{"id":1747373,"date":"2023-06-21T22:22:31","date_gmt":"2023-06-21T21:22:31","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1747373"},"modified":"2023-06-21T22:43:49","modified_gmt":"2023-06-21T21:43:49","slug":"dela-ranci-e-il-diritto-allo-studio-la-nascita-delle-150-ore","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2023\/06\/dela-ranci-e-il-diritto-allo-studio-la-nascita-delle-150-ore\/","title":{"rendered":"Dela Ranci e il diritto allo studio: la nascita delle 150 ore"},"content":{"rendered":"<p><i>Dela Ranci,<\/i><i> psicologa e psicoterapeuta, didatta e supervisore in formazione, \u00e8 socia fondatrice del Centro di psicologia e Analisi Transazionale di Milano. Ha lavorato per anni nell\u2019area del disagio mentale, delle dipendenze, sviluppando attivit\u00e0 di formazione e di supervisione rivolte agli operatori psicosociali e alle \u00e9quipe dei servizi pubblici e del privato sociale.<\/i><\/p>\n<p><i>Incontriamo Dela Ranci nel suo vecchio e oramai grande appartamento a Milano. I suoi figli ci hanno chiesto di raccogliere la sua storia, legata alla straordinaria nascita delle 150 ore a Milano. Dela ci dice che avremmo dovuto venire almeno quattro anni fa perch\u00e9 lei ci potesse raccontare con maggiore lucidit\u00e0; ma malgrado abbia quasi 90 anni le sue parole scorrono, il suo sorriso sembra quello di un tempo, ricordando quegli anni si illumina, sembra divertirsi ancora.<\/i><\/p>\n<p><i>Sappiamo che vogliono che si parli delle 150 ore, ma le chiediamo di dirci qualcosa delle sue origini. Lei non si tira indietro, anche se d\u00e0 sempre la sensazione che quello che fecero, lei e tutti gli altri in questo lungo secolo, fu la cosa pi\u00f9 semplice e normale, quello che bisognava e si desiderava fare.<\/i><\/p>\n<hr \/>\n<p align=\"JUSTIFY\">Sono nata nel 1933, abitavamo a Porta Vercellina, a Milano. Mio padre era uno scrittore <i>(Costanzo Ranci scrisse \u201cPiume al vento\u201d e raccolte di racconti sul lago Maggiore), <\/i>mor\u00ec nel 1942, Mussolini aveva gi\u00e0 dichiarato l\u2019entrata in guerra. Uno degli ultimi ricordi che ho di mio padre \u00e8 che io, bimba, ero appena stata da degli amici che erano tutti contenti dell\u2019entrata in guerra. Tornai a casa esultante e mio padre mi diede una sberla. Una volta morto mio padre, io andai in collegio al mare: tre mesi, terribili. Poi ci trasferimmo in un paese sul lago Maggiore, e l\u00ec restammo per tutta la guerra, con la famiglia allargata e altri amici sfollati. Mia madre aiutava degli ebrei a raggiungere la Svizzera. Lei non stava mica tranquilla, ne combinava sempre una, ricordo che in paese c\u2019era un prete antifascista che una notte, scappando da un possibile arresto della Decima Mas, fin\u00ec nel nostro giardino e buss\u00f2 in piena notte. Nascondemmo lui e la perpetua. Dopo la guerra tornammo a Milano, condividendo un appartamento. Qualche anno dopo ottenemmo un appartamento per noi 4 fratelli e mia madre. Terminai gli studi prima del tempo e mi iscrissi a lettere, anche se avrei voluto fare medicina. Insegnai un anno in una scuola privata, poi conobbi mio marito, che faceva il medico: ci siamo sposati e abbiamo avuto 4 figli.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Nel 1973 avevo 40 anni, il mio figlio pi\u00f9 piccolo oramai ne aveva 8, cos\u00ec ho cominciato a insegnare e, un po\u2019 per fatalit\u00e0, sono finita in quella particolare esperienza che sono state le 150 ore, che erano appena nate.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><a name=\"_GoBack\"><\/a>Sono stati anni di grande forza del sindacato. Le 150 ore iniziarono ad esistere grazie alle lotte dei metalmeccanici e comparvero all\u2019interno del loro contratto, tra i nuovi diritti; solo in seguito si allargarono ad altri settori: chimici, tessili e altri. Iniziammo nel marzo del 1974, io cominciai proprio allora a insegnare. Molti tra noi erano politicizzati, venivano specialmente dall\u2019esperienza dei movimenti del \u201968. Altri, arrivando dalle graduatorie, si ritrovavano in una situazione che non avevano scelto. Dovemmo accompagnare molti di loro in un percorso di politicizzazione La media obbligatoria era stata introdotta con la riforma del 1963, per cui molti operai non l\u2019avevano fatta: si trattava quindi di studiare insieme per un anno e al termine sostenere l\u2019esame di terza media: 150 ore di scuola in un anno rientravano all\u2019interno del loro orario di lavoro, e 150 ore le aggiungevano gli operai. Era una grande novit\u00e0. Fino ad allora non vi era alcun diritto alla formazione in orario di lavoro, tranne che per alcuni corsi che per\u00f2 erano finalizzati alla produzione; ora invece si trattava di cultura, di formarsi come persone, ma potremmo dire anche come classe. Iniziavamo alle 15 e finivamo alle 18. Non usavamo libri di testo, magari ne fotocopiavamo dei pezzi, se no era tutta autoproduzione; io ero diventata bravissima col ciclostile. Noi stessi dovemmo studiare tanto, formarci, cercare autori ed esperienze che ci potessero aiutare, non solo dall\u2019Italia ma da tutto il mondo (<i>soprattutto dall\u2019America Latina, ma anche da Francia, Spagna e Stati Uniti oppure da altre esperienze storiche come quando scoprimmo i corsi di alfabetizzazione fatti in alcune zone dell&#8217;Unione Sovietica, subito dopo la Rivoluzione).<\/i><i> <\/i>C\u2019erano indicazioni ministeriali, ma noi organizzammo i gruppi e il lavoro a modo nostro, sulla base delle esigenze e delle richieste degli operai. Riscrivevamo i programmi e le metodologie didattiche, non come applicazione di modelli sedimentati, ma come il risultato di scelte ragionate all\u2019interno dell\u2019equipe dei docenti e insieme agli operai. Facevamo tutto il possibile per essere due insegnanti in copresenza in classe e anche gli insegnanti di lingua straniera ci aiutavano. Le materie fondamentali erano italiano, storia, matematica.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">La classe operaia era la classe operaia, un clima che non ci immaginiamo oggi. Ricordo gli operai dell\u2019OM (<i>un&#8217;azienda italiana<\/i><i> <\/i><i>specializzata nella produzione di veicoli<\/i><span style=\"color: #000000;\"><i>, ndr<\/i><\/span>), erano molto politicizzati, erano loro stessi che spiegavano a noi e agli altri come funzionava la fabbrica. C\u2019erano operai che avevano fatto la resistenza in fabbrica.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Gli operai erano ben consapevoli di quello di cui avevano bisogno, ci dicevano: \u201cNoi non possiamo parlare in assemblea, non sappiamo bene l\u2019italiano, ci mancano le parole.\u201d Parecchi dei nostri studenti venivano<span style=\"color: #000000;\">, specialmente<\/span> nei primi anni, da dei reparti delle fabbriche chiamati \u201ccampi di concentramento\u201d, dove venivano messi insieme tutti i comunisti. Ci ritrovavamo in classe con molti di loro, ma anche con operai democristiani, e se inizialmente c\u2019era tra loro molta diffidenza, in seguito si scoprivano nelle stesse condizioni, si univano. Avevamo giovani che venivano da Sud e che magari non avevano neppure iniziato le medie perch\u00e8 erano andati a lavorare giovanissimi nei campi, e padri di famiglia del Veneto che magari ci invitavano a pranzo a casa loro.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Studiavamo con loro l\u2019organizzazione del lavoro, come fosse cambiata, dalla catena di montaggio a quelle che si chiamavano \u201cisole\u201d e i successivi cambiamenti. Erano loro che volevano studiare questi temi e noi dovevamo andare a studiare a nostra volta. In fondo la scuola era nelle loro mani, noi eravamo solo degli utili strumenti, per la loro crescita in generale, ma anche per le loro lotte. Lo stesso ruolo degli insegnanti veniva messo in discussione. C\u2019era un&#8217;interazione continua con la soggettivit\u00e0 dei corsisti e l\u2019analisi delle domande e delle competenze che venivano dagli operai era alla base del lavoro dei docenti. Si studiava insieme, si facevano ricerche sull\u2019immigrazione, la nocivit\u00e0 in fabbrica, gli infortuni, la speculazione edilizia, si facevano gruppi di lavoro. In matematica si partiva dalla busta paga e da quella poi si imparavano le frazioni, le proporzioni, tutto. Lavoravamo in stretta collaborazione col sindacato, ma ricordo certe volte che i nostri studenti erano fortemente critici con le scelte del sindacato. Si facevano assemblee.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Ricordo quando venne un giovane operaio del Sud e gli altri videro che aveva disegnato delle svastiche sul quaderno. Ne parlammo in classe. Lui era spaventato, temeva di essere picchiato, invece riuscimmo a trasformare questo \u201cincidente\u201d in un\u2019occasione: invitammo Giovanni Pesce, un vecchio partigiano che abitava in zona: fu un incontro importante, che ripetemmo. Lo stesso giovane cap\u00ec bene di cosa si parlava. Proiettammo il film \u201cIl sole sorge ancora\u201d sulla resistenza, invitando gli studenti del liceo vicino.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Quando poi cominciarono ad arrivare sempre pi\u00f9 donne, negli anni seguenti, emersero nuove domande, nuovi temi da affrontare in classe, come la sessualit\u00e0, le relazioni in famiglia, i rapporti uomo\/donna. Inoltre ci organizzammo con delle volontarie per poter accogliere, in un\u2019aula a fianco, i loro bambini. Da questo punto di vista il preside della Scuola Media Lombardini (zona Romana di Milano) ci lasci\u00f2 fare molto, anche il ciclostile era sempre a nostra disposizione. Con le donne costruimmo una relazione con il consultorio, sapevamo da quale dottoressa potevano andare. Ci davamo del tu, io feci anche la corsa nei sacchi con loro, e s\u00ec che ero la pi\u00f9 vecchia del gruppo degli insegnanti. Tra noi c\u2019era molto entusiasmo, lavoravamo insieme anche fuori da scuola per prepararci, spesso casa mia era piena di insegnanti, si mangiava insieme, si discuteva animatamente per ore.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">C\u2019erano anche i corsi di alfabetizzazione, con bravi insegnanti che facevano il lavoro per prepararli ad entrare nel nostro corso, in preparazione della terza media. Si collaborava molto. Dopo di noi invece c\u2019erano delle scuole serali, dei bienni per poter seguire le superiori. Alcune volte andammo tutti insieme in manifestazione, ricordo quella per Fausto e Iaio, si usc\u00ec tutti, il preside disse: \u201cVa bene, basta che anche il sindacato sia d\u2019accordo\u201d.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Mi sembra che si sia perso molto di questo lavoro. Quando successivamente lavorai (come psicoterapeuta) con i ragazzini stranieri, scoprivo che nella scuola che frequentavano studiavano cose lontanissime dalla loro realt\u00e0. Noi volevamo lavorare su tutte le competenze che loro gi\u00e0 avevano. Per esempio, dicevamo \u201cdalle storie alla storia\u201d: dalle loro vite, esperienze, alla storia. Le \u201cstorie di vita\u201d degli operai che frequentavano i nostri corsi erano il punto di partenza, seguito da un dibattito collettivo, perch\u00e9 ognuno fosse consapevole di essere \u201cportatore di storia\u201d Questa cosa non si fa quasi pi\u00f9, andrebbe recuperato quel tipo di lavoro che facevamo, ricordo che c\u2019era un libretto di Gilli che spiegava come fare ricerca (G.A. Gilli, <i>Come si fa ricerca. Guida alla ricerca sociale per non specialisti<\/i>. Milano, Oscar Mondadori, 1975, <i>ndr<\/i>).<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">I primi tempi dalla nascita delle 150 ore i sindacati ci invitavano alle assemblee nelle grandi fabbriche e noi spiegavamo il progetto, le modalit\u00e0 e i tempi della scuola. Nell\u2019ultimo periodo, i primi anni Ottanta, questa \u201conda lunga\u201d era terminata, l\u2019impegno del sindacato era diminuito, ricordo che dovevamo fare pubblicit\u00e0 ai nostri corsi, andavamo anche nei mercati, all\u2019ortomercato e nelle piazze con volantini, banchetti e megafono e spiegavamo in cosa consistessero le 150 ore.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Nella mia famiglia sono stati bravi, i miei figli mi hanno aiutato tanto, io uscivo alle due di pomeriggio e tornavo di sera, anche tardi. \u00c8 stata un\u2019avventura e ne ho un ricordo bellissimo.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Successivamente, una volta in pensione, mi sono occupata di migranti e l\u2019esperienza delle 150 ore \u00e8 stata fondamentale, preziosa come prassi, modalit\u00e0 di ascolto.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Io mi sono divertita nella mia vita, ho avuto una vita movimentata, casa nostra era aperta; a casa nostra \u00e8 passata mezza Democrazia Proletaria, dormivano ovunque, sul tappeto, coi sacchi a pelo. I nostri figli ci hanno tenuti \u201callegri\u201d. Certo che Genova 2001 \u00e8 stata dura.<\/p>\n<hr \/>\n<p align=\"JUSTIFY\"><i>Dela Ranci al termine ci accompagna in un corridoio con dei lunghi e vecchi armadi, ci spiega che l\u00ec dentro ha molto materiale su quello che fecero in quegli anni (temi degli studenti e lavori di gruppo, storie di vita, progetti, programmazione, verbali delle riunioni di equipe e delle assemblee, cartelloni, manifesti, libri, appunti, volantini e tanto altro). Gli armadi non si riescono pi\u00f9 ad aprire<\/i>\u2026 <i>pazienza, torneremo. Grazie Dela.<\/i><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><i>Dimenticavamo qualche nome: Dela Ranci <\/i>spos\u00f2 nel 1957<i> Carlo Agnoletto (il quale durante il fascismo fu espulso da tutte le scuole del regno per non essersi alzato davanti al \u201cfederale\u201d mentre tutta la scuola intonava \u201cGiovinezza\u201d.), ed ebbe quattro figli: Vittorio, Maria Giulia, Paolo e Stefano. Tutto torna\u2026<\/i><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dela Ranci, psicologa e psicoterapeuta, didatta e supervisore in formazione, \u00e8 socia fondatrice del Centro di psicologia e Analisi Transazionale di Milano. 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