{"id":2667819,"date":"2026-01-14T21:45:25","date_gmt":"2026-01-14T21:45:25","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=2667819"},"modified":"2026-01-15T08:48:56","modified_gmt":"2026-01-15T08:48:56","slug":"gli-iraniani-chiedono-un-altro-paese-non-uno-scia-al-posto-degli-ayatollah","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2026\/01\/gli-iraniani-chiedono-un-altro-paese-non-uno-scia-al-posto-degli-ayatollah\/","title":{"rendered":"Gli iraniani chiedono un altro Paese, non uno sci\u00e0 al posto degli ayatollah"},"content":{"rendered":"<p>Scrivere mentre i fatti ci sfuggono, mentre una carneficina di cui ignoriamo quasi tutto, perfino i numeri, si sta consumando in tutto il Paese, \u00e8 un limite. Ed \u00e8 proprio da qui che bisogna partire.<\/p>\n<p>Per capire perch\u00e9 l\u2019Iran sia arrivato a questo punto occorre anzitutto ricordare che l\u2019Iran \u00e8 la forma contemporanea di una civilt\u00e0 millenaria: l\u2019erede di quella Persia che per secoli ha governato la pluralit\u00e0 \u2013 popoli, lingue, religioni, territori vastissimi \u2013 non attraverso l\u2019uniformit\u00e0, ma mediante un\u2019idea complessa di ordine. Ancora oggi l\u2019Iran \u00e8 questo: un mosaico antico e stratificato, che resiste alle semplificazioni e rifiuta di essere letto secondo schemi binari. O peggio, secondo i clich\u00e9 che Edward Said ha smascherato in Orientalismo, mostrando come l\u2019Oriente venga sistematicamente ridotto a oggetto, mai riconosciuto come soggetto storico.<\/p>\n<p>\u00c8 da qui che occorre partire per comprendere ci\u00f2 che accade. Non dalla cronaca frammentaria, oggi quasi impossibile a causa del blackout informativo, ma dalla lunga durata. Perch\u00e9 ci\u00f2 che si muove in Iran non \u00e8 una protesta occasionale n\u00e9 l\u2019ennesimo tentativo di sostituire un potere con un altro. \u00c8 una frattura pi\u00f9 profonda: il popolo iraniano non sta chiedendo uno sci\u00e0 al posto degli ayatollah, sta chiedendo un Paese diverso. Questo punto \u00e8 essenziale. Uno degli equivoci pi\u00f9 ricorrenti, in Occidente come in parte della diaspora, \u00e8 leggere la crisi iraniana come una scelta tra due modelli falliti: la monarchia autoritaria del passato e la teocrazia repressiva del presente. Ma per la societ\u00e0 iraniana questo non \u00e8 un bivio: \u00e8 un vicolo cieco gi\u00e0 percorso.<\/p>\n<p>Quella in corso \u00e8 una rivendicazione che non nasce nei salotti dell\u2019opposizione in esilio, n\u00e9 nei calcoli geopolitici delle potenze straniere, pur in presenza di ingerenze e infiltrazioni dichiarate da pi\u00f9 servizi di intelligence. Emerge dal basso, dai luoghi del lavoro e della sopravvivenza quotidiana. Una dichiarazione del Sindacato dei Lavoratori di Teheran e della Compagnia degli Autobus Suburbani ha messo in guardia contro ogni scorciatoia salvifica: \u00abLa via per la liberazione non passa attraverso la guida di un leader insediato al di sopra del popolo, n\u00e9 affidandosi a potenze straniere\u00bb. \u00c8 una presa di posizione netta, che chiarisce un punto spesso rimosso nel dibattito occidentale: la richiesta di un altro Paese non coincide con l\u2019attesa di una nuova figura forte al comando, n\u00e9 con la delega a interessi esterni.<\/p>\n<h3 class=\"western\">In Iran \u00e8 vivo il ricordo di Mossadeq, presidente laico rovesciato nel 1953 dagli anglo-americani<\/h3>\n<p>\u00abIn Iran nessuno ha dimenticato Mohammad Mossadeq, il primo ministro democraticamente eletto di uno Stato laico, rovesciato nel 1953 da un colpo di Stato anglo-americano dopo la nazionalizzazione del petrolio\u00bb, osserva Giancarlo Vianello, filosofo e antropologo, esperto di storia islamica e dinamiche transculturali. \u00abFu sostituito dallo Shah Reza Pahlavi, una marionetta nelle mani degli interessi petroliferi anglo-americani, che avvi\u00f2 una secolarizzazione violenta della societ\u00e0, imponendo modelli di vita estranei all\u2019identit\u00e0 nazionale, fino a proibire l\u2019uso del velo. Govern\u00f2 soprattutto attraverso la Savak, una polizia segreta feroce e corrotta che taglieggiava i bazar. Alla fine, nel 1979, una rivolta popolare port\u00f2 al potere il clero sciita\u00bb. Quella ferita non \u00e8 un capitolo chiuso, ma \u00abil trauma fondativo di una diffidenza strutturale verso ogni ipotesi di regime change imposto dall\u2019esterno. Un fantasma tossico che attraversa trasversalmente la societ\u00e0, anche tra chi oggi contesta duramente il potere del clero\u00bb.<\/p>\n<p>A questa memoria se ne aggiunge un\u2019altra, altrettanto incancellabile: la guerra con l\u2019Iraq di Saddam Hussein, incoraggiata e sostenuta dalle potenze occidentali. \u00abIl ricordo di quella guerra non \u00e8 un riferimento astratto\u00bb, prosegue Vianello. \u00abOtto anni di conflitto, centinaia di migliaia di morti, l\u2019uso di armi chimiche contro la popolazione civile, il sostegno occidentale a Saddam Hussein: tutto questo ha inciso profondamente nella coscienza collettiva. \u00c8 da l\u00ec che nasce la convinzione, ancora diffusa, che l\u2019ingerenza esterna non produca libert\u00e0, ma distruzione\u00bb.<\/p>\n<p>Una convinzione che ha continuato a operare come freno contro ogni ipotesi di collasso improvviso dello Stato. Ma che oggi non basta pi\u00f9 a garantire obbedienza.<\/p>\n<p>Le rivolte che attraversano l\u2019Iran non possono tuttavia essere ridotte a una manovra eterodiretta. Farlo significherebbe non cogliere il punto di rottura che si \u00e8 aperto: questa volta non si tratta di scegliere chi governa il Paese, ma di capire se l\u2019Iran, cos\u00ec com\u2019\u00e8, sia ancora governabile. \u00abNon c\u2019\u00e8 un fronte allineato a potenze ostili\u00bb, osserva Vianello, \u00abma una costellazione di domande che non trovano pi\u00f9 risposta. Questo non significa che, al di l\u00e0 del desiderio di maggiore libert\u00e0, gli iraniani siano disposti ad appoggiare un tentativo coloniale da parte di nemici storici, dei cui crimini contro la loro patria sono pienamente consapevoli\u00bb.<\/p>\n<h3 class=\"western\">Il ruolo fondamentale del movimento \u201cDonna Vita Libert\u00e0\u201d<\/h3>\n<p>In questo quadro si colloca il movimento \u201cDonna, Vita, Libert\u00e0\u201d, che rende plasticamente visibile la rottura: una rottura antropologica prima ancora che politica. \u00ab\u00c8 un movimento molto influente,\u00bb spiega Vianello. \u00abLa richiesta di liberarsi della polizia morale e dei basiji \u2013 violenti e corrotti \u2013 \u00e8 centrale. Sono quelli del \u201csorella, aggiustati il velo\u201d, che chiedono il certificato di matrimonio se vedono una coppia tenersi per mano e che sono disposti a sorvolare dietro pagamento\u00bb. Vale inoltre la pena ricordare che l\u2019Iran non \u00e8 una societ\u00e0 misogina: nelle facolt\u00e0 scientifiche il 68% degli studenti sono donne. Negli ultimi mesi, pur mantenendo formalmente la legge sul velo, le autorit\u00e0 hanno ammesso l\u2019impossibilit\u00e0 di farla rispettare. Anche questo \u00e8 un segnale di rottura.<\/p>\n<p>Anche le analisi pi\u00f9 attente della stampa internazionale convergono in questa direzione. In un\u2019analisi pubblicata su The Guardian si sottolinea come le proteste in corso non implichino affatto un consenso diffuso per il ritorno alla monarchia. Sebbene in alcune manifestazioni compaiano simboli monarchici e il nome di Reza Pahlavi venga talvolta evocato, non esiste un movimento unificato n\u00e9 una base popolare solida a sostegno di una restaurazione. La protesta \u00e8 frammentata, attraversata da domande che vanno ben oltre il passato monarchico e mirano piuttosto alla fine della corruzione, della repressione e dell\u2019impasse strutturale del sistema politico. In altre parole: molti iraniani cercano altro, non un ritorno indietro.<\/p>\n<p>\u00abLe ragioni delle rivolte sono interne, plurali, spesso contraddittorie\u00bb, spiega Vianello. \u00abNon nascono da un unico soggetto sociale. Hanno coagulato diverse istanze e sono state causate da una grave crisi economica e finanziaria, dovuta alle sanzioni, a una cattiva amministrazione, a una forte corruzione, ma soprattutto a una politica estera velleitaria. A seguito della svalutazione di circa il 40% del rial si \u00e8 prodotta una spinta inflattiva difficilmente sopportabile per la popolazione e una conseguente crisi del commercio. Non a caso le proteste sono iniziate nei bazar. Da l\u00ec si sono estese ai giovani, soffocati da un sistema che non offre futuro, e alle donne, che da anni sfidano apertamente l\u2019apparato repressivo della polizia morale e dei basiji, simbolo di un controllo degenerato in arbitrio\u00bb.<\/p>\n<p>Questa pluralit\u00e0 di istanze esprime una domanda pi\u00f9 radicale: la fine di un sistema che governa ormai quasi esclusivamente attraverso la repressione. Arresti, torture ed esecuzioni hanno sostituito ogni forma di consenso. Le elezioni del 2024, con un\u2019affluenza ridotta a una percentuale simbolica, hanno sancito la rottura definitiva tra Stato e societ\u00e0.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 proprio qui che emerge un altro elemento decisivo: la paura del caos. Non come propaganda del regime, ma come deterrente reale. \u00abLa paura di una guerra civile, di una frammentazione etnica e di una destabilizzazione generale non \u00e8 un\u2019invenzione,\u00bb avverte Vianello. \u00ab\u00c8 una consapevolezza diffusa nella societ\u00e0 iraniana, alimentata dalla storia recente della regione. Molti sanno che la caduta improvvisa dell\u2019attuale assetto potrebbe aprire uno scenario incontrollabile, con conseguenze devastanti per l\u2019intera area\u00bb.<\/p>\n<p>\u00c8 una paura lucida, non ingenua, che convive con la rabbia e con la disperazione. \u00c8 evidente per\u00f2 che qualcosa si sia incrinato: quando un popolo arriva a sfidare uno Stato sapendo che potrebbe non sopravvivere allo scontro, significa che il patto di sopravvivenza \u00e8 gi\u00e0 stato infranto. Non si tratta pi\u00f9 di riformare il sistema, n\u00e9 di restaurare un passato mitizzato, ma di decidere se continuare a esistere come societ\u00e0 politica o ridursi a una comunit\u00e0 tenuta insieme solo dal terrore.<\/p>\n<p>A ricordare che questa frattura non pu\u00f2 essere risolta n\u00e9 con bombardamenti \u201cumanitari\u201d n\u00e9 con restaurazioni immaginarie \u2013 nonostante l\u2019insistenza di Reza Pahlavi, ipotesi non solo largamente impopolare in Iran, ma per giunta priva di reale radicamento \u2013 \u00e8 intervenuta anche l\u2019Associazione degli Scrittori Iraniani, invitando alla massima cautela verso le \u201csoluzioni imposte dall\u2019esterno\u201d: \u00abLa libert\u00e0 non cadr\u00e0 certo dal cielo con bombe e missili di potenze predatorie. Coloro che si sono ribellati allo status quo mantenendo la propria indipendenza dagli sfruttatori nazionali e stranieri non devono aspettarsi la ripetizione di un passato immaginario e dei suoi araldi, n\u00e9 falsi riformatori\u00bb.<\/p>\n<p>\u00c8 forse qui il nodo ultimo di ci\u00f2 che sta accadendo in Iran: un popolo che rifiuta tanto la tirannia del presente quanto le illusioni del passato, e che paga questo rifiuto con il prezzo pi\u00f9 alto.<\/p>\n<p>Un popolo che non chiede salvatori. Chiede di poter esistere.<\/p>\n<p>di Alessandra Filippi<\/p>\n<p>articolo originale <a href=\"https:\/\/www.strisciarossa.it\/\">Striscia rossa<\/a><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.strisciarossa.it\/gli-iraniani-chiedono-un-altro-paese-non-uno-scia-al-posto-degli-ayatollah\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">https:\/\/www.strisciarossa.it\/gli-iraniani-chiedono-un-altro-paese-non-uno-scia-al-posto-degli-ayatollah\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Scrivere mentre i fatti ci sfuggono, mentre una carneficina di cui ignoriamo quasi tutto, perfino i numeri, si sta consumando in tutto il Paese, \u00e8 un limite. Ed \u00e8 proprio da qui che bisogna partire. 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