{"id":2667665,"date":"2026-01-14T10:10:12","date_gmt":"2026-01-14T10:10:12","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=2667665"},"modified":"2026-01-14T10:17:29","modified_gmt":"2026-01-14T10:17:29","slug":"spotify-il-braccio-musicale-del-tecnofascismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2026\/01\/spotify-il-braccio-musicale-del-tecnofascismo\/","title":{"rendered":"Spotify: il braccio musicale del tecnofascismo"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"font-weight: 400;\">La notizia \u00e8 di qualche giorno fa. Il gruppo di <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">hacktivisti Anna\u2019s Achive<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> ha trafugato e messo a disposizione tramite Torrent la quasi totalit\u00e0 del catalogo musicale di Spotify: 86milioni di brani, 256milioni di metadati per un totale di TB File che, si legge su Wired, vale il 99,6% di tutta l\u2019offerta in streaming della piattaforma svedese. \u201cChi ruba a un ladro ha cent\u2019anni di perdono\u201d, disse il Maradona della \u201cmano de Dios\u201d. Si potrebbe liquidare con le stesse parole questa formidabile \u201crapina\u201d, senza aggiungervi altro. Sarebbe fondato e legittimo. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Ma vista la centralit\u00e0 dell\u2019infrastruttura digitale nella nostra specifica congiuntura di guerra, forse vale la pena dire qualcosa in pi\u00f9. Soprattutto perch\u00e9 nel discorso pubblico Spotify non viene quasi mai associata alle grandi corporation dell\u2019Hi Tech \u2013 Apple, Microsoft, Amazon, Uber, AirB&amp;B, Aphabet, Nvidia, Meta e Tesla \u2013 e a quelle dell\u2019intrattenimento \u2013 Netflix su tutte \u2013 e nemmeno al resto dei social media. E tuttavia, con i suoi 713milioni di abbonati mensili, Spotify \u00e8 un perno altrettanto centrale dell\u2019attuale \u201ccapitalismo delle piattaforme\u201d.\u00a0\u00a0<\/span><\/p>\n<p><strong>Musica e accumulazione originaria<\/strong><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Per chi volesse addentrarsi nella questione, <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">Mood Machine. The Rise of Spotify and the Costs of the Perfect Playlist<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> (2025), di Liz Pelly \u00e8 sicuramente utile. Il testo propone una sorta di genealogia di Spotify, un\u2019indagine minuziosa della sua costituzione aziendale, della storia del suo management e del processo produttivo interno. A proposito di ladri, Pelly, giornalista culturale e critica musicale, comincia il suo lavoro ricostruendo una specie di furto <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">originario<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\">: un\u2019appropriazione o recinzione proprietaria di un\u2019incipiente forma di <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">common<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> digitale. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Spotify nasce certo nel 2006, ma la sua gestazione viene qui ricollocata a G\u00f6teborg nel 2001. Nel giugno di quell\u2019anno, 15mila attivisti dell\u2019allora ascendente movimento \u201cNo global\u201d scesero in strada nella citt\u00e0 svedese per protestare contro un summit della UE con G.W. Bush. Brutale la risposta delle forze dell\u2019ordine: la polizia carica violentemente i cortei, ma soprattutto, in una spettrale anteprima di Genova,<\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\"> spara<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> colpi d\u2019arma da fuoco contro i manifestanti. Il bilancio finale sar\u00e0 di due giovani gravemente feriti, si \u00e8 parlato anche di morti, mai del tutto verificati, e centinaia di arresti. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Questa feroce risposta \u201cpubblica\u201d, ci dice Pelly, indurr\u00e0 diversi collettivi svedesi a cambiare strategia militante, a cercare una forma di attivismo meno frontale, pi\u00f9 \u201cprivata\u201d, ma altrettanto incisiva. Nascono cos\u00ec decine di iniziative di cooperazione e mutuo soccorso, contro la privatizzazione di ogni risorsa, in favore di una libera circolazione delle persone, della cultura, del sapere e di altri mezzi strategici per la produzione e riproduzione della vita sociale. Tra questi nuovi collettivi vi sar\u00e0<\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\"> Piratbyran<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> (poi Pirate Bay), una piattaforma digitale creata nel 2003 da un gruppo eterogeneo di attivisti \u2013 movimenti sociali, punks, ravers, musicisti underground \u2013 per promuovere la condivisione peer-to-peer di musica, libri, film e altre informazioni. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Piratbyran cercava di minare il monopolio delle diverse industrie culturali multinazionali, rivendicando la produzione culturale come bene collettivo e l\u2019accesso alle sue espressioni come diritto. La creazione e il successo di questa piattaforma sono stati resi possibili dall\u2019accesso <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">gratuito<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> alla rete che offrivano allora le grandi citt\u00e0 svedesi. La dirompente ascesa di Pirate Bay coincise inoltre con la chiusura di Napster, il suo immediato predecessore, acquistato da Bertelsmann AG per 60milioni di dollari, dopo quattro anni di accanita persecuzione da parte delle principali major della musica globale. E\u2019 in questo contesto di forte contrasto <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">corporate<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> alla pirateria musicale che Daniel Ek e Martin Lorentzon, due programmatori con un trascorso nel mondo delle industrie digitali, cominciano a pensare a Spotify come idea per monetizzare il consumo di musica in streaming.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Pelly comincia ricordando che la parola Spotify non significa assolutamente nulla, ma \u00e8 una storpiatura sentita da Ek a caso. Un particolare che pu\u00f2 apparire secondario, ma che appare pi\u00f9 emblematico se messo in rapporto con un\u2019altra caratteristica dei creatori di Spotify che Pelly, da critica musicale, \u00e8 interessata a rimarcare: Ek e Lorentzon non solo non hanno mai avuto alcun vincolo con la musica &#8211; non suonano, non ne sono appassionati e non ne sanno assolutamente nulla &#8211; ma hanno concepito sin dall\u2019inizio la loro azienda come una piattaforma di mero advertising. Ci\u00f2 che per\u00f2 <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">Mood Machine<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> intende enfatizzare \u00e8 cosa muove davvero quel <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">brand<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\">, qual \u00e8 la sua vera fonte di profitto, a parte il domicilio legale in un paradiso fiscale della UE come il Lussemburgo. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Contrariamente a un luogo comune diffuso dal suo stesso advertisement, il cuore pulsante di Spotify, l\u2019arcano della sua produzione di valore, diremmo con Marx, non \u00e8 tanto la messa a disposizione o distribuzione di un infinito archivio musicale globale quanto la vendita di \u201cstati d\u2019animo\u201d gi\u00e0 pronti per il consumo. Diciamolo meglio, perch\u00e9 \u00e8 importante per il <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">nostro<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> di discorso: non tanto \u201cmusic for every moment\u201d, come recita lo slogan, bens\u00ec \u201clounge music\u201d, o meglio \u201cmusica di sottofondo\u201d: per lavorare, studiare, dormire, mangiare, viaggiare o semplicemente per \u201cevitare il silenzio\u201d. Assai significativa ci appare la dichiarazione di uno dei manager dell\u2019azienda intervistato da Pelly: \u201cIl principale nemico di Spotify \u00e8 il silenzio\u201d.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><strong>\u00a0Musica, management e governo dell\u2019anima<\/strong><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">L\u2019utente medio di Spotify, ossia la stragrande maggioranza dei suoi abbonati, secondo ricerche di mercato condotte dalla stessa azienda, non cerca autori o gruppi musicali specifici, bens\u00ec un certo tipo di \u201cChilling Playlist\u201d da ascoltare a fianco di altre attivit\u00e0. Il fatto che le playlist pi\u00f9 ricercate o con pi\u00f9 followers siano quelle che propongono un certo tipo di \u201cmood\u201d come leitmotiv ci\u00f2 non \u00e8 un caso: \u00e8 l\u2019effetto di una ben congegnata scelta di management, orientata, ovviamente, a estrarre il massimo profitto, con il minore investimento. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">I brani di queste playlist, sottolinea Pelly, sono per lo pi\u00f9 prodotti su commissione da musicisti che restano anonimi o che hanno nomi e profili finti nei social media, che lavorano per aziende intermediarie nate come <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">suppliers<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> di Spotify e altre piattaforme simili, e che compongono la loro musica in funzione dei risultati degli algoritmi su scelte e gusti. Se il 70% dell\u2019archivio di Spotify non viene ascoltato quasi da nessuno, dunque, non \u00e8 parimenti un caso. Come non lo \u00e8 il fatto che il 90% degli utenti schizzi di brano in brano in quello 0,1% delle \u201cplaylist del momento\u201d, riguardanti quasi sempre prodotti delle principali major della musica, le quali possiedono inoltre una parte importante del suo capitale azionario. E\u2019 la stessa politica della piattaforma a soffocare tutto ci\u00f2 che non rientra nelle coordinate di questo processo di valorizzazione.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Pi\u00f9 musica \u201cfunzionale\u201d, dunque, che non musica vera e propria. E\u2019 importante sottolineare il termine funzionale, bench\u00e9 fuorimoda e sostituito dal ben pi\u00f9 cool \u201clounge\u201d. Tra le cose pi\u00f9 suggestive di <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">Mood Machine<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\">, vi \u00e8 il tentativo di collocare l\u2019esperienza <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">psico-commerciale<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> di <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">Muzak<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> tra i precedenti genealogici di Spotify. Creata nel 1934 in ambito militare da un generale americano di nome George Squier, Muzak diviene negli anni della Seconda guerra mondiale, grazie alle politiche di stato e alla ricerca universitaria, il brand pi\u00f9 diffuso e famoso per la trasmissione di musica funzionale \u201cvia cavo\u201d tramite abbonamento: tracce di sottofondo generiche e facili da ascoltare in luoghi di lavoro, centri commerciali, case, ascensori, telefoni, ecc. Muzak venne subito adottato dal management angloamericano, privato e di stato, come strumento di controllo delle soggettivit\u00e0 in ambienti \u201cterzi\u201d, ma soprattutto come un potente incentivo all\u2019incremento della produttivit\u00e0 nel lavoro. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Pelly ricorda l\u2019estrema diffusione di Muzak nell\u2019industria bellica negli anni di guerra: sulla scia del grande successo della trasmissione radiofonica della BBC <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">While You Work<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\">, nata con lo scopo di incentivare lo stato d\u2019animo degli operai delle fabbriche di armi, \u201cben presto sorsero negli Stati Uniti migliaia di fabbriche di armamenti cablate per fornire Muzak e la sua musica di sottofondo\u201d.<\/span> <span style=\"font-weight: 400;\">L\u2019esperimento \u00e8 stato poi esteso ad altri settori chiave della produzione industriale. Anche la musica di Muzak, come accade con Spotify, veniva per lo pi\u00f9 prodotta per commissione da artisti anonimi. Pelly non sviluppa ulteriormente questa filiazione Muzak-Spotify, ma alla luce del nostro presente un suo approfondimento pu\u00f2 risultare estremamente significativo. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">La musica come dispositivo di comando psichico ha una lunga storia. La sua spettrale geografica storica, come avvertiva notoriamente Primo Levi, pu\u00f2 essere estesa anche ai campi di concentramento nazisti. In proposito, in <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">Nazismo e management,<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> J. Chapoutot ricorda che la musica non era affatto un elemento <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">gratuito<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> del comando schiavistico predisposto dalla forma-campo nazista. Questo rapporto tra musica e governo dell\u2019anima \u00e8 davvero inquietante, ma pu\u00f2 dirci moltissimo tanto dell\u2019essenza dell\u2019umano, delle pulsioni di vita e di morte inerenti al nostro <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">bios<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> come esseri sociali, quanto della grammatica meno visibile del <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">politico<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\">. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Ci sembra risieda qui infatti uno dei lati meno innocenti di un dispositivo apparentemente innocuo come Spotify. Un lato che va ad aggiungersi alla sua totale appartenenza a quel complesso-militare-tecnologico-finanziario occidentale che sta fornendo oggi l\u2019infrastruttura materiale &#8211; economica, militare e anche <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">culturale<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> \u2013 al dominio del <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">tecnocapitalismo<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> e delle ultradestre a livello globale. Stando cos\u00ec le cose, non pu\u00f2 sorprendere pi\u00f9 di tanto che Ek abbia investito di recente 600milioni di euro nella societ\u00e0 tedesca di intelligenza artificiale Helsing, un\u2019azienda impegnata direttamente nella produzione di sistemi d&#8217;arma autonomi per il fronte di guerra ucraino, e indirettamente coinvolta, attraverso sue sussidiarie, nel genocidio in corso a Gaza. O che Spotify abbia offerto il suo advertisement per il reclutamento di poliziotti per la feroce repressione dell\u2019ICE nelle citt\u00e0 americane.\u00a0 <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Si tratta di un particolare \u201clavato\u201d in modo del tutto vigliacco dal politicamente corretto adottato dalla piattaforma, che traduce la parola \u201cnegro\u201d con \u201cn-word\u201d nelle liriche in cui compare, ma che al contempo include in diverse \u201ctop-playlist\u201d gruppi musicali chiaramente suprematisti o brani razzisti creati con il solo scopo di estendere sul campo della musica la cosiddetta battaglia culturale delle ultradestre. Il coinvolgimento bellico di Spotify ha portato quattrocento noti artisti a rimuovere la propria produzione dalla piattaforma e a lanciare un suo boicottaggio sotto l\u2019hashtag <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">No Music for Genocide<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\">.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><strong>Il braccio musicale del tecnofascismo\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Ma gli effetti pi\u00f9 perversi di Spotify sono quelli meno visibili. Sulla musica, Pelly \u00e8 netta: la centralit\u00e0 assunta dalla <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">piattaforma<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> non fa che favorire una sconcertante omologazione e spersonalizzazione di stili, generi e proposte, correlata dalla conseguente distruzione della produzione e ricerca musicale spontanea e indipendente. Uno dei corollari di questo processo \u00e8 la progressiva scomparsa nelle grandi citt\u00e0 di performance <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">informali<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> dal vivo, vero cuore della creativit\u00e0 musicale contro-culturale dal basso. Si pu\u00f2 sostenere che gli effetti di Spotify sulla musica e sulla cultura siano gli stessi della gentrificazione urbana nelle nostre citt\u00e0.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Ma <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">Mood Machine<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> ci dice, indirettamente, anche di pi\u00f9. Il testo ci lascia intravvedere come attraverso la musica, sia le soggettivit\u00e0 singole, ma anche la creativit\u00e0 culturale collettiva, vengano immesse in un ciclo infinito e circolare di consigli impersonali e consumi del tutto passivi governati dagli algoritmi. In questo senso, Spotify incarna una tecnologia di sussunzione e valorizzazione <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">estrattiva <\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\">che ovviamente va oltre la musica: non \u00e8 che un prodotto della pi\u00f9 ampia <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">piattafomizzazione<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> della vita, e che i recenti sviluppi della AI non faranno che accentuare. Non va dimenticato inoltre che la mercificazione della musica in streaming \u00e8 stato un laboratorio fondamentale per la messa a punto dell\u2019infrastruttura del \u201ccapitalismo delle piattaforme\u201d. L\u2019espansione di Facebook, YouTube, Airbnb, Netflix e altre ha avuto nella libera circolazione della musica un importante punto di inflessione. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Stando alla sua genealogia, dunque, gli effetti pi\u00f9 oscuri di Spotify non derivano tanto dal consumo dei suoi \u201cprodotti\u201d quanto dal \u201cmezzo\u201d stesso. \u201cIl medium \u00e8 il messaggio\u201d, ammoniva M. McLuhan qualche decennio fa: soprattutto la \u201cforma\u201d della comunicazione, la sua <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">infrastruttura<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> tecnologica, a plasmare la struttura percettiva dei soggetti. Diciamolo per\u00f2 con le nostre parole, assumendoci le <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">distorsioni<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> inerenti, stando a Said, a ogni forma di \u201ctraveling theory\u201d: \u00e8 attraverso gli automatismi dell\u2019interazione quotidiana con i suoi utenti che Spotify, a partire dalle sue stesse logiche <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">prediscorsive<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> di funzionamento, contribuisce a forgiare non tanto uno specifico tipo di soggettivit\u00e0 o regime ideologico, quanto un \u2018habitus\u2019, qualcosa che ci piacerebbe definire \u2013 con l\u2019Achille Mbembe di<\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\"> Brutalismo &#8211; <\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\">una nuova <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">materia grezza umana.<\/span><\/i><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Una nuova materia grezza umana assai ricettiva \u2013 poich\u00e9 gi\u00e0 <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">cognitivamente<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> precostituita dalle diverse <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">membrane<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> digitali del capitalismo estrattivo \u2013 a ci\u00f2 che Furio Jesi chiamava \u201cidee senza parole\u201d, ovvero all\u2019essenza di ogni forma di fascismo come tecnologia di governo. Si tratta di un nuovo episodio, forse, dell\u2019uso della musica come dispositivo per il governo dell\u2019anima: o meglio, per tornare a Chapoutot, di una nuova messa al lavoro di ci\u00f2 che tanto i nazisti quanto il management capitalistico angloamericano ultraliberale hanno chiamato \u201clibert\u00e0 di obbedire\u201d. <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">Spotify is Surveillance<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\">, recita un brano di Evan Greer disponibile anche su Spotify. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Nella nostra congiuntura storica, infatti, la posta in gioco dell\u2019umanit\u00e0 in quanto <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">intelligenza storico-collettiva<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> non pu\u00f2 riguardare il mero uso e consumo delle piattaforme, il modo di starci dentro, quanto la stessa modalit\u00e0 materiale della produzione e condivisione culturale.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-medium wp-image-2667668 aligncenter\" src=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/un-altro-libro-195x300.jpg\" alt=\"\" width=\"195\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/un-altro-libro-195x300.jpg 195w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/un-altro-libro.jpg 339w\" sizes=\"auto, (max-width: 195px) 100vw, 195px\" \/><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">\u00a0\u00a0<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">\u00a0\u00a0<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La notizia \u00e8 di qualche giorno fa. 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