{"id":2687797,"date":"2026-03-26T14:31:50","date_gmt":"2026-03-26T14:31:50","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=2687797"},"modified":"2026-03-26T14:32:40","modified_gmt":"2026-03-26T14:32:40","slug":"la-schiavitu-il-voto-alle-nazioni-unite-e-loccidente-che-non-vuole-fare-i-conti-con-il-colonialismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2026\/03\/la-schiavitu-il-voto-alle-nazioni-unite-e-loccidente-che-non-vuole-fare-i-conti-con-il-colonialismo\/","title":{"rendered":"La schiavit\u00f9, il voto alle Nazioni Unite e l&#8217;Occidente che non vuole fare i conti con il colonialismo"},"content":{"rendered":"<p><strong>Il 25 marzo 2026 l&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che definisce la tratta transatlantica degli schiavi e la schiavit\u00f9 razziale degli africani come il pi\u00f9 grave crimine contro l&#8217;umanit\u00e0<\/strong>, per la sua scala, la sua durata, la sua brutalit\u00e0 e per le conseguenze che continuano ancora oggi. La risoluzione \u00e8 passata con <strong>123 voti a favore, 3 contrari e 52 astensioni<\/strong>. Il nuovo mondo avanza, mentre il vecchio ostinatamente lo rifiuta destinandosi a ripetere gli errori e gli orrori del passato. Il colonialismo non appartiene solo alla storia: continua a influenzare i rapporti economici, giuridici e politici del presente.<\/p>\n<p>La risoluzione \u00e8 stata presentata da decine di Paesi africani, caraibici e latinoamericani. Hanno chiesto scuse ufficiali, restituzione dei beni culturali, risarcimenti, giustizia riparativa. Il senso \u00e8 profondo, i crimini contro l&#8217;umanit\u00e0 non possono essere archiviati come se appartenessero a un altro mondo, perch\u00e9 le loro conseguenze strutturano ancora il mondo di oggi.<\/p>\n<p>La maggioranza dell&#8217;Assemblea ha votato a favore. Ma i tre paesi che hanno votato contro \u2013 Stati Uniti, Israele e Argentina \u2013 e i cinquantadue che si sono astenuti \u2013 tra cui tutte le principali nazioni con una storia compromessa sul piano colonialista, dall&#8217;Unione Europea al Regno Unito, dal Canada al Giappone \u2013 hanno motivato la loro posizione con tre argomenti giuridici: non bisogna creare gerarchie tra crimini contro l&#8217;umanit\u00e0; il diritto internazionale non \u00e8 retroattivo; non esiste un obbligo legale di risarcimento per fatti che all&#8217;epoca non erano formalmente illegali.<\/p>\n<p>Sono argomenti che sembrano tecnici, ma in realt\u00e0 sono profondamente politici e rivelano qualcosa di pi\u00f9: chi oggi rifiuta di fare i conti con la storia \u00e8 spesso lo stesso che, nel presente, sta riscrivendo le regole per produrre nuove forme di esclusione.<\/p>\n<p><strong>Dire che non si devono creare gerarchie tra crimini contro l&#8217;umanit\u00e0<\/strong> \u00e8 formalmente corretto, ma la tratta transatlantica e la schiavit\u00f9 razziale non furono solo una serie di crimini: furono un sistema giuridico ed economico mondiale durato quattro secoli, che ha organizzato la divisione del lavoro tra continenti, l&#8217;accumulazione di ricchezza, la costruzione degli Stati moderni e delle gerarchie razziali globali. Riconoscerne la specificit\u00e0 storica non significa stabilire una classifica del dolore, ma riconoscere la natura sistemica di quel crimine.<\/p>\n<p><strong>Dire che il diritto non \u00e8 retroattivo<\/strong> \u00e8 un principio fondamentale del diritto penale, pensato per proteggere gli individui da leggi arbitrarie, ma qui non si tratta di processare individui vissuti secoli fa. Si tratta di responsabilit\u00e0 storiche, economiche e politiche di Stati e istituzioni che esistono ancora oggi e che su quel sistema hanno costruito parte della propria ricchezza. Non si parla di retroattivit\u00e0 penale, ma di <strong>giustizia riparativa<\/strong>, che nella storia \u00e8 gi\u00e0 esistita in molti casi: dalle riparazioni pagate dalla Germania dopo il nazismo agli indennizzi per le vittime dell&#8217;apartheid.<\/p>\n<p><strong>Dire che non esiste un obbligo legale di risarcimento<\/strong> \u00e8 un&#8217;affermazione politicamente rivelatrice, perch\u00e9 il diritto internazionale non \u00e8 immutabile: cambia nel tempo, si costruisce attraverso trattati, sentenze, risoluzioni e rapporti di forza. Dire che non esiste un obbligo significa, in realt\u00e0, dire che non si vuole che quell&#8217;obbligo esista. \u00c8 una scelta politica presentata come necessit\u00e0 giuridica.<\/p>\n<p><strong>Il voto all&#8217;ONU, quindi, non \u00e8 stato solo un voto sul passato<\/strong>. <strong>\u00c8 stato un voto su come leggere il presente<\/strong>.<\/p>\n<p>Prendiamo l&#8217;Italia, che si \u00e8 astenuta come il resto dell&#8217;Unione Europea. Negli ultimi anni sono state introdotte norme che consentono di vietare l&#8217;ingresso di imbarcazioni in acque italiane in caso di &#8220;pressione migratoria eccezionale&#8221;. Ma quando l&#8217;eccezione diventa la regola, il diritto diventa discrezionale e la discrezionalit\u00e0 diventa sospensione permanente dei diritti. Le organizzazioni di soccorso nel Mediterraneo lo ripetono da anni: queste politiche non servono a gestire i flussi, servono a impedire i soccorsi. Il risultato? Aumentano i morti in mare.<\/p>\n<p>Dal 2014 a oggi, secondo le organizzazioni internazionali che monitorano le <strong>migrazioni<\/strong>, le persone morte o scomparse nel Mediterraneo sono decine di migliaia, ma il numero reale \u00e8 certamente molto pi\u00f9 alto, perch\u00e9 non si contano i corpi che restano in fondo al mare n\u00e9 le persone che muoiono nei centri di detenzione libici prima ancora di arrivare alla costa. E proprio in Libia l&#8217;Europa \u00e8 presente con finanziamenti, accordi, addestramento e motovedette. Negli ultimi anni organizzazioni giuridiche e gruppi di avvocati internazionali hanno presentato alla Corte Penale Internazionale denunce che accusano funzionari europei di complicit\u00e0 nei crimini contro i migranti detenuti in Libia: rapimenti, torture, stupri, lavoro forzato.<\/p>\n<p>Nel frattempo, sulla terraferma, dentro i confini dell&#8217;Unione Europea, esiste un altro sistema che \u00e8 assimilabile a una <strong>nuova forma di schiavit\u00f9: il caporalato<\/strong>. Non \u00e8 relegato in centri di detenzione libici, ma nelle campagne, nei capannoni, nei magazzini della grande distribuzione. In Italia centinaia di migliaia di lavoratori agricoli, in gran parte migranti, lavorano in condizioni di sfruttamento estremo: paghe da pochi euro l&#8217;ora, giornate di lavoro senza orari, alloggi degradati, dipendenza totale dal caporale per il trasporto, il cibo, perfino l&#8217;acqua. Secondo diverse stime, il lavoro irregolare e lo sfruttamento in agricoltura muovono ogni anno decine di miliardi di euro e costituiscono una parte strutturale di intere filiere produttive. Situazioni analoghe si riscontrano anche nell&#8217;edilizia, nella logistica, nel lavoro dei rider e dei facchini della grande distribuzione.<\/p>\n<p>Negli ultimi mesi, in Italia, il governo ha portato avanti una riforma della giustizia che molti magistrati e giuristi hanno interpretato come un tentativo di indebolire l&#8217;indipendenza dei pubblici ministeri, cio\u00e8 di coloro che indagano su corruzione, sfruttamento del lavoro e rapporti tra politica e interessi economici. Il referendum si \u00e8 tenuto il 22 e 23 marzo. La riforma \u00e8 stata bocciata. Non \u00e8 stato solo un voto tecnico sulla giustizia: \u00e8 stato anche un voto sul controllo di legalit\u00e0 in un Paese in cui le grandi inchieste su caporalato, appalti e sfruttamento toccano interessi economici enormi.<\/p>\n<p><strong>Il voto all&#8217;ONU, le astensioni occidentali, le politiche migratorie, la Libia, il caporalato, lo scontro sulla magistratura non sono fatti separati.<\/strong> La storia non cambia sostanza, cambia forma. E la parola &#8220;clandestino&#8221; \u00e8 la prova: serve oggi a fare ci\u00f2 che la legge coloniale faceva con altri nomi. La risoluzione dell&#8217;Assemblea Generale sancisce che la schiavit\u00f9 fu un sistema che trasform\u00f2 gli esseri umani in propriet\u00e0 e la violenza in norma. Oggi quella trasformazione non avviene pi\u00f9 attraverso il diritto di propriet\u00e0 sugli esseri umani, ma attraverso la produzione di persone senza diritti: il migrante che pu\u00f2 essere lasciato morire in mare, il lavoratore irregolare che pu\u00f2 essere sfruttato senza tutele, la solidariet\u00e0 che pu\u00f2 essere criminalizzata, la tortura che pu\u00f2 essere esternalizzata fuori dai confini geografici e giuridici.<\/p>\n<p>Ridurre la schiavit\u00f9 a un crimine \u00e8 limitante; fu un sistema economico, giuridico e politico globale. E quando un sistema produce masse di persone prive di diritti, ricattabili, sfruttabili, respingibili, detenibili senza garanzie, la domanda che la storia ci pone \u00e8 inevitabile: basta cambiare la forma di un sistema per dire che \u00e8 cambiata anche la logica su cui si regge?<\/p>\n<p>Scriveva Pier Paolo Pasolini: &#8220;La porta della storia \u00e8 una porta stretta: infilarsi dentro costa una spaventosa fatica; c&#8217;\u00e8 chi rinuncia e chi non rinuncia ma male e tira fuori il cric dal portabagagli e chi vuole entrarci a tutti i costi, a gomitate ma con dignit\u00e0&#8221;.<\/p>\n<p>Senza una <strong>riforma dell&#8217;ordine internazionale,<\/strong> la logica conseguenza dice che il passaggio non sar\u00e0 pacifico. E allora noi occidentali siamo sicuri di volerci assumere questa grave responsabilit\u00e0 storica?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il 25 marzo 2026 l&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che definisce la tratta transatlantica degli schiavi e la schiavit\u00f9 razziale degli africani come il pi\u00f9 grave crimine contro l&#8217;umanit\u00e0, per la sua scala, la sua 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