{"id":2647313,"date":"2025-10-24T08:32:20","date_gmt":"2025-10-24T07:32:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=2647313"},"modified":"2026-01-05T14:56:11","modified_gmt":"2026-01-05T14:56:11","slug":"contadini-in-cisgiordania-tenere-ad-ogni-costo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2025\/10\/contadini-in-cisgiordania-tenere-ad-ogni-costo\/","title":{"rendered":"Contadini in Cisgiordania, tenere ad ogni costo"},"content":{"rendered":"<p>Ottobre 2025 Le Monde Diplomatique dai nostri inviati speciali L\u00c9ONORE AESCHIMANN e PIERRE CASAGRANDE * giornalisti<\/p>\n<p><i>Dall\u2019inizio dell\u2019anno, l\u2019esercito e i coloni israeliani hanno provocato il trasferimento forzato di\u00a0 <\/i><i>cinquantamila palestinesi della Cisgiordania. <\/i><i>Imponendo leggi inique ed esercitando violenze quotidiane, Tel Aviv prosegue un\u2019annessione <\/i><i>rampante che punta innanzi tutto all\u2019appropriazione delle terre agricole e alla costruzione di nuove <\/i><i>colonie, illegali sul piano del diritto internazionale <\/i><\/p>\n<p>Ali M. rovista tra le rovine di una casa distrutta nell\u2019inverno 2024 dai bulldozer israeliani per estrarne sbarre di ferro con cui rafforzare la recinzione delle sue capre. Questo allevatore sui vent\u2019anni \u00e8 interrotto dalla consegna di acqua da parte di un vecchio camion Citro\u00ebn arrugginito su cui sobbalza una gigantesca cisterna che sta risalendo il sentiero. Ali accoglie il conducente, che divide la sua vita tra il lavoro di professore di biologia a Gerico e le consegne, vitali per le famiglie della regione. Siamo nel villaggio di Al-Maleh, nell\u2019estremo nord della Cisgiordania, in una piccola vallata rocciosa che scende verso il fiume Giordano. Sotto la staccionata, uno strato di sassi testimonia l\u2019esistenza passata di un ruscello che scorreva ancora vent\u2019anni fa. Ormai, nella valle, si spinge solo il vento carico di polvere. \u00abI coloni sono arrivati nel 1967 e hanno cominciato a pompare acqua nel 1973 a oltre 100 metri di profondit\u00e0\u00bb, spiega Ali. Le cinque fonti che alimentavano il corso d\u2019acqua si sono progressivamente prosciugate. Questo rifornimento in camion baster\u00e0 per il consumo dei villaggi e del bestiame ma, sfortunatamente, non permetter\u00e0 di irrigare gli appezzamenti.<\/p>\n<p>La colonizzazione israeliana colpisce duramente l\u2019agricoltura palestinese. \u00abDal 1967 e con l\u2019inizio dell\u2019occupazione, il contributo del settore al prodotto interno lordo della Cisgiordania \u00e8 andato costantemente a calare\u00bb, spiega Taher Labadi, ricercatore in economia all\u2019Istituto francese del Medioriente (Ifpo) di Gerusalemme. Eppure, il lavoro della terra ha una lunga storia in Palestina. L\u2019agricoltura \u00e8 caratterizzata da una prevalenza di piccole aziende familiari inferiori all\u2019ettaro, che rappresentano pi\u00f9 del 70% delle terre agricole (1). La loro produzione \u00e8 destinata in primo luogo all\u2019autoconsumo, quindi al mercato locale. In un territorio semi arido e collinare, la coltura a terrazza appartiene a un ricco patrimonio agricolo, il cui simbolo \u00e8 l\u2019ulivo (2). \u00ab100.000 famiglie dipendono parzialmente o totalmente dagli ulivi, all\u2019origine di un rapporto molto speciale tra i palestinesi, la loro terra e gli alberi. \u00c8 un\u2019identit\u00e0 nazionale che diventa anche identit\u00e0 economica\u00bb, spiega Moayyad Bsharat, coordinatore di progetto all\u2019Unione dei comitati del lavoro agricolo (Uawc), la principale organizzazione non governativa (Ong) agricola palestinese.<\/p>\n<p>Calata la sera, Ali \u00e8 amareggiato perch\u00e9 non pu\u00f2 offrire ai suoi ospiti delle vere camere in cui passare la notte. A causa delle continue distruzioni, la famiglia abita in parte nelle tende. Al-Maleh, che risale all\u2019epoca ottomana, \u00e8 stato devastato dall\u2019esercito nel 1967, e tutti i suoi abitanti sono dovuti fuggire. Circa sessanta famiglie sono tornate, ma il villaggio non ha potuto recuperare le sue dimensioni di un tempo. Gli agricoltori che, come Ali, scelgono di restare, di lavorare la loro terra o di allevare bestiame sono chiamati <em>samidin<\/em>, ossia coloro che tengono duro nonostante le crescenti difficolt\u00e0 poste dalla vita rurale. Con la loro presenza, proteggono la terra dall\u2019annessione dei coloni israeliani \u2013 un obiettivo cruciale della resistenza palestinese. Nella famiglia di Ali, le coppie con figli hanno preferito trasferirsi a Tubas, la citt\u00e0 pi\u00f9 vicina.<\/p>\n<p>\u00abQuando vengono costruite delle case, qui, sono distrutte dalle forze d\u2019occupazione\u00bb, spiega.<\/p>\n<p>Dopo gli accordi di Oslo del 1993, la Cisgiordania (5 860 km\u00b2) \u00e8 stata divisa in tre zone A, B e C.<\/p>\n<p><b>La zona A (18%)\u00e8 sotto l\u2019autorit\u00e0 palestinese, la zona B (22%) sotto controllo misto e la zona <\/b><b>C (il 60% della Cisgiordania) sotto controllo diretto israeliano, <\/b>l\u2019esercito non concede alcun permesso di costruzione nella zona C e commette regolarmente distruzioni di edifici.<\/p>\n<p>A maggio, un nuovo regolamento sul censimento fondiario e sulla creazione di un catasto emanato da Tel Aviv ha rafforzato ulteriormente questo controllo, facilitando l\u2019accaparramento delle terre palestinesi da parte dei coloni. Nella valle del Giordano, i palestinesi subiscono una vera e propria annessione, con la confisca delle loro terre coltivabili, mentre l\u201980% di queste \u00e8 gi\u00e0 nelle mani dei coloni e dell\u2019esercito.<\/p>\n<p>Anas H., un osservatore della situazione dei diritti umani nella zona, sospira: \u00abLa guerra a Gaza fa rumore, ma qui ci hanno dichiarato una guerra silenziosa\u00bb. Questa \u00abguerra\u00bb indebolisce una sovranit\u00e0 palestinese gi\u00e0 compromessa dal passaggio dall\u2019agricoltura di sussistenza a un\u2019agricoltura volta verso l\u2019esportazione. Dagli anni 1990, l\u2019Autorit\u00e0 Palestinese e i donatori internazionali hanno incoraggiato le colture da destinare ai mercati esteri.<\/p>\n<p><b>L\u2019emblema \u00e8 quella del dattero <\/b><b>medjool nella valle del Giordano. \u00abIl dattero \u00e8 l\u2019agrobusiness\u00a0 <\/b><b>che fa irruzione in Palestina\u00bb,<\/b> riassume Julie Trottier, idrologa al Centro nazionale della ricerca scientifica (Cnrs), che lavora sulla Cisgiordania. Con Anas, sulla strada 90, che costeggia il Giordano in direzione del villaggio di Bardala, possiamo constatarlo: immensi appezzamenti di monocultura di dattero si susseguono per chilometri, inframmezzati da alcuni grandi magazzini agricoli.<\/p>\n<p>Sebbene sia impossibile distinguere a prima vista i frutteti israeliani da quelli palestinesi, il 70% dei palmeti, secondo Anas, sarebbe coltivato dai coloni. \u00abUn classico caso di economia coloniale\u00bb. All\u2019epoca, la scelta era ricaduta sulla palma da dattero per diverse ragioni: il basso consumo di acqua e la sua compatibilit\u00e0 anche con acqua leggermente salata. Essendo adatta ai vincoli climatici, rende molto e rapidamente, grazie alle esportazioni, dal momento che le aziende israeliane e alcuni grandi proprietari palestinesi hanno firmato contratti con gli attori dell\u2019agroindustria mondiale.<\/p>\n<p>\u00abAll\u2019inizio dello sviluppo del dattero, sono state coltivate parcelle da seicento <em>dunum<\/em> (sessanta ettari), un dato inedito in Palestina\u00bb, testimonia Trottier. Ma i soldi guadagnati hanno provocato l\u2019aumento delle disuguaglianze all\u2019interno della societ\u00e0 palestinese. Prima di questa coltura, le pianure del Giordano erano volte verso la sussistenza e il mercato locale. \u00abI proprietari, solitamente, risiedevano in citt\u00e0, una piantagione di banane di un dunum dava da vivere a una famiglia grazie alla mezzadria\u00bb, spiega la ricercatrice. I mezzadri ora sono sostituiti da stagionali e operai.<\/p>\n<p>Ogni anno, i primi raccolgono per due mesi, mentre i secondi lavorano al confezionamento per 5 mesi. Questo contesto economico, insieme alle violenze coloniali, spiega l\u2019entit\u00e0 dell\u2019esodo rurale.<\/p>\n<p><b>In Palestina la proporzione dei lavoratori del settore agricolo \u00e8 passata dal 37% del 1975 al <\/b><b>5% del 2023 (3). <\/b><\/p>\n<p>I beni necessari alla popolazione non sono pi\u00f9 prodotti sul posto. La maggior parte di quelli consumati dai palestinesi sono importati attraverso Israele, che pu\u00f2 decidere di bloccare la merce.<\/p>\n<p>\u00ab\u00c8 un classico caso di economia coloniale: la produzione viene orientata verso le esportazioni, e l\u2019economia del territorio occupato diventa completamente vincolata e dipendente dallo Stato colonizzatore\u00bb, analizza Labadi.<\/p>\n<p>Strutture come l\u2019Uawc si battono per la sovranit\u00e0 alimentare. \u00abL\u2019Autorit\u00e0 palestinese non destina neanche l\u20191% del suo bilancio al ministero dell\u2019agricoltura, contro il 35% al sistema di sicurezza e ai suoi agenti, che non hanno mai protetto un solo ulivo e una sola contadina contro gli attacchi dei coloni o dell\u2019esercito, afferma con disappunto Bsharat. <b>Gli stanziamenti per l\u2019agricoltura\u00a0 <\/b><b>dovreb<\/b><b>bero raggiungere il 10% per essere adeguati ai bi<\/b><b>sogni dei contadini.\u00bb<\/b> Quest\u2019uomo sui quarant\u2019anni, agronomo di formazione, ha dedicato la sua vita a sostenere i samidin.<\/p>\n<p>Conosce perfettamente le comunit\u00e0 rurali della valle del Giordano e porta avanti il suo lavoro presso agricoltori e contadini nonostante le intimidazioni dell\u2019esercito israeliano.<\/p>\n<p>La sua Ong, creata nel 1986, \u00e8 composta da centoventi comitati in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Offre formazione, aiuto materiale o consigli tecnici alle famiglie contadine per emergere dalla dipendenza dagli input chimici importati e adattarsi alla mancanza di acqua. L\u2019Uawc lavora solo con piccoli agricoltori e prevalentemente con comunit\u00e0 guidate da donne.<\/p>\n<p>\u00abAl contrario dell\u2019Autorit\u00e0 palestinese e dei donatori occidentali, non vogliamo focalizzarci sul 5% della popolazione con grandi aziende agricole, dimenticando la maggioranza, che vuole produrre il proprio cibo. Non vogliamo solo produrre, vogliamo giustizia sociale\u00bb, prosegue il nostro interlocutore. Tuttavia, non \u00e8 sempre facile far adottare i metodi ecologici. \u00abCerchiamo di far capire agli agricoltori che, se vogliono produrre di pi\u00f9, perderanno anche pi\u00f9 rapidamente le terre, perch\u00e9 i metodi industriali esauriscono il suolo dopo alcuni anni\u00bb, aggiunge, citando il caso della coltura intensiva di datteri che massacra il terreno e aumenta il grado di salinit\u00e0.<\/p>\n<p>L\u2019agroecologia come via verso la sovranit\u00e0 alimentare \u00e8 un presupposto per cui si batte anche Forum Palestinese di Agroecologia (Fpa) dalla sua creazione nel 2018: \u00abIl nostro rapporto con la terra \u00e8 cambiato. I nostri metodi tradizionali erano vicini ai principi agroecologici; oggi, non sappiamo neanche quali input chimici siano presenti nel suolo e quante variet\u00e0 di Ogm (organismi geneticamente modificati) ci siano imposte, spiega Lina Isma\u00efl, membro dell\u2019Fpa. <b>L\u2019occupazione israeliana ha imposto i suoi semi.<\/b> Ora, ci sono variet\u00e0 autoctone di prodotti ormai introvabili nei nostri mercati\u00bb.<\/p>\n<p>Per ovviare a queste mancanze, l\u2019Uawc aveva fondato, nel 2003, una banca di sementi autoctone a Al Khalil \u2013 il nome palestinese della citt\u00e0 di Hebron. Qui, venivano moltiplicate, stoccate e distribuite con il passare delle stagioni 76 variet\u00e0 locali. Nelle sale decorate con piante essiccate, Jannat D. accoglieva calorosamente i contadini. Dopo aver ascoltato i loro bisogni, forniva consigli e consegnava sacchetti contenenti le preziose sementi.<\/p>\n<p>Secondo Bsharat, la protezione della biodiversit\u00e0 agricola era solo uno dei numerosi benefici di questa iniziativa: <em>\u00abI semi industriali sono pi\u00f9 produttivi, a condizione che siano associati a\u00a0 pesticidi, fertilizzanti chimici e un\u2019abbondante irrigazione. Non \u00e8 possibile riprodurli e quindi\u00a0 devono essere acquistati ogni anno. I nostri semi evitano tutte queste insidie. Sono rustici, pi\u00f9\u00a0 resilienti di fronte al cambiamento climatico e alle malattie, e permettono inoltre un\u2019alimentazione pi\u00f9 sana\u00bb. <\/em><\/p>\n<p><b>Quando l\u2019esercito israeliano sradica gli ulivi <\/b><\/p>\n<p>Tuttavia, <b>per Israele, la sovranit\u00e0 alimentare dei palestinesi \u00e8 una minaccia. <\/b>Il 31 luglio scorso, i bulldozer seguiti da uomini incappucciati e soldati israeliani <b>hanno saccheggiato la banca di <\/b><b>sementi e demolito l\u2019edificio<\/b>. Secondo l\u2019Uawc, questo attacco era mirato a \u00abimpedire ai palestinesi di rimanere sulle loro terre (4)\u00bb.<\/p>\n<p>Una settimana prima di questa spoliazione, il Parlamento israeliano aveva approvato una mozione simbolica sull\u2019annessione totale della Cisgiordania e convalidato un piano di 275 milioni di dollari a beneficio delle colonie. A fine agosto, in reazione a uno scambio di colpi d\u2019arma da fuoco tra contadini e coloni,<b> l\u2019esercito israeliano ha sradicato 10.000 ulivi <\/b>\u2013 molti dei quali secolari \u2013 nel villaggio di Al-Mughayyir, vicino a Ramallah.<\/p>\n<p>Dal 1967, in totale, il governo israeliano ha sradicato pi\u00f9 di 800.000 di questi alberi e rasato al suolo con i bulldozer centinaia di chilometri di terre agricole in Palestina (5).<\/p>\n<p>Ma ad Al-Maleh, quando la giornata volge al termine, Ali continua a scherzare, con il sorriso sulle labbra. Accende un braciere per scaldare il pasto e l\u2019acqua con cui lavarsi. Dietro di lui, la sagoma in filo spinato dell\u2019avamposto militare che domina la valle si staglia nel cielo. Si siede vicino al fuoco, immobile come i massi attorno.<\/p>\n<p>Le pietre non lasciano la valle, dice un proverbio palestinese.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>(1) Jacques Marzin, Jean-Michel Sourrisseau e Ahmad Uwaidat, \u00abStudy on small-scale agriculture in the Palestinian territories\u00bb, Centro di cooperazione internazionale nella ricerca agronomica per lo sviluppo (Cirad), Parigi, 2019.<\/p>\n<p>(2) Si legga A\u00efda Delpuech, \u00abEn Isra\u00ebl, l\u2019arbre est aussi un outil colonial\u00bb, Le Monde diplomatique, ottobre 2024.<\/p>\n<p>(3) Bashar Abu Zarour, Amina Khasib, Islam Rabee e Shaker Sarsour, Economic Monitor, n\u00b0 73, Palestine Economic Policy Research Institute &#8211; MAS, Ramallah, 2023.<\/p>\n<p>(4) Philippe Pernot, \u00abIsra\u00ebl attaque une banque de semences paysannes en Cisjordanie occup\u00e9e\u00bb, 2 agosto 2025, <a href=\"https:\/\/reporterre.net\">https:\/\/reporterre.net<\/a><\/p>\n<p>(5) Qassam Muaddi, \u00abIsra\u00ebl voulait punir un village palestinien. Il a donc d\u00e9truit 10 000 de ses oliviers\u00bb, 28 agosto 2025, https:\/\/agencemediap<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ottobre 2025 Le Monde Diplomatique dai nostri inviati speciali L\u00c9ONORE AESCHIMANN e PIERRE CASAGRANDE * giornalisti Dall\u2019inizio dell\u2019anno, l\u2019esercito e i coloni israeliani hanno provocato il trasferimento forzato di\u00a0 cinquantamila palestinesi della Cisgiordania. 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