{"id":230511,"date":"2015-10-05T21:27:27","date_gmt":"2015-10-05T20:27:27","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pressenza.com\/it\/?p=230511"},"modified":"2015-10-05T21:28:45","modified_gmt":"2015-10-05T20:28:45","slug":"democrazia-militari-e-autoritarismo-in-africa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2015\/10\/democrazia-militari-e-autoritarismo-in-africa\/","title":{"rendered":"Democrazia, militari e autoritarismo in Africa"},"content":{"rendered":"<p>Secondo l\u2019organizzazione\u00a0<em>Freedom House<\/em>, nel 1990 nell\u2019<a href=\"https:\/\/www.freedomhouse.org\/regions\/sub-saharan-africa#.VIQ5JDGG_00\">Africa sub-sahariana<\/a> esistevano soltanto 3 stati democratici. Quattro anni dopo, nel 1994, erano diventati 18. Nei vent\u2019anni successivi la democrazia ha smesso di diffondersi e oggi gli stati democratici sono 19, uno solo di pi\u00f9 rispetto al 1994. Non solo: ci sono segni che diversi regimi, invece che riformarsi verso maggiore libert\u00e0 e apertura, stanno ritornando all\u2019autoritarismo. Drew Hinshaw e Patrick McGroarty, due giornalisti del\u00a0<em>Wall Strett Jorunal<\/em>\u00a0esperti di Africa,\u00a0<a href=\"http:\/\/topics.wsj.com\/person\/A\/biography\/8006\">hanno scritto<\/a>\u00a0un lungo articolo per cercare di spiegare cosa non sta funzionando in Africa.<\/p>\n<p><strong>Il rinascimento africano<\/strong><br \/>\nAlla fine della Seconda guerra mondiale il grande movimento della decolonizzazione permise di ottenere l\u2019indipendenza a tutti gli stati africani che fino al 1945 avevano fatto parte, a vario titolo, agli imperi coloniali europei. Soltanto in pochissimi casi l\u2019indipendenza port\u00f2 con s\u00e9 anche la democrazia e lo stato diritto. Sono eccezioni che si contano sulle dita di una mano. Il Senegal, ad esempio, dalla sua indipendenza nel 1960 \u00e8 sempre riuscito a tenere regolari elezioni che si possono definire per lo pi\u00f9 democratiche. Il Botswana ha una tradizione democratica addirittura precedente all\u2019indipendenza, mentre il Sudafrica \u00e8 stato per anni una democrazia soltanto per i suoi cittadini bianchi.<\/p>\n<p>Per quasi tutto il resto del continente l\u2019indipendenza signific\u00f2 sostanzialmente passare dalla dominazione europea a quella di dittatori e signori della guerra locali i cui regimi erano spesso interrotti da rivolte e colpi di stato (60 in tutto il continente tra il 1960 e il 1990). Era una situazione che non disturbava pi\u00f9 di tanto la comunit\u00e0 internazionale. All\u2019epoca le due superpotenze mondiali, Stati Uniti e Unione Sovietica, avevano nei loro piani di prestare aiuto ai paesi africani sotto forma di finanziamenti e assistenza militare. Gli aiuti erano diretti ai dittatori o ai gruppi ribelli, a seconda dei casi, ma l\u2019intento era sempre lo stesso: portarli dalla propria parte (anche quando questo significava appoggiare personaggi grotteschi, come il\u00a0<a href=\"http:\/\/www.ilpost.it\/2013\/08\/16\/idi-amin-dada\/\">dittatore ugandese Idi Amin<\/a>).<\/p>\n<p>Le cose cominciarono a cambiare con la caduta dell\u2019Unione Sovietica. Improvvisamente i fondi dal governo russo cessarono di arrivare, mandando in bancarotta diversi regimi filo-sovietici. Allo stesso tempo gli Stati Uniti persero interesse a finanziare regimi alleati ma profondamente corrotti. In quegli anni si diffuse la speranza che la fine della Guerra fredda avrebbe potuto portare a una rinascita democratica del continente. I paesi africani avrebbero potuto aprirsi alle elezioni democratiche per ricevere gli aiuti occidentali. L\u2019apertura avrebbe creato un clima favorevole agli investimenti delle grandi imprese, che avrebbero a loro volta portato ricchezza, la nascita di una classe media e la richiesta di nuove aperture democratiche in una sorta di circolo virtuoso.<\/p>\n<p><strong>Com\u2019\u00e8 andata<\/strong><br \/>\nInizialmente le cose sembrarono andare nella direzione sperata. In quattro anni, tra il 1990 e il 1994, i paesi democratici aumentarono di sei volte. Ma il circolo virtuoso non si innesc\u00f2 nel modo in cui avevano creduto gli scienziati politici. Hinshaw e McGroarty hanno scritto che gli investimenti privati occidentali arrivarono molto pi\u00f9 rapidamente delle riforme democratiche. Oggi grandi aziende come Wal-Mart e General Electric si stanno espandendo in stati che non hanno mai conosciuto un\u2019elezione democratica. Ma non sono solo le aziende occidentali ad aver investito in Africa senza andare molto per il sottile.<\/p>\n<p>Negli ultimi dieci anni la Cina ha investito miliardi di dollari in tutta l\u2019Africa. Societ\u00e0 cinesi, in genere, costruiscono infrastrutture di ogni tipo e in cambio ricevono la possibilit\u00e0 di sfruttare le risorse naturali di cui il continente \u00e8 ricco. Attualmente la Cina \u00e8 il principale partner commerciale dell\u2019Africa: i suoi investimenti, come gli aiuti occidentali ai tempi della Guerra fredda, non fanno distinzioni tra democrazie e dittature. Il risultato \u00e8 che negli ultimi vent\u2019anni pochi regimi africani sono stati \u201ccostretti\u201d ad aprirsi alla democrazia e in alcuni stati gli attuali funzionari al governo hanno cominciato a pensare di rivedere in senso autoritario il proprio potere (in Ruanda, come in diversi altri paesi, il presidente in carica sta cercando di modificare la Costituzione per eliminare i limiti ai numeri di mandati).<\/p>\n<p><strong>Il problema con i militari<\/strong><br \/>\nI prestiti e gli aiuti europei e americani sono quasi sempre concessi in cambio di una maggiore apertura alla democrazia. Nel caso degli Stati Uniti, per\u00f2, con un\u2019importante eccezione. Dall\u201911 settembre 2001 diversi governi africani hanno iniziato a ricevere aiuti militari \u2013 per lo pi\u00f9 sotto forma di finanziamenti per l\u2019addestramento dei propri eserciti \u2013 in maniera del tutto indipendente dal loro livello di democrazia interna, con l\u2019obiettivo di combattere il fondamentalismo islamico in Africa. Secondo Hinshaw e McGroarty, soltanto nel 2013 gli Stati Uniti hanno speso circa 100 milioni di dollari per addestrare 52 mila militari in tutta l\u2019Africa.<\/p>\n<p>Gli aiuti americani si sommano al fatto che gli eserciti africani ricevono quasi ovunque una larga fetta del budget nazionale. In quasi tutti i paesi dell\u2019Africa l\u2019istituzione pi\u00f9 efficiente e meglio finanziata \u00e8 proprio l\u2019esercito: si tratta di un problema grosso, anche solo per il fatto che i militari possono decidere di gestire a proprio piacimento la sorte politica dei rispettivi paesi.\u00a0In Liberia, ad esempio, il governo ha chiesto ai militari un aiuto per gestire l\u2019<a href=\"http:\/\/www.ilpost.it\/tag\/ebola\">epidemia di ebola<\/a>. Come risultato, interi quartieri sono stati messi in quarantena, ci sono state proteste di piazza e a scontri con la popolazione che hanno causato morti e feriti e che hanno spinto le famiglie a nascondere i proprio parenti malati contribuendo alla diffusione dell\u2019epidemia (l\u2019esercito liberiano \u00e8 stato finanziato dagli Stati Uniti, che per\u00f2 hanno dedicato ben poca attenzione al sistema sanitario del paese, almeno fino alla diffusione dell\u2019epidemia). In pi\u00f9 di un\u2019occasione l\u2019intervento dell\u2019esercito negli affari politici di un paese ha portato alla sostituzione di un dittatore con un altro dittatore<\/p>\n<p><strong>Come se ne esce?<\/strong><br \/>\nAl momento parecchi autocrati africani sembravano avere buone carte in mano. L\u2019economia del continente sta crescendo rapidamente, anche grazie agli investimenti cinesi e alle esportazioni di materie prime. Il grosso flusso di valuta estera aiuta a pagare gli eserciti e a mantenere i leader al potere, senza bisogno di tenere elezioni regolari e senza dover chiedere prestiti a Stati Uniti e Unione Europea. La Cina offre inoltre una\u00a0<a href=\"http:\/\/www.ilpost.it\/2014\/09\/24\/riforme-cina\/\">sorta di modello<\/a>\u00a0da seguire alternativo alle democrazie occidentali: un\u2019autocrazia aperta al libero mercato in cui il consenso dei cittadini viene assicurato tramite una costante crescita economica che migliora il benessere di vaste fasce della popolazione.<\/p>\n<p>Ci sono per\u00f2 anche parecchi problemi. L\u2019Africa \u00e8 un continente molto giovane, molto povero e con un\u2019altissima disoccupazione \u2013 tre fattori che tendono ad essere molto destabilizzanti per qualunque tipo di regime. Il\u00a0<a href=\"http:\/\/www.ilpost.it\/2014\/10\/24\/prezzo-petrolio-continua-scendere\/\">calo progressivo del prezzo del petrolio<\/a>\u00a0potrebbe destabilizzare alcune delle dittature pi\u00f9 dure \u2013 come quella che governa in Angola \u2013 che si sono consolidate proprio grazie ai proventi delle esportazioni di risorse naturali. Inoltre, il rallentamento della crescita dell\u2019economia della Cina comporter\u00e0 nei prossimi anni una diminuzione degli investimenti cinesi in Africa. Secondo alcuni scienziati politici, scrivono Hinshaw e McGroarty, l\u2019insieme di queste situazione potrebbe dare una \u00abseconda possibilit\u00e0\u00bb alla democrazia africana, costringendo i regimi pi\u00f9 chiusi ad aprirsi in cambio di prestiti provenienti da Europa e Stati Uniti.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Secondo l\u2019organizzazione\u00a0Freedom House, nel 1990 nell\u2019Africa sub-sahariana esistevano soltanto 3 stati democratici. Quattro anni dopo, nel 1994, erano diventati 18. 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