{"id":1636,"date":"2009-10-06T00:00:00","date_gmt":"2009-10-06T00:00:00","guid":{"rendered":""},"modified":"2009-10-26T12:54:06","modified_gmt":"2009-10-26T12:54:06","slug":"elementi-fondanti-di-unxeconomia-sociale-e-umanista","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2009\/10\/elementi-fondanti-di-unxeconomia-sociale-e-umanista\/","title":{"rendered":"Elementi Fondanti di un&#8217;Economia Sociale e Umanista"},"content":{"rendered":"<p>Introduzione<br \/>\nRiferendoci ai fondamenti di una Economia Sociale ed Umanista, magari potremmo dare per scontato il significato dei termini &#8220;sociale ed umanista&#8221;, potremmo assumere forse come ovvi i suoi postulati etici, e addirittura supporre come sottintesi gli obiettivi concreti cercati, e quindi riferirci solamente alle trasformazioni strutturali necessarie per raggiungere tali obiettivi. Tuttavia, in molte occasioni, le supposizioni generano che, nel momento di unire volont\u00e0 intorno ad una causa, si assumano tacitamente accordi che dopo non resistono la prova della prassi.<br \/>\nPer esempio, se partissimo della premessa che una Economia Umanista implica la ridistribuzione delle entrate, senza entrare in maggiori dettagli, potremmo partire da un punto in comune debole tra coloro che propongono l&#8217;uguaglianza di opportunit\u00e0 e coloro che  propongono l&#8217;uguaglianza di risultati (egualitarismo), e dopo poco tempo comincerebbero le differenze inconciliabili.<br \/>\nPer questo motivo \u00e8 necessario approfondire la ricerca di fondamenti che ci permettano di trovare una radice comune, prima di cercare un tronco comune. Qualcuno potrebbe pensare invece che estremizzare la ricerca di precisazioni nella definizione dei fondamenti aumenterebbe la differenziazione, limitando le possibilit\u00e0 di accordi nel momento di unire volont\u00e0. Tuttavia, in diversi pensiamo che un adeguato approfondimento  nell&#8217;analisi di questi fondamenti, dopo essere usciti dai labirinti dei malintesi, e dopo aver incluso la diversit\u00e0 di punti di vista, potrebbe permetterci infine di ampliare sempre di pi\u00f9 e con maggiore solidit\u00e0, la base degli accordi. Sicuramente non sar\u00e0 questa l&#8217;opportunit\u00e0 per poterci estendere in tale approfondimento fino ad esaurire tutte le possibilit\u00e0, ma almeno tenteremo di enunciare alcuni punti schematici.<br \/>\nD&#8217;altra parte, se ci riferissimo solamente ai fondamenti pi\u00f9 profondi, senza arrischiarci in proposte di azione concrete che la loro applicazione sociale implicherebbe, correremmo il rischio di avanzare in una teorizzazione di principi che non supererebbe la sfida dell&#8217;implementazione. Ovviamente qualunque azione concreta che si proponga, sar\u00e0 condizionata dal contrasto tra ci\u00f2 che si vuole e ci\u00f2 che esiste attualmente, e pertanto sar\u00e0 sempre perfettibile e variabile nel tempo. Ma \u00e8 cominciando a realizzare il muro che si verifica se la progettazione \u00e8 corretta.<br \/>\nL&#8217;Umanesimo<br \/>\nPi\u00f9 che pensare a come si organizzerebbe in questa societ\u00e0 un&#8217;economia umanista, forse dobbiamo pensare a come dovrebbe essere una societ\u00e0 umanista, e dopo immaginare come vi si organizzerebbero le relazioni economiche. In questo caso forse possiamo affermare che la societ\u00e0 attuale non \u00e8 umanista, pertanto fino a quando non l\u2019avremo umanizzata non potremo organizzare un&#8217;economia concorde con essa. Possiamo affermare anche che buona parte della disumanizzazione regnante ha le sue radici nell&#8217;attuale sistema economico, e allora la sua trasformazione contribuirebbe all&#8217;umanizzazione delle relazioni sociali.<br \/>\nIn ogni caso, dovremmo definire cosa intendiamo per umanizzazione, o che cosa intendiamo per umanista.<br \/>\nL&#8217;Umanesimo per definizione colloca l&#8217;essere umano come valore centrale. Nel caso dell&#8217;Umanesimo Universalista, corrente di pensiero fondata da Silo, e nella quale mi riconosco, normalmente lo definiamo come:  &#8220;Niente al di sopra dell&#8217;essere umano, e nessun essere umano al di sopra di un altro&#8221;. Da questa definizione scaturiscono varie conseguenze. Da un lato le conseguenze sociali, ed essendo l&#8217;economia una scienza sociale, sicuramente dovremo ubicarci l\u00ec per buona parte di questa analisi. Il rispetto della libert\u00e0, dell&#8217;intenzionalit\u00e0 umana, della sua diversit\u00e0, della sua dignit\u00e0, e di tutti i suoi diritti, diventano priorit\u00e0 nell&#8217;organizzazione sociale, nella quale non solamente bisogner\u00e0 evitare che qualcuno possa individualmente ed impunemente attentare all&#8217;umanit\u00e0 di altri, ma soprattutto, bisogner\u00e0 vegliare affinch\u00e9 i sistemi di organizzazione sociale non implichino una violazione strutturale dei diritti umani e una soppressione strutturale delle opportunit\u00e0 per esercitarli.<br \/>\nD&#8217;altra parte, si potrebbe pensare che la concezione antropocentrica, oltre alle conseguenze sociali, pu\u00f2 avere conseguenze nella relazione con la natura, e in alcuni casi nella relazione con Dio. Tuttavia, sar\u00e0 diverso ubicare tali piani, differenti dal sociale,  come entit\u00e0 differenti e quasi estranei al fenomeno umano, o inclusi in un sistema maggiore. E sar\u00e0 diverso se l&#8217;interpretazione di quel tutto lo includiamo nell&#8217;interpretazione della coscienza umana, o gli assegniamo un&#8217;intenzionalit\u00e0 estranea a quella umana. Se ci decidessimo per la seconda interpretazione, ci troveremmo davanti ad un paradosso; perch\u00e9 c\u2019\u00e8 chi dice di interpretare ci\u00f2 che la natura vuole e c\u2019\u00e8 chi dice di interpretare ci\u00f2 che gli dei vogliono. Ma quelli che dicono quelle cose sono esseri umani. E se alcuni di quegli esseri umani, in nome della natura o degli dei, cercassero di mettere condizioni ad altri esseri umani, staremmo nuovamente di fronte alla problematica dell&#8217;umanesimo sociale &#8220;nessun essere umano al di sopra di un altro&#8221;, bench\u00e9 quell&#8217;essere umano pretendesse di contare sull&#8217;avallo di forze esterne alla cosa umana, in accordo alla sua particolare interpretazione che \u00e8 un&#8217;interpretazione umana.<br \/>\nForse per uscire da questa sorta di &#8220;solipsismo della specie\u201d, dobbiamo metterci nella prospettiva processuale, vedendo da dove veniamo e chiedendoci verso dove andiamo. Forse l\u00ec scopriamo che la natura \u00e8 riuscita a prendere coscienza di s\u00e9 stessa attraverso l\u2019umano, e che l\u2019umano pu\u00f2 approfondirsi fino a trascendere se stesso ed accedere ad un altro piano. E allora, forse, non siamo n\u00e9 depredatori della natura, n\u00e9 i suoi protettori, ma piuttosto l&#8217;intelligenza di un corpo maggiore che continua a cercare i suoi rinnovati equilibri in una spirale evolutiva permanente.<br \/>\nPertanto, quando diciamo che l&#8217;essere umano deve essere il valore centrale dell&#8217;organizzazione sociale, e pertanto dell&#8217;economia, non stiamo incoronando un despota che distrugge irresponsabilmente la natura in nome della sua ubicazione centrale. Stiamo invece dicendo che nessun essere umano pu\u00f2 esercitare violenza su un altro, invocando una causa maggiore della vita umana. E quando parliamo di violenza, non ci riferiamo solamente alla violenza fisica, ma anche alla violenza razziale, alla violenza religiosa, alla violenza sessuale, e ovviamente anche alla violenza economica.<br \/>\nPer questo prima di pensare ad un&#8217;economia umanista, bisogna pensare ad una societ\u00e0 umanista, nella quale si rispetti ogni essere umano in tutti i suoi aspetti, e come conseguenza anche in quello economico. Quindi, oltre a definire cosa intendiamo per umanesimo, dobbiamo definire i principi morali di quest&#8217;umanesimo, che dovrebbero operare come parametri comportamentali, ben oltre i regolamenti legali.<br \/>\nLa morale della reciprocit\u00e0<br \/>\nQuando prima abbiamo parlato dell&#8217;ubicazione centrale dell&#8217;essere umano, vedendola in processo, cio\u00e8 chiedendoci da dove veniamo e verso dove andiamo, come un modo di integrare la cosa umana col Tutto, volevamo insinuare una collocazione che includesse l&#8217;umilt\u00e0 di chi prende coscienza della sua origine e la grandezza di chi cerca di crescere senza limiti. Quella collocazione permette di contenere la grandezza dello spirito umano, e insieme ad essa i sentimenti di Amore e Compassione verso tutti gli esseri umani e la vita in generale. E parliamo di Amore e Compassione con lettere maiuscole; non la falsa compassione timorata e pusillanime che sorge dalla paura e l&#8217;identificazione, che somiglia pi\u00f9 alla morale del risentimento che descrisse Nietzsche nella sua Genealogia della morale. Non parliamo di una morale &#8220;per gli altri&#8221;, timorosa del giudizio sociale o della punizione divina. Non parliamo neanche di una morale solo &#8220;per se&#8221; che pretende di cercare soddisfazione interna (essendo in sintonia col proprio ego) o con un supposto Dio interiorizzato, anche a costo di far tabula rasa degli altri. Stiamo parlando di una morale che comprenda il &#8220;per se &#8221; e il &#8220;per altri&#8221;, riconoscendo che la coscienza dell&#8217;essere umano si costituisce nel mondo e per il mondo.<br \/>\nStiamo parlando di varie cose, ma fondamentalmente della regola d&#8217;oro: &#8220;Tratta gli altri come vuoi essere trattato.&#8221; E non insisteremo pi\u00f9 su questo, perch\u00e9 non \u00e8 la morale il tema di questo lavoro, ma s\u00ec, possiamo dire che, senza entrare in disquisizioni semantiche, ci sembra pi\u00f9 concorde con questo principio la morale della reciprocit\u00e0 che la morale della solidariet\u00e0. E questa osservazione pu\u00f2 avere conseguenze nella concezione di un&#8217;economia, merita pertanto  qualche commento ulteriore.<br \/>\nGeneralmente si intende per solidariet\u00e0 l&#8217;occuparsi di problemi altrui, il condividere, o l&#8217;aiutare altri. In fine, \u00e8 una parola molto utilizzata e non andremo a discutere dei diversi significati che, popolarmente, gli si possono dare. Per\u00f2 in molte occasioni si suole identificare con tale parola la donazione, e nessun sistema economico potrebbe fondarsi su questa concezione nella quale alcuni cercano di lavare la propria coscienza dalle diseguaglianze generate da un sistema che non sono disposti a trasformare. Altre volte si assume un comportamento solidale come un gesto altruista quasi obbligatorio in molte situazioni, come se la solidariet\u00e0 fosse semplicemente la repressione dell&#8217;egoismo.<br \/>\nLa morale che contiene il &#8220;per se e per altri&#8221;, non pu\u00f2 porsi esternamente, come precetto da compiere, ma come necessit\u00e0 da portar avanti con coerenza. E questa necessit\u00e0 da portare avanti con coerenza, pu\u00f2 trovare diversi punti di equilibrio, a seconda della situazione data, dove conti anche l&#8217;atteggiamento dell&#8217;altro, dove contano anche i contesti, dove contano molte cose. E&#8217; per questo che la parola Reciprocit\u00e0 ci risulta pi\u00f9 concorde, meno usurata in ogni caso, per definire un comportamento morale in accordo alla regola d&#8217;oro, e con molti significati nell&#8217;esposizione di una organizzazione economica.<br \/>\nUguali diritti e uguali opportunit\u00e0<br \/>\nNel 2006 abbiamo pubblicato un saggio dal titolo &#8220;La nuova sensibilit\u00e0 e i nuovi paradigmi di una Economia Umanista&#8221;. L\u00ec parlavamo, tra le altre cose, dei paradigmi attuali della cosiddetta &#8220;Economia di Mercato&#8221;, basata sulla competizione selvaggia, il lucro, il consumismo, la speculazione e l&#8217;usura. Concludemmo dicendo che il paradigma per una economia umanista dovrebbe essere quello di assicurare uguali diritti e opportunit\u00e0 per tutti. Senza dubbio, in tale teoria, anche i liberali e i neo-liberali che difendono l&#8217;economia di mercato, ci parlano dell&#8217;uguaglianza di opportunit\u00e0. Forse \u00e8 un modo molto particolare di definire tale uguaglianza, perch\u00e9 sembrerebbe che tutti abbiano pari diritti e opportunit\u00e0 per competere selvaggiamente, per speculare, per lucrare e consumare in modo sfrenato, e il fatto che solo una minoranza riesca a farlo, spiega bene le loro attitudini, evidenziando la debolezza della maggioranza rimanente, in una darwiniana gara per la sopravvivenza.<br \/>\nMentre resta ancora molto da fare per quanto riguarda la &#8220;uguaglianza di diritti&#8221; o la &#8220;uguaglianza di fronte alla legge&#8221;, dobbiamo dire che in ogni caso, non necessariamente l&#8217;uguaglianza di diritti legali, assicura che ci siano opportunit\u00e0 per esercitarli. Tutti hanno diritto ad un posto di lavoro, se riescono a trovarlo, tutti hanno diritto ad un alloggio decente, se lo possono comprare, e cos\u00ec via. Si potrebbe pensare allora che, data l&#8217;evidente disparit\u00e0 di opportunit\u00e0 che esiste in un&#8217;economia di mercato, si dovrebbe quindi assicurare l&#8217;uguaglianza per tutti attraverso una economia centralizzata in cui lo Stato determini quanto ciascuno debba produrre e consumare. Tuttavia, non condividiamo questa proposta, non solo per l&#8217;evidenza del suo fallimento storico, ma anche per la sua concezione autoritaria. Piuttosto pensiamo che sia possibile un sistema politico ed economico che garantisca questa uguaglianza di opportunit\u00e0.<br \/>\nQuando parliamo di uguaglianza di opportunit\u00e0, e non necessariamente di uguaglianza di risultati, stiamo sostenendo che, di fronte ad una stessa opzione, diverse persone possano comportarsi in modi diversi, e quindi ottenere risultati diversi. Non tutti lavorano con lo stesso impegno, o con la stessa capacit\u00e0, o con la stessa creativit\u00e0, o con lo stesso talento, o la stessa costanza, o con la stessa responsabilit\u00e0, o la stessa immaginazione e coraggio, e cos\u00ec via. Quindi non tutti avranno gli stessi risultati. Inoltre, dobbiamo considerare che l&#8217;essere umano ha molti aspetti nei quali pu\u00f2 cercare di applicarsi con vocazione, e l&#8217;aspetto economico \u00e8 solo uno di questi, quindi sicuramente ci saranno persone che vogliono dedicare a questo settore solo una parte limitata del loro tempo, del loro impegno e capacit\u00e0. Ci\u00f2 significa che la diversit\u00e0 dei risultati di fronte alle stesse opportunit\u00e0, non necessariamente rispondere a diverse capacit\u00e0, ma anche ad interessi diversi.<br \/>\nQuindi, se per ipotesi mettessimo ogni essere umano isolato dal resto, in una zona dotata di sufficienti risorse naturali per produrre e consumare, sicuramente si avrebbero risultati diversi per ognuno, bench\u00e9 le opportunit\u00e0 siano state le stesse, il che non comporta alcuna ingiustizia. Naturalmente in questo esempio ipotetico non stiamo prendendo in considerazione i casi di persone in condizioni di inferiorit\u00e0 fisica o psichica, che \u00e8 un altro problema.<br \/>\nTuttavia, poich\u00e9 l&#8217;economia \u00e8 un sistema estremamente complesso di interrelazioni e ogni essere umano non vive isolato, accade che le opportunit\u00e0 che ognuno ha hanno molto a che fare con questa organizzazione sociale. E se il maggior sfruttamento delle opportunit\u00e0 da parte di alcuni, finisce poi per limitare le possibilit\u00e0 di altri, ci troviamo di fronte un problema. Oltretutto se le regole del gioco per l&#8217;accesso alle opportunit\u00e0 sono dubbiose, si presentano ulteriori problemi.<br \/>\nBisogna analizzare quindi, come pu\u00f2 arrivare un&#8217;economia complessa, a garantire l&#8217;uguaglianza di opportunit\u00e0.<\/p>\n<p>Il punto di partenza<br \/>\n\u00c8 evidente che oggi chi nasce in una culla dorata non ha uguali opportunit\u00e0 di chi nasce nella miseria.<br \/>\nSi potrebbe pensare a diversi modi per evitare questa disuguaglianza all\u2019origine. Un modo \u00e8 minimizzando le deformazioni del sistema economico attuale, affinch\u00e9 le differenze nella distribuzione delle entrate non creino differenze tanto abissali. Questo \u00e8 un punto al quale poi ci riferiremo maggiormente.<br \/>\nUn altro modo sarebbe regolamentando il diritto all\u2019eredit\u00e0, meccanismo che non deve essere scartato, anche se bisognerebbe implementarlo con criterio di realt\u00e0 e senza debilitare l&#8217;iniziativa produttiva. E\u2019 evidente che il tema dell\u2019eredit\u00e0 non pu\u00f2 essere affrontato con risentimento, bens\u00ec con reciprocit\u00e0. Non si tratta di punire i discendenti di chi \u00e8 riuscito a cavarsela meglio, ma in ogni caso \u00e8 buono che questi contribuiscano alla societ\u00e0 che offr\u00ec il contesto adeguato affinch\u00e9 alcuni potessero sfruttare certe opportunit\u00e0. D&#8217;altra parte, \u00e8 chiaro che se qualcuno lavora non solo per assicurare il proprio benessere ma anche quello dei figli e nipoti, limiter\u00e0 la sua iniziativa se sa che quello che genera al di sopra di un certa soglia glielo porter\u00e0 via lo Stato. Inoltre succede anche che nella pratica ci sono molti modi per eludere le limitazioni legali al diritto di eredit\u00e0.<br \/>\nStiamo dicendo, da un lato, che sebbene il diritto all\u2019eredit\u00e0 deve smettere di essere un&#8217;istituzione immacolata ed intoccabile per certe concezioni dell&#8217;economia e che si deve regolamentare e restringere, non per questo bisogna affrontare il tema con leggerezza. Sicuramente le limitazioni nel diritto all\u2019eredit\u00e0 dovranno esistere a partire da una determinata scala, a partire da una certa generazione di discendenza, e tenendo anche in conto il ruolo sociale, produttivo e generatore di impiego che ha ogni patrimonio da considerare.<br \/>\nInoltre, come dicevamo prima, l\u2019esagerata disuguaglianza nella distribuzione delle entrate che non risponde alla disuguaglianza di capacit\u00e0 e di sforzi bens\u00ec alle distorsioni del mercato, si deve correggere equilibrando alla radice e non potando costantemente i rami.<br \/>\nForse, nel momento in cui si assicurer\u00e0 un punto di partenza pi\u00f9 vicino all&#8217;uguaglianza di opportunit\u00e0 desiderata, pi\u00f9 che occuparci del diritto all\u2019eredit\u00e0, dovremo occuparci delle due maggiori responsabilit\u00e0 dello Stato: la Salute e l&#8217;Educazione, che devono essere pubbliche, gratuite e della migliore qualit\u00e0. E questo praticamente non \u00e8 garantito da nessuna economia, perch\u00e9 entrambe rappresentano grandi affari per il settore privato, e ovviamente una salute ed un\u2019educazione pubblica, gratuita e di qualit\u00e0, rappresenterebbero una competizione insuperabile per chi lucra su questi diritti umani. Qui non possono esistere relativismi n\u00e9 risposte parziali. Lo Stato deve assicurare la salute e l&#8217;educazione, l\u2019offerta privata deve rappresentare una mera alternativa che risponda ad una certa diversit\u00e0 e non alla necessit\u00e0. Dove ancora oggi esistono Salute ed Educazione Pubbliche come opzione, la pessima qualit\u00e0 le relega ad opzione obbligata per gli emarginati, cosicch\u00e9 non solo non esiste uguaglianza di diritti e opportunit\u00e0 ma l&#8217;esatto opposto.<br \/>\nSar\u00e0 possibile cominciare a parlare di una societ\u00e0 che aspira all&#8217;uguaglianza di opportunit\u00e0 solamente quando quei due diritti saranno garantiti in forma assoluta. Anche se comunque mancano ancora molte cose.<br \/>\nLa  distribuzione delle entrate<br \/>\nNell&#8217;economia attuale, con un mercato globalizzato nel quale si muovono arbitrariamente formidabili forze economiche, in maggior parte finanziarie e speculative, non possiamo limitarci a trattare il tema della distribuzione delle entrate solo nella relazione capitale-lavoro, ma anche nella relazione tra piccoli e grandi capitali, e la necessaria partecipazione degli stati.<br \/>\nNell&#8217;aspetto della relazione capitale-lavoro, per noi i due fattori della produzione devono avere la stessa importanza, consideriamo che si deve avanzare verso la partecipazione dei lavoratori alla distribuzione dei guadagni e nella gestione delle imprese. La distribuzione di una parte dei guadagni tra i lavoratori non solo  corregger\u00e0 la matrice distributiva, per limitare le disuguaglianze, ma sfocer\u00e0 anche in un miglioramento della produttivit\u00e0 e della responsabilit\u00e0 sociale nella gestione delle imprese.<br \/>\nLe attuali regole del gioco, in cui il Capitale si appropria del guadagno, e il lavoratore percepisce solo un salario, hanno esaurito il loro ciclo. In primo luogo, la fallacia che fa esistere una libera contrattazione tra il datore di lavoro e l&#8217;impiegato, (come se fosse una conseguenza dell&#8217;uguaglianza di opportunit\u00e0) \u00e8 sfociata nella sempre minor partecipazione del lavoratore nel prodotto interno lordo. Il surplus nelle entrate, tra salario e guadagno, finisce sempre a beneficio dell&#8217;imprenditore che \u00e8 colui che ha maggior forza, e inoltre restringe la proiezione a futuro del lavoratore salariato, la cui unica possibilit\u00e0 di progresso materiale resta subordinata alla scalata della alienante catena del comando.<br \/>\nE\u2019 evidente che l&#8217;implementazione dei meccanismi che assicurino la partecipazione dei lavoratori nei guadagni e nella gestione delle imprese, dovr\u00e0 contemplare il principio di reciprocit\u00e0, la progressivit\u00e0, il criterio di proporzione, la gerarchia dell&#8217;impresa, l&#8217;anzianit\u00e0 dei lavoratori, e numerosi fattori che bisogner\u00e0 considerare per non asfissiare n\u00e9 punire l&#8217;iniziativa produttiva degli imprenditori. Questo deve essere l&#8217;orientamento dell\u2019economia se si vuole realmente il miglioramento della distribuzione delle entrate ed assicurare l&#8217;uguaglianza di opportunit\u00e0.<br \/>\nFintanto che ci saranno imprese che vedono sempre pi\u00f9 limitato il loro margine di azione e la loro possibilit\u00e0 di sviluppo, in un mercato globalizzato che distrugge tutto, non baster\u00e0 modificare la relazione capitale-lavoro. A cosa servirebbe ai lavoratori partecipare ai guadagni e nella gestione di piccole e medie imprese, se ogni volta hanno meno possibilit\u00e0 di avanzare?<br \/>\nIn ogni caso, in maggiore o minor misura, oggi l&#8217;equilibrio tra capitale e lavoro passa per le rivendicazioni salariali nelle quali intervengono i sindacati (le cui cupole purtroppo, in molte occasioni, prendono accordi con gli imprenditori). Ma le piccole e medie imprese sono ancora meno protette, e i pesci grandi le stanno divorando o sterminando. E sono le leggi del mercato, e teoricamente nessuno pu\u00f2 opporsi ai dettami di questo nuovo dio chiamato mercato.<br \/>\nDebbono essere quindi progettate regole del gioco molto pi\u00f9 ampie ed  efficaci delle poche che esistono oggi, per contrastare l&#8217;immenso potere concentratore dei monopoli ed oligopoli, il potere speculativo del capitale finanziario internazionale, ed il potere politico estorsivo che hanno alcune multinazionali.<br \/>\nLa partecipazione agli utili e alla gestione delle imprese da parte dei lavoratori, implicher\u00e0 per loro, non solo un beneficio nella distribuzione delle entrate, ma anche una decentralizzazione del potere ed una democratizzazione nella gestione del capitale. Allo stesso modo si dovrebbe procedere per stabilire meccanismi di articolazione interaziendale. Le grandi accumulazioni di capitale che servono all&#8217;economia produttiva per affrontare affari in grande scala, dovrebbero funzionare pi\u00f9 come una rete convergente di imprese medie e piccole che come un solo gigante con un unico comando, alla merc\u00e9 delle arbitrariet\u00e0 dei CEO (Chief Executive Officer). L&#8217;attuale crisi finanziaria ed economica internazionale \u00e8 il prodotto di questa gestione arbitraria e speculativa. I giganti devono essere decentralizzati, offrendo ai livelli intermedi una crescente partecipazione alle decisioni, mentre deve esserci ingerenza statale in determinate questioni di responsabilit\u00e0 sociale.<br \/>\nIl ruolo dello Stato<br \/>\nQuando nell&#8217;anno 2000 abbiamo pubblicato il libro &#8220;Oltre il Capitalismo, Economia Mista&#8221;, abbiamo dedicato buona parte dei suoi capitoli a spiegare le ragioni del fallimento del centralismo statale e quelle del fallimento del Capitalismo liberale. Non ci estenderemo ora su questi temi, ma ricordiamo che la nostra proposta di una Economia Mista propone un ruolo attivo da parte dello Stato, non eseguendo tutto ci\u00f2 che si deve fare, ma piuttosto compiendo funzioni di coordinamento laddove sia necessario far strada alle pari opportunit\u00e0 per tutti, utilizzando il suo potere per disattivare speculazione e monopoli, e soprattutto per garantire l&#8217;educazione e la salute pubblica e gratuita.<br \/>\nIn questo momento storico non \u00e8 necessario abbondare in argomentazioni per spiegare perch\u00e9, n\u00e9 il socialismo reale n\u00e9 il capitalismo selvaggio hanno dato risposte adeguate alle necessit\u00e0 economiche dei paesi, questo per lo meno dall\u2019ottica umanista, dalla quale affrontiamo questo lavoro. Bisogna anche dire che in questi ultimi anni, dopo il  funesto regno del neoliberalismo, in alcuni paesi si stanno tentando timidi cambiamenti nelle politiche, cercando una nuova rotta, che non si riesce a trovare. In questa tappa di economia globale e di avanzamento tecnologico non sono pi\u00f9 sufficienti le politiche keynesiane, perch\u00e9 la relazione tra spesa statale e la creazione di impiego \u00e8 sempre meno elastica, poco sostenibile nel tempo e con scarso potere moltiplicatore. Buona parte della spesa statale finisce nel consumo di prodotti importati,o a bassa partecipazione salariale, e siccome tutti i fiumi finiscono nel mare, la spesa statale percorre il piano inclinato di un&#8217;economia distorta, e si trasforma in nuovi guadagni per le grandi imprese.<br \/>\nNon si \u00e8 guadagnato in sostenibilit\u00e0 neanche nei progetti neo-socialisti e cooperativisti, inseriti in una economia di mercato, poich\u00e9 pochi casi sopravvivono senza finanziamenti statali. E se a questo aggiungiamo i problemi di corruzione nelle differenti sfere statali, finiamo in una corsa a cronometro, nella quale il consumarsi di questi nuovi tentativi potrebbe lasciare le popolazioni di quei pochi paesi che stanno tentando cambiamenti alla merc\u00e9 di rinnovati argomenti ingannevoli del capitalismo liberale, sempre appoggiato dai mezzi di diffusione che gli appartengono.<br \/>\nPertanto il ruolo dello Stato nell&#8217;economia deve porsi in forma integrale, ristrutturando il sistema. Bisogna pensare pi\u00f9 a cambiare direzione che a distruggere o bloccare. Bisogna canalizzare le forze produttive, chiudendo quelle porte che fluiscono verso la speculazione e l&#8217;usura, e aprendo quelle che vanno verso il reinvestimento produttivo.<br \/>\nIl reinvestimento produttivo<br \/>\nCon quanto abbiamo detto prima a proposito della partecipazione agli utili e alla gestione da parte dei lavoratori e a proposito della decentralizzazione dei giganti economici, ci riferiamo al modo di organizzare l&#8217;economia per cambiarne la matrice distributiva e rendere vigente l&#8217;uguaglianza di opportunit\u00e0. Ma oltre ad avere una nuova forma organizzativa, si deve contare su una forza che dia vita a quella forma, capace di riempire quella forma con iniziativa, investimenti e  creazione di lavoro. Attualmente la regressiva distribuzione degli utili ci permette di misurare non solo la disuguaglianza ma anche gli enormi guadagni che hanno molti settori, e la capacit\u00e0 di risparmio che ha una parte della popolazione. Il problema \u00e8 che buona parte di quella capacit\u00e0 di risparmio e di quei guadagni delle imprese oggi finiscono nella speculazione come \u00e8 gi\u00e0 successo con le diverse bolle speculative, fino all\u2019esplosione finale della grande bolla immobiliare.<br \/>\nBisogna forzare il reinvestimento produttivo di quel capitale, disegnando una politica tributaria tale da assicurare che le eccedenze, o sono investite dalle imprese in nuovi progetti produttivi nei quali si generi chiaramente impiego, oppure passano a finanziare progetti produttivi messi in moto dallo Stato, per mezzo di una Banca Statale senza Interessi, creata con quel fine.<br \/>\nMa per canalizzare le eccedenze verso nuovi progetti moltiplicativi e sostenibili non baster\u00e0 il cambiamento di direzione obbligato dalla legge, bisogner\u00e0 inoltre generare condizioni per la nascita di opportunit\u00e0 vere. E\u2019 qui dove vediamo la necessit\u00e0 che lo Stato compia una funzione di coordinamento, di apertura di mercati e di generazione di condizioni per l\u2019investimento.<br \/>\nAd ogni modo, assicurare il reinvestimento produttivo per riempire le forme di una nuova organizzazione economica con maggiore equit\u00e0 distributiva, \u00e8 qualcosa che deve realizzarsi partendo da altri paradigmi. Non dall&#8217;attuale concezione di consumismo e crescita economica illimitata.<br \/>\nConsumismo e crescita<br \/>\nViviamo in un pianeta in cui, se tutti i popoli avessero il livello di consumo che ha oggi il decimo che  guadagna di pi\u00f9 (che si trova essenzialmente nel cosiddetto primo mondo e negli strati privilegiati del resto dei paesi), sarebbero necessari  altri 5 pianeti per rifornirci di risorse naturali. Il capitalismo risolve facilmente questa limitazione mantenendo la met\u00e0 della popolazione mondiale nella povert\u00e0 e buona parte dell&#8217;altra met\u00e0 nel tentativo di non cadere nella povert\u00e0, mentre aspira ad ascendere di status sociale, in selvaggia competizione con i suoi simili, affinch\u00e9 generi maggiori introiti alle imprese,  e inevitabilmente cada nella povert\u00e0, dato che questo sistema espelle ogni volta pi\u00f9 gente.<br \/>\nAllora sorge la domanda: Come potrebbe, un nuovo sistema economico pi\u00f9 equo, promettere e assicurare a tutti lo stesso livello di consumo del 10% della popolazione oggi pi\u00f9 privilegiata se \u00e8 materialmente impossibile? \u00c8 evidente che non stiamo parlando di un progresso sociale basato sugli stessi paradigmi attuali della crescita irrazionale e del consumismo mostruoso e dilapidatore. Stiamo parlando di uno sviluppo integrale dell&#8217;essere umano, e non meramente della sua capacit\u00e0 di consumo. Stiamo parlando anche di un cambiamento culturale.<br \/>\nCon la sola riconversione dell&#8217;industria militare in industria al servizio dello sviluppo delle popolazioni la faremmo finita con la povert\u00e0 nel mondo. Se inoltre generiamo un cambiamento nel paradigma culturale del consumismo, funzionale all&#8217;attuale sistema, e l&#8217;essere umano comincia a comprendere che il suo destino \u00e8 pi\u00f9 interessante che dedicarsi ad accumulare oggetti, forse possiamo risolvere meglio le cose.<br \/>\nQuello che stiamo cercando di dire \u00e8 che non risolveremo la problematica economica insistendo nel fare sempre la stessa cosa, solo che ora estesa a tutti. Perch\u00e9, in definitiva, non esiste una problematica economica. Ci\u00f2 che esiste \u00e8 una problematica esistenziale, ed una necessit\u00e0 imperiosa di cambiamento culturale, ed \u00e8 in questo cambiamento integrale che deve integrarsi il nuovo paradigma economico.<br \/>\nNon stiamo parlando di produrre una decrescita, come propongono alcune correnti ecologiste. Stiamo parlando di una crescita diversa, razionale e sostenibile, ma non reprimendo il consumo, bens\u00ec razionalizzando il consumo di ognuno, cambiando il paradigma culturale. Perch\u00e9 si avvicina il momento in cui molta gente comincer\u00e0 a sentirsi vuota e senza senso correndo dietro ad un nuovo oggetto pubblicizzato in TV. Comincer\u00e0 a sentire che la stupidit\u00e0 s\u2019impossessa di lui ogni volta che si comporta come una macchina per consumare al servizio di un sistema basato sul consumismo irrazionale.<br \/>\nMa affinch\u00e9 questo cambiamento si produca, non solo \u00e8 necessario promuoverlo, ma  bisogner\u00e0 contare su un sistema economico adeguato per a una nuova era basata su nuovi paradigmi.<br \/>\n La democrazia diretta<br \/>\nSebbene l&#8217;organizzazione politica degli stati non \u00e8 un tema attinente a questa relazione, per poter generare un nuovo sistema economico basato su paradigmi umanisti non baster\u00e0 dire quale dovrebbe essere il ruolo dello Stato, se stiamo pensando ad un Stato come quelli che esistono attualmente. Sarebbe deplorevole trovarci con le nuove forme organizzative di un&#8217;economia umanista, viziate fin dall&#8217;inizio dalla corruzione e dalla mediocrit\u00e0 che esistono oggi nell&#8217;amministrazione pubblica, nella quale molti dei suoi funzionari sono soci del potere economico che si suppone si tenter\u00e0 di disciplinare e democratizzare.<br \/>\n\u00c8 evidente che abbiamo bisogno di un altro tipo di Stato, e in tal senso crediamo che si debba avanzare verso una democrazia diretta nella quale la popolazione possa contare su meccanismi adeguati ed efficaci per potere scegliere realmente rappresentanti onesti, e non chi pi\u00f9 appare in TV. \u00c8 necessario che le popolazioni contino su meccanismi per destituire dal loro incarico chi tradisce le promesse elettorali o non realizzano ci\u00f2 che gli \u00e8 stato raccomandato. \u00c8 necessario che le popolazioni contino su meccanismi per poter pensare frequentemente a questioni che riguardano in modo rilevante la societ\u00e0.<br \/>\nSintesi<br \/>\nQuindi, siamo partiti da una determinata concezione di ci\u00f2 che significa per noi Umanesimo Universalista, e a partire da l\u00ec abbiamo parlato di una nuova concezione morale dalla quale costruire i nuovi paradigmi per un&#8217;economia umanista. Abbiamo parlato del principio di uguaglianza di opportunit\u00e0 e di cosa fare per assicurarla. Abbiamo parlato allora di alcuni lineamenti basilari per generare un sistema di Economia Mista che metta l&#8217;essere umano come valore centrale. Ed abbiamo parlato del ruolo dello Stato in tutto questo.<br \/>\nForse potremmo aggiungere che in un pianeta interconnesso e mondializzato non sar\u00e0 sufficiente che un paese tenti isolatamente i cambiamenti che stiamo proponendo. Perch\u00e9 non \u00e8 tanto semplice gestire tutti gli elementi che abbiamo menzionato, quando molti dei fattori sui quali bisogna agire operano oltreoceano. Sar\u00e0 necessario che, nella misura in cui un cambiamento culturale si metta in moto e si senta  la necessit\u00e0 di un cambiamento profondo anche nell&#8217;economia, tutte le nazioni avanzino verso la sua integrazione planetaria.<br \/>\nSar\u00e0 necessario allora anche avanzare verso una Nazione Umana Universale.<\/p>\n<p>Traduzione dallo Spagnolo Annalisa Pensiero <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il Secondo Incontro Itinerante dell&#8217; ELAPDIS (Escuela Latinoamericana de Pensamiento y Dise\u00f1o Sist\u00e9mico) realizzato nell&#8217;Universit\u00e0 di Santiago del Cile tra il 30 settembre e il 6 ottobre si \u00e8 concluso con un tavolo sulla &#8220;Transizione verso un&#8217;economia umanista&#8221; in cui ha partecipato come espositore l&#8217;economista Guillermo Sullings. 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