendicarmi e per questo uso violenza. La violenza della vendetta in questo senso svolge un ruolo determinante in quanto si associa ad un registro di liberazione, di potenza, secondo noi vicinissimo a quello che si potrebbe vivere in certe esperienze religiose.<\/p>\n<p>Ma la vendetta pu\u00f2 ricondursi al fenomeno religioso?<\/p>\n<p>Ci sarebbero molti elementi per supporlo. Un primo elemento potrebbe essere il suo manifestarsi con una certa ritualit\u00e0 esorcizzante, un altro, il suo riferirsi all\u2019elemento trascendente, e un terzo elemento potrebbe essere il suo trasformarsi in un dovere morale che si tramanda di generazione in generazione coinvolgendo la dimensione esistenziale.<\/p>\n<p>A tutto ci\u00f2 potremmo poi aggiungere che se la manifestazione del sacro nell\u2019essere umano si diede, agli inizi, come un \u201cmisterium tremendum\u201d, come qualcosa di terribile e mostruoso che pose l\u2019essere umano di fronte alla finitezza della vita, allora la violenza della vendetta, per un errore di comprensione di quel segnale che proveniva dal Profondo, divent\u00f2 un modo per continuare a restare vicino alla potenza del Sacro.<\/p>\n<p>E\u2019 proprio per restare vicino alla potenza del Sacro che anche l\u2019organizzazione sociale, arriv\u00f2 a esser vissuta come speculare all\u2019ordine divino. Una sorta di imitatio dei in cui, per uno strano gioco di specchi, il divino e il sociale si corrispondevano, conformando l\u2019idea \u201ccos\u00ec in alto, cos\u00ec in basso\u201d che al disordine sociale corrispondesse un caos cosmico. Cos\u00ec ogni crepa, ogni rottura dell\u2019ordine sulla Terra deve essere riparata, pena una catastrofe di dimensione cosmica. Da qui deriva l\u2019idea della compensazione speculare nella vendetta che viene raggiunta attraverso la sofferenza dell\u2019altro.<\/p>\n<p>Continuando quindi a comprendere questa strana credenza \u201cper la quale far soffrire l\u2019altro compensa quello squilibrio cosmico che si \u00e8 prodotto per l\u2019ingiustizia che l\u2019altro ha commesso\u201d potremmo dire che la sensazione che si prova subito dopo aver compiuto un\u2019azione vendicativa \u00e8 caratterizzata dal rilascio di tensioni. Che questo poi si possa spiegare in termini fisiologici, cio\u00e8 attraverso la comparsa di particolari neurotrasmettitori nella chimica del sistema nervoso centrale, non aggiunge molto al tema. Resta il fatto che una tensione si rilassa e il soggetto comincia, anche solo per un momento a percepirsi in maniera diversa, arrivando persino, in alcuni casi, all\u2019euforia o al delirio. Pur trattandosi di una catarsi, l\u2019esperienza ottiene una certa presa sullo psichismo. A quel punto solo la diversa qualit\u00e0 delle circostanze ambientali e dell\u2019esperienza interna del soggetto potranno evitare che non ne rimanga fortemente dipendente.<\/p>\n<p>Questo tipo di esperienze che danno un apparente e illusorio registro di liberazione arrivarono per\u00f2 a sviluppare una concezione di libert\u00e0 intesa come possibilit\u00e0 di usare violenza. Per quella concezione, la libert\u00e0 di usare violenza di fronte all\u2019offesa diventa un diritto inalienabile arrivando a considerare la vendetta una forma di deterrente nei confronti di nuove minacce. A tal proposito, senza addentrarci nell\u2019attualissima discussione che sta facendo il Parlamento italiano sulla legittima difesa, possiamo dire che il diritto al possesso di armi sancito dal secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d\u2019America \u00e8 da concepire proprio come una regolamentazione del diritto a vendicarsi, cio\u00e8 la vendetta come deterrente. Il secondo emendamento \u00e8 solo un esempio ma potremmo osservare lo stesso fenomeno sul piano internazionale ricordando l\u2019assurda corsa agli armamenti nucleari che ha segnato tutto il ventesimo secolo e lasciandoci con un\u2019eredit\u00e0 dalle molte incertezze.<\/p>\n<p>Qui potrebbe terminare questa analisi sul fenomeno della vendetta in generale ma sarebbe opportuno a questo punto prendere in esame come questo fenomeno si sia sviluppato nella cultura occidentale, assumendo delle caratteristiche peculiari. Vogliamo intendere la cultura occidentale come quella cultura che eredita il trasfondo psicosociale che port\u00f2 alla nascita del Codice di Hammurabi.<\/p>\n<p>Alle origini, nella vendetta, la ricerca del colpevole su cui scaricare la punizione non \u00e8 mai stato molto importante. C\u2019\u00e8 stato un momento in cui la vendetta si manifestava in maniera indeterminata. Bastava ottenere quel registro di forza liberatoria, rispettare la potenza religiosa del culto familiare e quindi assicurarsi che l\u2019integrit\u00e0 identitaria fosse salva. Per questa ragione, per esempio, alla morte di qualcuno della famiglia bastava uccidere il primo che passava.<\/p>\n<p>L\u2019indeterminatezza in cui si manifestava la vendetta, in quelle societ\u00e0 via via sempre pi\u00f9 interconnesse e strutturate pose non pochi pochi problemi relazionali al punto che fu necessario regolamentarla. Il primo problema da affrontare fu appunto quello della definizione del colpevole, cio\u00e8 del soggetto contro cui si doveva scatenare la vendetta.<\/p>\n<p>In Occidente questa parte della definizione della responsabilit\u00e0, la causa dell\u2019offesa, assunse un\u2019importanza estremamente rilevante.<\/p>\n<p>Diciamo che nella vendetta cos\u00ec come la conosciamo oggi, e non fa difetto in questo ormai nessun ordinamento giuridico, per attuarsi ha bisogno di definire un nesso di causalit\u00e0 tra il danno e il responsabile del danno. Se c\u2019\u00e8 un effetto, ne consegue che ci sia una causa. Senza disturbare Aristotele, nella circostanza dell\u2019offesa la ricerca della causa si conclude nel cercare d\u2019isolare il fatto, individuando colui che ha lanciato l\u2019intenzione a offendere, e eventualmente quando non coincidesse, anche colui che l\u2019ha messo in essere.<\/p>\n<p>S\u2019intuisce che sempre in questa logica di causa-effetto, l\u2019analisi delle azioni e reazioni, si limita a prendere in esame solo un preciso lasso di tempo. Quel lasso di tempo che inizia con il sorgere dell\u2019intenzione a offendere. In questo contesto non importa se il danno sia la conseguenza o meno di un\u2019azione volontaria. Se non ci si attiene a una legge, a una regola o a una prescrizione e involontariamente per questo si producesse un danno, si \u00e8 comunque offesa la struttura identitaria che ha posto in essere la legge, la regola e la prescrizione.<\/p>\n<p>Nella ricerca della causa \u00e8 come se, in un dato momento, si bloccasse il fluire del tempo. Si congela un dato lasso di tempo, lo si estrae da ogni contesto e lo si analizza definendo in quel momento tutte le relazioni di causa-effetto. E\u2019 sempre una ricerca a ritroso nel tempo. Ci\u00f2 non toglie per\u00f2, che l\u2019investigazione escluda per questo, un lasso di tempo molto ampio. L\u2019importante per questa logica \u00e8 individuare l\u2019originale intenzione a offendere. Molti miti cosmogonici recano i segni di questa tendenza. Solo a titolo di esempio possiamo ricordare il mito egizio di Horus. Horus figlio di Osiride reclama i domini sottratti, con l\u2019inganno, da Seth al padre Osiride. Ne scaturisce un lotta senza tregua in cui tutto il pantheon \u00e8 chiamato a schierarsi. Horus chiede vendetta! Pi\u00f9 volte per mettere fine al conflitto si ricorre al tribunale degli d\u00e8i dove troveremo gi\u00e0 la bilancia come simbolo di giustizia. La disputa termina con la vittoria di Horus che in virt\u00f9 di questo, aiuter\u00e0 Ra a sconfiggere Apophis, divinit\u00e0 delle tenebre e del caos. Il mito ci dice che la vittoria di Ra su Apophis, che rappresenta il caos quindi la causa originaria dell\u2019offesa, avverr\u00e0 solo dopo la vendetta di Horus su Seth.<\/p>\n<p>In sostanza nella logica di causa-effetto si tratta di un\u2019interpretazione soggettiva del fluire del tempo. Una volta trovata la causa efficiente si procede a conferire la colpa.<\/p>\n<p>Nietzsche affermava che un tempo si infliggeva la punizione con lo scopo di far sorgere la colpa che avrebbe svolto il ruolo di deterrente ma con il passare del tempo sembra che la cosa si sia ribaltata al punto che dalla colpa ne segue la pena o peggio la vendetta. In effetti, secoli di punizioni hanno prodotto una colpa originaria, un peccato originale, tanto che la colpa acquisisce una dimensione atemporale e non funge pi\u00f9 da deterrente ma diviene il vissuto fondamentale della coscienza occidentale.<\/p>\n<p>Da questo punto di vista, che si stia parlando di vendetta o della raffinatezza della giustizia dell\u2019ordinamento giuridico di uno Stato, non c\u2019\u00e8 molta differenza. Il nesso di causalit\u00e0 resta fondamentale per definire il responsabile dell\u2019offesa.<\/p>\n<p>Con il tempo e soprattutto con il sorgere di organizzazioni sociali sempre pi\u00f9 strutturate, e convenzionalmente a partire da Hammurabi, l\u2019ordinamento della vendetta si scontra con un altro ordinamento, quello dello Stato.<\/p>\n<p>La formazione dello Stato produsse la necessit\u00e0 di sintetizzare le diversit\u00e0 di usi e costumi e dall\u2019altro di controllare che la violenza, di cui doveva avere l\u2019assoluto monopolio, non dilagasse nella societ\u00e0 e mettesse a repentaglio il nuovo ordine costituitosi. In questo quadro l\u2019organizzazione statale produsse un vero e proprio esproprio dei differenti ordinamenti giuridici originari trasferendoli dalla dimensione del sacro alla dimensione del profano.<\/p>\n<p>Lo fece gradualmente perch\u00e9 la sfera religiosa gli fu ancora utile per legittimare la sua natura ma poi, costretto a sempre nuove sintesi che facilitassero l\u2019affermazione del potere su popolazioni via via pi\u00f9 diverse, fin\u00ec per operare sempre nuove astrazioni che port\u00f2 l\u2019organizzazione statale a consolidarsi sempre pi\u00f9. La diversit\u00e0 e la multiformit\u00e0 furono le dimensioni da reprimere. Il processo termin\u00f2 con un\u2019idea di apparato giuridico-burocratico che si pose al di sopra dell\u2019essere umano.<\/p>\n<p>Quegli ordinamenti antichi, quella giustizia antica, verr\u00e0 cos\u00ec marchiata come una giustizia privata o peggio come una giustizia primitiva o tribale.<\/p>\n<p>Come si \u00e8 gi\u00e0 intuito la vendetta in realt\u00e0 si trasfer\u00ec nell\u2019ordinamento giuridico statuale e si trasform\u00f2 in quello che oggi chiamiamo pena e sanzione.<\/p>\n<p>La sostanziale differenza tra i due ordinamenti sta nella supposta razionalit\u00e0 della cosiddetta giustizia. Nel processo di regolamentazione della vendetta, lo Stato nel tentativo di controllare le sproporzioni e gli eccessi che avrebbero compromesso l\u2019ordine sociale, ha eliminato del tutto l\u2019emozione nella fase giudicante, trattando il conflitto come se fosse una semplice questione di pesi sui piatti di una bilancia, il cui equilibrio sarebbe la verit\u00e0 stessa dei fatti.<\/p>\n<p>A tal proposito, vorrei citare un dialogo tratto dal recente film di Tarantino \u201cThe hateful eight\u201d. Nel dialogo i personaggi sono Mobray, un boia e Daisy, una ladra e assassina ormai prigioniera di un cacciatore di taglie.<\/p>\n<p>\u00abSei accusata di omicidio\u00bb, dice Mobray a Daisy. \u00abMettiamo che l\u2019accusa sia fondata e che a Red Rock alla fine del processo ti dichiarino colpevole. Bene, a quel punto arrivo io e ti impicco. Se tutte queste cose accadono insieme, questa \u00e8 quella che la societ\u00e0 civilizzata chiama giustizia. Ora, se invece i parenti delle persone che ti hanno ucciso fossero fuori da questa porta e, dopo averla buttata gi\u00f9, ti trascinassero fuori nella neve e ti tirassero il collo. Bene, quella sarebbe giustizia sommaria. La parte buona,\u201d continua Mobray, \u201c\u00e8 che la giustizia sommaria placa la rabbia, la parte cattiva \u00e8 che non c\u2019entra nulla con il giusto o lo sbagliato.\u201d<\/p>\n<p>\u201cMa alla fine\u2026 qual \u00e8 la vera differenza tra le due?\u201d, \u00e8 sempre Mobray che parla. \u201cLa vera differenza sono IO\u2026 Il boia. A me non importa cosa hai fatto. Quando ti impicco, non avr\u00f2 nessuna soddisfazione dalla tua morte. \u00c8 il mio lavoro. Ti impicco a Red Rock, poi vado nella prossima citt\u00e0 e impicco qualcun altro. L\u2019uomo che tira la leva, che ti spezzer\u00e0 il collo sar\u00e0 un uomo distaccato. Ed \u00e8 quel distacco la vera essenza della giustizia. Perch\u00e9 la giustizia comminata senza distacco, corre sempre il rischio di non essere giustizia\u201d.<\/p>\n<p>Secondo Tarantino la giustizia quindi \u00e8 qualcosa di freddo e distaccato, forse \u00e8 un\u2019analisi un po\u2019 eccessiva ma non si distacca di molto da come la giustizia dello Stato rappresenta se stessa.<\/p>\n<p>Cos\u2019\u00e8 la vendetta oggi?<\/p>\n<p>In un societ\u00e0 come quella attuale, sempre pi\u00f9 destrutturata, in cui l\u2019alto tasso di competitivit\u00e0 si accompagna a un individualismo schizofrenico e a un certo isolamento, la struttura identitaria \u00e8 sempre pi\u00f9 frammentata al punto che il concetto di giustizia diventa qualcosa di sempre pi\u00f9 soggettivo e relativo. Basta sentirsi escluso dal modello pi\u00f9 alla moda per sentirsi vittima di un\u2019ingiustizia, fino a pensare che \u00e8 la vita stessa ad averci offeso. Il risentimento e il desiderio di vendetta, diventa il trasfondo emozionale di una societ\u00e0 tutta.<\/p>\n<p>Fin dall\u2019antichit\u00e0 la vendetta \u00e8 sempre stato un soggetto principe della narrativa mondiale. Le pi\u00f9 grandi opere letterarie, teatrali e cinematografiche che la storia ricordi hanno come trasfondo la vendetta. Ha una tale capacit\u00e0 di pervadere il vissuto dell\u2019essere umano al punto che a volte ci rimane difficile immaginarci senza. Immaginare un mondo senza questa modalit\u00e0 ci lascia ancora totalmente spaesati, in preda a contorcimenti di budella e riflussi gastrici.<\/p>\n<p>Ancora molto abbiamo da lavorare per superare la vendetta. Riuscirci sarebbe una vera rivoluzione, ciononostante resta la vera urgenza per l\u2019umanit\u00e0 tutta.<\/p>\n<p>Se la vendetta \u00e8 un fenomeno riconducibile al religioso allora il suo superamento sar\u00e0 la traduzione di una ispirazione spirituale che ridia un senso alla vita umana.<\/p>\n<p>Se la vendetta \u00e8 in relazione con la struttura identitaria della societ\u00e0 allora necessitiamo di uno sforzo verso la convergenza nella diversit\u00e0. Dovremmo universalizzarci culturalmente, geograficamente e nelle strutture sociali.<\/p>\n<p>Se la vendetta \u00e8 anche il risultato di emozioni negative, allora invece di reprimerle dovremmo trasformarle. Per questo abbiamo bisogno di elevare i nostri desideri perch\u00e9 quanto pi\u00f9 si \u00e8 violenti tanto pi\u00f9 sono rozzi i nostri desideri.<\/p>\n<p>Se oggi la giustizia non \u00e8 altro che una vendetta mascherata allora occorre immaginare una giustizia che assuma il principio morale di trattare l\u2019altro come vorremmo esser trattati per passare da una giustizia retributiva a una giustizia riparativa.<\/p>\n<p>Abbiamo ancora molto da lavorare per superare la vendetta ma per quanto difficile, per quanto la situazione sociale non sembri favorevole\u2026eppure, forse ancora timidamente, nell\u2019orizzonte dell\u2019essere umano, si sta preparando un nuovo salto evolutivo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Intevento al workshop: \u201cDalla Vendetta alla riconciliazione: Verso una umanit\u00e0 possibile\u201d \u2013 Aula Volpi \u2013 Universit\u00e0 di Roma Tre \u2013 29 aprile 2016 &nbsp; Abstract Lo scopo di questo contributo \u00e8 quello 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