{"id":192668,"date":"2015-06-12T22:06:10","date_gmt":"2015-06-12T21:06:10","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pressenza.com\/?p=192668"},"modified":"2015-06-13T09:51:07","modified_gmt":"2015-06-13T08:51:07","slug":"rifugiati-a-berlino-non-si-puo-immaginare-la-citta-senza-di-loro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2015\/06\/rifugiati-a-berlino-non-si-puo-immaginare-la-citta-senza-di-loro\/","title":{"rendered":"Rifugiati a Berlino: non si pu\u00f2 immaginare la citt\u00e0 senza di loro"},"content":{"rendered":"<p><strong>Cambiare continuamente alloggio, traumi e lotte per lo status legale<\/strong><br \/>\nSaid ha 22 anni. Da quasi tre anni vive a Berlino. All&#8217;inizio a Oranienplatz, poi in diversi alloggi, di volta in volta sempre dove persone, organizzazioni o la Chiesa si dichiaravano disponibili a offrire un tetto a lui e ai suoi amici.<br \/>\nL&#8217;ho incontrato d&#8217;inverno su una barca, nelle cui cuccette potevano restare per un paio di settimane. Fu quasi un incontro mistico, alla fine trovare di notte nel parco sulla Sprea la scura imbarcazione. All&#8217;interno regnava un calore amichevole, sono stata accolta calorosamente, invitata a mangiare e ho parlato a lungo con Taina G\u00e4rtner, rappresentante del distretto a Friedrichshain-Kreuzberg, che mi ha spiegato il mutevole soggiorno dei rifugiati, i problemi giuridici, le difficolt\u00e0 con il Senato, l&#8217;accordo che hanno fatto e come \u00e8 stato annullato.<\/p>\n<p><strong>Solidariet\u00e0 e sostegno dai Berlinesi<\/strong><\/p>\n<p>Incessantemente sono con loro dei sostenitori, che provano a contrattare con i rifugiati e gli uffici per l&#8217;immigrazione uno status legale. Secondo l&#8217;accordo di Schengen l&#8217;Italia \u00e8 per essi responsabile, in quanto \u00e8 il luogo dove sono approdati. Ma l&#8217;Italia li ha lasciati in strada con un visto turistico, per liberarsi di loro. Poi c&#8217;\u00e8 stata Oranienplatz, e l&#8217;accordo con il Senato di Berlino, per verificare generosamente i loro casi, poi la notizia che dovevano ripartire. \u201cIn realt\u00e0 la maggior parte di loro \u00e8 traumatizzata. Se non lo erano gi\u00e0 prima, attraverso il viaggio per arrivare fin qui, lo sono diventati qui, ad esempio dal trattamento riservato loro dalla Polizia durante l&#8217;occupazione in G\u00fcrtelstrasse\u201d, spiega Taina.<br \/>\nIn G\u00fcrtelstrasse alcuni rifugiati hanno occupato un tetto, per dimostrare il loro diritto all&#8217;alloggio. La Polizia non aveva niente per bere n\u00e9 forniva medicinali, e si dedicava a consumare cibo proprio davanti a loro. Said ha da allora dolori all&#8217;addome cronici, non a causa della fame ma per non riuscire a dimenticare questo trattamento.<br \/>\nLa rete di supporto organizza gratuitamente visite mediche, corsi di tedesco, tirocini ec. Taina \u00e8 entusiasta dell&#8217;impegno di molti berlinesi, che organizzano possibilit\u00e0 di coabitazione per i rifugiati, corsi di formazione, progetti teatrali e molto altro. Per loro le proteste sono un successo, col senno di poi. La situazione dei rifugiati comincia ad attirare l&#8217;attenzione dei tedeschi e le persone comprendono ora meglio la sua assurdit\u00e0. \u201cDa allora non si pu\u00f2 pi\u00f9 immaginarli al di fuori della vita pubblica\u201d.<br \/>\n<strong>Povert\u00e0 e lotta per la sopravvivenza<\/strong><\/p>\n<p>Said aveva solo 13 anni quando lasci\u00f2 per la prima volta il suo Paese e la sua famiglia, che era composta da 15 figli, due madri e un padre scomparso prematuramente. Frequent\u00f2 tre classi scolastiche, poi ha dovuto contribuire al reddito famigliare. In Niger non c&#8217;era per lui nessuna possibilit\u00e0 di formazione o di un lavoro decente. \u201cAnche chi conclude l&#8217;universit\u00e0 non trova lavoro. Come avrei potuto trovarlo io, con soli tre anni di scuola?\u201d Per la popolazione povera e non istruita del Niger l&#8217;unico modo di guadagnare soldi sono i piccoli commerci. Si compra qualcosa e lo si rivende dove \u00e8 pi\u00f9 necessario. Questo basta a malapena alla sopravvivenza, ma sicuramente non per uscire dalla condizione di miseria. Per poter meglio sostenere la sua famiglia migr\u00f2 in Libia con suo fratello maggiore.<br \/>\nNel 2007 la Libia sotto Gheddafi era ancora uno dei posti preferiti per gli africani subsahariani, che cercavano una migliore condizione. La Libia era ricca e c&#8217;era molto lavoro da fare. Gheddafi era favorevole all&#8217;immigrazione. Gli africani erano benvenuti e trovavano facilmente lavoro, relativamente ben pagato. Nel suo ultimo lavoro, nelle pulizie, Said guadagnava 700 dollari al mese. \u201cEro ricco!\u201d, mi racconta raggiante. Sarebbe stato abbastanza per vivere e per mandarne una buona parte alla madre. Alla mia domanda, se sentiva la mancanza della sua famiglia, risponde che viveva in una piccola comunit\u00e0 di gente del Niger. Tra di loro parlavano Hausa e si sentivano un po&#8217; a casa. Oggi tale comunit\u00e0 in Libia non esiste pi\u00f9. Non ha pi\u00f9 contatto con nessuno dell&#8217;epoca: \u201cHo perso tutti i contatti\u201d.<br \/>\n<strong>\u201cNon potevamo rimanere l\u00ec\u201d<\/strong><\/p>\n<p>Said ha vissuto in Libia per cinque anni, poi \u00e8 tornato per poco tempo a casa, per tornare poi presto in Libia. Aveva allora 17 anni. Al suo ritorno il Paese era nel caos. La guerra civile era iniziata. Gli africani neri erano visti in blocco dai ribelli come \u201csostenitori di Gheddafi\u201d e perci\u00f2 non erano pi\u00f9 al sicuro. \u201cQuando i ribelli vedevano un nero, gli sparavano. Non potevamo rimanere l\u00ec\u201d.<br \/>\nL&#8217;unico modo di sfuggire dalla Libia era il mare. Said ride alla mia domanda, sul perch\u00e9 non \u00e8 semplicemente tornato in Niger. Mi scuso per la mia ingenuit\u00e0, non ho nemmeno mai vissuto la guerra. La Libia era diventata un carcere, non funzionava pi\u00f9 nulla e sulle strade si rischiava la vita. \u201cSiamo stati messi sulle barche e costretti a partire via mare\u201d. Essi non volevano venire in Europa. \u201cIn Libia si stava bene, potevo guadagnare molto. Anche qui si sta bene, ma non posso lavorare e non so se posso rimanere\u201d.<\/p>\n<p><strong>\u201cSar\u00e0 semplicemente impossibile espellerli\u201d<\/strong><\/p>\n<p>Ma lui non sta male a Berlino. Ha ottenuto le chiavi di uno studio, dove pu\u00f2 fare rap da solo o con i suoi amici. Per due mesi fa temporaneamente un tirocinio nel teatro Gorki, presso i costumisti. La rete funziona bene, anche se purtroppo sono solo lavori temporanei. Ora diventer\u00e0 corrispondente diretto per i profughi per Pressenza e cos\u00ec imparer\u00e0 anche alcune capacit\u00e0 giornalistiche. Sa gi\u00e0 bene il tedesco, che \u00e8 la sua quinta lingua dopo l&#8217;Hausa, il francese, l&#8217;arabo e l&#8217;inglese. Da un anno ha una ragazza. Taina dice \u201ctemporaneamente cerchiamo solo di giocare col tempo. I rifugiati si integrano rapidamente. Fanno amicizia, si innamorano, praticano i loro hobbies e approfittano di qualsiasi opportunit\u00e0 di lavoro, per piccola che essa sia, o di fare tirocini. Ci\u00f2 procede molto velocemente e a un certo punto non sar\u00e0 pi\u00f9 possibile mandarli via\u201d.<\/p>\n<p>Chiedo a Said dove si vede in cinque anni. \u201cAllora mi sar\u00f2 sistemato e avr\u00f2 studiato per essere sarto, avr\u00f2 messo da parte qualche soldo e potr\u00f2 aprire un negozio\u201d.<br \/>\n<em>Traduzione italiana a cura di Diego Guardiani<\/em><\/p>\n<p><!--DOCTY--><!--DOCTY--><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Cambiare continuamente alloggio, traumi e lotte per lo status legale Said ha 22 anni. Da quasi tre anni vive a Berlino. 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