{"id":2675964,"date":"2026-02-12T17:49:46","date_gmt":"2026-02-12T17:49:46","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=2675964"},"modified":"2026-02-12T17:51:24","modified_gmt":"2026-02-12T17:51:24","slug":"palestina-resistere-sulla-terra-intervista-a-mauro-van-aken-prima-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2026\/02\/palestina-resistere-sulla-terra-intervista-a-mauro-van-aken-prima-parte\/","title":{"rendered":"Palestina, resistere sulla terra. Intervista a Mauro Van Aken. Prima parte"},"content":{"rendered":"<p><em>Possiamo scegliere chi boicottare e limitare la nostra partecipazione alla societ\u00e0 dei consumi, ma non possiamo smettere di dipendere dal miglior offerente nel procurarci la nostra razione di cibo quotidiano. Dal momento in cui abbiamo abbandonato l\u2019agri-cultura locale, abbiamo anche rinunciato a esercitare il nostro diritto di sovranit\u00e0 alimentare. Completamente assorti nella ricerca di realizzazione della nostra individualit\u00e0, ci siamo estraniati dal nostro ecosistema naturale fatto di terra, aria, uomini e animali. Nel frattempo, in altri luoghi intere comunit\u00e0 hanno fatto della resistenza agricola una questione non solo di sopravvivenza, ma anche di sovranit\u00e0, ne hanno fatto una questione politica.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00c8 partendo da qui che ho voluto incontrare Mauro Van Aken, ricercatore in antropologia culturale presso l\u2019Universit\u00e0 Milano-Bicocca. Mauro ha fatto ricerca sul campo nel nord del Pakistan, in Giordania e nei Territori Palestinesi, in Egitto e in Italia sulle relazioni tra culture e ambienti e io, come molti, vorrei capire come si fa a resistere sulla Terra.<\/em><\/p>\n<p><strong>Mauro, ho l\u2019impressione che aver abbandonato il lavoro agricolo ci abbia impoveriti, abbia impoverito la nostra identit\u00e0 e la nostra forza. Partiamo da qui? Mi spiego, lavorare la terra richiede la partecipazione di una famiglia o di una collettivit\u00e0 che <\/strong><strong>realizza <\/strong><strong>il raccolto. Le patate, ad esempio, si seminano e raccolgono insieme perch\u00e9 altrimenti non si riesce a produrne una quantit\u00e0 sufficiente per provvedere alla famiglia.<\/strong><\/p>\n<p>Tutte le dimensioni ambientali, che si abbia a che fare con l\u2019acqua, con i semi, o con la terra, sono sempre state sistemi di gestione comune, sistemi sociali e giuridici molto flessibili ai cambiamenti. Ti faccio l\u2019esempio dei due grossi sistemi nel modo di pensare quelli che noi chiamiamo beni comuni attorno all\u2019agricoltura e alla pastorizia in Palestina. La terra era legata a una funzione politica della comunit\u00e0, che era la trib\u00f9 e ogni cinque anni, a volte sei, i terreni venivano ridistribuiti affinch\u00e9 ognuno potesse godere delle diverse qualit\u00e0 della terra e della diversa vicinanza all\u2019acqua. Il sistema <em>musha<\/em> era un sistema classico per ridistribuire l\u2019ineguaglianza e non permettere individualizzazioni, privatizzazioni &#8211; bench\u00e9 fossero compresenti &#8211; in un contesto arido dove la produzione agricola era legata ad un\u2019economia morale, al sapere che solo insieme si potevano unire le risorse, distribuirle e ridurre i rischi.<\/p>\n<p>Ci sono ancora delle tracce di <em>musha<\/em> in Cisgiordania e in Giordania, ma rimangono nella gestione dell\u2019acqua. A Battir, per esempio, nella regione di Betlemme dove ho lavorato, la settimana per irrigare \u00e8 di otto giorni perch\u00e9 otto sono le trib\u00f9 e di otto \u00e8 la struttura di distribuzione della gestione comune che fa capo a un mediatore dell\u2019acqua.<\/p>\n<p><strong>Un mediatore dell\u2019acqua? <\/strong><\/p>\n<p>Una sorta di sindaco dell\u2019acqua. In quel caso \u00e8 rimasto, tanto pi\u00f9 con gli sconvolgimenti dell\u2019occupazione, come legame fondamentale nel dire: dove c\u2019\u00e8 una sorgente, l\u2019acqua \u00e8 comune. Essendo otto le trib\u00f9 che posseggono ancora terreni che non sono stati sottratti \u00e8 rimasta la distribuzione in otto giorni; a sua volta ogni trib\u00f9 la suddivide all\u2019interno dei propri lignaggi o famiglie estese. Questo permette forme di scambio, mutualismo, autogestione, rafforza le dimensioni comunitarie e nello stesso tempo \u00e8 un modo per risolvere i conflitti comunitari.<\/p>\n<p><strong>E questo vale anche per la terra?<\/strong><\/p>\n<p>Il sistema <em>musha <\/em>di gestione della terra \u00e8 stato il grande nemico del mandato britannico prima e del sistema di modernizzazione poi, cos\u00ec come negli altri sistemi mediorientali.<\/p>\n<p><strong>Perch\u00e9?<\/strong><\/p>\n<p>Perch\u00e9 si voleva inserire la propriet\u00e0 privata, che era il sistema idealizzato per incrementare la produttivit\u00e0 su modello industriale, e l\u00ec c\u2019\u00e8 un altro scarto, cio\u00e8 l\u2019idea che introduce la natura come qualcosa di separato, tutto d\u2019un tratto diventa natura da sfruttare. \u00c8 un processo nato soprattutto nelle frontiere coloniali, nato nell\u2019incontro, nell\u2019accumulazione e nell\u2019estrazione altrui, distruggendo altri sistemi di sapere e di forme di relazione ambientale.<\/p>\n<p>Gli orti in cui ho lavorato, <em>habbala<\/em>, cio\u00e8 i terreni per produrre soprattutto il cibo per la famiglia, in un contesto dove la terra \u00e8 diventata esproprio continuo diventano centrali per la sussistenza di chi \u00e8 rimasto.<\/p>\n<p>Vicino a Betlemme, a Battir, hanno ancora il controllo della terra, ci sono tantissimi terreni che fanno parte di un bacino riconosciuto dall\u2019UNESCO perch\u00e9 ha una rete idrica risalente agli antichi romani. \u00c8 un paesaggio immateriale antichissimo, immateriale perch\u00e9 una rete irrigua si costruisce anche come saperi. Ma un terzo \u00e8 in via di esproprio, eppure, nonostante questo, un anziano agricoltore mi diceva: \u201cIo qua sono libero\u201d. Era l\u2019unico luogo in cui si sentiva libero nonostante a 200 metri ci fosse una telecamera israeliana fissa.<\/p>\n<p>I territori occupati sono obbligati a importare cibo israeliano e i palestinesi sono stati i primi consumatori, in termini di fatturato, di cibo, semenze, tecnologie israeliane e via dicendo. Ma allo stesso tempo, quella libert\u00e0 di cui parlava l\u2019anziano agricoltore di Battir \u00e8 il poter avere l\u2019autonomia dei propri gusti, di ci\u00f2 che \u00e8 importante mangiare, di ci\u00f2 di cui ci si nutre e dei saperi che resistono sulla terra. Questo \u00e8 cruciale: resistere sulla terra vuol dire tante cose, ma l\u00ec ha a che fare con quel tipo di colonialismo che, soprattutto negli ultimi trent\u2019anni e in forme molto <em>high-tech<\/em>, ha giustificato la violenza in nome del <em>Green<\/em>, in nome della protezione ecologica. Se vuoi ti faccio alcuni esempi.<\/p>\n<p><strong>S\u00ec, certo.<\/strong><\/p>\n<p>Nella costruzione di Israele, soprattutto nell\u2019occupazione del \u201967, tanto si \u00e8 giocato sulla dimensione totemica degli alberi.<\/p>\n<p><strong>Ovvero?<\/strong><\/p>\n<p>Nel \u201948 tutto l\u2019apparato forestale \u00e8 stato cruciale per Israele, a livello politico, di costruzione di memorie e di identit\u00e0, perch\u00e9 permetteva a una popolazione che aveva pochi contadini di radicarsi in un contesto nuovo riproducendo un ambiente conosciuto, che era quello europeo, in un contesto semi arido. \u00c8 stato centrale in tutte le ritualit\u00e0, anche in quelle diventate poi sioniste, cio\u00e8 di costruzione di uno Stato nazionale, all\u2019interno di due miti, due classici coloniali: \u201cuna terra senza popolo per un popolo senza terra\u201d (invece il popolo c\u2019era, con i suoi saperi) e \u201cfar fiorire un deserto\u201d &#8211; un\u2019invenzione del deserto, in una visione tipicamente occidentale che vede nel deserto un vuoto. Ma non c\u2019era deserto, c\u2019erano aree che potremmo definire ecologicamente desertiche, ma la maggior parte erano zone aride e semi aride vicino a dove \u00e8 nata l\u2019agricoltura 12.000 anni fa e dove si \u00e8 mangiato e dato da mangiare a tutti i monoteismi, politeismi, religioni, pellegrini e commercianti che sono passati da quelle parti. L\u00ec si \u00e8 fatto tanto da mangiare e c\u2019\u00e8 tanta esperienza di cibo.<\/p>\n<p>La pineta \u00e8 totemica perch\u00e9 permetteva di nascondere il paesaggio palestinese, i villaggi distrutti, l\u2019architettura ottomana, di coprire propriet\u00e0 o di impossessarsene. Inoltre la pineta non permette pascolo, acidifica il suolo e toglie spazio di pascolo a chi si muove liberamente &#8211; perch\u00e9 i palestinesi sono agro-pastorali di origine. \u00c8 per questo che l\u2019ulivo, che \u00e8 sempre stato cruciale l\u00ec come in tutta l\u2019area mediterranea, diventa totemico per i palestinesi. L\u2019unica cosa che Israele riconosce in caso di esproprio di terra \u00e8 una legge ottomana che stabilisce che se nella propriet\u00e0 c\u2019\u00e8 un albero di ulivo di almeno otto anni, il contadino espropriato pu\u00f2 fare appello alla Corte militare, altrimenti non pu\u00f2 fare neanche appello. E questa \u00e8 la ragione per cui in questi orti, in mezzo alle melanzane, ci sono spesso degli ulivi messi l\u00ec come ancore giuridiche.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-2675967 size-full\" src=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/Agricoltura-difensiva-piantumazione-di-giovane-ulivo-tra-le-melanzane_Foto-di-Mauro-Van-Aken.jpeg\" alt=\"\" width=\"1280\" height=\"850\" srcset=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/Agricoltura-difensiva-piantumazione-di-giovane-ulivo-tra-le-melanzane_Foto-di-Mauro-Van-Aken.jpeg 1280w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/Agricoltura-difensiva-piantumazione-di-giovane-ulivo-tra-le-melanzane_Foto-di-Mauro-Van-Aken-300x199.jpeg 300w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/Agricoltura-difensiva-piantumazione-di-giovane-ulivo-tra-le-melanzane_Foto-di-Mauro-Van-Aken-820x545.jpeg 820w\" sizes=\"auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px\" \/><\/p>\n<p><em>Agricoltura difensiva: piantumazione di giovane ulivo tra le melanzane. Foto di Mauro Van Aken<\/em><\/p>\n<p>La pineta permette di naturalizzare il contesto, un contesto di incredibile violenza ed esproprio continuo, lo naturalizza nel nome del <em>Green<\/em>. Mi ricordo un\u2019intervista a Prodi di un anno fa, in cui diceva: \u201cChe belle le foreste quando andavamo a visitare i <em>kibbutzim!<\/em>\u201d Mostra molto bene l\u2019effetto, permette di dire: \u201cAh che bel bosco, che bella foresta di pini, stanno effettivamente verdizzando.\u201d In realt\u00e0 \u00e8 un esproprio di terra, un esproprio violento del contesto locale ed \u00e8 per questo che l\u2019agricoltura diventa cos\u00ec politica. Ma non \u00e8 sempre stato cos\u00ec. Fui molto stupito e affascinato nello scoprire il testo di un agronomo polacco, El Ezari Vulcani, poi diventato un\u2019icona nazionale israeliana.<\/p>\n<p>La cosa interessante \u00e8 che Vulcani gi\u00e0 negli anni \u201920 del secolo scorso lavorava con i <em>fellahin<\/em>, con i contadini palestinesi a sud di Tel Aviv. Per lui erano primitivi e in quanto tali meno sapienti, i loro saperi andavano sostituiti, ma comunque restavano i discendenti della popolazione biblica. La cosa curiosa \u00e8 che a un certo punto si sente obbligato a scrivere un libro, <em>The Fellah Farm <\/em>(Vulcani, 1930), sulla modalit\u00e0 contadina dei <em>fellahin<\/em>, ed \u00e8 tutto dedicato a questo, da un lato a dire che non hanno questo e non hanno quello, un classico che si gioca in contrapposizione, dall\u2019altro allo scoprire con termini antichi tutta l\u2019agro-ecologia contemporanea. Il discorso era improntato sul come produrre cibo in un contesto con cos\u00ec poca acqua ed \u00e8 tutto un dettaglio e un elogio della incredibile conoscenza locale: hanno poco, ma rendono il massimo, riciclano, fanno circolare tutto. E molto chiaramente scriveva: \u201cNon possiamo perdere questi saperi\u201d &#8211; ma non riferendosi ai saperi e basta, intendeva proprio: non possiamo perdere loro. Anche se in modo gerarchico, Vulcani vedeva dei saperi, anzi, ne era stupito. Poi tutto ci\u00f2 che ai tempi era interconnessione, conoscenza dell\u2019altro, verr\u00e0 censurato, l\u2019altro non va conosciuto. Questa \u00e8 stata l\u2019architettura dell\u2019occupazione che ha permesso di disumanizzare l\u2019altro e soprattutto di non riconoscere i saperi che l\u2019altro ha raccolto.<\/p>\n<p>\u00c8 un esempio che faccio per dire che quei saperi sono giocati su acqua e semenze, semenze <em>baali<\/em> (antiche semenze irrigue) che ho riscoperto nella loro capacit\u00e0 di esserci e di farsi filiere informali, tanto che gi\u00e0 quindici anni fa c\u2019era un risveglio locale: queste semenze tornavano sul mercato e nelle banche dei semi, tornava l\u2019idea di preservarle perch\u00e9 sono semenze soprattutto non irrigue, diventate icone del fare agricoltura di resistenza, in una forma di resistenza <em>sumud<\/em> (resistenza nonviolenta) giocata sui saperi locali, sul permanere sulla terra, che non \u00e8 semplicemente stare sulla terra, ma che \u00e8 giocata su antiche tecniche. Sono semenze piovane selezionate con saperi specifici su come piantarle, come ararle, come abbeverarle, come trattenere l\u2019umidit\u00e0. Sono chiamate semenze <em>baali<\/em> e tutto ci\u00f2 che \u00e8 <em>baali <\/em>si rif\u00e0 all\u2019antica divinit\u00e0 politeista Baal, che era il dio della tempesta e significava saper leggere il tempo oltre che una forza che arrivava, una forza sperata. L\u00ec si sa che la pioggia arriva, ma che poi se ne va e non arriva pi\u00f9 e arriva in un periodo invernale che non a caso, in palestinese, si dice <em>shitta,<\/em> che vuol dire tanto inverno quanto pioggia, perch\u00e9 \u00e8 il periodo centrale.<\/p>\n<p><strong>Centrale per fare cosa? <\/strong><\/p>\n<p>Se si fa cibo, per raccogliere pi\u00f9 acqua possibile e per avere semenze che si abbeverano innanzitutto di quella pioggia, semenze piovane &#8211; tutto ci\u00f2 che in tutto il mondo \u00e8 stato sostituito dall\u2019agricoltura industriale irrigua, pensata con un\u2019idea di acqua infinita.<\/p>\n<p>Quelle sono le semenze che ho ritrovato, le tenevano in saccoccia o a casa. Sono chiamate anche semenze <em>baladii<\/em>, il termine \u00e8 polisemico e ha un significato molto forte, tanto pi\u00f9 in quel contesto. <em>Balad<\/em> vuole dire il mio villaggio<em>, balad<\/em> per\u00f2 diventa patria in un contesto dove \u00e8 impossibile avere una patria, vuol dire locale. I semi <em>baladii<\/em> sono quindi spesso semi<em> baali<\/em>, esposti a qualcosa &#8211; anche i terreni si chiamano<em> baali<\/em> &#8211; \u00e8 come se guardassero Baal, guardano un\u2019attivit\u00e0, un agente che bisogna saper leggere bene. Attaccato a quelle semenze c\u2019\u00e8 un antico calendario atmosferico che si chiama <em>al-murba\u2019nia<\/em>, una calendarizzazione in quattro fasi degli ultimi 50 giorni dell\u2019inverno\/pioggia, il periodo cruciale. E cruciale \u00e8 saper leggere quando parte per farsi trovare pronti, aver gi\u00e0 lavorato il terreno, aver gi\u00e0 seminato. In questo modo l\u2019agricoltore non si pensa unico autore del proprio fare campo imprenditoriale, ma sa che si \u00e8 esposti all\u2019atmosfera, ad altri agenti. Questo \u00e8 tipico di tantissime modalit\u00e0 di acclimatarsi, di rendere familiare il tempo atmosferico e le incertezze, qualcosa che non \u00e8 una nostra forza, di cui non siamo noi gli attori.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Possiamo scegliere chi boicottare e limitare la nostra partecipazione alla societ\u00e0 dei consumi, ma non possiamo smettere di dipendere dal miglior offerente nel procurarci la nostra razione di cibo quotidiano. 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