{"id":2582740,"date":"2025-02-11T11:42:31","date_gmt":"2025-02-11T11:42:31","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=2582740"},"modified":"2025-02-11T11:42:31","modified_gmt":"2025-02-11T11:42:31","slug":"gli-attivisti-africani-che-sfidano-la-fast-fashion","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2025\/02\/gli-attivisti-africani-che-sfidano-la-fast-fashion\/","title":{"rendered":"Gli attivisti africani che sfidano \u201cla fast fashion\u201d"},"content":{"rendered":"<p><strong>Milioni di abiti di seconda mano arrivano ogni giorno in Africa, generando lavoro ma anche gravi danni ambientali. Attivisti e designer locali, da Kenya, Ghana, Uganda e Sudafrica, stanno reagendo, trasformando scarti in risorse e denunciando l\u2019impatto della fast fashion.<\/strong><\/p>\n<p>Milioni di capi di abbigliamento di seconda mano, scartati nei paesi del Nord del mondo, arrivano ogni giorno nei mercati dell\u2019Africa. Il business dei cosiddetti \u201cvestiti dei bianchi morti\u201d genera decine di migliaia di posti di lavoro e un giro d\u2019affari da milioni di dollari, ma al tempo stesso causa <strong>gravi problemi ambientali<\/strong>.<\/p>\n<p>La vendita di abiti usati viene spesso presentata come un sostegno economico ai paesi africani, ma di fatto rappresenta anche un modo per le nazioni occidentali di smaltire il proprio surplus di produzione.<\/p>\n<p>Il flusso di scarti tessili verso l\u2019Africa subsahariana \u00e8 un problema serio: secondo Oxfam, il 70% degli indumenti usati a livello globale finisce nel continente, e l\u2019Africa orientale \u00e8 disseminata di mercati informali. Davanti a questo problema in costante crescita, <strong>gli abitanti di vari Paesi africani pi\u00f9 colpiti \u2013 come Uganda, Kenya, Ghana, Nigeria \u2013 non stanno a guardare<\/strong>. Alcuni di loro svolgono un lavoro di attivismo quotidiano, spesso attraverso l\u2019uso dei social media, per tentare di sensibilizzare sul tema e cambiare le cose.<\/p>\n<p>Ecco alcuni nomi di attivisti che stanno facendo un grande lavoro nel continente. Dal Kenya, riporta Greenpeace, spicca il nome di\u00a0<strong>Chemitei Janet<\/strong>, ambientalista ed educatrice di slow fashion, presidente della sezione giovanile di Clean Up Kenya e coordinatrice regionale per l\u2019Africa di Threading Change. Attraverso i suoi canali social, sensibilizza sull\u2019impatto dell\u2019industria della moda in Kenya, facendo da esempio e promuovendo abitudini di consumo pi\u00f9 consapevoli. Nello stesso Paese si distingue\u00a0<strong>Joseph Obel<\/strong>, artista performativo, modello e attivista per la salute mentale. Critico verso l\u2019industria cinematografica e teatrale per il ruolo che secondo lui ha nella diffusione del fast fashion con costumi sempre nuovi destinati all\u2019oblio, Joseph ha iniziato a creare i propri abiti utilizzando materiali riciclati. Il suo lavoro esplora il legame tra il corpo umano e gli ecosistemi acquatici. Ha sfilato per la\u00a0<strong>Kibera Fashion Week<\/strong>\u00a0e ha presentato due spettacoli concettuali:\u00a0<em>Kundi-Nyota<\/em>, dedicato alle costellazioni umane, e\u00a0<em>My Body Betrays Me Again<\/em>, che affronta l\u2019adattamento del corpo alle pressioni ambientali. Sempre in Kenya opera dal 2015, il gruppo ambientalista\u00a0<strong>Clean Up Kenya<\/strong>\u00a0nei primi tempi si occupava dell\u2019impatto ecologico delle bottiglie di plastica monouso e degli imballaggi. In un secondo momento ha cominciato a occuparsi del problema dei rifiuti tessili, in particolare il ruolo della plastica negli indumenti di seconda mano.<\/p>\n<p>Dal\u00a0<strong>Ghana<\/strong>, Paese in cui a<strong>l mercato di Kantamanto, nella capitale Accra, arrivano ogni settimana quindici milioni di indumenti di seconda mano scartati nel nord del mondo, opera\u00a0<\/strong>Sammy Oteng, fashion designer che da oltre un decennio trasforma abiti di seconda mano in nuove creazioni. Sammy guida le attivit\u00e0 di sensibilizzazione sul commercio di abiti di seconda mano ad Accra per la OR Foundation. Il suo lavoro cerca una sostenibilit\u00e0 ancora pi\u00f9 ampia di quella ambientale, ma si fa voce di temi importanti e di valenza socio-politica, come il neocolonialismo, la sessualit\u00e0 e la fluidit\u00e0 di genere.<\/p>\n<p><strong> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-2582742 size-full\" src=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/Bobby-Kolade.jpg\" alt=\"\" width=\"650\" height=\"362\" srcset=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/Bobby-Kolade.jpg 650w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/Bobby-Kolade-300x167.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 650px) 100vw, 650px\" \/><\/strong><\/p>\n<p><em>Bobby Kolade<\/em><\/p>\n<p>In\u00a0<strong>Uganda<\/strong>, un innovativo marchio di abbigliamento, Buzigahill, creato da Bobby Kolade, vuole invertire la rotta del business dei \u201cvestiti dei bianchi morti\u201d, rispedendo letteralmente i vestiti al mittente. Prima di farlo intercetta e raccoglie gli abiti e li lavora in maniera creativa, pronti per essere rivenduti al mercato del nord del mondo che li aveva scartati. L\u2019anima del progetto \u00e8 lo stilista\u00a0<strong>Bobby Kolade<\/strong>, 32 anni. Il designer ugandese sta rivoluzionando l\u2019industria mondiale dello sfruttamento dell\u2019abbigliamento di seconda mano. Non si tratta solo di fare una scelta ecologica contro l\u2019inquinamento tessile, ma anche di dare un contributo concreto per la valorizzazione di una filiera tessile ugandese, stretta nella morsa della globalizzazione e del libero mercato. Buzigahill collabora con artisti visivi, stilisti, venditori di mercato di seconda mano e laboratori artigianali in Uganda. Il nome stesso del marchio si rif\u00e0 a quello di un quartiere dove il designer \u00e8 cresciuto, una fucina di creativit\u00e0, tra musica, cinema, arte, memorie architettoniche.<\/p>\n<p>Greenpeace cita inoltre la figura del sudafricano\u00a0<strong>Craig Jacobs<\/strong>, molto noto nel mondo della moda in\u00a0<strong>Sudafrica<\/strong>. Non tutti sanno per\u00f2 che \u00e8 anche un attivista importante, fondatore di Fundudzi by Craig Jacobs, uno dei principali brand africani di moda sostenibile.<\/p>\n<p><strong> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-2582741 size-full\" src=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/craig_jacobs.webp\" alt=\"\" width=\"1200\" height=\"628\" srcset=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/craig_jacobs.webp 1200w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/craig_jacobs-300x157.webp 300w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/craig_jacobs-820x429.webp 820w\" sizes=\"auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px\" \/><\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><em>Craig Jacobs<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Milioni di abiti di seconda mano arrivano ogni giorno in Africa, generando lavoro ma anche gravi danni ambientali. 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