{"id":1756588,"date":"2023-08-09T19:43:03","date_gmt":"2023-08-09T18:43:03","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1756588"},"modified":"2023-08-09T19:43:03","modified_gmt":"2023-08-09T18:43:03","slug":"il-problema-non-e-la-crescita-ma-la-sostenibilita-e-la-distribuzione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2023\/08\/il-problema-non-e-la-crescita-ma-la-sostenibilita-e-la-distribuzione\/","title":{"rendered":"Il problema non \u00e8 la crescita, ma la sostenibilit\u00e0 e la distribuzione"},"content":{"rendered":"<p>Recentemente abbiamo letto articoli con posizioni diverse su alcuni dati relativi alla crescita del PIL nei Paesi asiatici. Per alcuni questi dati sono incoraggianti, perch\u00e9 potrebbero significare migliori livelli di occupazione e di reddito in settori trascurati. Per altri non \u00e8 una buona notizia perch\u00e9 in un pianeta sull&#8217;orlo del collasso, il paradigma della crescita come sinonimo di benessere si scontra con l&#8217;urgenza di frenare il disastro ecologico. In realt\u00e0, entrambi i punti di vista sono comprensibili e in parte giusti, ma la situazione \u00e8 troppo complessa per affermare categoricamente che la crescita del PIL \u00e8 buona o cattiva di per s\u00e9. Abbiamo affrontato la questione poco pi\u00f9 di cinque anni fa in uno dei capitoli del libro &#8220;L\u2019umanit\u00e0 al bivio. I passi verso la Nazione Umana Universale&#8221;, di cui riporto alcuni paragrafi:<\/p>\n<p><em>&#8220;In questo mondo globalizzato sotto il segno della predazione capitalista, non solo dobbiamo sopportare l&#8217;intervento militare delle potenze al di fuori dei loro confini e che le multinazionali e i gruppi finanziari delle potenze dominino il corso dell&#8217;economia internazionale, ma anche che l&#8217;impatto ambientale della loro voracit\u00e0 predatoria colpisca ogni angolo del pianeta. Ma non solo: dobbiamo anche sopportare alcune voci che accusano i Paesi emergenti di aver accelerato l&#8217;effetto serra con la loro crescita nell&#8217;ultimo decennio.<\/em><\/p>\n<p><em>E c&#8217;\u00e8 gi\u00e0 chi si chiede cosa succeder\u00e0 se i BRICS continueranno a crescere fino a quando tutti i loro abitanti non raggiungeranno lo stesso livello di consumo medio di un cittadino degli Stati Uniti o dell&#8217;Europa, perch\u00e9 in questo caso ci vorrebbero altri cinque pianeti per rifornirli.<\/em><\/p>\n<p><em>Cosa volete? Che il mondo si fermi ora, in modo che i cittadini del cosiddetto primo mondo possano mantenere il loro status per sempre e il resto della popolazione mondiale rimanga in povert\u00e0 per non incidere ancora di pi\u00f9 sull&#8217;ambiente? Ebbene, una simile pretesa non avr\u00e0 successo, in primo luogo perch\u00e9 le popolazioni aspirano a un mondo pi\u00f9 giusto ed equo e non accetteranno un simile ordine internazionale; in secondo luogo, perch\u00e9 gran parte della produzione dei Paesi emergenti non \u00e8 destinata al proprio consumo, ma a rifornire il primo mondo. Le fabbriche in Cina e in altre parti dell&#8217;Asia e dell&#8217;America riforniscono il mondo intero di prodotti a basso costo, e per farlo succhiano risorse naturali da tutto il pianeta.<\/em><\/p>\n<p><em>La continua espansione della frontiera agricola in Brasile e Argentina non risponde alle loro esigenze alimentari, ma principalmente alla produzione di soia e biodiesel per l&#8217;esportazione. Anche l&#8217;estrattivismo minerario in Africa e nella regione andina dell&#8217;America Latina non si spiega con il consumo locale.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><em>In breve, viviamo in un mondo globalizzato, in cui una piccola percentuale della popolazione, costituita fondamentalmente dagli abitanti del cosiddetto primo mondo e dal 10% con i redditi pi\u00f9 alti nel resto delle nazioni, soffre di un&#8217;insaziabile sete di consumismo, e per soddisfare questa sete ha creato fabbriche distribuite in alcune parti del mondo, e per rifornirle esaurisce le risorse naturali dell&#8217;intero pianeta. E c&#8217;\u00e8 una grande percentuale della popolazione che \u00e8 coinvolta in questo processo nel mercato del lavoro, in modo da avere un reddito con il quale anch\u2019essa consuma e avendo come modello il consumismo dell&#8217;\u00e9lite di cui sopra, si sforza di guadagnare di pi\u00f9. Si forma cos\u00ec un&#8217;enorme piramide di reddito e consumo, che risucchia sempre pi\u00f9 risorse, senza che si veda il limite del consumismo in alto e senza che si raggiunga il minimo per la sussistenza in basso. In questa piramide risiede gran parte della spiegazione dell&#8217;attuale disastro ambientale&#8221;.<\/em><\/p>\n<p>Da quando ci siamo occupati di questo tema fino ad oggi, il riscaldamento globale ha continuato a creare scompiglio e rallentarlo \u00e8 diventato sempre pi\u00f9 urgente, ed \u00e8 logico che si levino voci contro tutto ci\u00f2 che significa aumentare l&#8217;estrattivismo e l&#8217;inquinamento. Ma dobbiamo stabilire delle priorit\u00e0 in questo senso; piuttosto che allarmarci per la crescita del Vietnam, o dell&#8217;India, o anche della Cina, dove ci sono ancora milioni di persone al di sotto della soglia di povert\u00e0, dovremmo preoccuparci del fatto che gli Stati Uniti, con solo il 4% della popolazione mondiale, producono un quarto dell&#8217;anidride carbonica; che il loro consumo di elettricit\u00e0 equivale a quello di 160 Paesi messi insieme e che Las Vegas da sola consuma pi\u00f9 energia di diversi Paesi africani.<\/p>\n<p>Dobbiamo cambiare il paradigma della crescita, indirizzando lo sviluppo verso settori meno aggressivi per il nostro pianeta, ma dobbiamo anche fare in modo che le risorse siano distribuite in modo diverso nel mondo. E per raggiungere entrambi gli obiettivi dovremo lavorare su un cambiamento culturale, poich\u00e9 la cultura del consumismo \u00e8 la causa principale della depredazione del pianeta e non la logica ricerca del progresso nei Paesi pi\u00f9 poveri. Naturalmente, una riconversione produttiva basata su questo cambio di paradigma deve avvenire per gradi.<\/p>\n<p>In un altro paragrafo del libro abbiamo detto quanto segue:<\/p>\n<p><em>&#8220;Le attuali fonti di occupazione, che generano il reddito dei lavoratori, sono organizzate in base all&#8217;attuale struttura dei consumi e qualsiasi cambiamento repentino dei livelli di consumo, che non sia accompagnato da una riprogettazione produttiva, avr\u00e0 un forte impatto sui livelli di occupazione. Sar\u00e0 quindi necessario fare un passo alla volta. Torneremo su questo punto quando esamineremo i passi da compiere a livello nazionale, ma occorre tenerne conto quando si pensa a possibili campagne globali da condurre su questi temi. Negli ultimi tempi si \u00e8 parlato di decrescita e non \u00e8 una cattiva idea, soprattutto quando si parla di sobriet\u00e0 dei consumi per l&#8217;\u00e9lite del pianeta. Ma considerando che gran parte dell&#8217;umanit\u00e0 vive in condizioni di sottoconsumo, forse sarebbe meglio parlare di una ridistribuzione delle risorse attuali e contemporaneamente lavorare sullo sviluppo umano, per migliorare la qualit\u00e0 della vita delle persone riducendo l&#8217;estrattivismo, aumentando e migliorando i servizi. Ad esempio, non \u00e8 lo stesso che il PIL di un Paese cresca perch\u00e9 \u00e8 aumentata l&#8217;estrazione di minerali o perch\u00e9 \u00e8 raddoppiato il numero di automobili, come non lo \u00e8 che cresca perch\u00e9 sono aumentati i servizi sanitari e scolastici, dato che questi ultimi non hanno alcun impatto ambientale.\u201c<\/em><\/p>\n<p>Quello che cercavamo di spiegare in quest&#8217;ultimo paragrafo \u00e8 che se il benessere della popolazione non pu\u00f2 essere misurato in termini di crescita del PIL, non si pu\u00f2 nemmeno affermare che tutta la crescita sia negativa per il pianeta; ma soprattutto non si pu\u00f2 affrontare il tema della sostenibilit\u00e0 senza capire che la piramide della disuguaglianza deve essere smantellata e che questo si ottiene con progetti che si facciano carico della complessit\u00e0 del problema e non con slogan. Certo, \u00e8 molto difficile che ogni individuo isolato, angosciato dalla depredazione del pianeta, prenda in considerazione soluzioni su larga scala; forse \u00e8 pi\u00f9 facile alleggerirsi la coscienza consumando un po&#8217; meno e sentendo che questo \u00e8 il suo granello di sabbia per la causa della sostenibilit\u00e0. Tuttavia, se quei granelli di sabbia sono pochi, verranno spazzati via, e se diventano tanti, forse alcuni dei lavoratori delle fabbriche che le multinazionali hanno impiantato in tutto il mondo rimarranno senza lavoro, e quindi senza la possibilit\u00e0 di mantenersi, senza intaccare minimamente chi accumula ricchezza, n\u00e9 migliorare sostanzialmente la situazione dell&#8217;ambiente.<\/p>\n<p>Non dobbiamo assolutamente minimizzare o sottovalutare le azioni individuali, siano esse la riduzione dei consumi personali, o il riciclo, o l&#8217;uso razionale dei fattori di produzione; queste azioni tuttavia non possono diventare un placebo per la nostra coscienza colpevole di appartenere a una specie che sta distruggendo il pianeta, ma devono diventare il punto di partenza per articolare movimenti sociali che facciano sempre pi\u00f9 pressione sui governi affinch\u00e9 apportino i cambiamenti strutturali che sono necessari nel mondo. Certo, questa \u00e8 la strada pi\u00f9 difficile e pu\u00f2 anche sembrare utopistica, ma la rassegnazione dell&#8217;individualismo \u00e8 una strada che non ci porta da nessuna parte; mentre ognuno fa quello che pu\u00f2 per il pianeta, non dobbiamo perdere di vista gli obiettivi comuni, che non vanno scartati perch\u00e9 difficili, se vogliamo davvero fermare il suicidio planetario.<\/p>\n<p>Smantellare l&#8217;industria degli armamenti e convertirla in un&#8217;industria che sviluppi infrastrutture nei Paesi emergenti.<\/p>\n<p>Tassare pesantemente le energie non rinnovabili e utilizzare i proventi per finanziare una rapida promozione di quelle rinnovabili.<\/p>\n<p>Limitare la pubblicit\u00e0 che incoraggia il consumismo, in particolare per i prodotti che contribuiscono al degrado ambientale e al saccheggio delle risorse naturali.<\/p>\n<p>Condurre campagne pubbliche su tutti i media per mettere in guardia i cittadini dal consumo di tali prodotti.<\/p>\n<p>Razionalizzare e razionare l&#8217;uso delle risorse non rinnovabili o scarse, in modo che non sia il mercato ad assegnarle, ma i bisogni della gente.<\/p>\n<p>Naturalmente, per realizzare queste riforme strutturali e altre ancora, \u00e8 necessario confrontarsi con i poteri economici, sostituire i governi complici e realizzare una governance globale in cui i cittadini possano cambiare il corso delle loro vite e di quella del pianeta. Tutto questo pu\u00f2 essere utopistico, ma l&#8217;urgenza del momento storico rende inutili le vie di mezzo: o iniziamo a risalire la costosa china dell&#8217;utopia, o scenderemo rapidamente nell&#8217;abisso dell&#8217;autodistruzione.<\/p>\n<p><em>Traduzione dallo spagnolo di Thomas Schmid. Revisione di Anna Polo<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Recentemente abbiamo letto articoli con posizioni diverse su alcuni dati relativi alla crescita del PIL nei Paesi asiatici. Per alcuni questi dati sono incoraggianti, perch\u00e9 potrebbero significare migliori livelli di occupazione e di reddito in settori trascurati. 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