{"id":2627065,"date":"2025-08-14T08:56:01","date_gmt":"2025-08-14T07:56:01","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=2627065"},"modified":"2025-08-14T09:02:53","modified_gmt":"2025-08-14T08:02:53","slug":"politica-dei-dazi-multipolarismo-e-rischio-di-crisi-del-dollaro-qualche-riflessione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2025\/08\/politica-dei-dazi-multipolarismo-e-rischio-di-crisi-del-dollaro-qualche-riflessione\/","title":{"rendered":"Politica dei dazi, multipolarismo e rischio di crisi del dollaro: qualche riflessione"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-2627067 alignleft\" src=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/logo-effimera-2020.png\" alt=\"\" width=\"149\" height=\"38\" \/>\u00a0<em>Ma i rapporti economici tra Usa ed Europa stanno realmente come millantato da Trump? I dati ufficiali pubblicati dall\u2019<a href=\"https:\/\/www.consilium.europa.eu\/it\/infographics\/eu-us-trade\/\">ufficio statistico<\/a> del Consiglio d\u2019Europa raccontano un\u2019altra storia_<\/em><\/p>\n<p>Si sa che a furia di ripetere il falso, la menzogna si invera. Media mainstream e governanti europei accettano passivamente l\u2019idea trumpiana che i rapporti economici tra gli Usa e l\u2019Unione Europea siano del tutto squilibrati a vantaggio dell\u2019Europa, capace di esportare negli Usa molto pi\u00f9 di ci\u00f2 che importa. In tale contesto, i dazi vengono cos\u00ec legittimati e giustificati e, tutto sommato, il raggiungimento di un accordo che li posiziona al 15% non \u00e8 poi tanto male.\u00a0 Si dimentica, tuttavia, che tale accordo rimane valido solo se accompagnato da 600 miliardi di dollari di investimenti oltreoceano e 750 miliardi in forniture energetiche americane, gnl in testa, nei prossimi tre anni. Considerando che ad oggi l\u2019importazione in Europa di prodotti energetici dagli Usa \u00e8 pari a 75 miliardi, difficilmente questa condizione potr\u00e0 essere rispettata.<\/p>\n<p>Nel 2024, per quanto riguarda la bilancia commerciale (ovvero l\u2019export e import di merci e servizi), considerando le sole merci, si registra un surplus commerciale a favore dell\u2019Europa di ben 198 miliardi di euro (532,3 miliardi di euro \u00e8 il valore delle esportazioni dell\u2019UE verso gli USA contro 334,8 miliardi di euro delle importazioni dagli USA). Ma se prendiamo in esame anche i servizi (soprattutto quelli intangibili), la situazione cambia radicalmente. Gli Usa infatti presentano un surplus commerciale di 148 miliardi, a fronte di un export Usa verso l\u2019Europa pari a 334,5 miliardi e import dagli Usa in Ue di 482,5 miliardi. Ne consegue che l\u2019Europa presenta un surplus commerciale complessivo di 50 miliardi, cio\u00e8 solo il 3% dell\u2019intero interscambio di merci e servizi tra le due aree economiche (pari a 1.684,1 miliardi).<\/p>\n<p>Ma non basta. Per dare un quadro esaustivo del frapporti economici tra Usa e UE occorre considerare anche i movimenti di capitali, che comprendono l\u2019insieme delle transazioni finanziarie e creditizie. Secondo i dati del\u00a0<a href=\"https:\/\/data.imf.org\/en\/datasets\/IMF.STA:FAS\">Fondo monetario internazionale<\/a>, il saldo finanziario bilaterale Ue-Usa nel 2024 alla voce investimenti diretti esteri \u00e8 pressoch\u00e9 in equilibrio. Nel 2022 \u2013 ultimo dato disponibile -, erano gli Usa a essere in avanzo sulle transazioni finanziarie, ovvero a rivendicare una prevalenza di attivit\u00e0 (assets) rispetto alle passivit\u00e0 (liabilities) dovute ai Paesi oltreoceano, con un avanzo di circa $49 miliardi.<\/p>\n<p>La bilancia dei pagamenti (bilancia commerciale e movimenti dei capitali) tra Usa e UE \u00e8 quindi sostanzialmente in pareggio. Di conseguenza non c\u2019\u00e8 nessuna ragione economica che pu\u00f2 legittimare l\u2019imposizione di dazi.<\/p>\n<p>Vi sono per\u00f2 giustificazioni e motivazioni politiche. \u00c8 noto che Trump ha ereditato dall\u2019amministrazione Biden un\u2019economia con un tasso di crescita positivo, ma con elevata inflazione e un forte e crescente indebitamento, sia nei conti con l\u2019estero che in termini di debito pubblico. Un indebitamento che richiede un costante finanziamento sui mercati speculativi finanziari e sul mercato dei titoli pubblici. La politica monetaria Usa per tale motivo non ha ritenuto opportuno abbassare i tassi d\u2019interesse, anche in previsione di una riduzione dell\u2019inflazione (entrando in conflitto con lo stesso Trump) per mantenere quel ruolo di attrattore di capitali esteri necessari per ripagare i due debiti. La possibilit\u00e0 di attrarre capitali esteri (soprattutto dai paesi che vantano i pi\u00f9 alti surplus commerciali con gli Usa, Cina e Giappone in testa) dipende dalla capacit\u00e0 del dollaro di mantenere la sua posizione dominante di valuta di riserva e di scambio internazionale.<\/p>\n<p>In contemporanea \u00e8 necessario che anche gli indici delle borse americane (Dow Jones, Nasdaq, S&amp;P500) si mantengano su livelli elevati, senza pagare eccessivamente le conseguenze di alti tassi d\u2019interesse.<\/p>\n<p>Il primo semestre 2025 ha dato segnali contradditori che al momento non consentono ancora di valutare l\u2019efficacia della politica di Trump nell\u2019obiettivo di rimarcare l\u2019egemonia unipolare Usa come principale condizione (tra le altre) per mantenere la stabilit\u00e0 e la solvibilit\u00e0 economica.<\/p>\n<p>L\u2019andamento del PIL Usa ha fatto registrare un aumento del 3% nel II trimestre dopo un calo, inatteso, dello 0,5% nel I trimestre (dovuto all\u2019incremento dell\u2019import dei semilavorati del 41% per fare magazzino prima dell\u2019imposizione dei dazi). Il dato del II trimestre, tuttavia, non deve ingannare. \u00a0Uno dei principali motori di questo rimbalzo \u00e8 stato il contributo delle esportazioni nette (grazie anche, come vedremo, alla svalutazione del dollaro), che hanno aggiunto ben 5 punti percentuali al PIL. Tuttavia, il quadro non \u00e8 completamente roseo: i consumi interni \u2013 storicamente il cuore pulsante dell\u2019economia americana \u2013 hanno rallentato, con un aumento dell\u20191,4%, registrando, in due trimestri consecutivi, il ritmo pi\u00f9 contenuto da quando \u00e8 scoppiata la pandemia. Anche gli investimenti privati mostrano segni di indebolimento, mentre la domanda interna, misurata dalle vendite finali ai consumatori privati statunitensi, \u00e8 cresciuta solo dell\u20191,2%, toccando il minimo da fine 2022. L\u2019inflazione, infine, si \u00e8 attestata al 2,5%, confermando che le pressioni inflazionistiche restano presenti, anche perch\u00e9 tale dato non tiene conto dell\u2019andamento dei prezzi dei beni energetici e alimentari.<\/p>\n<p>Sul piano finanziario, il movimento dei capitali tra Usa ed Europa a partire dal 2025 ha mostrato una inversione di tendenza, con lo spostamento di fondi dagli Stati Uniti verso il continente europeo (e anche verso altri paesi), con il 39% dei gestori di fondi che ha sovrappesato le azioni europee a marzo 2025 (ovvero, assegnato un peso maggiore a una determinata azione o titolo rispetto a come sarebbe rappresentato nell\u2019indice di riferimento: indice di aspettative positive al rialzo), mentre il 23% ha sottopesato i titoli statunitensi, la percentuale pi\u00f9 alta mai registrata da Bank of America.<\/p>\n<p>Tale dinamica significa che \u00e8 diminuita la fiducia negli investimenti finanziari verso gli Stati Uniti e la capacit\u00e0 attrattiva di Wall Street, dopo che al 30 giugno 2024 \u2013 secondo i\u00a0<a href=\"https:\/\/home.treasury.gov\/\">dati del Ministero del Tesoro<\/a>\u00a0\u2013\u00a0 il valore totale degli investimenti esteri in attivit\u00e0 finanziarie americane aveva raggiunto il suo massimo storico con un valore pari a 30.881 miliardi di dollari con un aumento di circa il 20% rispetto al 30 giugno 2023: tale\u00a0<a href=\"https:\/\/www.exportusa.us\/investimenti-esteri-attivita-finanziarie-stati-uniti.php\">cifra<\/a>\u00a0consisteva per il 60% circa di azioni delle corporation americane e per il restante 40% di titoli di stato. I principali creditori risultano essere, in ordine di impegno, la Gran Bretagna, Isole Cayman, Giappone, Canada, Lussemburgo, Irlanda, Cina e Svizzera. Nel corso dell\u2019ultimo anno, il blocco Cina + Hong Kong ha venduto titoli di stato americani\u00a0per un importo pari a 30 miliardi nel mese di marzo 2025, riducendo lo stock di titoli USA a 1033 miliardi di dollari. Nonostante la flessione mensile, su base annua la Cina registra ancora un saldo netto di acquisto di titoli americani per 53 miliardi di dollari. Rispetto al picco del 2015, il saldo complessivo ha registrato una contrazione di circa un terzo, a conferma di una strategia di progressiva diversificazione degli investimenti cinesi delle riserve Usa in valuta estera. \u00c8 prevedibile che tale dinamica continui anche nell\u2019immediato futuro e possa essere accentuata dal conflitto commerciale in atto sui dazi.<\/p>\n<p>Il risultato di questa inversione di tendenza ha avuto effetti non secondari sulla quotazione del dollaro, che a partire da quest\u2019anno ha cominciato a svalutarsi per una quota pi\u00f9 o meno del 10%. \u00c8 difficile prevedere se tale svalutazione del dollaro sia solo congiunturale o nasconda qualcosa di pi\u00f9 strutturale. La politica dei dazi di Trump nel breve periodo potrebbe favorire un incremento di entrate per le casse federali. Secondo Il\u00a0<a href=\"https:\/\/www.nytimes.com\/2025\/08\/03\/business\/trump-tariffs-how-much-money-debt.html\">New York Times<\/a>, con i dazi introdotti da aprile, prima ancora che entrino in vigore dall\u20198 agosto quelli nuovi, Donald Trump ha incassato finora 152 miliardi di dollari, circa il doppio dei 78 miliardi di dollari entrati nelle casse federali nello stesso periodo dell\u2019anno fiscale precedente. Solo a luglio le tariffe hanno fruttato quasi 30 miliardi di dollari. Gli analisti prevedono che nel tempo i nuovi dazi di agosto potrebbero generare entrate aggiuntive per oltre 2000 miliardi di dollari nel prossimo decennio, ovvero 200 miliardi all\u2019anno. Un effetto positivo che rischia per\u00f2 di essere vanificato dal rischio di un aumento dei prezzi. Secondo il\u00a0<a href=\"https:\/\/budgetlab.yale.edu\/research\/state-us-tariffs-august-1-2025\">Budget Lab di Yale<\/a>, un centro di ricerca politica indipendente, i prezzi aumenteranno dell\u20191,8% nel breve termine, con una perdita di reddito di 2.400 dollari per famiglia.<\/p>\n<p>Inoltre Trump, grazie all\u2019effetto clava della politica dei dazi, soprattutto in sede di trattativa con l\u2019Europa, ha ottenuto notevoli vantaggi fiscali per le imprese americane. Durante la riunione del G7 in Canada che si \u00e8 svolto lo scorso 16-17 giugno, si \u00e8 deciso, su pressione degli Usa, di non applicare la tassa minima globale sui profitti delle multinazionali che governano le piattaforme globali sotto il controllo americano. La proposta era gi\u00e0 di per s\u00e9 minima, considerando che l\u2019aliquota proposta era pari solo al 15% (mentre ogni lavorator* o pensionat* paga aliquote ben pi\u00f9 alte) ma era comunque qualcosa. C\u2019\u00e8 anche chi ha parlato, sfidando il ridicolo, di \u201ccompromesso onorevole\u201d (il ministro dell\u2019economia e delle finanze\u00a0<a href=\"https:\/\/www.mef.gov.it\/inevidenza\/Global-Minimum-tax-Giorgetti-accordo-G7-e-onorevole-compromesso\/\">Giancarlo Giorgetti<\/a>).<\/p>\n<p>Ma non basta. In sede di discussione del bilancio pluriennale europeo 2028-2034, oltre a ratificare il piano \u201cReArm Europe (che porta, come richiesto sempre da Trump e dalla Nato, le spese militari di ogni paese membro al 6% del Pil), la Commissione Europea ha deliberato di eliminare anche la proposta della digital tax, prelievo mirato a colpire i big della rete come Google, Meta e Amazon.<\/p>\n<p>L\u2019insieme di queste decisioni ha galvanizzato la borsa americana, a seguito dei crescenti profitti che le imprese americane si apprestano a ottenere, grazie alla complicit\u00e0 fiscale. La svalutazione della valuta americana e la riduzione degli investimenti esteri in Usa non ha, per il momento, avuto effetto sulle aspettative speculative in atto, se non per un breve periodo. Dopo aver toccato il massimo a fine gennaio 2025 (44.850 punti), l\u2019indice Dow Jones mostra segni di cedimento proprio per la svalutazione della valuta Usa e le incertezze della politica economica, sino a toccare il minimo a inizio aprile (37.645 punti), per stabilizzarsi sui 40.000 punti sino a met\u00e0 giugno, quando le aspettative sono ritornate positive per le corporation americane. Oggi, il Dow Jones si colloca sui 45.000 punti. \u00a0Meglio ancora ha fatto lo S&amp;P500 che a fine luglio ha superato del 4% il massimo storico di inizio febbraio 2025.<\/p>\n<p>Siamo dunque in presenza di segnali ambivalenti. Ma su un punto si pu\u00f2 concordare: nonostante gli sforzi corporativi di Trump, la capacit\u00e0 Usa di guidare e dominare l\u2019economia mondiale come ai bei tempi del\u00a0<em>Washington Consensus<\/em>, a cavallo del millennio, \u00e8 in declino. Non solo per le difficolt\u00e0 debitorie dell\u2019economia statunitense ma soprattutto per il fatto che negli ultimi trent\u2019anni sono nati competitors sempre pi\u00f9 agguerriti su scala globale, in grado di operare con innovativit\u00e0, efficienza e cultura economica diversa. Stiamo ovviamente parlando di Cina, India, Brasile e gli altri paesi Brics+, non a caso i paesi che maggiormente sono stati attaccati da Trump con la politica dei dazi. \u00c8 interessante notare che per India e Brasile, la giustificazione dei dazi non \u00e8 di natura economica ma politica. Il Brasile viene sanzionato perch\u00e9 Lula sta avviando il procedimento di accusa per colpo di Stato al precedente presidente Bolsonaro e l\u2019India perch\u00e9 acquista petrolio e gas dalla Russia di Putin. Pi\u00f9 sfumata la posizione con la Cina e altri paesi del Sud-Est asiatico, con l\u2019esclusione dei pi\u00f9 piccoli. Tale prudenza non sorprende. Le grandi imprese americane sono fortemente internazionalizzate e hanno bisogno delle produzioni asiatiche di semilavorati e delle materie prime, oggi nevralgiche per l\u2019innovazione tecnologica nell\u2019industria dell\u2019elettrico, dei big data e dell\u2019intelligenza artificiale. L\u2019introduzione di dazi in questi settori avrebbe forti ripercussioni sui prezzi dei beni americani e sulla profittabilit\u00e0 delle aziende. I proclami di Trump di riterritorializzare la produzione e\/o di ridefinire linee di subfornitura \u201cfriend-shoring\u201d (cio\u00e8 con paesi amici, che non gravitano nell\u2019area Brics+) difficilmente potranno diventare realt\u00e0 nel breve termine.<\/p>\n<p>Ma l\u2019egemonia politica internazionale non si gioca solo sul piano economico, ma anche logistico, militare e finanziario. A quest\u2019ultimo riguardo, come abbiamo visto, \u00e8 in atto, ma ancora in forma debole, un processo di de-dollarizzazione, seppur in presenza di una centralit\u00e0 delle borse americane del dettare le convenzioni speculative.<\/p>\n<p>Interessante notare la prudenza della Cina (e della Russia) di non accelerare verso la creazione di una moneta internazionale alternativa al dollaro (che si dovrebbe chiamare R5), soprattutto se ancorata alle terre rare. Questo \u00e8 stato uno dei punti in agenda durante il vertice Brics+ di Johannesburg del 2023.Ma tale opzione ha avuto al momento uno stop nell\u2019incontro Brics+ 2024 a Kazan, dove si \u00e8 chiesto piuttosto una riforma del FMI e nel summit recente di Rio 2025 dove i BRICS+ hanno chiesto maggior potere decisionale all\u2019interno del FMI. In ogni caso, la realt\u00e0 ci dice che l\u2019ammontare delle transazioni commerciali tra i paesi BRICS che non si basano sul sistema Swift (dollaro) sono in forte aumento e che oggi tali transazioni rappresentano circa un quarto del commercio mondiale (24%). Se i tempi per una nuova valuta di riferimento internazionale in grado di sostituire il dollaro non sono ancora maturi, Trump pu\u00f2 favorire tale maturazione se la politica dei dazi con l\u2019obiettivo di ridurre il debito estero favorisce una fase recessiva e quindi una possibile svalutazione del dollaro, come sta, in parte, gi\u00e0 avvenendo.<\/p>\n<p>Sul piano logistico-tecnologico, la supremazia dei BRICS+ \u00e8 oggi senza discussione, anche se \u00e8 in corso un tentativo di recupero delle big tech americane. Il problema piuttosto \u00e8 l\u2019emergere di tensioni competitive all\u2019interno di un gruppo eterogeneo come quello dei Brics soprattutto tra India e Cina.<\/p>\n<p>Sul piano militare, la supremazia Usa non \u00e8 soverchiante, anzi. Nel campo della tecnologia militare e dei nuovi metodi di combattimento (i droni), ad esempio, la Russia dispone di tecnologia pi\u00f9 avanzata e la Cina \u00e8 il paese che ha maggiormente aumentato la spesa militare. La richiesta di riarmo europeo a vantaggio del militare Usa cerca di sopperire a questa situazione.<\/p>\n<p>In conclusione, la visione degli Usa come potenza egemone richiede oggi una qualche revisione cos\u00ec come l\u2019idea che oggi esiste un unico imperialismo, quello statunitense. Esistono diversi imperialismi con metodologie e logiche diverse (basti pensare alla penetrazione commerciale della Cina in Africa e oggi in Sudamerica). \u00c8 il frutto della globalizzazione neoliberista. Da questo punto di vista, aveva ragione Marx nel\u00a0<a href=\"https:\/\/www.marxists.org\/italiano\/marx-engels\/1848\/liberoscambio1.htm\"><em>Discorso sul libero scambio<\/em><\/a>, pronunciato all\u2019Associazione Democratica di Bruxelles il 9 gennaio 1848 e poi pubblicato in appendice a\u00a0<em>Miseria della filosofia<\/em>:<\/p>\n<blockquote><p><em>\u201c\u2026 ai nostri giorni il sistema protezionista \u00e8 conservatore, mentre il sistema del libero scambio \u00e8 distruttivo. Il libero scambio dissolve le antiche nazionalit\u00e0 e spinge all\u2019estremo l\u2019antagonismo fra la borghesia e il proletariato. In una parola, il sistema della libert\u00e0 di commercio affretta la rivoluzione sociale. \u00c8 solo per questo esito rivoluzionario, signori, che io voto in favore del libero scambio\u201d.<\/em><\/p><\/blockquote>\n<h6><\/h6>\n<h6>*docente di Economia Politica<\/h6>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00a0Ma i rapporti economici tra Usa ed Europa stanno realmente come millantato da Trump? I dati ufficiali pubblicati dall\u2019ufficio statistico del Consiglio d\u2019Europa raccontano un\u2019altra storia_ Si sa che a furia di ripetere il falso, la menzogna si invera. 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