{"id":2666577,"date":"2026-01-08T20:27:50","date_gmt":"2026-01-08T20:27:50","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=2666577"},"modified":"2026-01-10T09:23:05","modified_gmt":"2026-01-10T09:23:05","slug":"seconda-guerra-mondiale-in-germania-essere-nati-tardi-e-una-benedizione-o-una-maledizione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2026\/01\/seconda-guerra-mondiale-in-germania-essere-nati-tardi-e-una-benedizione-o-una-maledizione\/","title":{"rendered":"Seconda guerra mondiale in Germania: essere \u201cnati tardi\u201d \u00e8 una benedizione o una maledizione?"},"content":{"rendered":"<blockquote><p><strong>In Germania una delle affermazioni pi\u00f9 stupide del dopoguerra \u00e8 quella della \u201cgrazia della nascita tardiva\u201d, coniata dall&#8217;ex cancelliere federale Helmut Kohl. Essa suggerisce che, essendo nati tardi, non ci si possa assumere alcuna colpa per il periodo nazista.<\/strong><\/p><\/blockquote>\n<p>Kohl era nato nel 1930 e solo per fortuna era sfuggito al reclutamento nel \u201cVolkssturm\u201d, nel quale nel 1945 furono arruolati tutti i ragazzi dai 15 anni in su. La maggior parte dei ragazzi della sua et\u00e0 non ebbe questa fortuna. Chi ha visto il film <em>\u201cIl ponte\u201d<\/em> (Die Br\u00fccke) pu\u00f2 farsi un&#8217;idea di cosa significasse all&#8217;epoca (<a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=i8J7QYHR_Qw\">il film \u00e8 ancora disponibile in tedesco su YouTube<\/a>). Ci sono storie terribili di fanatici membri della Giovent\u00f9 Hitleriana che, come membri del Volkssturm e armati di fucili, hanno sparato senza piet\u00e0 ai pochi fuggitivi che erano riusciti a scappare dai campi di concentramento o dalle marce della morte. Non si pu\u00f2 biasimarli, perch\u00e9 anche io, quattro anni pi\u00f9 giovane di Kohl, gi\u00e0 nel 1944, all&#8217;et\u00e0 di dieci anni, avevo la dubbia possibilit\u00e0 di diventare colpevole, e fu pi\u00f9 fortuna che intelligenza a impedirlo. Per poterlo raccontare, devo fare un passo indietro e descrivere l&#8217;indottrinamento a cui sono stata sottoposta da bambina gi\u00e0 alle elementari e che mi ha portato a non usare quasi per nulla il mio intelletto.<\/p>\n<h3>Contesto<\/h3>\n<p>Devo anzitutto spiegare dove vivevamo e perch\u00e9. Mio padre era medico e dal 1935 lavorava come primario e libero docente presso la clinica universitaria di Danzica. Quando nel 1939 i nazisti occuparono la Polonia e conquistarono anche Danzica, egli fece un commento positivo sugli ebrei in compagnia di alcuni amici. Immediatamente uno dei suoi \u201camici\u201d lo denunci\u00f2 alla Gestapo. Di conseguenza gli fu revocata l&#8217;abilitazione all&#8217;insegnamento all&#8217;universit\u00e0 e fu trasferito per punizione all&#8217;ospedale municipale di Bromberg (oggi Bydgoszcz), dove veniva ripetutamente convocato dal comando per essere rimproverato di non comportarsi come un \u201cvero tedesco\u201d. Ad esempio, durante le visite aveva stretto la mano ai pazienti polacchi esattamente come a quelli tedeschi: un tedesco perbene non fa una cosa del genere. Ho saputo tutto questo solo molto tempo dopo, ma spiega perch\u00e9 i miei genitori si guardavano bene dal contrastare il mio indottrinamento scolastico.<\/p>\n<h3>Cosa ho imparato a scuola<\/h3>\n<p>Cos\u00ec nel 1940 ho iniziato la scuola a Bromberg. In terza e quarta avevamo la signora Pich come insegnante di classe, e ora le cose si facevano serie. Fino a quel momento era stato pap\u00e0 a spiegarmi il mondo, ora era la signora Pich a farlo. Non imparavamo solo a leggere, scrivere, fare di conto e storia, ma soprattutto un&#8217;intera gerarchia di razze migliori e peggiori, tedeschi migliori e meno buoni e nemici migliori e peggiori.<\/p>\n<p>La razza migliore era quella germanica, alla quale appartenevamo anche noi tedeschi, cos\u00ec come gli inglesi, solo che purtroppo questi ultimi erano nostri nemici, ma comunque, in quanto germanici, nemici migliori. Una razza peggiore era quella romana, alla quale appartenevano i francesi, che erano \u201cnaturalmente\u201d nostri nemici. Solo che anche gli italiani erano romani, ma erano nostri alleati e quindi in qualche modo migliori. Era confuso, ma ogni regola ha la sua eccezione, e questa era probabilmente una di quelle.<\/p>\n<p>La razza peggiore era quella degli slavi, di cui facevano parte i russi e i polacchi. Erano subumani. Ma anche in questo caso c&#8217;era un&#8217;eccezione: interi reggimenti di ucraini erano passati dalla nostra parte e combattevano con noi contro i russi, quindi erano in qualche modo migliori. E Klara, Adalbert e la signora Poszlednik, che vivevano nella nostra casa, erano polacche, ma sapevo per certo che non erano subumane, quindi dovevano essere considerate un&#8217;eccezione.<\/p>\n<h3>Umani o animali?<\/h3>\n<p>Poi c&#8217;erano esseri che erano molto al di sotto dei subumani, ovvero gli ebrei. La signora Pich parlava di loro solo come bestie, parassiti che volevano la rovina della Germania. Me li immaginavo come un incrocio tra esseri umani e animali. Nel libro di testo c&#8217;era una caricatura spaventosa di questi esseri e noi avevamo paura di loro. Ma la signora Pich ci tranquillizzava: non dovevamo aver paura di loro, perch\u00e9 il F\u00fchrer li aveva gi\u00e0 sterminati tutti. Diceva proprio \u201csterminati\u201d e questo mi tranquillizzava davvero. Perch\u00e9 i parassiti dovevano essere sterminati, no?<\/p>\n<h3>Il F\u00fchrer come idolo pop<\/h3>\n<p>E poi il F\u00fchrer. Era stato mandato da Dio per salvare la Germania. Lo si capiva dal fatto che durante la prima guerra mondiale, in cui aveva combattuto coraggiosamente, era rimasto ferito al punto da diventare cieco. Ma Dio gli aveva ridato la vista affinch\u00e9 potesse salvare la Germania. La signora Pich ci descriveva il F\u00fchrer come una figura cos\u00ec meravigliosa ed eroica che io \u2013 e immagino anche i miei compagni di classe \u2013 lo adoravo come oggi molti bambini o adolescenti adorano un idolo musicale. Naturalmente avevo giurato fedelt\u00e0 al \u201cF\u00fchrer, al popolo e alla patria\u201d e se mi avessero chiesto di morire per questo F\u00fchrer e questa patria, l&#8217;avrei fatto volentieri e con convinzione, proprio come oggi in alcune culture si spingono i bambini a sacrificarsi per attentati dinamitardi.<\/p>\n<h3>I bambini non vanno presi sul serio<\/h3>\n<p>Ricordo ancora: avevo otto, nove, dieci anni quando ho imparato e creduto a tutto questo. Immagino che i miei genitori sapessero poco dell&#8217;entit\u00e0 di indottrinamento a cui ero sottoposta. Le nostre conversazioni a tavola vertevano su altri argomenti. Alla classica domanda dei genitori: \u201cCom&#8217;\u00e8 andata a scuola?\u201d, probabilmente rispondevo con l&#8217;altrettanto classico \u201cOh, come al solito\u201d (almeno cos\u00ec ricordo dai tempi successivi).<\/p>\n<p>Quando il 20 luglio 1944 ascoltai alla radio con grande sgomento la notizia dell&#8217;attentato a Hitler, dissi a mia madre qualcosa del tipo: \u201cNon \u00e8 terribile?\u201d e ricordo che lei rispose con un molto tiepido \u201cS\u00ec, s\u00ec\u201d. Non notai che la sua reazione fosse cos\u00ec tiepida, perch\u00e9 la attribuii alla mia esperienza di bambina che non veniva presa sul serio e con cui non si discuteva di queste cose. Quindi mi sembrava \u201cnormale\u201d. Cos\u00ec normale come mi sembrava ci\u00f2 che la signora Pich ci chiedeva: \u201cSe i vostri genitori dicono qualcosa contro Hitler, dovete dirmelo, cos\u00ec potr\u00f2 parlare con loro!\u201d. Naturalmente l&#8217;avrei fatto, perch\u00e9 sapevo che i miei genitori non mi avrebbero creduto quando dicevo quanto fosse grande Hitler. No, in quel caso sarebbe stata la signora Pich a dover \u201cparlare con loro\u201d. Questo per quanto riguarda la \u201cgrazia di essere nati tardi\u201d. Gi\u00e0 solo per questo avrei potuto diventare colpevole all&#8217;et\u00e0 di otto o nove anni. Forse anche altri bambini sono diventati \u201ccolpevoli\u201d in modo simile? Sono riusciti a convivere con questo peso?<\/p>\n<h3>Compiti a casa: lettura dei giornali<\/h3>\n<p>Gi\u00e0 dalla terza elementare uno dei nostri compiti a casa era la lettura quotidiana dei giornali, in particolare del bollettino della Wehrmacht. Il giorno dopo venivamo interrogati e dovevamo essere in grado di indicare l&#8217;andamento del fronte con delle bandierine sulla grande mappa appesa in classe. Naturalmente, questo ci permetteva di renderci conto che il fronte orientale si stava avvicinando sempre pi\u00f9 a Bromberg. Ma anche in questo caso la signora Pich ci rassicurava: il F\u00fchrer stava lavorando a un&#8217;arma miracolosa. Era quasi pronta ed era cos\u00ec potente che avrebbe posto fine alla guerra in un colpo solo. Oggi conosciamo questa \u201carma miracolosa\u201d con il nome di bomba atomica.<\/p>\n<h3>Avere ancora un padre diventa imbarazzante<\/h3>\n<p>Meno fantastico era il fatto che sempre pi\u00f9 bambini della mia classe perdevano i loro padri che, come si poteva leggere nei necrologi, erano tutti morti da eroi, naturalmente al servizio del F\u00fchrer, del popolo e della patria. Non avere pi\u00f9 un padre stava diventando \u201cnormale\u201d e mi vergognavo quasi che mio padre non combattesse al fronte, che non fosse un eroe e che quindi fosse ancora vivo. Da un lato ne ero felice, dall&#8217;altro rispondevo con aria di sfida alla domanda \u201cdi circostanza\u201d che molti adulti mi ponevano sempre pi\u00f9 spesso riguardo a mio padre: \u201c\u00c8 impegnato sul fronte interno\u201d.<\/p>\n<h3>\u201cA casa\u201d nel Reich<\/h3>\n<p>Il fronte orientale si avvicinava sempre pi\u00f9 e nell&#8217;estate del 1944 molti uomini mandarono le loro mogli e i loro figli \u201ca casa nel Reich\u201d. Ci\u00f2 fu poi vietato per disfattismo (era considerato \u201cdisfattista\u201d chi non credeva nella vittoria) e port\u00f2 alla conseguenza che alla fine, quando tutti erano ormai circondati e la fuga era finalmente consentita, non c&#8217;erano quasi pi\u00f9 possibilit\u00e0 di fuga.<\/p>\n<p>Allo stesso tempo, per\u00f2, mio padre fu trasferito da Bromberg a Gotenhafen (oggi Gdynia), quindi dovemmo trasferirci l\u00ec. All&#8217;epoca avevo dieci anni, mia sorella minore sette e la mia sorella pi\u00f9 piccola dieci mesi. Mia madre riusc\u00ec a ottenere il permesso di portare noi tre bambini dai parenti nel Reich, apparentemente solo per il tempo del trasloco, in modo che fossimo \u201cfuori dai piedi\u201d. Tuttavia, dovette promettere di riportarci indietro subito dopo. Inoltre, poteva solo \u201cconsegnarci\u201d l\u00ec e doveva tornare indietro con lo stesso autobus con cui eravamo arrivati a Masserberg\/Turingia.<\/p>\n<p>A Masserberg mio nonno aveva una casa di vacanza che, dato che aveva dieci figli, era piuttosto grande. Tuttavia, diverse famiglie di questi bambini, per lo pi\u00f9 madri con i loro figli, erano fuggite l\u00ec dai bombardamenti di Francoforte e Magdeburgo, cosicch\u00e9 all&#8217;epoca nella casa vivevano 21 persone, tra cui noi tre e altri 13 bambini di et\u00e0 compresa tra pochi mesi e 14 anni. Nel febbraio dell&#8217;anno successivo si aggiunsero anche i miei genitori e lo spazio divenne ancora pi\u00f9 ristretto. Ma da settembre 1944 a febbraio 1945, cio\u00e8 per sei mesi, rimasi l\u00ec senza i miei genitori.<\/p>\n<h3>Sola in mezzo a tanti bambini<\/h3>\n<p>Ero molto entusiasta di questo viaggio: finalmente avrei conosciuto i miei cugini! E una casa piena di bambini, sarebbe stato sicuramente emozionante! Naturalmente non avevo idea che questo avrebbe significato un addio per sempre, un addio alla mia patria, alle mie amiche, al mare che desideravo tanto, perch\u00e9 naturalmente credevo alla favola di un prossimo ritorno. E non vedevo l&#8217;ora di vedere l&#8217;appartamento a Gotenhafen, che era molto vicino al mare, come descriveva mio padre nelle lettere.<\/p>\n<p>Fu un semestre di grande solitudine. I bambini pi\u00f9 piccoli erano troppo piccoli per me, mentre io ero troppo giovane per quelli pi\u00f9 grandi. Frequentavo una scuola secondaria di D\u00fcsseldorf evacuata a Masserberg, per la quale la casa di cura era stata trasformata in un collegio. Essendo straniera, non riuscivo a integrarmi nella classe, forse anche perch\u00e9 i bambini di quella classe non stavano meglio di me: anche loro erano separati dai loro genitori. A un certo punto ho ricominciato a fare la pip\u00ec nei pantaloni, cosa di cui mi vergognavo da morire: a dieci anni facevo ancora la pip\u00ec nei pantaloni, e per di pi\u00f9 ogni giorno! Naturalmente non capivo che si trattava di un disturbo psicogeno, ero solo piena di orrore e vergogna. Una zia, alla quale dovevo confidarmi perch\u00e9 avevo bisogno di biancheria pulita ogni giorno, reag\u00ec fortunatamente in modo molto ragionevole, cos\u00ec che alla fine riuscii a fidarmi di lei al punto da poter smettere di \u201cfare la pip\u00ec nei pantaloni\u201d dopo un po&#8217; di tempo. Ma so fin troppo bene come stavano i tanti bambini che venivano mandati nei \u201cKinderlandverschickung\u201d (programmi di evacuazione dei bambini), che a volte finivano in famiglie affidatarie sconosciute, ma spesso in istituti dove probabilmente quasi nessuno li aiutava, come i bambini \u201cevacuati\u201d in quel liceo di D\u00fcsseldorf.<\/p>\n<h3>Il nuovo zio<\/h3>\n<p>Nell&#8217;autunno del 1944, credo fosse ottobre, un giorno bussai alla porta di quella zia, ma invece di aspettare che mi dicesse \u201cavanti\u201d, aprii subito la porta. Con mio grande spavento, trovai un uomo sconosciuto nel suo letto! Volevo richiudere subito la porta, ma lui mi fece cenno di avvicinarmi, mi chiese chi fossi e poi mi spieg\u00f2 che era il marito di mia zia, il fratello di mio padre, e che non dovevo dire a nessuno che era l\u00ec. Annuii confusa, sapevo comunque che questo fratello di mio padre era un pilota dell&#8217;aeronautica militare, uscendo vidi la sua uniforme appesa su una sedia e rimasi sbalordita. Perch\u00e9 pensai: se non posso dire a nessuno che questo zio \u00e8 qui, significa che non \u00e8 in licenza. Ma questo significa che ha disertato. E questo significa che \u00e8 un traditore del F\u00fchrer, del popolo e della patria! Un codardo! Quindi devo denunciarlo!<\/p>\n<p>Ma poi \u2013 lo sapevo benissimo \u2013 sarebbe stato fucilato. E mi sembrava giusto cos\u00ec: come avremmo potuto vincere se i soldati fossero scappati come codardi? D&#8217;altra parte era mio zio, il marito di quella zia, il padre di tre cugine. Mi trovai in un terribile conflitto tra due lealt\u00e0 per me ugualmente importanti: la lealt\u00e0 verso il \u201cF\u00fchrer, il popolo e la patria\u201d e la lealt\u00e0 verso la famiglia. Ed ero terribilmente sola con questo dilemma, perch\u00e9 non potevo chiedere consiglio a nessuno: in famiglia, naturalmente, tutti mi avrebbero detto che non dovevo denunciare mio zio, ma se lo avessi chiesto alla maestra, lo avrei gi\u00e0 tradito.<\/p>\n<h3>Fortuna e buon senso<\/h3>\n<p>Non ricordo pi\u00f9 per quanto tempo ho continuato cos\u00ec, se per giorni o settimane. In ogni caso, arrivai a un punto in cui non ce la facevo pi\u00f9. Mi era chiaro che dovevo prendere una decisione e che dovevo rifletterci molto attentamente. Perch\u00e9 questo l&#8217;avevo gi\u00e0 imparato grazie a un&#8217;esperienza precedente, del tutto apolitica ma importante, avuta all&#8217;et\u00e0 di sette anni: se si riflette attentamente (cio\u00e8 se si usa il buon senso), allora si pu\u00f2 uscire da situazioni terribili, persino pericolose per la vita. Sono ancora oggi grata al professor Schmidt, ordinario di otorinolaringoiatria all&#8217;Universit\u00e0 di Danzica, che all&#8217;epoca mi aiut\u00f2 a giungere a questa conclusione.<\/p>\n<p>Mi sono quindi seduta, ho riflettuto attentamente e sono giunta alla seguente conclusione: se denuncio lo zio, verr\u00e0 fucilato. Non potr\u00f2 pi\u00f9 tornare indietro. Se invece non lo denuncio, potr\u00f2 ancora tornare indietro. Decisi quindi di non denunciarlo \u2013 per il momento! \u2013 e sperai che da qualche parte arrivasse un segno che mi dicesse se dovevo denunciarlo o meno. Pu\u00f2 sembrare un modo piuttosto sofisticato per evitare di prendere una decisione. Ma questa decisione, ora consapevole, mi sollev\u00f2 comunque, perch\u00e9 avevo affidato la decisione vera e propria a un \u201csegno\u201d sperato con ingenua magia. Dopotutto avevo solo dieci anni!<\/p>\n<h3>Il miracolo<\/h3>\n<p>E poi accadde il miracolo: il \u201csegno\u201d arriv\u00f2! Tuttavia solo nel gennaio 1945. Nei mesi precedenti, questo zio continuava ad essere per me nient&#8217;altro che un codardo e un traditore, provavo solo disprezzo per lui. Nel gennaio 1945, per\u00f2, la mia sorellina, che nel settembre 1944, quando arrivammo a Masserberg, aveva solo 10 mesi, ora ne aveva 14. Riusciva a stare in piedi, ma non ancora a camminare. Un giorno aprii la porta della sala comune e della sala da pranzo e mi fermai: l\u00ec sedeva lo zio, con mia sorellina davanti a s\u00e9, che barcollava verso di lui esultando e gridando di gioia. Lui la prese, la rimise gi\u00f9, la incoraggi\u00f2 pi\u00f9 volte a camminare e lei era visibilmente felice. L&#8217;intera scena aveva qualcosa di cos\u00ec affettuoso che capii immediatamente: quello era il \u201csegno\u201d! Non dovevo denunciarlo!<\/p>\n<p>Ero infinitamente sollevata. Allo stesso tempo, per\u00f2, avevo visto per la prima volta questo zio come la persona affettuosa che era realmente, non come la caricatura che mi era stato insegnato a vedere. Quando gli americani occuparono Masserberg nell&#8217;aprile 1945, lui indoss\u00f2 la sua uniforme e si arrese. Quando lo vidi, pensai con orrore: perch\u00e9 lo sta facendo? Ora lo fucileranno! Non avevo ancora imparato che i prigionieri di guerra non vengono sempre fucilati.<\/p>\n<h3>Ricordo e comprensione tardiva<\/h3>\n<p>Suppongo che, poich\u00e9 la storia era finita bene, fossi riuscita a dimenticarla. Quando mi torn\u00f2 in mente, sia i miei genitori che quello zio e quella zia erano morti, e non l&#8217;avevo mai raccontata a nessuno. Ora per\u00f2 avevo circa 60 anni e mi sentivo alternare caldo e freddo. Solo ora capivo su quale filo sottile mi fossi trovata allora e quanto facilmente avrei potuto scivolare dalla parte sbagliata. Capivo che era stato un misto di fortuna e buon senso a salvarmi in quel momento. La fortuna era stata che si trattava di un membro della mia famiglia. Se fosse stato uno sconosciuto, l&#8217;avrei denunciato immediatamente e senza esitazione. Ma cos\u00ec la fortuna mi aveva costretta a usare il buon senso. E allo stesso tempo sapevo che se avessi preso la decisione sbagliata, non solo avrei mandato mio zio alla morte, ma non sarei pi\u00f9 viva nemmeno io. Perch\u00e9 dubito che avrei potuto convivere con questo senso di colpa, non credo che sarei riuscita a perdonarmi, considerando che ero solo una bambina.<\/p>\n<p>Allo stesso tempo mi chiedevo quanti bambini della mia et\u00e0 avessero dovuto prendere decisioni simili e quanti di loro non fossero riusciti a conviverci o, se ci fossero riusciti, come. Forse ricorrendo a quell&#8217;indicibile frase della \u201cgrazia della nascita tardiva\u201d come scusa per alleviare la propria coscienza?<\/p>\n<h3>Domanda terribile \u2013 e nessuna risposta<\/h3>\n<p>Io non ci sono riuscita. Quando nel 1969 ho visitato per la prima volta un campo di concentramento ad Auschwitz, sono rimasta sconvolta. Non solo dall&#8217;orrore che gi\u00e0 nel 1945, all&#8217;et\u00e0 di undici anni, mi aveva scioccata e traumatizzata con le immagini sui giornali dell&#8217;occupazione, ma anche dalla consapevolezza che non riuscivo davvero a rispondere a una domanda terribile: cosa sarebbe successo se la mia istruzione scolastica fosse proseguita senza interruzioni, forse a 18 anni sarei diventata una guardiana o una segretaria di campo di concentramento perfettamente adeguata? Avevo 35 anni e sapevo fin troppo bene quanto fossi stata stupida e sconsiderata a 18 anni.<\/p>\n<p>In questo contesto, vedo con sentimenti contrastanti la condanna dei diciottenni e diciannovenni di allora, cos\u00ec come il presunto \u201csuperamento\u201d del nostro passato. Non \u00e8 stato \u201csuperato\u201d nulla, al contrario. La maggior parte di coloro che sapevano cosa stavano facendo sono tornati alle loro cariche e ai loro onori anche dopo l&#8217;era hitleriana o sono riusciti a fuggire con l&#8217;aiuto dello Stato o della Chiesa. Sono stati condannati quelli che forse erano troppo giovani o troppo stupidi per capire veramente ci\u00f2 che facevano, anche se probabilmente avevano solo seguito gli ordini senza riflettere. Lo stesso non si pu\u00f2 dire dei Globke, dei Kiesinger e dei Filbinger, solo per citare alcuni esempi tra tanti. Chi desidera saperne di pi\u00f9 pu\u00f2 leggere il libro di Ralph Giordano: \u201cDie zweite Schuld\u201d (La seconda colpa).<\/p>\n<h3>Impotenza<\/h3>\n<p>Ma soprattutto noi, i nati pi\u00f9 tardi e i pi\u00f9 giovani, siamo stati lasciati soli con questa cosiddetta \u201celaborazione\u201d. Ci\u00f2 \u00e8 iniziato gi\u00e0 con le nostre lezioni di storia, che almeno in parte erano ancora tenute da insegnanti nazisti che riuscivano a evitare di insegnarci la storia dal 1933 al 1945, per non parlare di come ci si era arrivati. Le mie lezioni di storia (maturit\u00e0 nel 1953) si sono concluse, ad esempio, con l\u2019anno 1914. Pi\u00f9 tardi ho sentito dai pi\u00f9 giovani che la situazione era rimasta invariata anche nei primi anni &#8217;60. Quando negli anni &#8217;90 parlai della storia di mio zio con un conoscente che doveva avere circa 10 anni meno di me, mi raccont\u00f2 che un terzo (!) dei suoi compagni di classe si era suicidato perch\u00e9 non riusciva pi\u00f9 a convivere con i propri padri nazisti. Questi suicidi sono una terribile espressione dell&#8217;impotenza a cui noi giovani eravamo esposti. Per questi ragazzi, la loro nascita tardiva era diventata una maledizione mortale.<\/p>\n<p>Anche durante la mia formazione come insegnante di tedesco e inglese negli anni &#8217;70, non si parlava mai di storia o di elaborazione del passato, figuriamoci di come avremmo dovuto insegnarlo ai nostri studenti. Cos\u00ec anch&#8217;io mi sentivo impotente di fronte a commenti del tipo: \u201cMia nonna dice che era tutto molto diverso\u201d. Cosa potevo dire contro una nonna che non riusciva ad accettare che suo marito fosse morto per un regime criminale!<\/p>\n<h3>Tedeschi di diverso valore<\/h3>\n<p>La \u201cgrazia della nascita tardiva\u201d \u00e8 quindi una finzione. Esisteva tuttavia una \u201cgrazia\u201d della nascita precoce (!), di cui per\u00f2 quasi nessuno \u00e8 a conoscenza, motivo per cui \u00e8 necessario parlarne. Per farlo devo tornare ancora una volta alla signora Pich.<\/p>\n<p>Nell&#8217;universo mentale della signora Pich, infatti, anche i tedeschi avevano valori diversi. Al vertice della scala gerarchica c&#8217;erano i tedeschi del Reich, ovvero i tedeschi che dopo l&#8217;occupazione si erano trasferiti in quella parte della Polonia ora chiamata \u201cPrussia occidentale\u201d. Tra questi c&#8217;era anche la mia famiglia, ed ero orgogliosa di essere non solo tedesca, ma anche tedesca del Reich.<\/p>\n<p>Poi c&#8217;erano i Volksdeutsche, che avevano un \u201cvalore\u201d inferiore. Si trattava di tedeschi che avevano gi\u00e0 vissuto a Bromberg quando era ancora polacca (e alcuni dei quali, molti decenni dopo, sarebbero arrivati nella Germania occidentale come \u201cAussiedler\u201d, ovvero immigrati di ritorno). Sebbene la signora Pich ci trasmettesse questa gerarchia, nella nostra classe non facevamo alcuna differenza tra tedeschi del Reich e Volksdeutsche.<\/p>\n<p>I terzi migliori tedeschi erano i \u201cgermanizzati\u201d. Si trattava di polacchi o altri stranieri che, secondo la signora Pich, trovavano la Germania cos\u00ec meravigliosa da voler diventare tedeschi a tutti i costi e che quindi erano stati \u201cgermanizzati\u201d. Dovevamo conoscere questi \u201cgermanizzati\u201d e allo stesso tempo imparare che la signora Pich evidentemente non li stimava affatto.<\/p>\n<h3>\u201cGermanizzati\u201d<\/h3>\n<p>All&#8217;epoca nella nostra classe c&#8217;erano dei banchi che oggi forse non esistono pi\u00f9: un banco fissato con delle viti a un tavolo per due alunni. Questi banchi erano disposti in tre file di sei o sette banchi ciascuna. Eravamo seduti distribuiti su queste tre file quando un giorno la signora Pich (credo fosse in quarta elementare, avevamo 9 anni) ci ordin\u00f2 di sederci su due file, lasciando libera la terza. La cosa non ci piacque affatto, perch\u00e9 dovevamo sederci in modo completamente diverso da come eravamo seduti prima.<\/p>\n<p>Poi la porta si apr\u00ec ed entrarono 12-14 bambini della nostra et\u00e0, che si sedettero nei posti liberati nella fila di banchi. Tra loro c&#8217;era una bambina cos\u00ec bella con i suoi capelli biondo platino che pensai subito: vorrei che fosse mia amica! Ma non se ne fece nulla. La signora Pich ci spieg\u00f2 che quei bambini erano polacchi germanizzati. Il nostro compito era quello di sorvegliarli e assicurarci che non parlassero polacco. Inoltre, assegn\u00f2 a ciascuno degli studenti pi\u00f9 bravi, me compresa, uno di questi bambini. Durante le brevi pause dovevamo controllare i compiti di questi bambini per la lezione successiva e segnare gli errori con la matita. La signora Pich poi controllava il nostro lavoro.<\/p>\n<h3>Resistenza segreta di una bambina di nove anni<\/h3>\n<p>Quella fu la prima volta che provai qualcosa di simile a uno spirito di ribellione. Che senso aveva? Quei bambini erano ormai tedeschi, quindi era tutto a posto, no? Dovevamo forse fare la spia? Non era proprio possibile. Immagino che anche gli altri compagni di classe la pensassero allo stesso modo, solo che purtroppo non ne parlavamo mai. Mi era stato assegnato un ragazzo cos\u00ec timido che quasi non osava parlarmi. Cercavo di spiegargli i suoi errori nel modo pi\u00f9 gentile possibile, ma lui si limitava ad annuire. Per il resto, quelle piccole pause, ora riempite da lavoro extra, non erano pi\u00f9 pause, ma un peso.<\/p>\n<p>L&#8217;unica pausa che avevamo tutti era quella grande. Durante quella pausa, noi bambini tedeschi ci precipitavamo liberi nel cortile della scuola e, come se ci fossimo accordati, ci allontanavamo il pi\u00f9 possibile dall&#8217;edificio, dove poi giocavamo. Di tanto in tanto osservavo da lontano i nostri compagni di classe polacchi in tre piccoli gruppetti lungo il muro dell&#8217;edificio scolastico che parlavano tra loro con rabbia (lo si poteva leggere sui loro volti). Nessuno di noi voleva sapere se parlassero polacco o tedesco. Fare la spia era assolutamente fuori discussione. Ma non sapevo nemmeno perch\u00e9 questi bambini fossero cos\u00ec arrabbiati.<\/p>\n<p>Non ricordo pi\u00f9 per quante settimane o mesi dur\u00f2 questa situazione. Ma un giorno i bambini polacchi se ne andarono. Semplicemente sparirono. La signora Pich non ritenne necessario darci alcuna spiegazione e noi non facemmo domande. Credo che fossimo semplicemente sollevati, almeno io lo ero. Dato che non ne avevamo mai parlato tra di noi e non ne parlavamo nemmeno adesso, posso solo supporre che fosse cos\u00ec per tutti. Era stato soprattutto un peso che, pur non comprendendo, avevamo comunque percepito. Per anni mi sono chiesta che fine avessero fatto quei bambini.<\/p>\n<h3>Benedizione o maledizione?<\/h3>\n<p>Solo decenni dopo (anche questo fa parte della nostra fantastica \u201celaborazione\u201d) ho saputo dell&#8217; \u201cAktion Lebensborn\u201d, quella terribile istituzione che ha semplicemente portato via a migliaia di genitori polacchi i loro bambini dall&#8217;aspetto \u201cariano\u201d (!), a volte prelevandoli per strada o all&#8217;asilo, per poi germanizzarli con la forza e farli adottare da famiglie delle SS o delle SA.<\/p>\n<p>In questo caso si pu\u00f2 parlare di una \u201cgrazia della nascita PRECOCE\u201d. Io, almeno, speravo che i miei compagni di classe polacchi, che all&#8217;epoca avevano gi\u00e0 9 anni, avessero la possibilit\u00e0 di ritrovare i loro veri genitori, perch\u00e9 potevano ancora ricordarsi di loro e dei loro veri nomi. Diverso era il caso dell&#8217;uomo anziano che ho conosciuto alcuni anni fa in occasione di una mostra sull&#8217;\u00abAktion Lebensborn\u00bb a Friburgo. Era stato strappato ai suoi genitori polacchi all&#8217;et\u00e0 di due anni e aveva trascorso la sua vita alla vana ricerca dei suoi veri genitori. Anche per lui e per molti altri, la nascita tardiva non era stata una grazia, ma una maledizione.<\/p>\n<h3>\u201cNoi siamo i buoni, gli altri sono i cattivi \u201c<\/h3>\n<p>Ho ritenuto necessario raccontarlo perch\u00e9 oggi, nel 2025, i media non si stancano mai di sottolineare la \u201cmalvagit\u00e0\u201d dei russi, tra l&#8217;altro con la motivazione che rapirebbero bambini ucraini per \u201crussificarli\u201d. Che possano aver imparato questo da noi tedeschi non viene mai detto, ma \u00e8 parte della storia.<\/p>\n<p>Ma c&#8217;\u00e8 di pi\u00f9: dai miei anni scolastici ricordo bene cosa imparano a scuola i bambini ucraini e russi, israeliani e palestinesi, sudanesi e birmani, insomma tutti i bambini che crescono in guerra: \u00abNoi siamo i buoni, gli altri sono i cattivi e devono essere distrutti\u00bb. Distrutti! Da bambini lo si considera normale. Ecco perch\u00e9 in tutto il mondo ci sono bambini soldato che considerano normale la loro condizione di soldati e si sacrificano persino per attentati dinamitardi, perch\u00e9 credono sinceramente di fare del bene alla loro comunit\u00e0.<\/p>\n<h3>Diversit\u00e0 vs. emarginazione<\/h3>\n<p>Ci\u00f2 che noi tedeschi avremmo dovuto imparare dalla nostra storia, ma che pochissimi di noi hanno davvero imparato, \u00e8 la differenza tra diversit\u00e0 ed emarginazione. Con l&#8217;esclusione da locali pubblici, tram, teatri, scuole, universit\u00e0, professioni ecc. \u00e8 iniziata l&#8217;emarginazione degli ebrei, che alla fine \u00e8 sfociata nella loro esclusione dalla vita. L&#8217;esclusione porta potenzialmente con s\u00e9 questa terribile conseguenza, anche se si crede di non volerla affatto.<\/p>\n<p>Quando le persone sono \u201cdiverse\u201d da noi, cio\u00e8 hanno un&#8217;opinione diversa o un aspetto diverso, parlano in modo diverso, pensano in modo diverso, hanno una religione diversa o una cultura diversa, \u00e8 comprensibile che questo ci spaventi inizialmente. Perch\u00e9 la cautela nei confronti di ci\u00f2 che non conosciamo \u00e8 innata in noi e ha una funzione protettiva naturale.<\/p>\n<p>Tuttavia, \u00e8 innata anche la nostra curiosit\u00e0 verso tutto ci\u00f2 che \u00e8 \u201cdiverso\u201d, che tra l&#8217;altro condividiamo con molti animali. Essa pu\u00f2 aiutarci a scoprire che anche questi \u201caltri\u201d possono essere interessanti e arricchenti. Gi\u00e0 solo per questo motivo non dovremmo mai emarginarli, ma piuttosto osservarli e ascoltarli con attenzione.<\/p>\n<p>Tuttavia, possiamo e dobbiamo prendere le distanze da ci\u00f2 che non ci sembra giusto o che ci mette a disagio. Questo \u00e8 per\u00f2 molto pi\u00f9 faticoso che semplicemente etichettare e basta. Per farlo, infatti, dobbiamo prima parlare con gli \u201caltri\u201d per cercare di capirli. Ci\u00f2 richiede riflessione e azione, persino la ricerca di argomenti, cosa che molti di noi trovano troppo faticosa.<\/p>\n<p>Una cosa \u00e8 certa: sopportare gli \u201caltri\u201d accanto a noi e in mezzo a noi \u00e8 sicuramente pi\u00f9 facile che sopportare e subire il terrore o le bombe. Se l&#8217;umanit\u00e0 vuole sopravvivere, noi esseri umani dobbiamo riuscirci. E io penso che possiamo farcela!<\/p>\n<p>Su YouTube c&#8217;\u00e8 un <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=bAUqHW1_03s\">meraviglioso filmato<\/a> danese di tre minuti di sette anni fa, in inglese ma con sottotitoli in tedesco, che pu\u00f2 aiutarci in questo senso: \u201cCosa succede quando smettiamo di etichettare le persone?\u201d Il filmato ci mostra che, per quanto diversi possiamo essere, abbiamo pi\u00f9 cose in comune di quanto crediamo.<\/p>\n<p>di Barbara Volhard<\/p>\n<hr \/>\n<h6><em>Traduzione dal tedesco di Thomas Schmid con l\u2019ausilio di traduttore automatico.<\/em><\/h6>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In Germania una delle affermazioni pi\u00f9 stupide del dopoguerra \u00e8 quella della \u201cgrazia della nascita tardiva\u201d, coniata dall&#8217;ex cancelliere federale Helmut Kohl. Essa suggerisce che, essendo nati tardi, non ci si possa assumere alcuna colpa per il periodo nazista. 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