{"id":2615233,"date":"2025-06-28T11:44:35","date_gmt":"2025-06-28T10:44:35","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=2615233"},"modified":"2025-06-28T11:44:35","modified_gmt":"2025-06-28T10:44:35","slug":"quando-il-potere-normalizza-la-violenza-anatomia-di-una-deriva-autoritaria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2025\/06\/quando-il-potere-normalizza-la-violenza-anatomia-di-una-deriva-autoritaria\/","title":{"rendered":"Quando il potere normalizza la violenza: anatomia di una deriva autoritaria"},"content":{"rendered":"<p><em>Dal carcere di Ilaria Salis alla legge sicurezza, il dibattito a Sherwood Festival smaschera la deriva autoritaria che trasforma la giustizia in arma e cancella il conflitto dalla democrazia. Un confronto tra esperienze, lotte e visioni per costruire nuove forme di resistenza_<\/em><\/p>\n<p><em>All\u2019interno di Sherwood Festival, il dibattito \u201cViolenza del potere e deriva autoritaria\u201d ha visto protagoniste tre figure centrali del presente giuridico e istituzionale:\u00a0<\/em><strong><em>Ilaria Salis<\/em><\/strong><em>, europarlamentare,\u00a0<\/em><strong><em>Eugenio Losco<\/em><\/strong><em>, avvocato penalista, e\u00a0<\/em><strong><em>Alessandra Algostino<\/em><\/strong><em>, professoressa di diritto costituzionale all\u2019Universit\u00e0 di Torino. In dialogo con l\u2019avvocato\u00a0<\/em><strong><em>Giuseppe Romano<\/em><\/strong><em>, i relatori hanno offerto un\u2019analisi condivisa: lo Stato democratico, in Italia come in Europa, ha tradito le sue promesse di garanzia e diritti, trasformando la legge in strumento di controllo, la giustizia in arma, la repressione in prassi ordinaria.<\/em><\/p>\n<p><strong> Ilaria Salis<\/strong>\u00a0ha aperto il confronto raccontando la propria esperienza carceraria e giudiziaria, non come vicenda individuale, ma come esempio sistemico. Ha ricostruito i quindici mesi di detenzione preventiva in Ungheria come forma deliberata di violenza, volta a spezzare non solo la volont\u00e0 dell\u2019imputato, ma anche il legame con la propria comunit\u00e0 politica. Ha denunciato l\u2019uso della custodia cautelare come deterrente, il tentativo di farne un simbolo negativo, e la funzione della repressione giudiziaria come strumento di dissuasione diffusa.<\/p>\n<p>Secondo Salis, \u00abnon si colpisce un individuo per ci\u00f2 che fa, ma per ci\u00f2 che rappresenta\u00bb. Il caso giudiziario diventa costruzione simbolica: la detenuta antifascista trasformata nel \u201cmostro\u201d su cui proiettare una narrazione d\u2019ordine. Ma questa narrazione, ha osservato, si \u00e8 incrinata. \u00abLa mia immagine in catene non ha generato paura, ma indignazione\u00bb. E tuttavia, ha ricordato, ci\u00f2 \u00e8 stato possibile solo perch\u00e9 il suo corpo \u2013 bianco, femminile, istruito \u2013 rientrava nei confini dell\u2019empatia mediatica. \u00abAltri corpi non fanno notizia: migranti, detenuti nei CPR, reclusi senza visibilit\u00e0 politica. Per loro, la repressione resta invisibile e sistemica\u00bb.<\/p>\n<p>Ancora oggi, da europarlamentare, Salis denuncia come la repressione non finisca con la liberazione fisica: pende su di lei una richiesta di revoca dell\u2019immunit\u00e0 parlamentare da parte delle autorit\u00e0 ungheresi, giunta subito dopo un suo intervento critico verso il governo Orb\u00e1n. Per Salis, la repressione non si limita a tribunali e carceri: si estende a decreti, conferenze stampa, leggi.<\/p>\n<p>Durante il suo intervento, ha richiamato il caso di\u00a0<strong>Maya T.<\/strong>, militante antifascista tedesca detenuta in Ungheria per accuse analoghe. Maya rischia fino a 24 anni di carcere: una vicenda che testimonia l\u2019accanimento repressivo e la sproporzione giudiziaria. Attualmente in sciopero della fame, la sua situazione \u00e8 emblematica della criminalizzazione dell\u2019antifascismo in Europa. A lei, Salis ha rivolto un abbraccio solidale: gesto politico e invito alla mobilitazione internazionale contro l\u2019arbitrio giudiziario.<\/p>\n<p><strong> Eugenio Losco<\/strong>, avvocato difensore di Salis, ha ricostruito il processo di Budapest come esempio lampante di giustizia politica. Emblematica l\u2019assurdit\u00e0 dell\u2019impianto accusatorio: tra i capi d\u2019imputazione figura la presunta \u201cviolazione dei diritti di una minoranza\u201d, riferita \u2013 paradossalmente \u2013 a soggetti appartenenti a gruppi neonazisti. A ci\u00f2 si sommano gravi criticit\u00e0 procedurali: Salis ha affrontato il processo in un contesto linguistico incomprensibile, con limitati contatti con l\u2019esterno e ostacoli costanti al pieno esercizio del diritto alla difesa.<\/p>\n<p>Losco ha denunciato la sproporzione tra i reati contestati e la detenzione inflitta, l\u2019assenza di garanzie fondamentali e l\u2019impostazione ideologica di una magistratura che premia l\u2019estrema destra e punisce l\u2019antifascismo. E soprattutto ha sottolineato come questo modello \u2013 apparentemente distante \u2013 stia rapidamente riproducendosi anche in Italia.<\/p>\n<p>A completare il quadro, l\u2019intervento di\u00a0<strong>Alessandra Algostino<\/strong>\u00a0ha collocato la repressione del dissenso all\u2019interno di una pi\u00f9 ampia trasformazione autoritaria, che ha definito\u00a0<em>\u201ctecnofeudalesimo\u201d<\/em>: un sistema in cui il potere si concentra in mani opache e verticali, svuotando gli spazi democratici. In questo contesto, ha rivendicato la legittimit\u00e0 delle mobilitazioni studentesche, che rompono la narrazione dominante e riaffermano il diritto al conflitto. Ha criticato duramente la retorica istituzionale che etichetta ogni contestazione \u2013 come quelle contro Roccella \u2013 come \u201cviolenza\u201d, evidenziandone la funzione repressiva e silenziatrice.<\/p>\n<p>Nel secondo giro di interventi,\u00a0<strong>Salis\u00a0<\/strong>ha decostruito con forza il concetto di \u201csicurezza\u201d nel discorso politico dominante, mettendone in luce l\u2019uso strumentale e repressivo. La sicurezza \u2013 ha detto \u2013 non \u00e8 pi\u00f9 tutela dei diritti o delle condizioni di vita, ma controllo, ordine pubblico e punizione. Si criminalizzano poveri, occupanti, attivisti, mentre le politiche securitarie colpiscono chi rivendica giustizia sociale. La retorica del \u201cfurto di case\u201d ha solo legittimato la repressione delle occupazioni e giustificato interventi penali sproporzionati. In questo scenario, lo Stato non appare pi\u00f9 come garante, ma come apparato punitivo al servizio di propriet\u00e0 e privilegio.<\/p>\n<p><strong> Losco<\/strong>\u00a0ha poi affrontato la recente \u201clegge sicurezza\u201d (ex ddl 1660-1236), definendola una mutazione profonda dell\u2019ordinamento giuridico. Non reprime solo condotte pericolose: seleziona soggetti da colpire. \u00abIl legislatore non punisce un reato. Costruisce un nemico. E poi scrive la norma per colpirlo\u00bb. Chi lotta per la casa, chi partecipa a un picchetto, chi blocca una strada, diventa destinatario di norme penali scritte appositamente per intimidirlo.<\/p>\n<p>Il nuovo reato di blocco stradale, le aggravanti per resistenza in manifestazione, le sanzioni per chi sostiene occupazioni: strumenti pensati per disattivare la solidariet\u00e0. Parallelamente, lo Stato garantisce tutela giuridica e protezione economica a chi esercita la forza, ovvero le forze dell\u2019ordine, sempre pi\u00f9 armate e sempre meno responsabili. \u00abSi configura un doppio binario: repressione per chi contesta, immunit\u00e0 per chi reprime\u00bb.<\/p>\n<p>Particolare attenzione \u00e8 stata posta all\u2019incremento delle garanzie accordate alla polizia: non solo nuove prerogative operative \u2013 come il porto d\u2019armi fuori servizio \u2013 ma anche coperture legali e finanziarie che allontanano ogni forma di accountability. Le forze dell\u2019ordine non solo agiscono con maggiore libert\u00e0, ma vengono sollevate dal dovere di rispondere delle proprie azioni, grazie a fondi pubblici per la difesa legale e a un clima politico che scoraggia ogni indagine. \u00abIn questo assetto \u2013 ha detto \u2013 la polizia non \u00e8 pi\u00f9 un corpo al servizio della legge, ma una zona franca autorizzata a esercitare la forza con copertura preventiva\u00bb.<\/p>\n<p><strong> Algostino<\/strong>\u00a0ha quindi messo in discussione la legittimit\u00e0 costituzionale dell\u2019intero impianto normativo. Secondo lei, assistiamo a un vero e proprio rovesciamento del principio democratico. La Costituzione nasce per limitare il potere, tutelare i diritti e riconoscere il conflitto. La nuova legislazione, al contrario, lo rimuove, sanziona il dissenso, nega la solidariet\u00e0.\u00a0<em>\u00abIl decreto sicurezza \u00e8 incostituzionale nell\u2019anima\u00bb.\u00a0\u00abIl conflitto rende vitale la democrazia; il dissenso \u00e8 un suo elemento essenziale\u00bb<\/em><\/p>\n<p>Algostino ha denunciato l\u2019espulsione della Costituzione dal linguaggio politico e legislativo. \u00abOggi si legifera come se la Costituzione non esistesse pi\u00f9\u00bb. Non \u00e8 solo una questione di articoli violati, ma di perdita di senso complessivo. La democrazia italiana \u00e8 nata riconoscendo il diritto alla disobbedienza, alla protesta, alla lotta sociale. La legge sicurezza nega questi spazi. La norma diventa strumento d\u2019ordine, non di giustizia.<\/p>\n<p>In questa cornice, il diritto non limita pi\u00f9 il potere, ma ne diventa giustificazione. Lo Stato si configura sempre pi\u00f9 come apparato coercitivo, autoritario, selettivo. E la deriva non \u00e8 episodica: \u00e8 strutturale.<\/p>\n<p>Con uno sguardo che intreccia analisi costituzionale e pensiero critico, Algostino ha chiarito che non si tratta di una semplice deviazione autoritaria, ma di un cambiamento strutturale del paradigma politico. Ha denunciato l\u2019introduzione, nella legge sicurezza, di aggravanti costruite per criminalizzare il dissenso organizzato, in particolare contro le grandi opere. \u00c8 il caso del movimento No TAV, cui lo Stato ha risposto con sorveglianza, intimidazione e carcere. Una norma confezionata per disinnescare un conflitto legittimo.<\/p>\n<p>Richiamandosi a\u00a0<strong>Walter Benjamin<\/strong>, ha sostenuto che il diritto, quando non \u00e8 strumento di giustizia, diventa puro esercizio di forza. Non regola il potere, ma lo esprime nella sua forma pi\u00f9 nuda: violenza legittimata. In questo schema, lo Stato non punisce reati, ma definisce i nemici: migranti, poveri, dissenzienti. \u00c8 questa la logica del diritto penale del nemico.<\/p>\n<p>Ma Algostino \u00e8 andata oltre, evidenziando come questa visione del potere sia non solo autoritaria, ma neoliberale. Un potere che si presenta come neutro, tecnico, inevitabile e che, in nome dell\u2019efficienza e della sicurezza, espelle il conflitto dalla democrazia. Il dissenso non viene ascoltato n\u00e9 rappresentato: viene patologizzato, punito, escluso.<\/p>\n<p>Secondo lei, la democrazia non \u00e8 solo sotto attacco: \u00e8 gi\u00e0 in parte svuotata. La legge sicurezza lo dimostra: non ammette pluralismo, non tollera opposizione, non contempla solidariet\u00e0. Solo ordine, decoro, disciplina.<\/p>\n<p>Nel passaggio finale, il dibattito si \u00e8 spostato sull\u2019istruzione con l\u2019intervento di\u00a0<strong>Gaia Righetto<\/strong>, docente precaria e attivista, recentemente oggetto di una campagna mediatica per il suo impegno politico. La sua vicenda mostra come anche la scuola diventi oggi terreno di repressione. Righetto ha raccontato come la precariet\u00e0 sia usata come forma di controllo: chi insegna con contratti temporanei \u00e8 spinto a non esporsi, a non deviare dalla \u201cneutralit\u00e0\u201d imposta.<\/p>\n<p>Secondo lei, non si colpisce pi\u00f9 solo chi occupa o protesta, ma anche chi educa alla critica. \u00abSi vuole una scuola addomesticata, senza conflitto, senza pensiero. Una scuola che formi cittadini docili, non consapevoli\u00bb. Gli attacchi che ha subito non sono casuali, ma parte di una strategia pi\u00f9 ampia: delegittimare chi ha voce e mette in discussione l\u2019autorit\u00e0.<\/p>\n<p><strong> Ilaria Salis<\/strong>\u00a0ha quindi poi espresso piena solidariet\u00e0 a Gaia Righetto, sottolineando come la repressione colpisca non solo chi protesta, ma anche chi educa alla critica e al pensiero libero. Ha ricordato poi l\u2019assurdo caso del questore di Monza, Ferri, condannato per i fatti di Genova nel 2001, a dimostrazione di come le forze dell\u2019ordine agiscano impunemente, nonostante gravi responsabilit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Eugenio Losco\u00a0<\/strong>ha in chiusura evidenziato l\u2019uso crescente di strumenti amministrativi come fogli di via, daspo e \u201czone rosse\u201d, decisi da questori e prefetti senza sentenze n\u00e9 processi. Questi provvedimenti, privi di garanzie, vengono applicati arbitrariamente per allontanare e isolare persone legate a mobilitazioni sociali o politiche, trasformando l\u2019amministrazione in uno strumento di repressione preventiva e controllo politico.<\/p>\n<p>Il dibattito ha restituito l\u2019immagine di un potere sempre meno democratico e sempre pi\u00f9 disciplinare. Ma anche la possibilit\u00e0 concreta di costruire forme di resistenza non pi\u00f9 solo difensive, ma attive. La risposta non pu\u00f2 essere l\u2019attesa di un ritorno alla normalit\u00e0: serve un nuovo fronte di conflitto democratico, che unisca chi lotta nei tribunali, nei parlamenti, nelle scuole, nei quartieri.<\/p>\n<p>\u00c8 bene specificare poi che tutti i relatori, pur con percorsi diversi, hanno sottolineato la necessit\u00e0 di mettere in discussione il carcere come strumento sociale e politico, aprendo a una prospettiva abolizionista che non si limiti a riformare l\u2019esistente, ma immagini modelli di giustizia radicalmente alternativi.<\/p>\n<p>Infine, a conclusione della serata, il dibattito si collega anche alla mobilitazione lanciata contro la presenza di\u00a0<strong>Jeff Bezos<\/strong>\u00a0a Venezia per il suo matrimonio \u201c<strong>No space for Bezos, No space for war<\/strong>\u201d (28 giugno). La sua presenza \u2013 d\u2019altronde &#8211; non \u00e8 solo un evento mondano, ma un simbolo di un modello tecno-autoritario basato sull\u2019iper-sfruttamento del lavoro, la privatizzazione degli spazi e l\u2019accumulazione algoritmica di potere. Contestare Bezos significa rifiutare questa governance e affermare un\u2019altra idea di futuro, fondato su giustizia sociale, democrazia e difesa dei beni comuni.<\/p>\n<h6 style=\"background: white; margin: 4.5pt 0cm 4.5pt 0cm;\"><a href=\"https:\/\/www.globalproject.info\">guarda riprese video su. Globalproject.info<\/a><\/h6>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dal carcere di Ilaria Salis alla legge sicurezza, il dibattito a Sherwood Festival smaschera la deriva autoritaria che trasforma la giustizia in arma e cancella il conflitto dalla democrazia. 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