{"id":2686873,"date":"2026-03-22T20:40:50","date_gmt":"2026-03-22T20:40:50","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=2686873"},"modified":"2026-03-23T09:22:35","modified_gmt":"2026-03-23T09:22:35","slug":"le-nuove-gabbie-schiavistiche-del-capitalismo-neocoloniale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2026\/03\/le-nuove-gabbie-schiavistiche-del-capitalismo-neocoloniale\/","title":{"rendered":"Le nuove gabbie schiavistiche del dominio capitalistico neocoloniale"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"font-weight: 400;\">Invasione, criminalit\u00e0, sostituzione etnica sono l\u2019ossatura lessicale necessariamente ridondante che dietro la paura costruisce muri, frontiere, stati di polizia, economie del controllo, sudditanze, selezione sociale e determinazione della sopravvivenza. E\u2019 dentro questa forma immediatamente produttiva che assumono i linguaggi, sia che vivano come atto performante nella produzione di merci che in quella di relazioni sociali e quindi di soggetti, che il termine migrante sostituisce quello di immigrato perch\u00e9 nella sua declinazione assume il senso di transeunte, di passaggio quindi necessariamente privo (privato) di diritti, irregolare.\u00a0\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\" wp-image-2686904 alignleft\" src=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/9791255340980-1-212x300.jpg\" alt=\"\" width=\"314\" height=\"445\" srcset=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/9791255340980-1-212x300.jpg 212w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/9791255340980-1.jpg 664w\" sizes=\"auto, (max-width: 314px) 100vw, 314px\" \/><span>Nel suo pregevole testo Marco Antonio Pirrone (<\/span><a href=\"https:\/\/www.pmedizioni.it\/autore\/marco-antonio-pirrone\/\"><strong><em>Guerra ai migranti. Neoliberismo e neoschiavit\u00f9 nel XXI secolo<\/em>, PM Edizioni, 2025<\/strong>)<\/a>\u00a0<span>pone l\u2019accento sul fenomeno migrazioni attraverso la critica dell\u2019economia politica analizzandolo come elemento centrale della globalizzazione neoliberista, quindi all\u2019interno dei rapporti di classe del capitalismo globalizzato, ma anche frutto delle politiche coloniali del secolo scorso dalle quali proviene la <em>razzializzazione<\/em> della nuova divisione del lavoro, quindi parte di una classe che non scompare nel mondo globalizzato ma si trasforma e si riorganizza su scala transnazionale. Qui questa classe moltitudinaria si scontra con altri dispositivi quali i confini, la cittadinanza, la <em>razzializzazione<\/em> e la <em>sessualizzazione<\/em> producendo quella che Pirrone interpreta come una stratificazione globale del lavoro.\u00a0<\/span><span> Il migrante diventa cos\u00ec una complessa e paradigmatica figura del proletariato contemporaneo con un\u2019ulteriore problematicit\u00e0: \u00e8 giuridicamente e politicamente vulnerabile e, quindi, pi\u00f9 facilmente sfruttabile e pericolosamente intercambiabile. Intercambiabilit\u00e0 e selezione in ingresso significano spesso gravi infortuni e\/o morte (occultati) sul lavoro o morte ai confini, i pi\u00f9 letali dei quali sono il Messico e il Mediterraneo.<\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Le morti non sono quindi incidenti di percorso ma si caratterizzano come una delle forme pi\u00f9 crudeli attraverso le quali il capitale decide chi pu\u00f2 accedere ai \u201cprivilegi\u201d dell\u2019Occidente sviluppato. L\u2019autore, citando pi\u00f9 volte nel testo Mbembe e Palidda, parla infatti di <em>necropolitica<\/em> e <em>tanatopolitica<\/em> per definire il colpevole cinismo mascherato da negligenza con cui gli stati affrontano la questione: \u201cil confine\u2026 \u00e8 divenuto una delle forme privilegiate attraverso cui il capitalismo opera la distinzione tra le vite da valorizzare e le vite di scarto, tra corpi monetizzabili e corpi eccedenti\u201d(pp. 16\/17). <\/span><span style=\"font-weight: 400;\">Nei campi di concentramento libici non si fermano i migranti, si decide chi va e chi resta e forse, a seconda dell\u2019imbarcazione che viene fornita o delle condizioni meteo con cui parti, si decide anche chi vive e chi muore. E il Mediterraneo copre, insieme ai corpi senza nome, le responsabilit\u00e0 criminali degli stati. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Una nuova forma di schiavit\u00f9, certamente diversa da quella dei secoli precedenti ma anche qui e ora il migrante non \u00e8 padrone della sua vita n\u00e9, quando arriver\u00e0 a destinazione, del suo tempo. E\u2019 formalmente libero, come libero era il proletario all\u2019alba della rivoluzione industriale prima che il padrone non costruisse per lui una nuova gabbia: il salario, perch\u00e9 solo un uomo libero ma oppresso dalla povert\u00e0 pu\u00f2 vendere la sua forza lavoro come merce sul mercato. Ma la sua libert\u00e0 di movimento mantiene, in potenza, anche la possibilit\u00e0 di fuga e quindi deve essere disciplinata, governata: \u201cSalario e criminalizzazione della mobilit\u00e0 appaiono cos\u00ec come due lati della stessa medaglia: la necessit\u00e0 di governare e disciplinare la libert\u00e0 che il capitale non pu\u00f2 non generare\u201d(p.19).<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Parliamo quindi della costruzione di un moderno esercito industriale di riserva volto a mantenere pi\u00f9 basso possibile il costo della forza-lavoro ma con una differenza cruciale rispetto al passato, la vulnerabilit\u00e0 del migrante \u00e8 prodotta attivamente da dispositivi politici come i confini, le leggi sull\u2019immigrazione e la precariet\u00e0 giuridica. Non si tratta quindi solo di una funzione economica ma di una costruzione istituzionale della subordinazione. E il concetto di neoschiavit\u00f9 va letto proprio in chiave di classe, non indica un ritorno a fasi precedenti ma una radicalizzazione dello sfruttamento dentro il capitalismo contemporaneo. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Il lavoro migrante quindi, rappresenta una sorta di zona limite del capitalismo dove bassi salari, ricattabilit\u00e0 legale, invisibilit\u00e0 e marginalizzazione sociale producono condizioni di lavoro estremamente asimmetriche dove la subalternit\u00e0 si manifesta nella sua forma pi\u00f9 dura: l\u2019assenza di tutele e di potere contrattuale. Ma rappresenta anche la fine dell\u2019illusione che un mondo globalizzato potesse eliminare le disuguaglianze geosociali e le discriminazioni etniche, anzi semmai l\u2019estrattivismo capitalista ha occupato nuove aree e ne ha devastato natura e relazioni sociali. Questa invasivit\u00e0 del capitale e la conseguente dimensione globale della classe viene rafforzata dalla teoria del Sistema mondo di Wallerstein, uno dei modelli analizzati da Pirrone, in cui il capitale organizza il lavoro su scala planetaria distinguendo tra centro e periferia. Le migrazioni rappresentano il movimento della forza lavoro dalla periferia al centro, ma non in condizioni di uguaglianza: i migranti vengono inseriti in segmenti subordinati del mercato del lavoro.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Le migrazioni contemporanee sono spesso il risultato di processi di impoverimento, guerre e disuguaglianze prodotte dal capitalismo globale e le \u201cscienze delle migrazioni\u201d, criticate dall\u2019autore, definiscono i migranti al tempo stesso come prodotti di tali processi e risorse funzionali al sistema economico in quanto forza lavoro flessibile e a basso costo. Anche demografia e disastri ambientali legati al riscaldamento globale vengono utilizzati come parametri oggettivi che fungono da spinta per milioni di persone, ma tutti questi studi mostrano secondo Pirrone un limite confermato dai dati che ci illustrano come il fenomeno negli ultimi 65 anni non abbia subito grandi variazioni numeriche in relazione al numero totale degli abitanti del pianeta, che la maggior parte delle migrazioni avviene all\u2019interno delle nazioni di provenienza (e questo vale anche per l\u2019Italia) e che meno della met\u00e0 dei circa 300 milioni di migranti nel 2024 si \u00e8 diretto verso l\u2019Europa o l\u2019America settentrionale con buona pace degli allarmismi e della retorica securitaria con cui\u00a0 USA ed Europa giustificano politiche migratorie particolarmente restrittive. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Un altro luogo comune delle narrazioni ufficiali sfatato dall\u2019analisi dei dati operata dall\u2019autore, \u00e8 quello che le donne sono una minoranza, una componente accessoria delle dinamiche migratorie. Le donne sono circa il 48% del totale dei migranti e hanno spesso assunto il ruolo di guida prendendo in prima persona la decisione di partire. Esse hanno un accesso al reddito pari a quello degli uomini avendo praticamente monopolizzato settori come il tessile, quello della cura o del lavoro domestico configurandosi come i soggetti di una nuova divisione transnazionale del lavoro femminile. Chiaro che l\u2019accesso al reddito non emancipa e non elimina, anzi rafforza, le dinamiche di sfruttamento e ricatto anche sessuale che le migranti subiscono, determina casomai una flessibilizzazione spesso assolutamente priva di regole che ci fa parlare oggi di femminilizzazione del lavoro <em>tout court <\/em>(cfr. Cristina Morini, <em>La <\/em><em>femminilizzazione del lavoro nel capitalismo cognitivo,<\/em> in AA.VV<em>., Occupare l\u2019utopia,<\/em> Multimage,2025).\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Ma spesso sono proprio le donne a gestire le reti cui fanno riferimento i nuovi arrivati o coloro che decidono di partire operando nella quotidianit\u00e0 un percorso di creazione del comune che tendenzialmente va oltre la colonizzazione culturale del neoliberismo. <\/span><span style=\"font-weight: 400;\">D\u2019altronde la politicit\u00e0 del testo di Pirrone sta proprio nell\u2019affermare la potenziale soggettivazione del migrante: migrare non \u00e8 solo fuga o disperazione, \u00e8 anche e soprattutto una scelta, una strategia, un atto di rifiuto. E\u2019 l\u2019<em>agency<\/em> che, pur nelle condizioni pi\u00f9 oppressive, pu\u00f2 determinare una spinta alla lotta e alla soggettivazione. Tuttavia le condizioni di ricattabilit\u00e0, lo <em>status giuridico<\/em>, l\u2019appartenenza etnica producono una classe complessa, differenziata che il <em>mainstream<\/em> cerca di rendere conflittuale al suo interno alimentando pulsioni razziste. Da qui il messaggio che caratterizza questo testo come un importante contributo al dibattito sulla formazione di una soggettivit\u00e0 necessariamente molteplice e antagonista: rifondare \u201cun internazionalismo delle pratiche capace di unire lotte locali e transnazionali, di articolare alleanze tra migranti e autoctoni, di riconoscere che nella libert\u00e0 di movimento si gioca oggi una posta fondamentale della lotta di classe\u201d. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Il libro, insomma, si rivela uno strumento agile, scevro da un linguaggio accademico, e proprio per questo adatto a circolare tra gli studenti del dipartimento di scienze sociali ma non solo; un testo propositivo che rinnova la necessit\u00e0 di procedere nella rifondazione della politica a partire dall\u2019analisi sociale della molteplicit\u00e0 dei soggetti e delle intersezionalit\u00e0 possibili senza alcuna pretesa di <em>reductio ad unum<\/em>.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Invasione, criminalit\u00e0, sostituzione etnica sono l\u2019ossatura lessicale necessariamente ridondante che dietro la paura costruisce muri, frontiere, stati di polizia, economie del controllo, sudditanze, selezione sociale e determinazione della sopravvivenza. 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