{"id":2789,"date":"2010-01-24T00:00:00","date_gmt":"2010-01-24T00:00:00","guid":{"rendered":""},"modified":"2010-01-24T09:27:52","modified_gmt":"2010-01-24T09:27:52","slug":"playstation-palestine","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2010\/01\/playstation-palestine\/","title":{"rendered":"Playstation Palestine"},"content":{"rendered":"<p>Un anno fa quando venne dato il via all\u2019operazione \u201cPiombo fuso\u201d, mi trovavo nel Nordest del Brasile, e la notizia mi venne data da un ex-senatore della regione che aveva personalmente conosciuto Yasser Arafat durante una missione parlamentare. Si present\u00f2 sulla soglia di casa nostra con una k\u016bfiyya al collo, e tutto mi sembr\u00f2 assurdo, lontano dalla realt\u00e0. Poi dovetti cedere all\u2019evidenza cliccando su haaretz.com. La migliore definizione della realt\u00e0 che ho letto in questi ultimi anni appartiene proprio ad un giornalista di quella testata, Aluf Benn. Verso la fine della seconda Intif\u0101dha, intitol\u00f2 un articolo \u201cPlaystation Palestine\u201d per indicare quanto i palestinesi fossero parte di uno scenario in cui loro non contassero pi\u00f9 che le sagome di un un videogioco. Tutto \u00e8 possibile dire, proclamare, minacciare o rivendicare a proposito del futuro dei palestinesi, ma nulla cambia, esattamente come quando premi sul pulsante del videogioco per ricominciare da zero. Un giorno, la scrittrice Suad Amiry mi confid\u00f2 che una sola \u00e8 la domanda che conta in tutta questa faccenda, quella che noi che ci interessiamo della Palestina e chiunque ne faccia oggetto di una conversazione o dichiarazione dovrebbe farsi: \u201cQuanti metri quadrati di terra sono stati sottratti ai palestinesi oggi?\u201d. Ed il giorno seguente: \u201cQuanti metri quadrati di terra sono stati sottratti ai palestinesi oggi?\u201d. Ed ogni giorno la stessa domanda. Tutto si capisce e si giustifica attraverso la macchina dell\u2019espansione coloniale. Il resto che merita di essere riportato sono gli effetti collaterali che chiunque pu\u00f2 constatare attraversando la Striscia di Gaza, la Cisgiordania od i quartieri arabi di Gerusalemme, e che coraggiosi giornalisti e instancabili organizzazioni per i diritti umani registrano con rigore: arresti, demolizioni di case, restrittive norme sul ricongiungimento famigliare, morti e feriti, limitazioni alla mobilit\u00e0 di beni e persone, inique regolamentazioni fondiarie, editti dell\u2019amministrazione militare, barriere di sicurezza. Ed ancora: le storie di donne e uomini comuni, che parlano di loro stessi, non di altri; non di negoziazioni e anticamere, ma di loro stessi; non di princip\u00ee e ideologie, ma di loro stessi; non di momenti opportuni e strategie, ma di loro stessi. Come l\u2019ottuagenario padre di Abdallah, che firm\u00f2 un atto di cessione delle sue terre ad un agente israeliano che si spacciava per un inviato del Vaticano. O Munira, che per essersi rifiutata di abbandonare la propria dimora al limite della colonia di Al Kanaa si \u00e8 vista recintare casa e cortile con barriere di cemento e cavi elettrificati. Come Rania, la donna russa che pur di raggiungere suo marito a Gaza si \u00e8 fatta anestetizzare e calare dentro una di quelle gallerie sotto la frontiera con l\u2019Egitto che permettono alla gente di sopravvivere. O Rawan, che dall\u2019anno 2000 non ha pi\u00f9 visto suo marito ed i tre figli, rimasti a Gaza mentre lei era in visita di famiglia a Ramallah. Come Abu Yousef, che un anno fa, quando l\u2019aria si riempiva del fumo incendiario delle bombe al fosforo, copriva la testa dei bambini con dei tessuti. O quel padre di cui non conosco il nome, che rimasto senz\u2019acqua in un edificio circondato dai soldati durante tre giorni con i due bimbi, ne appagava la sete con la propria urina(1).<\/p>\n<p>Tuttavia, nulla vale quanto prima. La virulenza delle operazioni militari e la legittimazione politica del disprezzo razziale successiva all\u2019ultimo attacco a Gaza rappresentano un\u2019accelerazione straordinaria nel processo di disintegrazione dei palestinesi e della loro storia, pari forse per pregnanza simbolica alla cacciata dei palestinesi dalle loro case alla vigilia della creazione dello stato di Israele. \u00c8 l\u2019atto risolutivo, l\u2019ultima prova di orgoglio, di un ciclo che ha fondato l\u2019avventura sionista sulla negazione dell\u2019esistenza di una Palestina e di una nazione palestinese. Il ciclo si conclude, la Palestina \u00e8 stata finalmente cancellata, la conservazione della memoria della Nakba diventer\u00e0 presto un atto criminale legalmente perseguibile dalla giustizia israeliana, la prospettiva dell\u2019istituzione di uno Stato palestinese si \u00e8 ridotta ad uno sterile argomento di autogiustificazione politica in Occidente e nella Umma araba, l\u2019Egitto vende il gas naturale ad Israele mentre a Gaza scarseggiano materiali grezzi come vetro e cemento. Il ciclo si conclude, ed emergono in superficie le pulsioni profonde, quelle che rendono tutto possibile perch\u00e9 il palestinese \u00e8 stato disumanizzato.<\/p>\n<p>Nel settembre dell\u2019anno scorso, tre mesi prima dell\u2019attacco a Gaza, entrai nella Striscia dal posto di frontiera israeliano di Erez: una ragazza poco pi\u00f9 che ventenne stava seduta nella cabina di controllo posta all\u2019ingresso del complesso dove si effettuano controlli di documenti e ispezioni di sicurezza, riempiendo cruciverba. Una donna palestinese con una lattante stavano aspettando l\u2019okay per entrare. Era Ramadh\u0101n, e la ragazza fece aspettare al sole per ore la madre in digiuno, con la neonata appesa al seno: senza ragione. Undici mesi dopo l\u2019attacco a Gaza, durante un corso di addestramento pre-militare yeshiva, il Capo rabbino dell\u2019esercito israeliano Avichai Rontzki, citando un passaggio del Libro di Geremia(2), ammoniva che chi mostra grazia verso il nemico in guerra sar\u00e0 dannato. Non sono questi che alcuni dei segnali dell\u2019affermazione di un clima di scontro identitario aperto, deliberato o declamato. Un clima che si \u00e8 esteso a buona parte dell\u2019emisfero euro-mediterraneo, che si alimenta del cancro di conflitti irrisolti, in primis quello israelo-palestinese, ridefinisce in termini totalitari l\u2019ideologia sionista ed ispira una nuova forma di antisemitismo, le cui vittime sono i \u201cnuovi ebrei\u201d, ovvero gli arabi, in particolare i musulmani arabi, e per estensione i musulmani in senso lato. Di costoro, i palestinesi riuniscono praticamente tutti gli elementi di una nuova cultura che descrive lo straniero come problema sociale, elemento destabilizzatore di societ\u00e0 benestanti: \u00e8 pur vero che i palestinesi ispirano simpatie per la tragica storia che portano appresso, ma \u00e8 anche vero che sono arabi, in maggioranza musulmani e hanno usato la violenza terroristica per affermare i propri diritti all\u2019autodeterminazione; quindi, come \u201cnuovi ebrei\u201d,\u201dnon-bianchi\u201d non avranno mai questo Occidente coerentemente e convintamente al loro fianco. Come potremmo immaginare l\u2019Europa sostenere una indagine per presunti crimini di guerra perpetrati dai dirigenti israeliani durante l\u2019ultimo attacco a Gaza, in un contesto che pare ridefinirsi in regioni antropologicamente e culturalmente separate, nelle quali i segni di appartenenza (il minareto, l\u2019origine etnica, il crocefisso) marcherebbero le frontiere tra il mondo moderno e la barbarie? Inimmaginabile, vana battaglia.<\/p>\n<p>Il ciclo ha raggiunto il suo apice, e dopo tutto sar\u00e0 possibile, come la soppressione della questione palestinese, la deportazione degli uni in nome della storia degli altri e il superamento di conflitti di natura politica ed economica non attraverso la loro soluzione, bens\u00ec attraverso ripiegamenti identitari che ridefiniscano i nostri valori fondanti. Provate a interrogare i vostri vicini se sia pi\u00f9 importante dio o la democrazia, le tradizioni oppure la giustizia, il potere acquisitivo oppure la libert\u00e0 di espressione: non mi stupirebbe scoprire che per molti di noi occidentali la risposta non sarebbe cos\u00ec chiara; n\u00e9 mi stupirebbe ascoltare voci che difendano i secondi termini proprio a Gaza, dove assedio e repressione interna mettono a dura prova la comunit\u00e0 civile.<\/p>\n<p>Il cerchio ha raggiunto il suo punto di sutura, e dopo tutto sar\u00e0 possibile, anche l\u2019impossibile. Il peggior provato nemico dello Stato di Israele sono gli israeliani stessi, che a questo ritmo porteranno il loro paese verso l\u2019isolamento internazionale, un contesto di crescente instabilit\u00e0 regionale, la repressione interna ed il degrado irreversibile della coesione tra i diversi gruppi della societ\u00e0 israeliana; loro stessi si convertiranno nelle sagome di una nuova postazione di gioco, Playstation Israel. Gli obiettori di coscienza israeliani, o Another Voice for Sderot, che durante gli ultimi bombardamenti a Gaza hanno alzato la voce contro, ne hanno gi\u00e0 pagato le conseguenze con i tribunali militari e il disprezzo pubblico. Per questo, alcuni di loro, con uno straordinario coraggio civico e politico di cui nemmeno i diplomatici di Bruxelles sanno dare prova, chiedono pubblicamente il dialogo con Hamas(3). Per questo, altri come Ta\u2019\u0101yush o Combatants for Peace riuniscono giovani israeliani e palestinesi che lottano insieme contro la violenza dell\u2019apparato militare e civile israeliano verso i palestinesi, dimostrandosi pi\u00f9 forti di chi vorrebbe la rottura di ogni relazione tra le due comunit\u00e0. Per questo, altri come Alternative Information Center difendono da Gerusalemme le campagne di boicottaggio del proprio paese, sfidando chi li accusa di essere antipatriottici.<\/p>\n<p>Se ancora \u00e8 ammesso esprimere dei desideri per l\u2019anno che viene, io chiederei le cose seguenti:<br \/>\n&#8211; Che i dirigenti occidentali che hanno usato la migliore oratoria per difendere l\u2019operazione \u201cPiombo fuso\u201d vengano pure indagati per istigazione alla violenza e concorso in reato.<br \/>\n&#8211; Che i palestinesi della Cisgiordania possano mettere i piedi nel mar Mediterraneo sotto giurisdizione israeliana.<br \/>\n&#8211; Che i palestinesi formino un governo di unit\u00e0 nazionale, annuncino l\u2019istituzione unilaterale dello Stato palestinese e concedano la cittadinanza a tutti i coloni israeliani che vogliano conservare la residenza nei Territori occupati.<br \/>\n&#8211; Che la Palestina chieda l\u2019adesione agli Stati Uniti d\u2019America e faccia un accordo di libero scambio con la Cina.<br \/>\n&#8211; Che gli U2 vengano a cantare a Gaza e Emir Kusturica faccia un film sui tunnel sotto la frontiera di Rafah.<br \/>\n&#8211; Che il sindaco di Tel Aviv candidi la cittadinanza della Striscia di Gaza al Nobel per la pace.<br \/>\n&#8211; Che il museo di Yad Vashem apra una sezione sulla pulizia etnica del 1948 nei villaggi arabi della Palestina storica e sulla diaspora palestinese.<br \/>\n&#8211; Che l\u2019ordinamento scolastico di studenti israeliani e palestinesi preveda il bilinguismo.<br \/>\n&#8211; Che l\u2019aeroporto di Gaza venga dedicato a Mahmud Darwish.<\/p>\n<p>Scusatemi della lunghezza della lista, ma le Playstations, almeno questo, lo permettono.<\/p>\n<p>1) Ho riportato storie di persone che ho conosciuto personalmente, tranne l\u2019ultima, che mi ha raccontato un testimone oculare durante il mio ultimo viaggio a Gaza (febbraio 2009).<br \/>\n2) \u201cMaledetto chi compie il lavoro del Signore con mano incerta, e maledetto chi trattiene la sua spada lontano dal sangue\u201d (cfr. Anshel Pfeffer, \u201cIDF Chief Rabbi: Troops who show mercy to enemy will be damned\u201d, Haaretz, 15 novembre 2009).<br \/>\n3) \u201cTalk to Hamas\u201d \u00e8 un\u2019iniziativa lanciata nel mese di novembre 2009 dai fondatori di Courage to Refuse, il movimento dei soldati che si rifiutarono di servire nei Territori palestinesi occupati durante la seconda Intif\u0101dha.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La migliore definizione della realt\u00e0 che ho letto in questi ultimi anni appartiene ad un giornalista di haaretz.com, Aluf Benn, che verso la fine della seconda Intif\u0101dha, intitol\u00f2 un articolo *Playstation Palestine* per indicare quanto i palestinesi fossero parte di uno scenario in cui loro non contassero pi\u00f9 che le sagome di un un 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