{"id":1840543,"date":"2024-04-24T15:57:05","date_gmt":"2024-04-24T14:57:05","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1840543"},"modified":"2026-03-15T20:24:14","modified_gmt":"2026-03-15T20:24:14","slug":"24netzinesud-%d3%8eeriggio-n-17","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2024\/04\/24netzinesud-%d3%8eeriggio-n-17\/","title":{"rendered":"24@netzineSud \u2013 \u04cderiggio \\ n. 17"},"content":{"rendered":"<h5 style=\"text-align: center;\">&gt; \u00a0MERIDIOGLOCALNEWS\u00a0 \u2013 RASSEGNA SETTIMANALE\u00a0 SULLE SOGGETTIV\u20b3ZIONI METICCE\u00a0\u00a0&lt;<\/h5>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Le spese militari globali hanno raggiunto il record di 2440 miliardi in un anno <\/strong><\/p>\n<p><em>Nel 2023 la spesa militare mondiale ha raggiunto il\u00a0massimo storico di 2.443 miliardi di dollari, con un aumento del 6,8% in termini reali rispetto al 2022. Si tratta \u2013 scrive nel suo articolo Giorgia Audiello<\/em> \u2013 <em>dell\u2019aumento su base annua pi\u00f9 marcato dal 2009 e, a partire dallo stesso anno, \u00e8 la prima volta che si registra un aumento della spesa militare in tutte e cinque le regioni geografiche \u2013 Europa, Asia e Oceania, Medio Oriente, Africa e Americhe \u2013 con aumenti particolarmente elevati registrati nelle prime tre.<\/em> <em>\u00c8 quanto emerge dall\u2019<a href=\"https:\/\/www.sipri.org\/media\/press-release\/2024\/global-military-spending-surges-amid-war-rising-tensions-and-insecurity\">ultimo rapporto<\/a><\/em> <em>dell\u2019Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (Sipri) sulla spesa militare globale\u00a0<\/em><\/p>\n<p>\u00abL\u2019aumento senza precedenti della spesa \u00e8 una risposta diretta al deterioramento globale della pace e della sicurezza\u00bb, ha affermato Nan Tian, \u200b\u200bricercatore senior presso il Programma di spesa militare e produzione di armi del SIPRI, aggiungendo che \u00abGli stati stanno dando priorit\u00e0 alla forza militare, ma rischiano una spirale di azione-reazione nel panorama geopolitico e di sicurezza sempre pi\u00f9 instabile\u00bb. Secondo il rapporto, a contribuire maggiormente alle spese militari globali sono state la guerra in Ucraina, ma anche le crescenti tensioni geopolitiche in Asia e Oceania e in Medio Oriente. I due primi Paesi al mondo per spesa militare sono\u00a0<strong>Stati Uniti e Cina<\/strong>, seguiti da Russia, India, Arabia Saudita, Regno Unito, Germania, Ucraina, Francia e Giappone. Insieme, i primi dieci Paesi che spendono di pi\u00f9 per spesa militare hanno rappresentato i tre quarti della spesa complessiva mondiale (74%) nel 2023, pari a 1799 miliardi di dollari, ossia 105 miliardi in pi\u00f9 rispetto all\u2019anno precedente. Stati Uniti e Cina rappresentano, rispettivamente, il 37 e il 12 per cento della quota complessiva \u2013 quasi la met\u00e0 della spesa globale \u2013 con aumenti del 2,3 e del 6 per cento rispetto al 2022\u2026 La Russia, che occupa il terzo posto nella classifica delle prime 10 nazioni che spendono di pi\u00f9 in armamenti,\u00a0<strong>ha aumentato del 24% i suoi investimenti bellici<\/strong>\u00a0per un totale di 109 miliardi di dollari nel 2023, segnando un aumento del 57% rispetto al 2014, anno in cui la Crimea ha aderito alla Federazione russa.<\/p>\n<h6><em><a href=\"https:\/\/www.lindipendente.online\/2024\/04\/23\/le-spese-militari-globali-hanno-raggiunto-il-record-di-2440-miliardi-in-un-anno\/\">\u00a0leggi per esteso l&#8217;articolo di Giorgia Audiello su l&#8217;Indipendente.online<\/a><\/em><\/h6>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Transizione ecologica, una danza immobile: dobbiamo abbandonare l\u2019arrogante antropocentrismo per entrare nella \u201cKoinocene\u201d, della comunanza <\/strong><\/p>\n<p><em>Scrive Paolo Cacciari: \u201cAcquisire una coscienza di specie e di luogo, oltre che di genere, di generazione, di classe sociale, ci permetterebbe di percepirci come parte della rete della vita e di capire quale \u00e8 il posto degli esseri umani nel mondo\u201d<\/em><\/p>\n<p>I nemici dell\u2019ambiente pi\u00f9 pericolosi oggi sono coloro che proprio in nome della protezione della natura hanno lanciato un progetto in grande stile di appropriazione, colonizzazione, sfruttamento dei beni comuni globali. Tra loro non ci sono solo imprese multinazionali dell\u2019estrattivismo ma anche istituzioni, come l\u2019Ue, con gli ambiziosi programmi di Green Deal, green economy, certificazioni verdi ed economia circolare. Il ruolo degli Stati nella devastazione ambientale \u00e8 centrale. Ma non si tratta di sostituire poteri cattivi con potere buoni. Abbiamo bisogno di una trasformazione strutturale dei modi di produzione e di consumo, una conversione dei comportamenti umani e della mentalit\u00e0 delle persone, ossia del modo di pensare noi stessi nel rapporto con gli altri e con la natura \u2026 \u00a0Gli effetti boomerang, retroattivi, provocati da una pressione antropica insostenibile sugli ecosistemi non sono pi\u00f9 occultabili \u2026 \u00a0Nei prossimi decenni ampie aree del pianeta, dove ora vive pi\u00f9 di un miliardo di persone, specie nelle regioni equatoriali, diventeranno inabitabili. Folle di sfollati, profughi, migranti si metteranno in marcia via via che si manifester\u00e0 il cambiamento climatico. Per cinica realt\u00e0, le popolazioni che meno hanno contribuito al surriscaldamento dell\u2019atmosfera sono le prime a subirne le conseguenze pi\u00f9 pesanti. Come giustamente dice la giovane e coraggiosa attivista svedese, Greta Thunberg (2022): \u201cSiamo tutti in balia della stessa tempesta, ma di certo non siamo tutti sulla stessa barca\u201d. Qualcuno \u00e8 pi\u00f9 \u201cresiliente\u201d di altri \u2026 In generale il processo di privatizzazione dei doni gratuiti della natura tende a inglobare ogni soffio della vita, ogni anfratto dell\u2019esistente, trasformandolo in <em>commodities<\/em><strong>,<\/strong> in merci. \u201cIl capitale si fa mondo\u201d, ha scritto Jason Moore (2014), anzi, grazie alla <em>space economy<\/em>, cosmico. Un\u2019operazione ciclopica resa possibile dalle nuove tecnologie (microelettronica, nanotecnologie, biologia sub-molecolare ecc.) la cui potenza applicata ai mezzi di produzione di massa \u00e8 paragonabile all\u2019invenzione del vapore applicato alle macchine (Quarta rivoluzione industriale). L\u2019operazione di colonizzazione inizia con lo stabilire la posta in gioco: il valore economico dei beni naturali \u00e8 stato stimato in 4 milioni di miliardi (4.000 trilioni), capace di generare un flusso di 125.000 miliardi all\u2019anno, pi\u00f9 di tutto il valore del Pil mondiale (stimato attualmente in 100.000 miliardi all\u2019incirca). L\u2019individuazione di un nuovo cos\u00ec grande giacimento di valore, a cui poter attingere, trasformare in denaro e rimettere in circolazione, costituisce una grande fortuna per le sorti stesse dell\u2019economia capitalista.<\/p>\n<h6><em><a href=\"https:\/\/comune-info.net\/transizione-ecologica-una-danza-immobile\/\">abstract dell&#8217;intervento di Paolo Cacciari su comune-info<\/a><\/em><\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Crisi climatica, i media italiani ne parlano di pi\u00f9 ma senza nominare i responsabili<\/strong><\/p>\n<p><em>Crescono lo spazio dedicato al negazionismo e le pubblicit\u00e0 fossili. Sturloni (Greenpeace): \u00abA causa dell\u2019influenza economica di Eni e delle altre aziende inquinanti, in Italia non c\u2019\u00e8 libert\u00e0 di stampa sul clima\u00bb. Nell\u2019ultimo anno sono cresciute in numero le notizie pubblicati dai principali media italiani sulla crisi climatica, ma \u00e8 al contempo diminuita l\u2019analisi della cause. E in parallelo, sono in risalita le narrazioni contro la transizione ecologica. Un contesto complessivamente drammatico, in cui per\u00f2 resiste un nucleo di giornali \u2013 riuniti da Greenpeace nella Stampa libera per il clima, con anche greenreport \u00a0\u2013 che promuove un\u2019informazione indipendente e scientificamente fondata sulla crisi climatica<\/em><\/p>\n<p>\u00c8 quanto emerge dal secondo rapporto annuale sull\u2019informazione dei cambiamenti climatici nel nostro Paese, realizzato per Greenpeace dall\u2019Osservatorio di Pavia, che tra gennaio e dicembre 2023 ha acceso un faro su come la crisi climatica \u00e8 stata raccontata dai cinque quotidiani nazionali pi\u00f9 diffusi (Corriere della Sera, la Repubblica, Il Sole 24 Ore, Avvenire, La Stampa), dai telegiornali serali delle reti Rai, Mediaset e La7 e dalle 20 testate di informazione pi\u00f9 seguite su Instagram. \u00abIl monitoraggio effettuato sui principali media italiani nell\u2019anno pi\u00f9 caldo di sempre conferma che, a causa dell\u2019influenza economica di Eni e delle altre aziende inquinanti, in Italia non c\u2019\u00e8 libert\u00e0 di stampa sul clima, nonostante gli impatti sempre pi\u00f9 gravi ed evidenti del riscaldamento del pianeta\u00bb, spiega Giancarlo Sturloni, responsabile della comunicazione di Greenpeace Italia. In particolare, i quotidiani hanno pubblicato in media 2,7 articoli al giorno (contro i 2 del 2022) contenenti almeno un accenno alla crisi climatica, sebbene quelli effettivamente dedicati al clima siano appena un terzo. In compenso, nello stesso periodo gli stessi quotidiani hanno ospitato 1.299 inserzioni pubblicitarie \u2013 contro le 795 del 2022 \u2013 dedicate all\u2019industria dei combustibili fossili e delle aziende dell\u2019automotive, aeree e crocieristiche, tra i maggiori responsabili del riscaldamento del pianeta. Secondo l\u2019analisi, questo \u00e8 uno degli elementi che spiegano perch\u00e9 si parla sempre meno delle cause del riscaldamento globale (in calo dal 22% al 15% rispetto al 2022) e di combustibili fossili (indicati come causa solo nel 5,5% degli articoli), mentre le compagnie del gas e del petrolio sono indicate come responsabili in appena 14 articoli durante l\u2019intero anno. In base ai risultati dello studio, Greenpeace ha inoltre stilato la classifica per l\u2019anno 2023 dei principali quotidiani italiani: raggiunge la sufficienza soltanto Avvenire (con 6 punti su 10), segue La Stampa (4,2 punti) mentre risultano gravemente insufficienti Repubblica (3,8 punti), Corriere (3,2 punti) e Il Sole 24 Ore (3 punti). Non va meglio passando dall\u2019analisi dei quotidiani a quella dei tg, che hanno parlato esplicitamente di crisi climatica nel 2,3% delle notizie trasmesse (contro l\u20191,9% del 2022) e solo 1 volta hanno indicato le compagnie petrolifere come responsabili. Il Tg5 \u00e8 il telegiornale che in percentuale ha dedicato pi\u00f9 spazio al clima (con il 2,7% delle notizie trasmesse), mentre fanalino di coda si conferma il Tg La7 di Enrico Mentana (1,6%). Il Tg1 e il Tg2 scivolano rispettivamente al terzultimo e al penultimo posto, sintomo del \u00abcondizionamento del Governo Meloni sulla Rai\u00bb, come sottolineano da Greenpeace. Coerentemente, le narrative contrarie alla transizione energetica trovano sempre pi\u00f9 spazio. Nel 2023 sono state veicolate dal 16% degli articoli dei quotidiani e dal 14% delle notizie dei telegiornali che parlano di clima, e si assiste inoltre a un ritorno del negazionismo climatico di vecchio stampo. Per quanto riguarda infine le testate d\u2019informazione pi\u00f9 diffuse su Instagram, canale di riferimento per i pi\u00f9 giovani, le notizie sulla crisi climatica si attestano al 3,2% sul totale dei post pubblicati<\/p>\n<h6><a href=\"https:\/\/greenreport.it\/news\/clima\/crisi-climatica-i-media-italiani-ne-parlano-di-piu-ma-senza-nominare-i-responsabili\/\">il rapporto completo su greenreport<\/a><\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Ponte di Messina, dalla commedia alla farsa. Cosa rester\u00e0 dell\u2019in-credibile progetto gi\u00e0 accantonato 11 anni fa? Paradossi, lacune, omissioni, ma di chi \u00e8 la responsabilit\u00e0 e <em>cui prodest ?<\/em><\/strong><\/p>\n<p><em>Smontato da 534 pagine di osservazioni redatte da esperti di 9 atenei e presentate dalle associazioni ambientaliste e dai comitati dei cittadini messinesi, il Ponte sullo Stretto \u00e8 stato grottescamente confermato dal governo.<\/em><\/p>\n<p>Il 15 aprile scorso primo giorno di apertura della conferenza di servizi istruttoria sul cd Progetto Definitivo (PD) del ponte sullo Stretto di Messina, dopo 21 anni di studi e di progettazioni inconcludenti, sono arrivate dalla Commissione Tecnica sulla Valutazione di Impatto Ambientale (CTVIA) le 221 richieste principali di integrazione* al cosiddetto PD 2024 del ponte sullo Stretto di Messina pubblicate sul portale online VIA-VAS (155 relative alla VIA e 66 delle quali relative alla Valutazione di Incidenza sui siti della Rete Natura 2000 e su tutte le componenti ambientali pi\u00f9 rilevanti), a cui si aggiungono 16 richieste di integrazioni inerenti il Piano di Utilizzo delle Terre e 2 relative alla Verifica di Ottemperanza. Integrazioni richieste dalla Commissione Tecnica VIA (CTVIA). Richieste che attestano l\u2019impossibilit\u00e0 di approvare il Progetto (non) Definitivo, di passare al Progetto Esecutivo e di aprire i cantieri, prima dell\u2019estate o entro fine anno. Alle pesanti richieste di integrazione della CTVIA bisogna aggiungere la demolizione del progetto contenuta nelle 534 le pagine di contestazioni e controdeduzioni contenute nelle Osservazioni \u2013 redatte da un gruppo di lavoro di 38 esperti, tra cui 12 sono i docenti nelle diverse materie ambientali di 9 diversi atenei (Universit\u00e0 di Firenze, Napoli, Messina, Palermo, Reggio Calabria, Roma La Sapienza, Torino, IUAV di Venezia, Politecnico di Milano). Osservazioni inviate l\u201911 aprile scorso dalle associazioni ambientaliste (Italia Nostra, Kyoto Club, Legambiente, Lipu, MAN e WWF) e dai comitati dei cittadini messinesi (Associazione \u201cInvece del ponte\u201d e \u201cNo Ponte Capo Peloro\u201d) nell\u2019ambito della procedura di Valutazione di Impatto Ambientale \u2013 VIA. Osservazioni su cui, secondo la CTVIA, il proponente (SdM SpA e Eurolink) \u00e8 bene che fornisca le proprie controdeduzioni. I cittadini, le associazioni e i comitati, oltre che competenti, sono infinitamente pazienti: infatti siamo alla replica di quanto gi\u00e0 avvenne tra il 2011 e il 2013. Lo stesso PD (Progetto Definitivo) di allora era un colabrodo, la CTVIA chiese integrazioni e alla fine espresse il Parere n. 1185 nel 2013. che enumerava 27 prescrizioni, 18 delle quali solo parzialmente ottemperate (tra cui gli aspetti geo-sismo-tettonici e idrogeologici) e 1 non ottemperata e quindi, negativa, relativa alla valutazione di incidenza sulle aree della Rete Natura 2000 (tutelate dall\u2019Europa). Ora, ci troviamo al paradosso che una CTVIA dimissionaria, il mandato scade il 24 maggio, ha dovuto fare la richiesta di integrazione (ai sensi del DL n. 35\/2023) per poi lasciare il testimone alla nuova CTVIA che deve essere ancora nominata e che, ci si augura, sia selezionata per competenza e non per appartenenza o compiacenza politiche. Poveri futuri commissari che, se competenti e autonomi, dovranno avere a che fare con cosiddetto PD di un ponte letteralmente in-credibile ad unica campata, a doppio impalcato (stradale e ferroviario) di 3,3 km di lunghezza, sorretto da due torri di 400 metri di altezza, che dovrebbe essere realizzato in una delle aree a maggior rischio sismico e di turbolenza per i venti del Mediterraneo.<\/p>\n<h6><em><a href=\"https:\/\/sbilanciamoci.info\/ponte-di-messina-dalla-commedia-alla-farsa\/\">estratto da sbilanciamoci.info<\/a><\/em><\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fondazione GIMBE, un&#8217;analisi sulla lenta agonia del sistema sanitario pubblico italiano\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><em>I numeri sono quelli del Documento di Economia e Finanza (DEF), a citarli \u00e8 Nino Cartabellotta Presidente della <\/em><strong><a href=\"https:\/\/www.gimbe.org\/\">Fondazione GIMBE<\/a>,<\/strong><em> organizzazione senza fini di lucro che ha lo scopo di promuovere e realizzare attivit\u00e0 di formazione e ricerca in ambito sanitario. E intende contribuire alla sostenibilit\u00e0 del servizio sanitario pubblico, che deve essere equo e universalistico<\/em><\/p>\n<p>\u201cRispetto alle previsioni di spesa sanitaria sino al 2027 \u2013 afferma Cartabellotta \u2013 il DEF 2024 certifica l\u2019assenza di un cambio di rotta e ignora il pessimo \u2018stato di salute\u2019 del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), i cui princ\u00ecpi fondamentali di universalit\u00e0, uguaglianza ed equit\u00e0 sono stati traditi, con conseguenze che condizionano la vita delle persone, in particolare delle fasce socio-economiche pi\u00f9 deboli e delle persone residenti nel Mezzogiorno\u201d. Parole gravi che confermano le difficolt\u00e0 cui sono costretti tutti coloro che subiscono i lunghissimi tempi di attesa, l\u2019affollamento dei pronto soccorso, la migrazione dal sud al nord, o chi, addirittura, deve rinunciare alle cure perch\u00e9 non pu\u00f2 sostenerne il costo. Secondo la nostra Costituzione, \u201cLa Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell\u2019individuo e interesse della collettivit\u00e0, e garantisce cure gratuite agli indigenti\u201d. E\u2019 pensabile garantire tutto questo e nel contempo essere ultimi, fra i paesi del cosiddetto G7, rispetto agli investimenti in sanit\u00e0? Nel 2023 il rapporto spesa sanitaria\/PIL (prodotto interno lordo) \u00e8 stato del 6,3%, con una spesa \u2013 in termini assoluti- di 131.103 milioni di Euro. Va ricordato che nel 2022 il suddetto rapporto era stato del 6,7%, senza contare la crescita dell\u2019inflazione che, l\u2019anno scorso, ha inciso ulteriormente in senso negativo. Nel 2024, secondo le previsioni, il rapporto spesa sanitaria\/PIL dovrebbe essere del 6,4%. Apparentemente ci troveremmo di fronte a un piccolo passo avanti, sia pure inadeguato a dare una scossa positiva al nostro servizio sanitario nazionale. Purtroppo, come afferma sempre Cartabellotta, tale incremento \u201c\u00e8 illusorio: infatti, in parte \u00e8 dovuto ad un mero spostamento al 2024 della spesa prevista nel 2023 per i rinnovi contrattuali 2019-2021, in parte agli oneri correlati al personale sanitario dipendente per il triennio 2022-2024 e, addirittura, all\u2019anticipo del rinnovo per il triennio 2025-2027.<\/p>\n<h6><em><a href=\"https:\/\/www.argocatania.it\/2024\/04\/22\/la-lenta-agonia-del-sistema-sanitario-pubblico-italiano\/?utm_source=mailpoet&amp;utm_medium=email&amp;utm_source_platform=mailpoet&amp;utm_campaign=newsletterposttitle-lultimo-articolo-da-argo-catania-2\">approfondimenti su ArgoCatania<\/a><\/em><\/h6>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h5 style=\"text-align: right;\"><em>COMMENTI \\ INCHIESTE \\ REPORTI \\ CONFLITTI \\ ALTERMERIDIONALISMO<\/em><\/h5>\n<h6 style=\"text-align: right;\"><em><a href=\"mailto:toni.casano@pressenza.com\"><strong>toni.casano@pressenza.com<\/strong><\/a><\/em><\/h6>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&gt; 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