{"id":2644662,"date":"2025-10-13T13:34:17","date_gmt":"2025-10-13T12:34:17","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=2644662"},"modified":"2025-10-13T13:41:00","modified_gmt":"2025-10-13T12:41:00","slug":"perche-pensare-gaza-ma-come-e-cosa-pensarne","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2025\/10\/perche-pensare-gaza-ma-come-e-cosa-pensarne\/","title":{"rendered":"Perch\u00e9 pensare Gaza? Ma come e cosa pensarne?\u00a0"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"font-weight: 400;\">Ho tradotto l&#8217;<\/span><a href=\"https:\/\/noteblockrivista.blogspot.com\/2025\/10\/penser-gaza-intervista-etienne-balibar.html\">intervista<\/a><span style=\"font-weight: 400;\">\u00a0ad Etienne Balibar su Gaza, e, a margine, preso nota di alcuni spunti di riflessione. Li metto in fila e li offro ad una lettura estranea alla logica di schieramento o tifoseria calcistica prevalente oggi, anche a fronte di un movimento che per fortuna a questo non pu\u00f2 essere ridotto. Dunque Balibar pensa a Gaza, come non farlo, e pensa Gaza, che \u00e8 difficile. Oggi pi\u00f9 che mai perch\u00e9 quando si parla di Gaza e di genocidio, un crimine che si dovrebbe potere intendere universalmente, riferendosi a Gaza, che \u00e8 unica e non traducibile, si cade in una contraddizione &#8220;insopportabile&#8221;.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-medium wp-image-2644748 alignleft\" src=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/definisci-bambino-2-239x300.png\" alt=\"\" width=\"239\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/definisci-bambino-2-239x300.png 239w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/definisci-bambino-2.png 426w\" sizes=\"auto, (max-width: 239px) 100vw, 239px\" \/>Perch\u00e9 questo genocidio, nel suo nome proprio specifico, ha come responsabili le vittime di un altro genocidio, che ha un nome anch&#8217;esso: la Shoah.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Ebbene quel nome per\u00f2 non \u00e8 uno tra altri, non \u00e8 un nome Comune perch\u00e9 \u00e8 diventato il simbolo di tutti i genocidi, insieme evento distruttivo e fondativo de &#8220;il nome ebraico&#8221; (Jean Claude Milner). Lo \u00e8 diventato in settantacinque anni di storia, e ora quel nome proprio, proprio quel nome, appare compromesso, declassato a singolare senza universale. Che la vittima sia ora il carnefice, oltre a riproporre l&#8217;evento in una &#8220;disputa&#8221;, mai cos\u00ec come ora generalizzata, separa l\u2019evento dal suo rassicurante valore di fondazione. Lo consuma, come se in un processo il giurato fosse screditato, bruciato, annientato. Il non volerlo &#8220;mai pi\u00f9&#8221; ripetere, come la sacrosanta avversione verso ogni forma di antisemitismo come verso ogni persecuzione etnica, religiosa o razziale, appaiono infondati. Questo naufragio a qualcuno pare coinvolgere in questi mesi anche altri universali e compromettere quello che a Balibar stava a cuore fin dai suoi primi scritti su universale e singolare. Nessuno \u00e8 pi\u00f9 al sicuro in quella contingenza radicale, quella ad esempio che lega non al 7 ottobre ma alla nascita stessa di Israele la persecuzione dei palestinesi. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Ma la parabola discendente del sublime arriva oltre fino a svelare che oggi quel valore assoluto della memoria della Shoah sopravvive per giustificare un crimine preventivo e ad oltranza. Un ribaltamento che \u00e8 ben raccontato in un saggio di Amos Goldberg pubblicato insieme all\u2019intervista a Balibar. In base a questo \u201cdispositivo\u201d Israele ha un s\u00ec diritto a sopravvivere e per farlo deve proteggersi dal suo eterno ritorno, commettendo a sua volta un crimine orrendo verso un alter ego palestinese. Sarebbe qui interessante seguire la continuazione di questo schema nella variante dei martiri della causa palestinese; martiri come se avessero scelto consapevolmente di morire sotto le bombe per testimoniare di una verit\u00e0 che li annichilisce. &#8220;Mai pi\u00f9&#8221; diventa cos\u00ec indiscernibile da &#8220;per sempre&#8221;. Una perversa ma logica conseguenza che muove gli eredi legittimi della Shoah a divenire i persecutori dei palestinesi a Gaza. Cos\u00ec facendo, oltre a perseguitare i palestinesi, strappano quel che resta della loro cultura ebraica.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Verrebbe da chiudere qui il discorso e sperare che ci sia di meglio per pensare a questa vicenda, nella saggezza delle pratiche e nella variegata folla che in questi giorni ha scelto di non voltarsi dall\u2019altra parte. Ma l\u2019intervista a Balibar \u00e8 pregevole e non merita di essere risparmiata da critiche. Personalmente credo che le sue parole siano quello che pu\u00f2 oggi dire un filosofo onesto che non si imponga il silenzio, a cui pure allude lo stesso Balibar quando in apertura cita l&#8217;ultima proposizione del Tractatus di Wittgenstein (Di ci\u00f2 di cui non si pu\u00f2 parlare si deve tacere).\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Quindi riprendo da questo punto, pi\u00f9 volte richiamato nell\u2019intervista: perch\u00e9 pensare Gaza? Ma, pi\u00f9 in generale, come e cosa pensarne?\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">In Balibar prevale il tentativo di saggiare comunque ancora il discorso ed esercitare la critica. In questo non rinnega un decostruzionismo saldamente orientato ad una lotta per la verit\u00e0. Una presa di posizione politica e partitica, che \u00e8 per questo difficile.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Ogni cultura, lo diceva Lenin, \u00e8 divisa in due, una parte reazionaria ed una rivoluzionaria. La sua eredit\u00e0 \u00e8 quindi necessariamente bastarda, ad esempio mettendo insieme Adorno ed Heidegger, Primo Levi e Carl Schmitt. Anche i pi\u00f9 compromessi con la perpetrazione del genocidio ci sono necessari per pensarlo. Cos\u00ec fece ad esempio la Arendt, che lo lesse alla luce di una importazione dei campi di concentramento e sterminio coloniali adottati dagli europei in America e Africa. Questo spiega anche come i nazisti potessero contestarlo quel modello, ma per proporne uno alternativo euroasiatico, dominato stavolta dalla razza germanica con le popolazioni indigene ridotte in schiavit\u00f9. La reazione ad una idea non \u00e8 la causa materiale di processi storici che la seguono, ma spiega perch\u00e9 si possa percepire come universale e farla durare in un contesto mutato. Va detto che un&#8217;ideologia \u00e8 proprio una tale percezione senza contraddizione, una verit\u00e0 essenziale che si oppone e governa un cambiamento.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Nel nostro caso qualcosa del colonialismo quindi muta, mentre altro resta, seppure nella forma determinata di antisemitismo ieri e genocidio dei palestinesi oggi. In questa argomentazione di fatto Balibar ripiega, non so se sia possibile fare altrimenti con le nostre coordinate culturali post marxiste, e ripropone come linea interpretativa un colonialismo dei coloni al posto di un colonialismo dei nativi: il sionismo ibrida cos\u00ec l&#8217;idea di una superiorit\u00e0 europea o occidentale sulla barbarie del medio oriente. Balibar riconosce che questa spiegazione non pu\u00f2 essere esaustiva, perch\u00e9 sottovaluta &#8211; in nome di un Israele gendarme dell&#8217;imperialismo statunitense &#8211; come l&#8217;Europa abbia &#8220;vomitato&#8221; gli ebrei rendendoli realmente vittime di un genocidio che ha storicamente giustificato il riconoscimento dello Stato di Israele.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Resta che qui Balibar ancora ci prova a non cancellare il &#8220;significato del rapporto di dominio&#8221; riducendolo &#8220;ad uno schema binario astratto, o di essenzializzarlo&#8221;. Ci prova perch\u00e9 sente che anche il suo lo \u00e8, al punto da riproporre un internazionalismo arabo buono ma tutto da inventare a sostegno della, futura anch&#8217;essa, resistenza palestinese.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Ci riesce? Onestamente direi di no. Anche senza essere grossolano e disinvolto, da filosofo professionista lui non lo \u00e8 mai, nella parte finale dell&#8217;intervista se la cava (in dialetto siciliano &#8220;se la vede di lastrico&#8221;) con un generico appello ad una resistenza materiale che unifica le lotte presenti e future. Una invocazione e un vocativo senza soggetto. E, a dispetto delle contraddizioni prima esplorate, assegna al &#8220;popolo palestinese&#8221; il ruolo di protagonista. Sottraendolo alla critica di un uso della violenza mitica e senza giustizia e radicandolo in un fondamento che \u00e8 il nostro partito preso. Perch\u00e9 \u00e8 in un attaccamento alla terra di Palestina come terra del popolo palestinese che si fonda la sua intangibilit\u00e0 politica. Potranno uccidere gli abitanti di Gaza, dice espressamente Balibar, ma non distruggere quell&#8217; &#8220;attaccamento appassionato&#8221; (espressione che mutuo da J. Butler) che supera la contraddizione determinata di memoria e futuro.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Questa debolezza costitutiva del discorso, del suo apparato logico e argomentativo, a mio avviso si ripercuote e riflette nella parte conclusiva dell&#8217;intervista, che ai meno benevoli nei suoi confronti apparir\u00e0 come una condanna fin troppo mite di Hamas. Sar\u00e0 la storia futura, dice, a decidere se la sua sar\u00e0 stata una condotta criminale o una scelta, seppure\u00a0<\/span><span style=\"font-weight: 400;\">deprecabile per mille ragioni, ma pur sempre una scelta politica. Insomma potrebbe darsi che sia con quell&#8217;interlocutore che si dovr\u00e0 domani realisticamente ancora trattare. Perch\u00e9 Hamas, cito letteralmente un passo dell\u2019intervista, non \u00e8 il Daesh (che, deduco, per Balibar \u00e8 oggetto di una squalifica senza appello) e &#8220;i rapporti storici tra lotte di emancipazione o resistenza e il &#8220;terrorismo&#8221; come tattica sono sempre stati (e sono pi\u00f9 che mai) complessi, impuri, soggetti a evoluzione.&#8221;<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Io mi fermerei qui nel commento, forse perch\u00e9 \u00e8 un limite che oggi \u00e8 nelle cose e non nelle intenzioni di qualcuno. Mi fermo avendo svolto con alterigia il mio compito come monsieur le vivisecteur, perci\u00f2 senza limitarmi, come modestia avrebbe richiesto, alla lettura e traduzione.\u00a0<\/span><\/p>\n<h5><span style=\"font-weight: 400;\">AI Overview\u00a0<\/span><\/h5>\n<h5><span style=\"font-weight: 400;\">&#8220;Monsieur le vivisecteur&#8221; (Signor il vivisettore) era l&#8217;alter ego artistico di Robert Musil, un personaggio che, attraverso l&#8217;uso di un &#8220;bisturi intellettuale&#8221;, analizzava gli stati della coscienza umana e i rapporti emozionali. Questo titolo era destinato a un romanzo mai completato da Musil in giovent\u00f9, ma l&#8217;espressione si adatta perfettamente alla figura dello scrittore, che analizzava l&#8217;animo umano con una sorta di sinistra obiettivit\u00e0, come una dissezione intellettuale.<\/span><\/h5>\n<blockquote class=\"wp-embedded-content\" data-secret=\"Wow4bFAW7J\"><p><a href=\"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2025\/10\/intervista-a-etienne-balibar-la-soluzione-politica-dei-due-stati-porra-fine-alla-guerra\/\">Intervista a \u00c8tienne Balibar: la soluzione politica dei due stati porr\u00e0 fine alla guerra?<\/a><\/p><\/blockquote>\n<p><iframe loading=\"lazy\" class=\"wp-embedded-content\" sandbox=\"allow-scripts\" security=\"restricted\" style=\"position: absolute; visibility: hidden;\" title=\"&#8220;Intervista a \u00c8tienne Balibar: la soluzione politica dei due stati porr\u00e0 fine alla guerra?&#8221; &#8212; Pressenza\" src=\"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2025\/10\/intervista-a-etienne-balibar-la-soluzione-politica-dei-due-stati-porra-fine-alla-guerra\/embed\/#?secret=CGa9b5L5n5#?secret=Wow4bFAW7J\" data-secret=\"Wow4bFAW7J\" width=\"500\" height=\"282\" frameborder=\"0\" marginwidth=\"0\" marginheight=\"0\" scrolling=\"no\"><\/iframe><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ho tradotto l&#8217;intervista\u00a0ad Etienne Balibar su Gaza, e, a margine, preso nota di alcuni spunti di riflessione. 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