{"id":236546,"date":"2015-10-21T14:20:06","date_gmt":"2015-10-21T13:20:06","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pressenza.com\/it\/?p=236546"},"modified":"2015-10-21T14:20:15","modified_gmt":"2015-10-21T13:20:15","slug":"la-memoria-tra-vendetta-e-riconciliazione-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2015\/10\/la-memoria-tra-vendetta-e-riconciliazione-2\/","title":{"rendered":"La Memoria tra Vendetta e Riconciliazione"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Memoria, Vendetta e Riconciliazione sono parole complesse, che racchiudono campi di significato molto ampi, pur appartenendo a sfere semantiche distinte, molto lontane quelle cui fanno riferimento i termini della \u201cmemoria\u201d e della \u201cvendetta\u201d, ben pi\u00f9 vicine, invece, come facilmente si comprende, quelle dei termini della \u201cvendetta\u201d e della \u201criconciliazione\u201d. Nella giornata di studio e di riflessione, in programma domenica prossima, 25 Ottobre, presso il Parco di Studio e di Riflessione di Attigliano, abbiamo provato a metterli insieme, tenendo legate queste sfere. Perch\u00e9?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per quanto paradossale possa sembrare, il \u201ctermine medio\u201d o, se si preferisce, l&#8217;elemento di legame tra i tre non \u00e8 la \u201cmemoria\u201d, quanto piuttosto la \u201criconciliazione\u201d, che pure si sarebbe istintivamente portati a spostare alla fine, quale esito possibile o, almeno, obiettivo auspicabile dell&#8217;itinerario. Quando parliamo di una rottura dolorosa che interviene all&#8217;interno di un determinato contesto sociale, di una determinata societ\u00e0 o anche, in termini fondamentali, di un determinato ed individuabile assetto sociale, al \u201cdolore\u201d, spesso associato alla violenza, resta inevitabilmente associato un \u201ctrauma\u201d, un qualcosa che si \u00e8 rotto. Non si tratta solo di un fenomeno morale (spirituale), n\u00e9 unicamente di un&#8217;affezione della sfera intima (interiore). Pensiamo alle forme del conflitto armato: la guerra; o alle innumerevoli varianti della contrapposizione violenta: il conflitto violento, la discriminazione e la segregazione, l&#8217;oppressione e lo sfruttamento; e con esse agli innumerevoli &#8211; purtroppo &#8211; casi della storia in cui queste contrapposizioni sono state affrontate e solo in parte o niente affatto risolte con mezzi abituali, in forza di una prassi del tutto abitudinaria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;esercizio, eventualmente violento, della contrapposizione consente di mappare l&#8217;organizzazione e l&#8217;articolazione stessa della violenza: permette cio\u00e8 di distinguere tra \u201coppressore\u201d e \u201coppresso\u201d, di individuare mezzi e fini perseguiti dai diversi attori in campo (e, ovviamente, gli attori, sovente molteplici e mutevoli, in campo), di mettere a fuoco bisogni, interessi, valori, risorse ed obiettivi delle parti. Nella filigrana di tale mappatura del conflitto e dei suoi elementi, si estrinseca, tuttavia, l&#8217;esercizio della violenza che, nei soggetti, individuali e collettivi, persone e comunit\u00e0, che la subiscono, determina, al tempo stesso, la consapevolezza del dolore e la percezione del trauma: il dolore della violenza subita, il trauma della rottura intercorsa. Non che una dimensione traumatica non abiti anche il \u201ccarnefice\u201d: la rottura esercitata nel contesto collettivo non pu\u00f2 non avere un qualche effetto anche presso l&#8217;oppressore, nella misura in cui si trovi ad abitare il medesimo spazio sociale; \u00e8 tuttavia il dolore subito dalla vittima ad imporre una domanda &#8211; come superare il dolore?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando l&#8217;oppresso e l&#8217;oppressore co-abitano lo stesso spazio di relazione non \u00e8 possibile porsi questa domanda senza pensare alle sue implicazioni sull&#8217;oppressore stesso: ci\u00f2, evidentemente, non significa che la vittima tenda naturalmente a porsi il problema del carnefice di fronte al proprio dolore; significa piuttosto che il contesto sociale deve porsi tale problema, se intende salvaguardare s\u00e9 stesso, la funzionalit\u00e0 delle proprie relazioni, l&#8217;efficacia delle proprie condotte. Non esiste una unica modalit\u00e0 possibile di affrontare il dilemma: la denazificazione \u00e8 una delle modalit\u00e0 possibili, che si rivela efficace quando si pu\u00f2 (e si deve) bandire una ideologia o una prassi dal novero delle ideologie e delle prassi ammissibili, con lo scopo di salvaguardare una funzionalit\u00e0 democratica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Che fare quando non \u00e8 possibile espungere la questione? Vittime e carnefici, in questo caso, non solo co-abitano lo stesso spazio di relazione, ma, per di pi\u00f9, non ne sono n\u00e9 corpi estranei n\u00e9 corpi separabili. Bianchi e Neri abitano il Sudafrica, Serbi e Albanesi (e numerose altre minoranze) abitano il Kosovo, Cattolici e Luterani abitano la Germania (le distinzioni, come si vede, non sono semplicemente etniche, come certe banalizzazioni tendono a far ritenere, ma piuttosto linguistiche, religiose, culturali, dunque etno-politiche nel senso pi\u00f9 ampio del termine). \u00c8 pressoch\u00e9 impossibile immaginare un Sudafrica \u201cbianco\u201d (anche se il potere segregazionista era bianco); o un Kosovo Albanese (anche se il potere attualmente costituito \u00e8 sostanzialmente mono-etnico); o una Germania Luterana (anche se la cultura dominante in quel Paese \u00e8 profondamente attraversata dai connotati tipici del luteranesimo). Il dolore patito non pu\u00f2 estinguere <em>ipso facto <\/em>l&#8217;ipotesi della convivenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 necessario, allora, andare \u201coltre la vendetta\u201d: non (solo) per una questione di \u201cperdono\u201d, bens\u00ec, prima di tutto, per una questione di \u201cgiustizia\u201d. Il che configura, almeno, tre dimensioni: da una parte, non \u00e8 possibile cancellare il male commesso, la violenza esercitata, l&#8217;oppressione subita; e la giustizia &#8211; pi\u00f9 che il perdono &#8211; fa riconoscere l&#8217;ingiustizia commessa, nomina il perpetratore della ingiustizia, offre nuovamente, alla vittima, identit\u00e0, soggettivazione, legittimit\u00e0; da un&#8217;altra parte ancora, non \u00e8 possibile identificare il colpevole con la colpa da lui commessa; e la giustizia &#8211; pi\u00f9 che il perdono &#8211; consente, una volta riconosciute le ragioni, le motivazioni, i bisogni, gli interessi e gli obiettivi delle parti, di offrire al colpevole una \u201cseconda chance\u201d, una nuova opportunit\u00e0 o, in termini pi\u00f9 complessi, l&#8217;occasione del suo re-inserimento sociale e la possibilit\u00e0 che non resti ucciso dentro una soggettivit\u00e0 minore identificata nella colpa commessa; da un&#8217;altra parte ancora, infine, la giustizia &#8211; pi\u00f9 che il perdono &#8211; consente di ribaltare i termini della questione, di alterare, cio\u00e8, il rapporto di forza che aveva consentito, all&#8217;oppressore, l&#8217;esercizio della violenza, e all&#8217;oppresso, il dolore della sottomissione. La giustizia riconosciuta pu\u00f2 consentire il superamento della vendetta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;esempio offerto dalla Commissione per la Verit\u00e0 e la Riconciliazione, per il superamento dell&#8217;apartheid in Sudafrica, la cessazione della segregazione etnica e la riparazione dei torti conseguenti \u00e8 un esempio luminoso di giustizia \u201criabilitativa\u201d piuttosto che di giustizia \u201cretributiva\u201d in cui il punto non \u00e8 tanto (o niente affatto) discriminare tra il (chi ha) torto e la (chi ha) ragione, punire il colpevole e risarcire la vittima, sanzionare il reo perch\u00e9 sia plausibilmente (auspicabilmente) ridotta la possibilit\u00e0 della recidiva; il punto \u00e8 invece quello di distinguere il colpevole dalla colpa, proteggere l&#8217;umanit\u00e0 del colpevole e offrire al colpevole una possibilit\u00e0 affinch\u00e9 non solo la colpa sia riconosciuta e confinata, ma, in particolare, il colpevole sia riabilitato e reinserito. Quella rottura esige anche di salvaguardare l&#8217;umanit\u00e0 del soggetto e, al tempo stesso, l&#8217;umanit\u00e0 dei rapporti sociali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tale modello di giustizia, nel caso sudafricano e altri casi consimili, ha consentito alla popolazione di acquisire consapevolezza condivisa delle ingiustizie patite per evitare che potessero e possano ripetersi ancora in futuro; ha dato una possibilit\u00e0 ai carnefici di assumere consapevolezza delle colpe commesse, della violenza compiuta e del dolore provocato, chiedendo perdono (consentendo giustizia) non solo di fronte alla vittima ma di fronte alla intera comunit\u00e0; e ha offerto uno spazio ed un tempo, dedicato e libero, alle vittime per condividere, a livello pubblico e sociale, il dolore, la violenza, l&#8217;ingiustizia subita facendo del loro il caso esemplare di giustizia da esigere, non solo per s\u00e9, ma per tutti e tutte. Ci\u00f2 ha permesso, in Sudafrica e in casi analoghi, da un lato, di ricomporre il tessuto sociale, dall&#8217;altro, di ripristinare le ragioni della fiducia sociale e della convivenza civica: la possibilit\u00e0, cio\u00e8, per il popolo sudafricano di \u201cprendere in mano il proprio futuro\u201d e ridarsi la chance di riconcepire i termini della convivenza e della coesistenza pacifica. Ci\u00f2 e valso, come detto, in Sudafrica e in casi analoghi: quelli in cui ciascuna delle parti abita un medesimo spazio pubblico, che riconosce come proprio e che risulterebbe del tutto sfigurato senza una tale \u201ccompresenza\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ecco allora svelato l&#8217;arcano della tesi: solo la coniugazione della esigenza di conseguire e garantire giustizia e di proteggere e salvaguardare l&#8217;umanit\u00e0 di ciascuno e ciascuna, la dignit\u00e0 umana, la personalit\u00e0 umana nella sua funzione sociale, consente di superare positivamente il torto subito e, per quanto possa non riuscire a lenire in alcun modo un dolore inestinguibile, pu\u00f2 tuttavia alimentare la speranza in un superamento, un cambiamento, una trasformazione in positivo. La \u201criconciliazione\u201d diventa allora quel termine medio che andavamo cercando, tra un passato di dolore da trascendere e un futuro di libert\u00e0 da conseguire. Se la vendetta \u00e8 il desiderio di replicare a quel torto in maniera simmetrica, restituendo dolore a dolore, la giustizia, al di l\u00e0 del perdono, insieme con la verit\u00e0, scardinando il meccanismo della menzogna, pu\u00f2 aiutare a traguardare una prospettiva di liberazione, un orizzonte di \u201cpace con giustizia\u201d. In tale prospettiva si compie l&#8217;esigenza della convivenza e il superamento del passato, <em>n<em>i pardon ni oubli<\/em><\/em>, in una rinnovata \u201ccompresenza\u201d. Una tale compresenza non sarebbe possibile senza fondare (i presupposti di) una nuova memoria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ecco perch\u00e9 la memoria, specialmente se la si concepisce in termini sociali, nella forma della memoria collettiva, guarda molto pi\u00f9 al futuro che al passato. In essa, nelle forme attraverso cui si esplica, nelle iterazioni attraverso cui si tramanda e nei luoghi nei quali si condensa, si conserva senza dubbio il valore di eventi passati, ma soprattutto si proietta nel futuro l&#8217;immagine che la comunit\u00e0 intende darsi. \u00c8 attraverso la memoria che si supera la vendetta e si trascende il perdono, si stabiliscono le coordinate sociali, infine si progetta la riconciliazione e si definisce la convivenza.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Memoria, Vendetta e Riconciliazione sono parole complesse, che racchiudono campi di significato molto ampi, pur appartenendo a sfere semantiche distinte, molto lontane quelle cui fanno riferimento i termini della \u201cmemoria\u201d e della \u201cvendetta\u201d, ben pi\u00f9 vicine, invece, come facilmente 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