{"id":1835671,"date":"2024-03-30T12:02:23","date_gmt":"2024-03-30T12:02:23","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1835671"},"modified":"2024-03-30T15:45:55","modified_gmt":"2024-03-30T15:45:55","slug":"2-gandhi-ad-auschwitz-elogio-della-nonviolenza-e-sue-problematiche","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2024\/03\/2-gandhi-ad-auschwitz-elogio-della-nonviolenza-e-sue-problematiche\/","title":{"rendered":"2\/ Gandhi ad Auschwitz. Elogio della Nonviolenza (e sue problematiche)"},"content":{"rendered":"<p><em>Dopo avere pubblicato il primo contributo sulla nonviolenza, nato da una discussione che mi ha visto coinvolto con altri militanti del movimento, il dibattito non si \u00e8 chiuso e altri temi sono stati posti all\u2019attenzione. Ne sono venuti per me altri spunti di riflessione che costituiscono l&#8217;articolo che segue,\u00a0 in continuazione e completamento di quanto precedentemente scritto\u00a0<\/em><\/p>\n<p>Due sono le tematiche fonte di nuove discussioni. La prima \u00e8 nata dal fatto che alcuni di noi hanno definito non condivisibile un testo dove si usavano espressioni militariste, e dunque considerate violente per definizione, del tipo \u201ccorteo combattivo\u201d, \u201cbattaglia di civilt\u00e0\u201d, \u201csabotare la guerra\u201d ecc. La seconda obiezione, riferita a quanto sta avvenendo a Gaza in Palestina da parte dell\u2019esercito israeliano, riguardava la necessit\u00e0 di non usare espressioni di odio anche contro chi si macchia di fatti inaccettabili, limitandosi a criticarne le azioni. In sostanza non dire \u201cIsraele criminale, terrorista e genocida\u201d ma dire no alle \u201cpratiche di pulizia etnica e genocidio\u201d.<\/p>\n<p>Partiamo da questa seconda obiezione. Capisco che di primo acchito, e detta in questi termini, la questione pu\u00f2 apparire frutto di esagerate preoccupazioni. Ma non \u00e8 cos\u00ec, se si considera che, almeno nella sua versione pi\u00f9 radicale, questa posizione viene giustificata dall\u2019idea che, al di l\u00e0 delle condizioni concrete, bisogna sempre porsi in linea di principio nell\u2019aspettativa di potere cambiare e (per cos\u00ec dire) rieducare anche l\u2019autore dei pi\u00f9 efferati crimini. Da qui l\u2019esigenza di porre al centro dell\u2019attenzione critica l\u2019azione riprovevole e non i soggetti che la compiono.<\/p>\n<p>Sollever\u00f2 di seguito delle contro obiezioni e giunger\u00f2 a delle conclusioni, almeno in parte, diverse. Tuttavia questa scelta di posizionamento, malgrado possa apparire estrema, deve essere presa sul serio e ritenuta, almeno nella considerazione di partenza, legittima e plausibile. Essa si basa infatti su quella affermazione della prevalenza dell\u2019etica sulla politica, che io stesso ho posto, nella prima parte di questo saggio, come la questione centrale e caratterizzante la cultura e le pratiche ascrivibili alle scelte di nonviolenza.<\/p>\n<p>In effetti, per sua stessa natura e nel senso pi\u00f9 nobile del suo significato, l\u2019etica non ha nemici da abbattere ma valori da affermare come universali all\u2019interno della generalit\u00e0 delle pratiche relazionali. Il suo fondamento \u00e8 la reciprocit\u00e0 come principio di eguaglianza e di responsabilit\u00e0 verso l\u2019altro. L\u2019etica non ama il realismo ma opera per la ricerca del meglio. Il suo punto d\u2019arrivo ideale \u00e8 \u201cla distanza zero\u201d tra gli individui: \u201cl\u2019altro in me e io nell\u2019altro\u201d. Il comportamento non etico dell\u2019altro non pu\u00f2 essere tolto con l\u2019antagonismo ma con l\u2019esempio e la persuasione.<\/p>\n<p>Vista in questi termini l\u2019idea della conversione del \u201cnemico\u201d, o meglio \u201cdell\u2019altro che sbaglia\u201d, pu\u00f2 essere considerata del tutto giustificata. L\u2019etica in fondo \u00e8 l\u2019irruzione dell\u2019ideale nel reale, l\u2019impossibile che pretende di farsi possibile. In questo senso (e lo vedremo meglio di seguito) essa \u00e8 l\u2019esatto contrario della politica.<\/p>\n<p>Tutto risolto dunque? La nonviolenza pu\u00f2 proporsi di estirpare il male anche trasformando il malato che lo genera? Non proprio! In realt\u00e0 le cose sono molto pi\u00f9 complesse. Vediamo.<\/p>\n<p>Si \u00e8 detto di come la nonviolenza nasca dalla primazia dell\u2019etica. Si d\u00e0 tuttavia il caso che essa non sia una scelta che riguardi specificamente il campo dell\u2019etica, ma si tratti al contrario di una ipotesi che si riferisce esplicitamente all\u2019agire politico. Di pi\u00f9: Non si tratta di un fare politica in condizioni di normalit\u00e0, nelle quali la dialettica delle posizioni si d\u00e0 entro un quadro di accettazione condivisa delle regole date. Al contrario la nonviolenza nasce storicamente come teoria e pratica di una politica di ribaltamento rivoluzionario di un esistente da superare eal limite cancellare. Ne \u00e8 chiara testimonianza il fatto che la sua storia viene fatta iniziare con le battaglie di Gandhi contro il colonialismo inglese in India, e vede poi i suoi momenti pi\u00f9 significativi in situazioni di grande criticit\u00e0 ed eccezionalit\u00e0, come le lotte di M. Luther King per l\u2019emancipazione dei neri d\u2019America, e di Mandela contro l\u2019apartheid in Sudafrica.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 un complesso e difficile rapporto tra l\u2019etica e la politica, che si pone quasi come paradossale. Per Aristotele entrambe fanno parte della <em>praxis, <\/em>intesa come il campo dell\u2019agire umano nell\u2019ambito della comunit\u00e0. Ma esse, pur rappresentando le due facce della stessa medaglia, si differenziano decisamente. Alla propensione ideale dell\u2019etica si contrappone la dimensione fortemente realista della politica.<\/p>\n<p>La politica \u00e8 l\u2019arte del possibile perch\u00e9 essa \u00e8 sempre finalizzata al conseguimento del risultato, nel pi\u00f9 breve tempo che si renda necessario, in termini di vittoria di qualcosa contro qualcosa d\u2019altro, e contro un nemico che quel qualcosa rappresenta e sostiene. Carl Schmitt ci ha spiegato come la politica sia l\u2019arte di sapere schierare i fronti, creando una netta contrapposizione tra \u201camico\u201d e \u201cnemico\u201d. A sua volta, molto tempo prima di lui, un altro tedesco, (anzi allora prussiano), C. Von Clausewitz ci ha detto che \u201cLa guerra \u00e8 la continuazione della politica con altri mezzi\u201d. Espressione dalla quale potremmo dedurre per pura conseguenza logica che \u201cLa politica \u00e8 la prosecuzione della guerra nei momenti di tregua armata\u201d. In ogni caso ci\u00f2 che rende omologhe, e in qualche modo simbiotiche, la politica e la guerra \u00e8 la centralit\u00e0 del nemico da sconfiggere, seppure in modi che sono diversi, ed anche pi\u00f9 o meno violenti, e che tuttavia nel corso della storia diventano spesso complementari.<\/p>\n<p>In questo senso l\u2019irruzione della nonviolenza, con le sue pretese di primazia etica, nel campo della politica rappresenta una grande scommessa. In questo sta la sua grandezza, ma anche tutte le difficolt\u00e0 e le complesse questioni, spesso ancora non risolte, di questo sfidare ci\u00f2 che per molti versi rappresenta un vero e proprio paradosso.<\/p>\n<p>Da questo punto di vista, rispetto al quale i valori \u201cdisarmati\u201d della nonviolenza tentano la scalata a mani nude della grande montagna fortificata del politico e della politica, \u00e8 del tutto ammissibile spostare il punto d\u2019imputazione del nostro fare rivoluzionario dal nemico in carne ed ossa al fatto da contrastare, e se possibile da cancellare dalla storia. Ma pure in questo caso, resta comunque il fatto che alla fine, in un modo o in un altro, il concreto darsi della dialettica e dello scontro politico, anche e a maggior titolo nella sua versione \u201crivoluzionaria\u201d, presenter\u00e0 il conto in termini di risultato conseguito o meno. In sostanza in termini di vittoria o di sconfitta. Una dinamica delle cose che non pu\u00f2 non comportare anche una attenzione alla identit\u00e0 e all\u2019agire dell\u2019altro, del \u201cnemico\u201d o dell\u2019antagonista.<\/p>\n<p>In soldoni: per quanto si cerchi di oggettivizzare l\u2019ingiustizia contro cui battersi, questa resta profondamente legata ai soggetti che la promuovono, la cui conoscenza \u00e8 fondamentale per la comprensione delle cose, e che come sua inevitabile conseguenza non pu\u00f2 non provocare anche un sentimento di profonda avversione come normale fatto di reazione umana, oltre ogni scelta etica o politica.<\/p>\n<p>Se voglio comprendere l\u2019olocausto non posso non volgere la mia attenzione anche al nazismo, ai suoi contenuti, alle sue scelte e ai suoi disvalori, e infine alle perverse motivazioni degli uomini che ne sono stati i portatori, senza non provare un forte sdegno nei loro confronti. Lo stesso vale per quanto sta oggi succedendo in Palestina: Se vedo un genocidio, non posso non vedere le mani insanguinate dell\u2019assassino e non posso non provare orrore, che \u00e8 anche umano si possa pure trasformare in odio, ma su questo torneremo. Prima ci interessa occuparci di un\u2019altra questione.<\/p>\n<p>Rispetto ai due esempi che abbiamo fatto, e al di l\u00e0 di ulteriori approfondimenti che non ci interessa fare, c\u2019\u00e8 comunque da marcare, ai fini del nostro discorso, una profonda differenza, oggettiva ed incontestabile. L\u2019olocausto e il nazismo fanno ormai parte della storia che ha sostanzialmente espresso il proprio giudizio. Eventuali nuove acquisizioni o nuove riflessioni possono avvalersi del filtro della distanza temporale e non hanno l\u2019impellenza di dovere misurarsi, ed eventualmente pretendere di volere influenzare o determinare, eventi che non si sono ancora conclusi. Al contrario il genocidio ai danni dei palestinesi \u00e8 ancora in corso e i suoi esiti finali non sono al momento del tutto prevedibili, dunque su di essi si pu\u00f2 ancora intervenire, e se si ha una certa visione delle cose, si ha anche il dovere di farlo.<\/p>\n<p><em>\u00a0(Apro una parantesi per chiarire che il richiamo incrociato all\u2019olocausto degli ebrei e all\u2019attuale situazione del conflitto israelo palestinese ha qui valore puramente strumentale. Si tratta evidentemente di un riferimento che nasce dalle personali convinzioni politiche di chi scrive, ma che, ai fini del ragionamento che qui si sta tentando di sviluppare, ha il carattere di un puro rimando esemplificativo, a prescindere dalle valutazioni di merito che si possono esprimere nello specifico)<\/em><\/p>\n<p>Se dunque io voglio formulare giudizi che riguardino il presente e non solo fatti passati in giudicato dalla storia, in modo che il mio dire abbia valore non solo valutativo, ma anche performativo, io devo necessariamente trascendere la flemma dello storico e prendere partito. Per tornare ai nostri esempi (che ribadisco valgono come riferimenti a prescindere da quanto ognuno possa ritenerli giustificati o arbitrari), se \u201cIl nazismo <em>\u00e8 stato<\/em> sconfitto\u201d, si d\u00e0 invece il caso che \u201cIsraele <em>deve essere<\/em> sconfitto\u201d. Questa circostanza mi impone il dovere di schierarmi, secondo quello che mi detta la mia coscienza e l\u2019insieme delle opinioni che ho maturato rispetto alla vicenda in corso.<\/p>\n<p>Un dovere che si presenta come non facile (ma che \u00e8 comunque necessario), per chi ha fatto della nonviolenza una scelta etica ed esistenziale, specialmente in una situazione in cui vi \u00e8 un confronto tra forze armate. Uno scontro tra l\u2019uso illegittimo della forza perpetrato da parte dell\u2019aggressore, portatore di morte e di distruzione, e l\u2019uso della forza da parte di chi reagisce ad un atto di imperio, che, come abbiamo visto, deve essere considerato legittimo anche da parte di chi \u00e8 schierato, in senso etico e in linea di principio, contro l\u2019uso della violenza. Una necessaria presa d\u2019atto della possibilit\u00e0 di usare la forza lasciata alla scelta di chi subisce, in nome della legittima difesa e del diritto di resistenza.<\/p>\n<p>In queste circostanze di confronto estremo non si pu\u00f2 eludere la questione dei mezzi necessari (purch\u00e9 pur sempre leciti) per giungere, in nome del bene e della giustizia, ad una conclusione positiva, a cui si pu\u00f2 pervenire solo con la sconfitta chiara e definitiva dell\u2019aggressore.<\/p>\n<p>Un aggressore che non pu\u00f2 essere evocato solo attraverso la condanna, asettica e impersonale, delle sue azioni, (e qui veniamo al nocciolo della questione), ma che deve essere chiamato in causa ed indicato con nome e cognome, perch\u00e9 risponda delle sue azioni di fronte al mondo intero. Non c\u2019\u00e8 in questo alcuna sete di rivalsa o di vendetta, nessun atto di premeditata violenza, ma semplicemente la consapevolezza che solo il giudizio unanime di condanna da parte della comunit\u00e0 internazionale e del comune sentire delle genti, ancora meglio se accompagnato da un senso di ripulsa e di disapprovazione e sdegno morale, pu\u00f2 fermare le mani insanguinate dell\u2019assassino. D\u2019altra parte va considerato che l\u2019altra sola possibile via che porta alla sconfitta dell\u2019aggressore \u00e8 quella di tipo militare. Una possibilit\u00e0 che si presenta comunque fattualmente difficile, visto che in genere l\u2019oppressore e dominante \u00e8 anche colui che \u00e8 militarmente pi\u00f9 forte. Ma poi soprattutto perch\u00e9 la sconfitta della violenza armata attraverso le armi, per la sua stessa intrinseca contraddittoriet\u00e0, quasi mai produce in termini di pace, i frutti sperati.<\/p>\n<p>La condanna ferma precisa pubblica e radicale degli autori dei crimini, esattamente individuati nelle loro responsabilit\u00e0, non \u00e8 figlia di un puro impulso d\u2019odio, ma risponde piuttosto ad una necessit\u00e0 di giustizia, che nel suo essere vittoriosa, \u00e8 foriera di pace, e come ora vedremo anche di riconciliazione.<\/p>\n<p>In sostanza la coscienza del dominante, che opprime sfrutta e aggredisce i pi\u00f9 deboli deve essere sconfitta e annientata. E se il termine annientare, nel senso di \u201cridurre a niente, distruggere completamente\u201d, ma anche in senso figurato \u201cdimostrare l\u2019assoluta infondatezza di qualcosa\u201d (cit. <em>Oxford Languages<\/em>), a qualcuno pu\u00f2 apparire violento, ricordiamo che qui non ci stiamo riferendo a esseri umani nella loro integrit\u00e0, ma alle loro \u201ccoscienze violente\u201d, e non saprei dire quanto anche \u201cfalse\u201d o \u201cinfelici\u201d, che a volte \u00e8 giusto e necessario che le vicende storiche pongano di fronte alla pubblica umiliazione.<\/p>\n<p>Ricordiamo, a tal proposito come esempio e giusto per chiarire la questione, che solo nel momento in cui in Sudafrica l\u2019apartheid fu definitivamente \u201cannientato\u201d, ridotto cio\u00e8 \u201ca niente\u201d ed estirpato dalle coscienze, al punto che nessuno avrebbe potuto trovare appigli di alcun genere per sostenerne una qualche forma di sopravvivenza, solo allora, e solo sulla base di questa radicalit\u00e0, fu possibile avviare, sotto la spinta di Nelson Mandela, un vero processo di riconciliazione nazionale, che chiudendo definitivamente la questione pot\u00e9 affermare una convivenza civile basata sui valori e sui principi della nonviolenza. E pur tuttavia, e bene ricordare che anche in quel caso, che potremmo definire di scuola, la parola fine fu scritta attraverso dei pubblici processi nei quali, chi nell\u2019ambito delle pratiche di segregazione razziale si era macchiato di atti criminali, veniva indicato e accusato, e veniva \u201ccondannato\u201d alla conoscenza pubblica del suo operato e al conseguente biasimo collettivo. Questo probabilmente in ragione del fatto che esiste comunque un principio di giustizia (forse innato nella dimensione sociale dell\u2019uomo), per il quale, nel bene o nel male, non esiste azione che non richieda una reazione o una compensazione che ripristini un ordine ed un equilibrio, valorizzato nell\u2019agire positivo o violato nell\u2019atto malevolo. Fu allora grande merito di Nelson Mandela avere permesso che questa riaffermazione del senso della comunit\u00e0 avvenisse senza sottacere nulla e senza ignorare le ingiustizie avvenute, ma attraverso l\u2019esercizio di una giustizia di tipo riparativo, in cui la pena non veniva cassata, ma assumeva un valore puramente simbolico, che rimetteva a posto le cose senza perdonismi e senza lasciare strascichi in sospeso. Un fulgido esempio lasciato al tempo futuro su come vanno gestite le scelte e le pratiche della nonviolenza, che tuttavia pot\u00e9 avvalersi, in quel momento storico di condizioni particolarmente favorevoli.<\/p>\n<p>Veniamo ora alla questione di quanto sia legittimo per il militante nonviolento usare espressioni di odio nei confronti del nemico contro cui ci si batte. Intanto sgombriamo il campo da quelle che personalmente considero delle esagerazioni. La proibizione dell\u2019uso di termini dedotti dal linguaggio militare come \u201ccombattere\u201d, \u201csabotare\u201d, \u201cbattaglia\u201d non pu\u00f2 essere assoluta tenendo conto del valore figurato e metaforico che, come da vocabolario, questi termini possono assumere.\u00a0 Nella stragrande maggioranza dei casi il carattere violento di una comunicazione \u00e8 dato dal tono generale del testo (ed \u00e8 questa la cosa da valutare) piuttosto che dall\u2019uso dei singoli termini.<\/p>\n<p>In secondo luogo alla domanda se sia lecito riferirsi ai soggetti responsabili di azioni politicamente e umanamente riprovevoli, definendoli con termini forti del tipo \u201cterroristi\u201d \u201crazzisti\u201d \u201cassassini\u201d o altro, la risposta \u00e8: dipende dal contesto e dalle motivazioni. In fondo un termine in s\u00e9 significa poco. Bisogna vedere innanzitutto se esso viene usato come un semplice epiteto urlato al solo scopo di screditare offendere e produrre odio, oppure se esso viene contestualizzato e il suo impiego viene esaustivamente motivato. Si tenga anche conto che fondamentale \u00e8 il valore che ciascuno d\u00e0 al singolo termine utilizzato. Se io do del sionista ad un esponente del governo di Israele non credo che l\u2019interessato abbia nulla da ridire. Lo stesso sarebbe avvenuto un tempo con un affiliato del Ku Klux Klan a cui fosse stato affibbiato l\u2019epiteto di razzista. Insomma dipende tutto dal contesto, dal registro linguistico adottato, dalle finalit\u00e0 della comunicazione. Regole generali e dinieghi assoluti di ordine puramente tecnico non se ne possono fare.<\/p>\n<p>La vera questione \u00e8 quella di andare oltre l\u2019analisi meramente linguistica per capire le intenzioni del parlante, ma anche gli stimoli inconsapevoli che lo motivano. Si tratta di qualcosa di cui \u00e8 tutt\u2019altro che facile venire a capo, perch\u00e9 a monte della scelta delle parole con cui ci si esprime bisogna capire quali sono i sentimenti che ci animano. In sostanza, e tornando a noi, \u00e8 possibile che un\u2019espressione violenta sia il prodotto di una scelta consapevole, magari del dirigente di una organizzazione strutturata o del capo riconosciuto di un movimento che stanno redigendo un documento pi\u00f9 o meno ufficiale. Ma \u00e8 anche possibile che le parole si producano senza troppe riflessioni a partire dai sentimenti effettivamente provati, che possono essere reali sentimenti di odio. Nel primo caso viene da pensare al militante politico, nel secondo caso alla vittima. Ma la distinzione non \u00e8 per nulla semplice. Spesso le vittime sono spinte dalla loro condizione a divenire militanti, e il militante politico grazie ad un processo di immedesimazione \u00e8 portato a sentirsi vittima. In ogni caso i sentimenti sono parte essenziale dell\u2019agire umano. Sentimenti e ragione si spartiscono alla pari la responsabilit\u00e0 dei nostri comportamenti, ma sul piano analitico essi vengono valutati in modo diverso. In genere i sentimenti non sono considerati un elemento costitutivo delle categorie dell\u2019etica e del politico, ma come una semplice dato di fatto che si palesa nella pura dimensione concreta dell\u2019agire e del fare. Un sentimento si prova e basta. Chiedersi se sia giusto o lecito provarlo non ha alcun senso. Chiedersi poi se sia ammissibile manifestarlo pubblicamente \u00e8 cosa che mette in gioco un numero talmente alto di variabili che non credo sia possibile, e forse neppure utile, arrivare a stabilire delle regole generali.<\/p>\n<p>In queste nostre discussioni tra compagni sulla natura della nonviolenza e su come possa essere possibile controllare i sentimenti, e quelli di odio in particolare, qualcuno ha fatto riferimento al Bhagavadgita, un testo fondamentale della cultura e della spiritualit\u00e0 indiana, nel quale si spiega come \u201cuna mente illuminata\u201d \u00e8 indifferente \u201cal piacere e al dolore, al guadagno e alla perdita\u201d, in sostanza come si possa avere il pieno controllo dei propri sentimenti, arrivando al limite di poterli trascendere.\u00a0Io personalmente credo che questo riferimento pu\u00f2 per certi versi aiutarci a capire, ma per altri versi complichi ulteriormente le cose.<\/p>\n<p>Sul piano delle scelte e della crescita individuale di ciascuno non v\u2019\u00e8 dubbio di quanto importante possa rivelarsi il sentire questa tensione a perfezionarsi e ad acquisire sempre nuovi strumenti di consapevolezza e di autocontrollo, nel tentativo di trascendere, per quanto possibile, i propri limiti e le proprie debolezze. Migliorarsi mettendosi sempre in discussione nella consapevolezza che non c\u2019\u00e8 mai un traguardo di perfezione da potere raggiungere in modo definitivo, ma un percorso ininterrotto nel quale \u00e8 necessario immergersi il pi\u00f9 possibile. In sostanza, e ancora una volta, si mostra come la nonviolenza \u00e8 innanzitutto un\u2019etica della persona. Ma ancora una volta si palesano tutti i rischi di quel salto mortale che va dall\u2019etica, che riguarda sostanzialmente le scelte individuali, verso le complicate incombenze della politica di massa.<\/p>\n<p>Se vogliamo che le pratiche della nonviolenza diventino patrimonio comune \u00e8 necessario che i percorsi individuali di tutti vengano messi al sevizio dei movimenti, in modo tale che il rifiuto della violenza si faccia pratica di massa, che in quanto tale si possa esprimere nella ovvia semplicit\u00e0 del suo significato generale, e al tempo stesso nella pluralit\u00e0 delle possibili interpretazioni.\u00a0Perch\u00e9 questo fine sia raggiunto \u00e8 necessario che il movimento nonviolento (o anche \u201cnon violento\u201d, volutamente scritto separato a indicare una pluralit\u00e0 di indirizzi) si preservi tale, resti cio\u00e8 \u201cun movimento\u201d con la molteplicit\u00e0 delle sue anime. Un fronte comune, unito intorno a pochi valori fondanti, e aperto, all\u2019interno e all\u2019esterno, alla dialettica delle differenze.<\/p>\n<p>Il pericolo che sempre incombe su qualsiasi movimento o organizzazione \u00e8 quello di assolutizzare e sclerotizzare le proprie posizioni fino a scadere nell\u2019integralismo. Questo pericolo \u00e8 particolarmente significativo per il fronte della nonviolenza proprio in ragione della sua prevalente natura etica.\u00a0Forse non sar\u00e0 male ricordare che l\u2019etica nasce nell\u2019ambito del pensiero greco antico, in quel periodo d\u2019oro che va dai presocratici ai sofisti, in ragione della crisi della religione, almeno nella sua capacit\u00e0 di produrre regole comportamentali certe e unanimemente condivise. L\u2019etica si presenta alle sue origini come una razionalizzazione dei valori relazionali la cui regolazione viene sottratta alla religione. Scadere nell\u2019integralismo etico significa tornare ai mali del dogmatismo e dell\u2019integralismo religioso, col rischio di divenire sul piano organizzativo una vera e propria setta. Qualcosa che potrebbe anche riproporre in veste nuova il pessimo integralismo politico della sinistra rivoluzionaria di vecchio stampo.<\/p>\n<p>Niente di drammatico e in fondo niente di nuovo. I pericoli e gli incidenti di percorso sono sempre all\u2019ordine del giorno per chi ha deciso di sporcarsi le mani con la storia. L\u2019importante \u00e8 conoscerli e prevenirli. Il futuro ci appartiene, e appartiene ai nostri figli, solo se fortemente lo vogliamo.<\/p>\n<h6><\/h6>\n<h6>pubblicato in contemporanea anche su\u00a0<a href=\"https:\/\/noteblockrivista.blogspot.com\/\">noteblockrivista<\/a><\/h6>\n<h5><a href=\"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2024\/02\/gandhi-ad-auschwitz-elogio-della-nonviolenza-e-sue-problematiche\/\">1\/ Gandhi ad Auschwitz. 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