{"id":2534916,"date":"2024-07-06T17:51:22","date_gmt":"2024-07-06T16:51:22","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=2534916"},"modified":"2024-07-06T17:54:18","modified_gmt":"2024-07-06T16:54:18","slug":"120-milioni-di-profughi-e-la-comunita-internazionale-non-risponde","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2024\/07\/120-milioni-di-profughi-e-la-comunita-internazionale-non-risponde\/","title":{"rendered":"120 milioni di profughi e la comunit\u00e0 internazionale non risponde"},"content":{"rendered":"<blockquote><p><strong>120 milioni di persone obbligate a lasciare la loro terra. Queste sono le cifre dello spostamento forzato quantificate in maggio nel <a href=\"https:\/\/www.unhcr.org\/global-trends\">rapporto annuale<\/a> dell\u2019UNHCR, che constata un aumento continuo nelle cifre annuali da dodici anni a questa parte. Questi numeri rappresentano un mondo scosso sempre pi\u00f9 da conflitti e dalla persistenza di crisi che non finiscono.<\/strong><\/p><\/blockquote>\n<p>Il dodicesimo Paese mondiale in termini di popolazione: a questo corrispondono i 120 milioni di rifugiati, messi tutti insieme. Le Nazioni Unite illustrano cos\u00ec le cifre stimate delle tante persone condannate all\u2019esilio; uno Stato grande come il Giappone in cui una porzione importante degli abitanti sarebbero sudanesi, in concreto pi\u00f9 di 10 milioni. E tale \u00e8 la battaglia di questo Paese, dove la popolazione profuga gi\u00e0 batteva i record prima dell\u2019inizio dell\u2019ultima guerra nell\u2019aprile 2023, che \u00e8 una delle cause principali dell\u2019aumento di persone allontanate dalle proprie case, anche se la Siria continua ad essere in testa alla lista dei Paesi con persone profughe, arrivando a 13,8 milioni.<\/p>\n<h3><strong>Dall\u2019UNHCR parte l\u2019appello alle parti coinvolte nei conflitti armati che mettono in fuga tante persone, a rispettare il diritto internazionale per la protezione della popolazione civile<\/strong><\/h3>\n<p>La riattivazione del conflitto armato che non \u00e8 mai finito nella Repubblica Democratica del Congo e l\u2019ampia crisi in cui si trova il Myanmar, in guerra dal 2021, aggiungono milioni di profughi interni in fuga dalla violenza. Infine, Gaza porta una svolta storica nel conteggio con l\u2019espulsione di tre quarti della popolazione dalle loro residenze, in totale pi\u00f9 di 1,7 milioni di persone profughe per l\u2019offensiva genocida israeliana; in molti casi si tratta della seconda volta, dato che in gran parte i profughi erano gi\u00e0 rifugiati.<\/p>\n<p>Davanti a questa panoramica, l\u2019UNHCR chiede alla comunit\u00e0 internazionale di affrontare le cause di questo fenomeno. Chiede inoltre alle parti coinvolte nei conflitti armati che spingono alla fuga tante persone di rispettare il diritto internazionale per quanto riguarda la protezione della popolazione civile. Avvertono che, se non si agir\u00e0 come segnalato e con altre iniziative che confrontino la crisi climatica o le violazioni dei diritti umani, la tendenza allo spostamento forzato di milioni di persone non far\u00e0 altro che aggravarsi.<\/p>\n<p>Non \u00e8 facile andarsene quando si vive in una situazione di guerra o persecuzione; un po\u2019 pi\u00f9 della met\u00e0 delle persone profughe, 68,3 milioni, non hanno abbandonato il territorio e rimangono nel loro Paese. Di nuovo, il numero \u00e8 aumentato in questi ultimi anni, ormai quasi il 50% in pi\u00f9 in cinque anni. I Paesi limitrofi sono secondi nella lista di mete delle persone profughe; mentre il Nord globale, lontano geograficamente e sempre pi\u00f9 blindato, si trova nell\u2019ultima posizione quanto a persone rifugiate ricevute. Una parte di queste, cinque milioni di profughi interni e un milione all\u2019estero, sono ritornate ai loro Paesi di origine. Questa cifra mostra come alcune crisi che provocano l\u2019espulsione della popolazione possono rientrare. Il caso del Kenya, secondo il rapporto, esemplifica uno sforzo dello Stato per invertire l\u2019esilio dei propri abitanti.<\/p>\n<h3><strong>Infanzia segnata dall\u2019esilio<\/strong><\/h3>\n<p>La proporzione \u00e8 sorprendente: l\u2019infanzia rappresenta meno di una persona su tre nel mondo, ma il 40% della popolazione rifugiata. L\u2019UNICEF denuncia le conseguenze profonde dello spostamento forzato: dall\u2019impedimento dell\u2019istruzione fino ai danni alla salute mentale, specialmente quando sono separati dalle loro famiglie.<\/p>\n<p>Tale 40% si traduce in 47 milioni di bambine e bambini profughi nel mondo. Secondo l\u2019Agenzia per l\u2019Infanzia delle Nazioni Unite, se concentriamo lo sguardo sulla Spagna, terzo Paese dell\u2019UE per richieste di asilo, vediamo che quasi una su cinque riguarda ai minori, aumentando sempre di pi\u00f9, fino a 163.220 nel 2023.<\/p>\n<p>Una parte considerevole delle persone arrivate in Spagna l\u2019anno scorso, circa 40.000, hanno percorso la rotta delle Canarie, dove sono gi\u00e0 ampiamente raddoppiati gli arrivi nel corso del 2024 rispetto agli stessi cinque mesi dell\u2019anno precedente. Tra chi arriva all\u2019arcipelago, si trovano sempre pi\u00f9 bambini e bambine. L\u2019UNICEF denuncia che in molti casi non richiedono la protezione internazionale, anche se ne hanno diritto, perch\u00e9 non sono stati informati adeguatamente. Seppur molto grave, questo non \u00e8 l\u2019unico problema affrontato dai minori che arrivano alle Canarie; la presenza di pi\u00f9 di 5.600 bambini e bambine non accompagnate satura un sistema di protezione insufficiente. Davanti a ci\u00f2, l\u2019UNICEF chiede che, a prescindere dal considerare il minore come possibile beneficiario di protezione internazionale, vanno agevolati i trasferimenti alla penisola spagnola. Oltre a promuovere \u201crotte legali e accessibili\u201d per le famiglie, l\u2019organizzazione internazionale invita ad ascoltare bambini e bambine per capire le loro necessit\u00e0.<\/p>\n<h3><strong>Sudan, un Paese di espulsioni<\/strong><\/h3>\n<p>Il Sudan rappresenta un esempio dolorosamente chiaro di cosa porta la guerra nella vita delle persone e di quante volte esse vengano spostate forzatamente. In questo caso, le stesse persone che hanno sofferto le guerre per decenni, come quella in Darfur, sono state obbligate a spostarsi, per com\u2019\u00e8 stato possibile, fino al Ciad, Paese limitrofo dove risiede pi\u00f9 di mezzo milione di sudanesi, in maggioranza donne e bambini, dato che gli uomini sono stati assassinati o sono detenuti.<\/p>\n<p>Insediatesi nella terra di nessuno, in zone desertiche e isolate, queste donne dipendono totalmente dagli aiuti umanitari per sopravvivere. Tuttavia, le risorse sono estremamente limitate: scarseggiano sia gli alimenti che l\u2019acqua, e il contesto favorisce i problemi sanitari.<\/p>\n<p>Medici Senza Frontiere (MSF) raccoglie testimonianze sulle svariate strategie che queste donne sono obbligate a mettere in pratica per far sopravvivere le loro famiglie: nascondere l\u2019appartenenza a un\u2019etnia, vestire i figli come bambine affinch\u00e9 non vengano assassinati, o passare oltre i corpi dei vicini, caduti alle violenze delle milizie. Inoltre, parlano di com\u2019\u00e8 doloroso vedere la vita traumatizzata dei loro piccoli.<\/p>\n<h3><strong>Negli accampamenti di rifugiati, dove molte sudanesi vivono da quasi un anno, una delle donne dice: \u00abNon ci uccidono ma non abbiamo nulla da mangiare\u00bb<\/strong><\/h3>\n<p>Tornare al luogo che si sono lasciate alle spalle e recuperare la vita di prima \u00e8 la prospettiva delle donne con cui ha parlato l\u2019organizzazione, poich\u00e9 l\u2019esistenza in un campo di rifugiati \u00e8 dura e non promette alcun futuro. Inoltre, ci sono le testimonianze di chi ha visto morire assassinati i propri cari, o chi li vede spegnersi gradualmente in seguito alla denutrizione.<\/p>\n<p>Nella citt\u00e0 di Al-Fashir, capitale del Darfur Settentrionale e unico bastione rimasto nelle mani delle Forze armate sudanesi, gli scontri con le rivali Forze di Supporto Rapido hanno provocato la chiusura degli ultimi ospedali che rimanevano operativi, nel bel mezzo di una nuova onda di profughi verso l\u2019accampamento di Zamzam, solo a 15 chilometri dalla citt\u00e0, dove gi\u00e0 si trovano circa 300.000 persone afflitte dalla fame nera.<\/p>\n<p>Alcune settimane prima, MSF aveva dovuto chiudere l\u2019ospedale operativo a Wad Madani, l\u2019unico a disposizione delle centinaia di migliaia di persone residenti nello Stato di Gezira. In aprile, un\u2019iniziativa di Sudan Witness Project ha indicato che almeno 72 villaggi e insediamenti nell\u2019ovest del Paese erano stati incendiati. Un attacco di massa contro la popolazione che ha contribuito ad aumentare il flusso di profughi, con persone obbligate ad andarsene per la seconda volta.<\/p>\n<h3><strong>N\u00e9 aiuti n\u00e9 soccorso<\/strong><\/h3>\n<p>Meno cibo e pi\u00f9 violenza, specialmente contro i minori rifugiati. Questa \u00e8 la situazione denunciata dall\u2019organizzazione World Vision, che ha studiato come la riduzione delle razioni di aiuti umanitari, dovuta alla scarsit\u00e0 di fondi, genera fame e incide soprattutto sui piccoli, che finiscono per confrontarsi con situazioni di violenza e abusi in un contesto di penurie.<\/p>\n<p>Il documento, intitolato \u201cTagli alle razioni\u201d, rivela che la diminuzione degli aiuti umanitari porta all\u2019insufficienza calorica. Per bambine e bambini, la mancanza di aiuti umanitari scatena svariate vulnerabilit\u00e0 e abusi dei loro diritti. Sono obbligati a sposarsi o lavorare e la loro salute mentale risulta deteriorata. Il taglio delle razioni non \u00e8 un\u2019astrazione: la maggioranza delle persone intervistate per questo studio erano passate dal preparare due pasti al giorno, a ridurli a uno o nessuno. E quando non arriva il cibo, gli adulti sprofondano nello sconforto. L\u2019organizzazione afferma che la fame mette a rischio la salute mentale delle persone.<\/p>\n<p>Nemmeno per chi riesce a proseguire il proprio cammino verso l\u2019Europa attraverso il Mediterraneo c\u2019\u00e8 volont\u00e0 umanitaria. Solo le ONG dedicate al soccorso sono testimoni di che fine fanno centinaia di persone espulse dai loro Paesi: affogate nel Mediterraneo davanti all\u2019indifferenza di un\u2019Europa ossessionata dal blindare le frontiere a qualunque costo. Due settimane fa, <em>M\u00e9dicos del Mundo<\/em> e <em>SOS Mediterranee<\/em>, dopo aver localizzato i corpi abbandonati in mare di 17 persone, hanno emesso un comunicato in cui accusano \u00abl\u2019ipocrisia e l\u2019inerzia [dei politici europei] al fermare le morti in mare\u00bb, che ha permesso un nuovo naufragio.<\/p>\n<p>A un anno da quando 600 persone hanno perso la vita nella costa greca, tragedia per la quale \u00e8 stata segnalata la Guardia costiera nazionale, sia per aver negato l\u2019aiuto alle persone migranti, sia per aver forse scatenato il disastro per negligenza, le organizzazioni di salvataggio denunciano il continuo ritrovamento di cadaveri abbandonati in mare. Sono la prova che l\u2019Europa ha rifiutato di intervenire per evitare altre morti, lasciando le navi di salvataggio come unica testimonianza di ci\u00f2 che succede nel Mediterraneo centrale.<\/p>\n<p>Dopo essersi occupate di recuperare le vittime, davanti all\u2019inerzia dei guardacoste, le organizzazioni chiedono che almeno vengano applicati i meccanismi forensi necessari per identificarle e che le famiglie sappiano ci\u00f2 che \u00e8 successo ai loro cari.<\/p>\n<h3><strong>E in Spagna?<\/strong><\/h3>\n<p>Lo stato spagnolo \u00e8 uno di quelli che approva meno richieste di asilo, con il solo 12% di risoluzioni favorevoli mentre la media europea arriva al 42%. Questo \u00e8 indicato dalla CEAR [Commissione spagnola di aiuto ai rifugiati, ndr] nel suo ultimo <a href=\"about:blank\">documento annuale<\/a>. Numeri che sembrano dimostrare la lontananza tra le politiche di asilo spagnole e la situazione di aumento delle necessit\u00e0 di protezione individuabili nel mondo e che, nel caso dello Stato spagnolo, si palesano con l\u2019incremento di arrivi alle Canarie dai Paesi con conflitti e tensioni in corso. La cifra degli arrivi all\u2019arcipelago raggiunge le 40.000 persone circa, ovvero il 70% del totale per la Spagna. La CEAR qualifica tale situazione come emergenza umanitaria e vorrebbe vedere una risposta tanto efficace quanto quella data alla crisi ucraina.<\/p>\n<p>Inoltre, denuncia che in termini di accoglienza la risposta non \u00e8 equiparabile a quella data all\u2019emergenza in Ucraina: \u00abLe difficolt\u00e0 di ottenere appuntamenti per iniziare la procedura di protezione, assieme ai limiti di tempo relativi alla permanenza nei luoghi di assistenza umanitaria, lasciano alcune persone in situazioni di carenza di protezione e a rischio di esclusione sociale\u00bb.<\/p>\n<p>Nel documento, inoltre, l\u2019organizzazione allude alla crisi avvenuta nei centri di asilo di Barajas [a Madrid, ndr], che ha implicato la violazione dei diritti di centinaia di persone ammucchiate in uno spazio insalubre. Per di pi\u00f9, alla crisi quotidiana vissuta da migliaia di persone che desiderano chiedere asilo nel Paese e non ci riescono per problemi strutturali relativi all\u2019assegnazione di appuntamenti \u2013 un problema che si moltiplica anno dopo anno \u2013, se ne aggiunge un\u2019altra: il razzismo, che aggrava le svariate violazioni all\u2019accesso ai diritti basilari nei confronti delle persone migranti e rifugiate. Il Patto di Migrazione e Asilo, approvato negli scorsi mesi dall\u2019Unione Europea, non mostra uno scenario ottimista.<\/p>\n<p>di Sarah Babiker \u2013 desInform\u00e9monos<\/p>\n<p><strong>Materiale condiviso con l\u2019autorizzazione di\u00a0<a href=\"https:\/\/www.elsaltodiario.com\/refugiados\/120-millones-desplazadas-cada-vez-gente-debe-irse-tierra-comunidad-inernacional-no-responde\">El Salto<\/a><\/strong>.<\/p>\n<p><em>Traduzione dallo spagnolo di Mariasole Cailotto. Revisione di Thomas Schmid.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>120 milioni di persone obbligate a lasciare la loro terra. Queste sono le cifre dello spostamento forzato quantificate in maggio nel rapporto annuale dell\u2019UNHCR, che constata un aumento continuo nelle cifre annuali da dodici anni a questa parte. 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