{"id":198943,"date":"2015-07-03T10:13:20","date_gmt":"2015-07-03T09:13:20","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pressenza.com\/?p=198943"},"modified":"2015-07-03T10:15:49","modified_gmt":"2015-07-03T09:15:49","slug":"costruire-convivenze-ventanni-dopo-alex-langer-ci-manca-di-piu","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2015\/07\/costruire-convivenze-ventanni-dopo-alex-langer-ci-manca-di-piu\/","title":{"rendered":"Costruire convivenze. Vent\u2019anni dopo, Alex Langer ci manca di pi\u00f9"},"content":{"rendered":"<div class=\"post-body\">\n<p>Alex Langer, che ha deciso di lasciarci il 3 luglio di vent\u2019anni fa, \u00e8 una di quelle personalit\u00e0 la cui attualit\u00e0 acquista maggior valore man mano che passa il tempo, facendo sentire noi, che viviamo la contemporaneit\u00e0 successiva, inattuali. Per questo, nella preparazione del Congresso di Brescia del Movimento Nonviolento, svoltosi tra l\u2019ottobre e il novembre del 2010 e centrato sul tema <em>la nonviolenza per la citt\u00e0 aperta<\/em>,\u00a0la rivista fondata da Aldo Capitini <em>Azione nonviolenta<\/em>\u00a0pubblic\u00f2 una serie di interventi preparatori che rileggevano,nell\u2019Italia leghista degli anni duemila, i dieci punti della proposta langeriana \u201cTentativo di Decalogo per la convivenza inter-etnica\u201d,\u00a0scritto nel 1994 . Tutte le riflessioni sono poi state pubblicate in un <em>quaderno di Azione nonviolenta<\/em>\u00a0dal titolo \u201cLa nonviolenza per la citt\u00e0 aperta. Attualit\u00e0 del Decalogo per la convivenza\u201d, ancora in distribuzione presso il Movimento Nonviolento\u00a0. \u00a0Tra i contributi raccolti c\u2019\u00e8 anche una mia riflessione sul terzo punto del Decalogo \u2013 \u201cConoscersi, parlarsi, informarsi, inter-agire: pi\u00f9 abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo\u201d \u2013 pubblicato su Azione nonviolenta nell\u2019aprile di quell\u2019anno. Rileggendole un lustro dopo, nel pieno dell\u2019ondata razzista che ci attraversa, credo che nel ventennale della dipartita di Alex, di quell\u2019insegnamento ne abbiamo pi\u00f9 bisogno che mai. Per questo ne ripropongo alcuni passaggi.<span id=\"more-3127\"><\/span><span id=\"more-1483\"><\/span><\/p>\n<p><strong>Conoscersi, parlarsi, informarsi, inter-agire: \u201cpi\u00f9 abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo\u201d (Alex Langer)<\/strong><\/p>\n<p>Le relazioni interculturali, che sono prima di ogni altra cosa relazioni tra persone che fanno riferimento a valori, norme e pratiche costruite in contesti e cornici culturali differenti, portano con s\u00e9 un gradiente ineliminabile di conflittualit\u00e0, dovuto alla co-esistenza su uno stesso territorio di stili di vita in parte \u2013 reciprocamente \u2013 differenti. E poich\u00e9 queste relazioni \u2013 che accompagnano da sempre la storia dell\u2019umanit\u00e0 \u2013 caratterizzano anche l\u2019attuale varco della societ\u00e0 italiana, rendendola sempre pi\u00f9 complessa, \u00e8 necessario oggi pi\u00f9 che mai elaborare saperi diffusi capaci di sostenere le relazioni conflittuali, mettendone a valore l\u2019arricchimento reciproco, al di l\u00e0 degli elementi di scontro. Se ci\u00f2 non avviene, il dato conflittuale diventa predominante, fagocita tutto il resto e genera diffusione di paure, di insicurezza e quindi di razzismo. E il razzismo, una volta innescato si fa pian piano sistema e si sviluppa sui vari livelli della discriminazione: quello \u201cculturale\u201d e mass mediatico, quello normativo e legislativo e infine quello direttamente agito sui corpi dei migranti, in un circuito in cui le varie dimensioni si alimentano e rinforzano reciprocamente. E questo \u00e8 proprio ci\u00f2 che sta avvenendo in questa fase in Italia.<br \/>\nPerci\u00f2, parafrasando san Paolo (e citando Joan Galtung, che individua i tre elementi necessari per operare la trasformazione dei conflitti), a proposito dei saperi oggi indispensabili, potremmo dire: \u201cqueste sono le cose che rimangono: la nonviolenza, la creativit\u00e0 e l\u2019empatia, ma (nei conflitti interculturali) tra tutte la pi\u00f9 importante \u00e8 l\u2019empatia\u201d.<\/p>\n<p><strong>L\u2019empatia per una convivenza dialogica<\/strong><\/p>\n<p>La filosofa Laura Boella, nel suo interessante lavoro sul \u201cSentire l\u2019altro. Conoscere e praticare l\u2019empatia\u201d (Raffaello Cortina Editore, 2006) cos\u00ec definisce questo sapere: \u201cl\u2019empatia \u00e8 l\u2019atto attraverso cui ci rendiamo conto che un altro, un\u2019altra, \u00e8 soggetto di esperienza come lo siamo noi: vive sentimenti ed emozioni, compie atti volitivi e cognitivi. Capire quel che sente, vuole e pensa l\u2019altro \u00e8 elemento essenziale della convivenza umana nei suoi aspetti sociali, politici e morali. E\u2019 la prova che la condizione umana \u00e8 una condizione di pluralit\u00e0: non l\u2019Uomo, ma uomini e donne abitano la Terra\u201d. Questo atto \u00e8 possibile solo attraverso l\u2019incontro con l\u2019altro, scoprendosi inevitabilmente dentro la relazione. E la Boella alcune pagine pi\u00f9 avanti aggiunge: \u201cl\u2019emozione dell\u2019 incontro \u00e8 questo: lo sconvolgimento, lo stupore, la sorpresa derivanti dal nascere di una ricerca destata dall\u2019apparizione dell\u2019altro\u201d. Naturalmente, quanto pi\u00f9 l\u2019altro \u00e8 altro, differente e portatore di differenze, tanto maggiore sar\u00e0 lo sconvolgimento e tanto pi\u00f9 sar\u00e0 necessario operare una \u201cricerca\u201d, ossia apprendere a praticare l\u2019empatia. Che, detto con una metafora corrente, significa mettersi nei suoi panni, \u201cmettersi nei panni dell\u2019altro\u201d.<br \/>\nMa anche nell\u2019empatia vi sono diverse gradazioni: c\u2019\u00e8 un livello massimo che coincide con la santit\u00e0 come praticata dal poverello di Assisi, Francesco, che sveste i suoi panni di ricco borghese e di cavaliere armato, per vestire \u2013 realmente \u2013 i panni degli altri del tempo, \u201ci minores\u201d, i pi\u00f9 poveri (e con questi nuovi panni pu\u00f2 andare anche a trovare un altro altro, il sultano d\u2019Egitto); o un livello di pari grandezza che \u00e8 quello di Gandhi che sveste progressivamente i panni di avvocato dell\u2019Impero britannico per cucire \u2013 realmente \u2013 e vestire i panni degli altri, della moltitudine dei poveri indiani. Ma all\u2019interno delle relazioni interculturali non a tutti \u00e8 chiesto di eguagliare questi livelli massimi di empatia: \u00e8 sufficiente provare ad uscire dalle proprie cornici culturali, a decentrarsi dal proprio egocentrismo (o \u201cegotismo\u201d, come direbbe Aldo Capitini), cercando di guardare il mondo anche con gli occhi degli altri. A capire, e rispettare, il loro punto di vista sulle cose, anche se molto distante dal nostro. Ci\u00f2 corrisponde alla 3^ regola dell\u2019\u201darte di ascoltare\u201d, delle sette proposte da Marianella Sclavi: \u201cse vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva\u201d (\u201cArte di ascoltare e mondi possibili\u201d, Bruno Mondatori editore, 2003). Anche se non parla la tua lingua ed ha una prospettiva completamente differente. Nasce da qui la possibilit\u00e0 dell\u2019unica convivenza possibile nel tempo della globalizzazione, della complessit\u00e0 e dei conflitti, quella che Ramin Jahanbegloo (autore di \u201cLeggere Gandhi a Teheran\u201d. Marsilio 2008) chiama la \u201cconvivenza dialogica\u201d.<\/p>\n<p><strong>Guardare gli altri senza empatia<\/strong><\/p>\n<p>Altrimenti, senza il filtro relazionale dell\u2019empatia, l\u2019incontro con gli altri, piuttosto che convivenze dialogiche, genera l\u2019avvio di quei meccanismi di difesa ed esclusione studiati dagli psicologi sociali (vedi per esempio di Giuseppe Mantovani \u201cIntercultura\u201d. Il Mulino 2004 e \u201cL\u2019elefante invisibile\u201d. Giunti 2005) che portano dalle categorizzazioni mentali agli stereotipi, dagli stereotipi ai pregiudizi e dai pregiudizi alla discriminazione, cio\u00e8 al razzismo. Senza scomodare le vicende pi\u00f9 tragiche e terribili della storia del \u2018900, che hanno avuto come motore proprio le ideologie fondate sul razzismo, questa narrazione dell\u2019incontro non empatico con gli altri \u00e8 possibile trovarlo nel cuore stesso delle societ\u00e0 democratiche:<br \/>\n\u201cgeneralmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l\u2019acqua, molti di loro puzzano perch\u00e9 tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche de legno e alluminio nelle periferie delle citt\u00e0 dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra di loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l\u2019elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini sempre anziani invocano piet\u00e0 con toni lamentosi o petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti fra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perch\u00e9 poco attraenti e selvatici ma perch\u00e9 si \u00e8 diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro\u2026\u201d<br \/>\nQuesto testo di circa un secolo fa (citato da Marco Aime in \u201cLa macchia della razza\u201d. Ponte alle Grazie 2009), non parla degli albanesi o dei rumeni o dei rom, bens\u00ec degli italiani visti dall\u2019Ispettorato per l\u2019immigrazione del Congresso degli USA nel 1912. Ma lo sguardo privo di empatia, tendente a costruire un modello umano altro, alieno, inchiodato alla sua \u201cnaturale\u201d ed irriducibile differenza, senza alcun tentativo di com-prensione delle ragioni che fondano agiti e comportamenti presenti in tutti processi migratori, \u00e8 lo stesso con il quale vengono sbrigativamente riassunti oggi in Italia i tratti degli \u201cextracomunitari\u201d e dei \u201cclandestini\u201d, parole passpartout e offensive volte, pi\u00f9 che a definire i migranti, a segnalarne l\u2019essenziale \u201calienit\u00e0\u201d e minacciosit\u00e0.<br \/>\nCi\u00f2 non \u00e8 dovuto solo al tradizionale \u201cprovincialismo\u201d della societ\u00e0 italiana, che adesso si scopre multiculturale ma impreparata sui saperi della complessit\u00e0, bens\u00ec risponde ad una precisa strategia mediatica che fa della costruzione ed alimentazione della paura un business politico: pi\u00f9 la gente ha paura pi\u00f9 \u00e8 alimentato il suo bisogno di sicurezza, che viene venduto dalla destra egemone sul mercato del consenso elettorale. E\u2019 la strategia della paura, che per vivere ed alimentarsi ha bisogno della definizione di una riconoscibile minaccia interna.<\/p>\n<p><strong>Pi\u00f9 abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo<\/strong><\/p>\n<p>Che fare di fronte a questa strategia della paura che, attraverso la costruzione di una identificabile minaccia interna, fonda in Italia un sistema razzista sempre pi\u00f9 ramificato ed articolato? Insieme alle necessarie lotte antirazziste a fianco delle vittime della discriminazione, Alex Langer ci indica la strada di un vero e proprio \u201cprogramma costruttivo\u201d, che fonda i saperi della convivenza, ossia della relazione empatica e dialogica tra differenti: \u201cconoscersi, parlarsi, informarsi, inter-agire\u201d. In mancanza di strumenti mediatici positivi altrettanto potenti di quelli che diffondono insicurezza e paura, \u00e8 solo attraverso la conoscenza diretta della realt\u00e0 e delle persone in carne ed ossa che in essa vivono che \u00e8 possibile ridimensionare, e forse infine bucare, la \u201cbolla mediatica\u201d che ne d\u00e0 una rappresentazione distorta e minacciosa. Solo conoscendosi, incontrandosi, comunicando e facendo delle cose insieme, si scoprir\u00e0 che l\u2019altro \u00e8 prima di tutto un essere umano e che nessuno (se non i fondamentalisti di qualunque latitudine, anche padana) ha un\u2019identit\u00e0 unica, ferma e irriducibile, ma tutti \u2013 personalmente e collettivamente \u2013 siamo in evoluzione verso una nuova civilt\u00e0, che come tutte le precedenti sar\u00e0 meticcia. \u201cLa convivenza\u201d, scrive Langer a commento del terzo punto del \u201cDecalogo per la convivenza inter-etnica\u201d, \u201coffre e richiede molte possibilit\u00e0 di conoscenza reciproca. Affinch\u00e9 possa svolgersi con pari dignit\u00e0 e senza emarginazione, occorre sviluppare il massimo possibile livello di conoscenza reciproca. \u201cPi\u00f9 abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo\u201d, potrebbe essere la controproposta allo slogan separatista\u201d\u2026e razzista.<\/p>\n<p><strong>Pasquale Pugliese<\/strong><\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Alex Langer, che ha deciso di lasciarci il 3 luglio di vent\u2019anni fa, \u00e8 una di quelle personalit\u00e0 la cui attualit\u00e0 acquista maggior valore man mano che passa il tempo, facendo sentire noi, che viviamo la contemporaneit\u00e0 successiva, inattuali. 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