{"id":1650092,"date":"2022-09-05T08:00:32","date_gmt":"2022-09-05T07:00:32","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1650092"},"modified":"2022-09-05T08:53:16","modified_gmt":"2022-09-05T07:53:16","slug":"festival-del-cinema-locarno-2022-1-piazza-grande-la-scena-e-tutta-al-femminile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2022\/09\/festival-del-cinema-locarno-2022-1-piazza-grande-la-scena-e-tutta-al-femminile\/","title":{"rendered":"Festival del cinema Locarno 2022. 1 &#8211; Piazza Grande: la scena \u00e8 tutta al femminile"},"content":{"rendered":"<p><em>Vittorio Agnoletto ha seguito per noi il Festival del Cinema di Locarno e come avviene ormai da diversi anni, ci racconta le sue impressioni e le riflessioni che ne scaturiscono. Gli articoli che da oggi seguiranno con cadenza giornaliera non sono dei testi di critica cinematografica, ma appunti, stimoli e pensieri che Vittorio condivide con i nostri lettori. Nelle prossime settimane alcuni di questi film usciranno in diverse citt\u00e0 italiane che ospitano rassegne e festival. Buona lettura e \u2026 buona visione.<\/em><\/p>\n<p>La 75\u00b0 edizione del Festival del cinema di Locarno rappresentava una scommessa. Lo scorso anno il festival era stato in Svizzera il primo evento culturale a riaprire dopo la chiusura a causa della pandemia, ma dovendo rispettare le restrizioni dovute al rischio contagio era stata un\u2019edizione ridotta.<\/p>\n<p>La scommessa \u00e8 stata vinta grazie alla capacit\u00e0 del direttore artistico Giona A. Nazzaro di coniugare la ricerca di un successo di pubblico e di cassetta con la presentazione di pellicole di buon livello culturale, capaci di affrontare importanti tematiche sociali e culturali, sottraendosi al richiamo delle sirene hollywoodiane. Questo intreccio ha riguardato principalmente i film in concorso e quelli presentati in piazza Grande, in genere nelle edizioni precedenti scelti prestando quasi un\u2019esclusiva attenzione agli aspetti commerciali. Il pubblico e la critica sembrano aver gradito, premiando rispettivamente <strong>Last Dance<\/strong> e <strong>Annie <\/strong><strong>Col\u00e8re<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>Annie Col\u00e8re<\/strong><\/p>\n<p>Annie \u00e8 un\u2019operaia madre di due bambini; rimasta incinta desidera interrompere la gravidanza, ma nel febbraio del 1974 l\u2019aborto in Francia era illegale. Il film <strong>Annie Col\u00e8re<\/strong> della regista francese Blandine Lenoir, racconta l\u2019incontro della protagonista con il MLAC, il Movimento per la Libert\u00e0<strong>\u00a0dell\u2019Aborto<\/strong>\u00a0e della Contraccezione e la lotta che port\u00f2 alla legalizzazione dell\u2019interruzione di gravidanza con la legge\u00a0voluta dalla ministra Simone Veil nel 1975. Un film assolutamente da non perdere, che ha meritatamente vinto il premio della critica, il Variety Piazza Grande Award. Il percorso di Annie \u00e8 quello di una costante e progressiva presa di coscienza dei diritti delle donne e contemporaneamente del valore e della forza di un impegno collettivo.<\/p>\n<p>Annie parte da un\u2019esigenza personale, ma ben presto scopre, anche attraverso un evento drammatico che coinvolge una sua amica e per il quale sviluppa un senso di colpa, che la sua condizione \u00e8 simile a quella di tante altre donne. Quello che inizialmente risulta essere motivo di vergogna, da nascondere e tacere, diventa situazione da condividere con le compagne di lavoro e in famiglia, dove l\u2019impatto della sua crescita politica modifica, non senza fratture e incomprensioni, equilibri consolidati.<\/p>\n<p>Il film insiste molto sulle caratteristiche dell\u2019azione condotta dal MLAC, una realt\u00e0 corale, dove le singole protagoniste si muovono come dentro un\u2019orchestra, in un agire collettivo fondato prima di tutto sul mutuo soccorso. Donne attiviste, determinate, ma mai presentate come eroine, bens\u00ec come persone del loro tempo, che nella vita privata vivono esse stesse le contraddizioni contro le quali costruiscono il loro impegno sociale.<\/p>\n<p>Qual \u00e8 il rapporto tra la lotta per il riconoscimento legale dell\u2019aborto e il conflitto di classe per un cambiamento complessivo della societ\u00e0? Quale il ruolo delle competenze professionali, in questo caso dei medici, in una campagna per l\u2019ottenimento di un diritto che mette in discussione l\u2019organizzazione stessa del mondo sanitario e il potere medico? Quando un\u2019istituzione riconosce un diritto rivendicato da un movimento, in genere lo depotenzia, lo circoscrive e lo istituzionalizza. A quel punto quale pu\u00f2 essere il ruolo del movimento? Sciogliersi, trasformarsi, costituire una realt\u00e0 parallela a quella istituzionale, inserirsi nel percorso ufficiale e cercare di cogestire il diritto conquistato? Sono alcune delle domande che il film attraversa e alle quali d\u00e0 qualche parziale risposta, lasciando per lo pi\u00f9 aperti gli interrogativi. Interrogativi che, anche in Italia, da decenni ogni movimento deve\/ha dovuto affrontare, compreso il movimento delle donne: dall\u2019esperienza dei primi consultori autogestiti ai giorni nostri.<\/p>\n<p>Le figure maschili restano sullo sfondo, sempre individuali senza mai riuscire a produrre un messaggio corale e il pi\u00f9 delle volte incapaci, nonostante volenterosi e apprezzati sforzi, di comprendere fino in fondo il senso della lotta nella quale essi stessi svolgono un ruolo di co-protagonisti per scelta o per decisione della compagna.<\/p>\n<p>Il film affronta in modo estremamente realistico e spiega nei particolari le fasi delle pratiche necessarie per interrompere la gravidanza, senza risultare mai brutale e senza presentare immagini troppo \u201cforti\u201d. La speranza \u00e8 che possa presto apparire nei cinema italiani senza inutili polemiche. E\u2019 un pezzo della nostra storia, italiana, europea e non solo, che dobbiamo conoscere e della quale \u00e8 bene essere consapevoli, soprattutto in un momento storico nel quale dalle due sponde dell\u2019Atlantico vi sono forti pressioni per cancellare una conquista che fino a poco fa ritenevamo acquisita per sempre.<\/p>\n<p><strong>Semret<\/strong><\/p>\n<p>Semret \u00e8 una madre single eritrea che lavora all\u2019ospedale di Zurigo; tenta in ogni modo di trasformare la sua vita in Svizzera nella propria normalit\u00e0, rimuovendo il passato e sfuggendo alle domande della figlia adolescente sulle sue origini. Ma questo tipo di fughe o si concludono bruscamente e tragicamente o, prima o poi, ti presentano il conto, al quale non puoi fuggire. Ed \u00e8 quello che accade alla protagonista.<\/p>\n<p>Caterina Mona, la regista svizzera del film <strong>Semret, <\/strong>ha spiegato come la vicenda narrata non sia reale, ma sia composta da molte storie singole tutte vere; storie che lei ha ascoltato e raccolto nel quartiere di Zurigo nel quale ha ambientato la vicenda, che \u00e8 quindi frutto di una lunga ricerca e di innumerevoli confronti con donne emigrate, ognuna portatrice di una specificit\u00e0, destinata a trovare collocazione nella sceneggiatura e nell\u2019ottima interpretazione di Lula Mebrahtu.<\/p>\n<p>Semret desidera con tutte le proprie forze che la figlia sia e si consideri \u201csvizzera\u201d e quindi che non frequenti la comunit\u00e0 eritrea di Zurigo; desidera raggiungere uno status economico e sociale che rappresenti una cesura definitiva e insormontabile con il passato e sulla base di questo desiderio seleziona le amicizie, escludendo quelle che potrebbero riportarla ai ricordi dai quali continua a fuggire. Per raggiungere questo obiettivo \u00e8 disposta a sacrificare i sentimenti, a vivere un\u2019esistenza di solitudine ed anche ad abbandonare al proprio destino chi, provenendo da una storia simile alla sua, le chiede aiuto. Semret non \u00e8 disposta a condividere con altre donne il proprio dolore, ad accettare un\u2019elaborazione collettiva della tragedia che le ha coinvolte. Rimane lei, da sola, con il suo dolore.<\/p>\n<p>Ma tutta questa fatica pu\u00f2 crollare da un momento all\u2019altro, per qualcosa di imprevedibile che si verifica ad esempio sul lavoro, o per l\u2019impossibilit\u00e0 di cancellare dalla mente della figlia legittime domande sulla propria vita e sulle sue radici. Domande che, se restano senza risposta, rischiano di compromettere l\u2019obiettivo finale di Semret.<\/p>\n<p>La vicenda personale s\u2019intreccia con la vita della comunit\u00e0 locale eritrea a Zurigo e con l\u2019esistenza, sospesa nel tempo e nello spazio, di chi attende il permesso di soggiorno. Un film che non lascia indifferenti e che propone un punto di vista proveniente direttamente da chi vive il processo migratorio e il conseguente tentativo d\u2019integrazione sociale. Certamente un punto di vista, non l\u2019unico, ma che comunque ci aiuta a comprendere meglio la realt\u00e0 di chi provenendo da lontano divide con noi la quotidianit\u00e0.<\/p>\n<p>Un film che potrebbe essere utile come strumento di riflessione, anche per le stesse comunit\u00e0 che hanno vissuto direttamente il fenomeno migratorio.<\/p>\n<p><strong>Last Dance<\/strong><\/p>\n<p><strong>Last Dance<\/strong>, della regista svizzera Delphine Lehericey, ha meritatamente vinto il Premio del pubblico. Un film su un tema difficile come la vecchiaia, ma capace di leggerezza e di divertire, grazie a un\u2019idea originale dalla quale prende spunto la storia. In questo caso il protagonista \u00e8 un uomo, ma impegnato in un difficile tentativo di emulazione di una donna.<\/p>\n<p>Due anziani coniugi si sono promessi che chi fra loro due sopravvivr\u00e0 dovr\u00e0 portare a termine le attivit\u00e0 praticate dall\u2019altro prima del decesso. A differenza di quanto previsto sar\u00e0 Germain, un pensionato di 75 anni, a sopravvivere all\u2019improvvisa morte della moglie, ballerina di danza contemporanea in uno spettacolo in allestimento. Germain dovr\u00e0 prenderne il posto nella recita. Nel frattempo, i suoi figli cercano di organizzargli minuto per minuto l\u2019esistenza, prendendosi cura di lui in modo asfissiante, intrufolandosi nella sua vita quotidiana con continue telefonate, visite improvvise e prescrizioni varie.<\/p>\n<p>Germain prova a trasformarsi in ballerino all\u2019insaputa dei famigliari, provocando un susseguirsi di situazioni destinate a suscitare il divertimento del pubblico. Ma Last Dance non fa solo sorridere. Sullo sfondo del film vi sono infatti temi importanti e attuali: la terza et\u00e0 proposta come spazio possibile per una vita ancora attiva; un desiderio di accudimento che pu\u00f2 soffocare e indebolire il destinatario ignorando, anzich\u00e9 potenziando, le sue risorse residue. In sintesi, un film che divertendo, stimola qualche utile riflessione.<\/p>\n<p><strong>Une femme de notre temps<\/strong><\/p>\n<p><strong>Une femme de notre temps <\/strong>del regista francese Jean Paul Civeyrac \u00e8 un film che non stimola grandi riflessioni, ma ben realizzato. La protagonista, come accade spesso in questa edizione del festival, \u00e8 una donna con una forte etica personale, Juliane, commissaria di polizia a Parigi. La scoperta della doppia vita del marito metter\u00e0 a dura prova i suoi principi. Film d\u2019azione destinato a piacere al grande pubblico.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Vittorio Agnoletto ha seguito per noi il Festival del Cinema di Locarno e come avviene ormai da diversi anni, ci racconta le sue impressioni e le riflessioni che ne scaturiscono. 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