{"id":1574809,"date":"2022-04-30T19:15:57","date_gmt":"2022-04-30T18:15:57","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1574809"},"modified":"2022-04-30T19:17:59","modified_gmt":"2022-04-30T18:17:59","slug":"un-esercito-europeo-per-la-guerra-mondiale-appunti-per-un-dibattito-urgente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2022\/04\/un-esercito-europeo-per-la-guerra-mondiale-appunti-per-un-dibattito-urgente\/","title":{"rendered":"Un Esercito europeo per la guerra mondiale? Appunti per un dibattito urgente"},"content":{"rendered":"<p>La guerra in corso in Ucraina sembra segnare uno spartiacque. Non sar\u00e0 questa guerra in s\u00e9 ad aprire una nuova fase negli assetti globali ma di certo rappresenta il punto di arrivo di una traiettoria. Per il governo russo l\u2019invasione \u00e8 stata sia una chiara e rischiosa affermazione di potenza, copia-incolla su scala minore delle guerre scatenate dal blocco euro-atlantico, sia una \u201crisposta\u201d alle incontrovertibili provocazioni suscitate dall\u2019espansione della Nato verso est.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>L\u2019invasione russa dell\u2019Ucraina \u00e8 una palese violazione del diritto internazionale che si inserisce in una consolidata \u201cabitudine\u201d. Il diritto internazionale \u00e8 stato infatti sistematicamente fatto a pezzi, al pari del ruolo dell\u2019ONU e della stessa OSCE, in trent\u2019anni di belligeranza euro-atlantica (Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Libia, Siria).<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Lo scorso 21 marzo delegazioni politico-militari dei governi Ue si sono incontrate a Bruxelles per rilanciare la difesa europea incentrata sulla cos\u00ec detta \u201cbussola strategica\u201d. Ecco alcuni stralci della premessa del documento che \u00e8 stato discusso ed approvato (<a href=\"https:\/\/data.consilium.europa.eu\/doc\/document\/ST-7371-2022-INIT\/it\/pdf?fbclid=IwAR1mNG-L5fhznrSIz68qwW6uDd10id11JzAhxa6J3YnXx4amlOdqtYXlqAs\">https:\/\/data.consilium.europa.eu\/doc\/document\/ST-7371-2022-INIT\/it\/pdf?fbclid=IwAR1mNG-L5fhznrSIz68qwW6uDd10id11JzAhxa6J3YnXx4amlOdqtYXlqAs<\/a>):<\/p>\n<p>\u201c\u2026Viviamo in un\u2019epoca di competizione strategica e di complesse minacce alla sicurezza. Nel nostro vicinato e oltre assistiamo a un aumento dei conflitti, degli atti di aggressione e delle fonti di instabilit\u00e0, oltre che a un incremento delle forze militari, che causano gravi sofferenze umanitarie e sfollamenti. Aumentano anche le minacce ibride, sia in termini di frequenza che di impatto. L\u2019interdipendenza \u00e8 sempre pi\u00f9 improntata alla conflittualit\u00e0 e il soft power<i>\u00a0<\/i>\u00e8 trasformato in un\u2019arma: i vaccini, i dati e gli standard tecnologici sono tutti strumenti di competizione politica. L\u2019accesso all\u2019alto mare, allo spazio extra-atmosferico e alla dimensione digitale \u00e8 sempre pi\u00f9 conteso. Ci troviamo ad affrontare crescenti tentativi di coercizione economica ed energetica.<br \/>\n(\u2026)<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Un\u2019UE pi\u00f9 forte e capace nel settore della sicurezza e della difesa contribuir\u00e0 positivamente alla sicurezza globale e transatlantica ed \u00e8 complementare alla NATO, che resta il fondamento della difesa collettiva per i suoi membri.<br \/>\n(\u2026)<br \/>\nCon la crisi del multilateralismo si osservano sempre pi\u00f9 spesso relazioni transazionali tra Stati. Lo spettro delle minacce \u00e8 oggi pi\u00f9 diversificato e imprevedibile. I cambiamenti climatici agiscono da \u201cmoltiplicatore della minaccia\u201d e ci riguardano tutti. Dopo trent\u2019anni di forte interdipendenza economica, che avrebbe dovuto ridurre le tensioni, il ritorno alla politica di potenza e persino all\u2019aggressione armata rappresenta il cambiamento pi\u00f9 significativo intervenuto nelle relazioni internazionali.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>(\u2026)<br \/>\nL\u2019attuale realt\u00e0 internazionale \u00e8 basata sulla combinazione di dinamiche caratterizzate da un numero crescente di attori che cercano di ampliare il proprio spazio politico e di sfidare l\u2019ordine di sicurezza\u2026\u201d<\/p>\n<p><b>Il \u201cnostro\u201d ordine di sicurezza<\/b><\/p>\n<p>A cosa corrisponde esattamente questo \u201cordine di sicurezza\u201d insidiato dalle pretese altrui e soprattutto chi lo ha stabilito?Nel documento per la \u201cbussola strategica\u201d approvato lo scorso 21 marzo ci si riferisce ad aggressioni, violazioni delle regole internazionali, politiche di potenza che accompagnano la rivendicazione di sfere d\u2019interessi, riarmo e corsa agli armamenti da cui l\u2019Europa sarebbe minacciata e quindi messa nelle condizioni di dovere \u201creagire\u201d riarmandosi e serrando i ranghi atlantici.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Attraverso questo capovolgimento della realt\u00e0 (lo vedremo numeri alla mano) vengono cancellate pretestuosamente tutte le comprovate responsabilit\u00e0 del blocco euro-atlantico nell\u2019ultimo trentennio in quanto ad aggressioni militari, guerre economiche e sanzioni, comprese rivendicazioni ufficiali di sfere d\u2019influenza da difendere.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span><i>Dal punto di vista della politica internazionale, ma anche da un punto di vista psichiatrico, potremmo definire questo approccio dell\u2019occidente come \u201cautismo suprematista\u201d. Questo approccio agisce come una calamita posta sotto alla bussola rendendola completamente sballata.<\/i><\/p>\n<p>Il fatto che l\u2019aggressione russa all\u2019Ucraina sia presa come \u201cscusa\u201d per il riarmo anche europeo non cancella l\u2019evidenza che questo stesso riarmo (con annessa concreta belligeranza) sia gi\u00e0 in corso da decenni.<br \/>\n<i>Dopo la fine della guerra fredda, momento storico davvero propizio per una concreta politica di disarmo, gli Stati uniti hanno invece rilanciato la loro struttura militare planetaria e la loro leadership nella Nato.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span><\/i>Questa struttura militare globale \u00e8 stata immediatamente imposta come piattaforma di proiezione, standard organizzativo e standard industriale dove la capacit\u00e0 di \u201cproiezione\u201d \u00e8 corrisposta ad uno stato di guerra permanente, lo standard operativo \u00e8 corrisposto alla richiesta ed ottenuta professionalizzazione delle ff.aa alleate e lo \u201cstandard industriale\u201d ha comportato lo sviluppo della tecnologia di punta, il rilancio della corsa agli armamenti e il salvataggio dei fatturati del comparto messi in crisi dalla sopraggiunta fine della guerra fredda.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><i>Secondo il Sipri di Stoccolma l\u201980,4% nella produzione di armi e sistemi d\u2019arma a livello globale, con annessa internazionalizzazione della filiera bellica, \u00e8 controllato da multinazionali del blocco euroatlantico e dai suoi impresentabili alleati (tra cui Turchia, Israele, Emirati Arabi). (<\/i><a href=\"https:\/\/www.sipri.org\/research\/armament-and-disarmament\/arms-and-military-expenditure\/arms-production\">https:\/\/www.sipri.org\/research\/armament-and-disarmament\/arms-and-military-expenditure\/arms-production<\/a><i>).<\/i><\/p>\n<p><i>I 35 miliardi per la \u201cdifesa\u201d messi a disposizione dall\u2019Italia si sommano ai 100 miliardi recentemente stanziati dalla Germania e non faranno altro che confermare ed accrescere il dato del Sipri<\/i>.\u00a0<i>Senza considerare che gi\u00e0 ora i soli budget della \u201cDifesa\u201d francese e tedesco sono quasi il doppio di quello russo e che la spesa Nato \u00e8 18 volte superiore.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span><\/i>Con queste evidenze appare chiaro che la responsabilit\u00e0 per la corsa agli armamenti degli ultimi trent\u2019anni e la conseguente \u201cguerra mondiale a pezzi\u201d con la sua scia di milioni di morti, profughi e devastazioni ricade quasi esclusivamente sull\u2019occidente e sulle proprie oligarchie.<\/p>\n<p>Queste oligarchie, che si fondano storicamente sulla superiorit\u00e0 militare e finanziaria, da qualche tempo intravvedono una clamorosa perdita di potere a causa della stessa globalizzazione capitalista che hanno tenacemente spinto e di cui hanno sempre goduto da una posizione dominante. Una nuova divisione del mondo in blocchi (non pi\u00f9 ideologici, anche se questa \u00e8 la narrazione posticcia) sembra essere l\u2019opzione maggioritaria oggi percorsa dalle oligarchie euroatlantiche con importanti propaggini ed alleanze nel quadrante asiatico in funzione apertamente anti cinese. Ma questo processo non lineare e contraddittorio, che comporter\u00e0 la ridefinizione delle catene di approvvigionamento e della divisione internazionale del lavoro sar\u00e0 doloroso e incerto ed in parte dipender\u00e0 anche dagli esiti del conflitto in Ucraina.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Da un lato l\u2019interdipendenza che il capitalismo stesso ha creato e ampliato sin dalle sue origini, dall\u2019altro le recenti votazioni all\u2019Onu sulla questione ucraina e l\u2019affacciarsi di nuovi sistemi di scambio valutario\/finanziario nell\u2019area euroasiatica, dimostrano ancora una volta che il mondo e la cos\u00ec detta comunit\u00e0 internazionale non si risolvono nel blocco euroatlantico\u2026<\/p>\n<p><i>L\u2019unica certezza \u00e8 che, come sempre, a pagare il prezzo di questa ristrutturazione saranno le classi lavoratrici intese in senso lato ed anche pezzi importanti del tessuto delle PMI che verranno spazzate via o assorbite e rimodulate dai processi di concentrazione capitalistica tipici di ogni crisi.<\/i><\/p>\n<p><i>Il riarmo, apparentemente inutile vista la gi\u00e0 straripante e documentabile supremazia euro-atlantica, assume in questo quadro contorni inquietanti.\u00a0<\/i><i>Esso infatti sta accompagnando una ribalta dei nazionalismi, delle politiche di potenza e parallelamente un approfondimento della chiusura degli spazi multilaterali dove affrontare i grandi problemi dell\u2019umanit\u00e0: disuguaglianze, fame, cambiamento climatico.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0\u00a0<\/span><\/i><span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><i>Il riarmo europeo in particolare sembra rivolto non tanto alla \u201cdifesa\u201d dalla Russia (o di altre non meglio precisate minacce ibride) ma all\u2019accompagnamento di una politica di potenza interna alla NATO per sostenere lo scomposto neocolonialismo europeo verso le tradizionali aree di conquista: Africa (messa chiaramente in evidenza nel documento sulla \u201cbussola strategica\u201d), Medio Oriente, America Latina e parte dell\u2019Asia. Una prospettiva che ricorda molto i prodromi della prima guerra mondiale. Ma oggi, con la variante nucleare.<\/i><\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2 appare come un vicolo cieco, in un mondo multipolare \u201ccontrollato\u201d da superpotenze, medie potenze, piccole potenze sulla pelle della maggior parte degli esseri umani e sconvolgendo il clima dello stesso pianeta che ci ospita. Eppure le variabili in gioco sono molteplici a cominciare dalla stessa composizione del capitalismo che non \u00e8 un monolite ma \u00e8 attraversato spesso da interessi divergenti anche all\u2019interno dei singoli \u201csistemi-Paese\u201d.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span>Ci sono frazioni di capitale, generalmente grande capitale, interessate alla belligeranza permanente e all\u2019estrattivismo predatorio mentre ci sono frazioni di capitale meno rappresentate politicamente ma oggettivamente interessate alla stabilit\u00e0 delle relazioni internazionali ed alla conversione energetica. Se si parla di \u201cEuropa\u201d ma soprattutto di un\u2019altra Europa risulta allora necessario entrare nel merito di queste relazioni materiali, facendo anche i conti con le interdipendenze globali.<\/p>\n<p><i>Gli Stati continuano ad essere soggetti operanti delle relazioni internazionali.<\/i><i>Nella grande maggioranza dei casi sono sempre pi\u00f9 espressione univoca<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0\u00a0<\/span>degli interessi oligarchici (interni od esterni), stanno rapidamente dismettendo la loro funzione regolatrice per concentrarsi sulla funzione repressiva interna e di proiezione militare verso l\u2019esterno in piena sintonia con la natura stessa del capitalismo storicamente inteso. Un trasversale ceto politico di centro-destra-sinistra (+ tecnici) si \u00e8 fatto garante di questo processo post \u201989.<\/i><\/p>\n<p>Lo stesso schema neocolonialista, in sintesi, rappresenta la versione aggiornata e perfezionata del colonialismo e dell\u2019imperialismo novecenteschi: multinazionali di bandiera e grandi banche &gt; ricerca scientifica e tecnologica &gt; professionalizzazione delle forze armate e proiezione militare&gt; controllo dei mercati, della forza lavoro e delle materie prime.<\/p>\n<p><b>L\u2019asse militare franco-tedesco.<\/b><\/p>\n<p>Nel 2017 Germania, Repubblica Ceca e Romania hanno annunciato, decisamente in sordina, l\u2019avvio di un programma di radicale integrazione militare. L\u201981^ Brigata meccanizzata romena e la 4^ Brigata di fanteria ceca (gi\u00e0 dispiegate in Kosovo, Afghanistan, Iraq e Bosnia Erzegovina) sono entrate a far parte di due grandi unit\u00e0 tedesche: la 10^ Divisione corazzata e la Divisione di Reazione Rapida. Il comando viene esercitato dalla Germania e la lingua che si utilizza \u00e8 l\u2019inglese e forse non a caso visto che l\u2019annuncio di questa operazione (gennaio 2017) \u00e8 stato fatto dai ministri della difesa dei tre Paesi con la presenza di Camille Grand, Assistente alla Segreteria Generale per gli investimenti della difesa della NATO.<\/p>\n<p>La Germania non ha intrapreso un\u2019iniziativa unilaterale ma ha sviluppato il Framework Nations Concept della NATO che invita i piccoli eserciti ad integrarsi in sub-alleanze coordinate, funzionali ed organiche allo stesso Patto atlantico. Qualcosa di molto lontano da un \u201cesercito europeo\u201d.<\/p>\n<p>Il governo tedesco ha colto la palla al balzo: disporre di alcune migliaia di soldati gi\u00e0 professionalizzati, compensare la propria capacit\u00e0 di combattimento attraverso il conveniente sharing militare e quindi aumentare il proprio peso in seno alla NATO. Ricordiamo che la Germania, come Italia, Turchia, Belgio e Paesi Bassi, partecipa pure al programma \u201cNuclear sharing\u201d della NATO ossia ospita testate atomiche statunitensi e addestra i suoi piloti al bombardamento nucleare.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Questo processo di espansione delle capacit\u00e0 militari tedesche viene oggi approfondito e sostanziato dall\u2019investimento eccezionale di altri 100 miliardi di euro.<\/p>\n<p>Dall\u2019altra parte dell\u2019asse che domina l\u2019Eurozona abbiamo la Francia. Questo Paese \u00e8 una media potenza militare con capacit\u00e0 nucleari, con estesi interessi nel continente africano e con conseguenti spiccate capacit\u00e0 di proiezione della forza militare che esercita regolarmente ed in maniera unilaterale. La pretestuosa aggressione alla Libia nel 2011, di cui la Francia fu promotrice e capofila (insieme al Regno unito), \u00e8 stata un chiaro esempio di quanto questo Paese sia disposto a fare per la \u201cdifesa\u201d della propria area di interesse strategico. Nel caso della Libia si \u00e8 trattato principalmente di neutralizzare il progetto di Gheddafi di mettere in gioco le ingenti riserve auree, il petrolio e il gas libico per costruire una moneta panafricana che potesse insidiare il franco CFA (tuttora in uso in 6 Stati sub sahariani), gi\u00e0 colonie francesi.<br \/>\nDa parte sua la Francia, oltre alla Bomba, alla sua straripante industria \u201cdella difesa\u201d e al potere di veto all\u2019Onu, dispone di basi, avamposti e pezzi di \u201cterritorio nazionale\u201d in diversi continenti ed oceani con conseguenti spiccate capacit\u00e0 di proiezione della forza militare. Macron ha ereditato da Hollande il rilancio del protagonismo francese nel continente africano. Parigi intende infatti consolidare la presenza militare in Africa dalla Costa Atlantica fino all\u2019Oceano Indiano, dal Senegal a Gibuti, passando per il Sahel e quindi ricongiungersi con altre basi e avamposti gi\u00e0 presenti nei due oceani.<br \/>\nQuesta visione strategica espansionista, aggressiva e molto ambiziosa richiede un concorso negli \u201coneri per la sicurezza\u201d che la Germania offre gi\u00e0 da anni. La capacit\u00e0 di proiezione globale (condivisa come piattaforma con gli alleati) offre all\u2019industria bellica francese prospettive senza fine. Il ruolo di capofila richiede per\u00f2 alla Francia (e a tutti i francesi) un forte aumento della spesa militare: con la nuova Legge di Programmazione Militare del 2018 Macron ha stanziato la somma di 295 miliardi di euro in cinque anni, ben 105 miliardi in pi\u00f9 rispetto al quinquennio precedente.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>L\u20198 febbraio del 2018, nel presentare la LPM il ministro della difesa Parly ha giustificato questo forte aumento definendolo \u201c\u2026necessario per mantenere l\u2019influenza globale della Francia ed intervenire in ogni luogo del globo in cui vengano minacciati gli interessi della Nazione e la stabilit\u00e0 internazionale\u2026\u201d.Il piano ha l\u2019ambizione di garantire \u201cl\u2019autonomia strategica\u201d nazionale ed \u201ceuropea\u201d.<\/p>\n<p>E proprio l\u2019Africa, in particolare quella centro-occidentale, sembra essere diventata il terreno di una sorta di una ricomposizione di interessi a livello di alcuni Paesi dell\u2019eurozona.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Dal 2020, ma solo per alcuni Paesi, il franco CFA \u00e8 stato sostituito con l\u2019ECO. Un\u2019operazione di facciata voluta da Macron per dimostrare un presunto cambio di rotta della Francia verso le sue vecchie colonie. Sia il nuovo ECO che il vecchio CFA (rimasto in sella in Camerun, Ciad, Repubblica Centrafricana, Congo, Gabon e Guinea Equatoriale) sono agganciati all\u2019euro mantenendo il sistema bancario francese come centro drenante dei capitali provenienti dalla Francafrique. Ma la convertibilit\u00e0 CFA\/ECO\/euro porta con s\u00e9 almeno due conseguenze importanti: la prima \u00e8 che i Paesi sottoposti a questa sorta di vessazione finanziaria, hanno sviluppato economie dipendenti dalle importazioni dall\u2019Europa con una oggettiva difficolt\u00e0 a produrre per il mercato interno ed estero e con una capacit\u00e0 d\u2019acquisto della popolazione strutturalmente depressa; la seconda \u00e8 che la Francia non pu\u00f2 pi\u00f9 mantenere l\u2019esclusiva su questa partita.<\/p>\n<p>Tutto questo attivismo deriva, cos\u00ec ci viene detto, dalla necessit\u00e0 di fronteggiare terrorismo jihadista e immigrazione. In realt\u00e0, sullo sfondo, si muovono multinazionali di bandiera, accordi commerciali esclusivi, trasferimenti di sistemi d\u2019arma da una parte e materie prime dall\u2019altri, e soldati che ne garantiscono, certificano ma soprattutto difendono l\u2019esito.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Questo classico schema neocolonialista \u00e8 il vero centro della cos\u00ec detta \u201cdifesa europea \u2013 ognuno per s\u00e9\u201d, congiuntamente al sostegno diretto al comparto industriale militare made in Europe\u2026Non certo il diritto internazionale, il multilateralismo o l\u2019Onu indicati come contesti di riferimento nella grottesca premessa del protocollo PESCO o della \u201cbussola strategica\u201d approvato lo scorso marzo.<\/p>\n<p><b>PESCO (Permanent Structured Cooperation) o NATO?<\/b><\/p>\n<p><i>La PESCO (Permanent Structured Cooperation) a cui si riferisce anche la Bussola Strategica, \u00e8 un programma di cooperazione militare europeo messo in campo nel 2017. Questo protocollo, in concreto, \u00e8 il prodotto di un compromesso tra Francia e Germania pi\u00f9 Spagna e Italia in quanto gruppo di Paesi dell\u2019eurozona pi\u00f9 popolosi e rilevanti dal punto di vista militare (operativit\u00e0 e tecnologia) per favorire l\u2019integrazione delle industrie europee della difesa.<\/i><span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span><i>In realt\u00e0 \u00e8 gi\u00e0 diventato il campo di battaglia di suddette industrie per assicurarsi i finanziamenti messi a disposizione dal Fondo Europeo per la Difesa.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span><\/i><i>Ogni Paese ha infatti le sue minime o estese aree di influenza e relativi interessi, spesso in conflitto o in competizione con quelli degli altri.<br \/>\n<\/i><i>Ogni Paese poi ha la sua (pi\u00f9 o meno) sviluppata industria nazionale degli armamenti e sue proprie direttici di sviluppo dello strumento militare, direttrici che sono strutturalmente legate all\u2019assorbimento della produzione della propria stessa industria.<br \/>\n<\/i>E\u2019 vero che esistono scampoli di condivisione e coordinamento in alcuni settori strategici come programmi di acquisizione, tecnologie, industrie, esportazioni, ricerca, missioni internazionali. E\u2019 pur vero che l\u201980% delle acquisizioni e il 90% dei progetti di ricerca si sviluppano su basi saldamente nazionali e che le missioni internazionali di un certo rilievo ossia le guerre di aggressione e le occupazioni di Paesi terzi a cui anche l\u2019Italia ha partecipato e partecipa sono possibili solo nel quadro delle capacit\u00e0 di proiezione messe a disposizione dagli Stati Uniti.<\/p>\n<p>Il cuore della PESCO \u00e8 costituito da una lista di 20 punti.<br \/>\nIl primo di questi punti richiede l\u2019aumento del budget da dedicare alle spese militari. A seguire una lista di direttive rispetto alle quote di budget da dedicare alla ricerca e sviluppo di sistemi d\u2019arma sia di interesse \u201cnazionale\u201d che di interesse comunitario.<br \/>\nSolo due dei 20 punti indicati nel protocollo fanno riferimento ad impegni legati a disponibilit\u00e0 e dispiegamento di truppe in un quadro comune.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Si tratta in realt\u00e0 di un invito ai Paesi che gi\u00e0 non lo abbiano fatto di costituire il proprio Battle group (1500 uomini), di renderlo disponibile per esercitazioni congiunte e per il turno semestrale di stand-by nel quadro degli European Battle Groups (ossia due battle group per semestre). Tutto ci\u00f2 con un esplicito riferimento alla interoperabilit\u00e0 con la NATO.<\/p>\n<p>In sintesi ci\u00f2 che l\u2019Europa ha messo in campo a partire dal 2005, e che ha confermato con la PESCO, sono al massimo tremila uomini divisi in due Battle group in attesa di essere impiegati in una qualche missione.<span class=\"Apple-converted-space\"><br \/>\n<\/span>Per completare il quadro va detto che in sedici anni di dottrina European Battlegroup nessuna di queste unit\u00e0 \u00e8 mai stata impiegata in guerra ed anzi qualche annata ha visto persino latitare almeno una delle quote previste\u2026<\/p>\n<p>Questo semplice dato potrebbe far pensare che i Paesi europei (compreso il nostro) siano in realt\u00e0 pacifici ed abbiano abbandonato le loro pulsioni belligeranti ma la storia degli ultimi vent\u2019anni dimostra che gli stessi Paesi, mentre hanno tenuto parcheggiati a turno i loro soldati nel European Battlegroup, hanno partecipato e continuano a partecipare in ordine sparso a tutte le guerre d\u2019aggressione targate USA\/NATO.<br \/>\nNon solo, dal 2002 questi Paesi hanno anche trovato le risorse per inquadrare i propri soldati nella NATO Response Force (NRF), una forza di reazione rapida costituita da 20.000 effettivi, pronta per l\u2019impiego e proiettabile in ogni angolo del pianeta in tre giorni.<\/p>\n<p><b>Esercito europeo?<\/b><\/p>\n<p><i>Riferirsi genericamente ad un esercito europeo nel contesto appena tracciato, come presunto contrappeso alla tracotanza statunitense non ha quindi alcun senso per varie ragioni:<\/i><\/p>\n<ol>\n<li>non pu\u00f2 esistere un esercito europeo quando di fatto non esiste l\u2019Europa come entit\u00e0 politica. L\u2019Europa \u00e8 un\u2019aggregazione di Stati che condividono moneta e ideologia neoliberista ma in politica estera ognuno fa per s\u00e9. Nessuno, dalla Commissione europea in gi\u00f9, parla nei fatti di un esercito europeo che comporterebbe peraltro la smobilitazione dei ventisette esistenti in funzione di una riorganizzazione tanto improbabile quanto ingestibile. Gi\u00e0 lo scorso anno i socialdemocratici tedeschi avanzarono la proposta del 28\u00b0 esercito europeo, usando impropriamente questa definizione, per riferirsi ad un corpo di spedizione da 6000 soldati. Non a caso questa proposta \u00e8 stata accolta, rilanciata e leggermente ridimensionata dalla Commissione europea: quello che si vorrebbe mettere in campo oggi \u00e8 un corpo di spedizione da 5000 soldati pi\u00f9 vari assetti aerei, navali e cyber. Nonostante si parli di un\u2019unit\u00e0 militare che numericamente corrisponde ad una normale brigata non \u00e8 ancora chiaro chi decider\u00e0 del suo impiego, da chi sar\u00e0 partecipata, comandata, finanziata. Servir\u00e0 l\u2019unanimit\u00e0? Decider\u00e0 chi ci metter\u00e0 pi\u00f9 soldi? Chi sar\u00e0 in grado di mettere a disposizione una piattaforma di proiezione che oggi \u00e8 assicurata dagli Stati uniti e dalla Nato?<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/li>\n<li>Un presunto esercito europeo dovrebbe eliminare tutte le ridondanze dei vari sistemi di difesa nazionali. Dato che i clienti domestici sono i primi garanti dei fatturati delle rispettive industrie belliche di bandiera, quali tra queste rinunceranno alle loro quote di mercato? Gi\u00e0 sulla produzione del caccia di sesta generazione gli stessi Paesi promotori della PESCO sono divisi: Francia, Germania e Spagna hanno un loro progetto, Italia e Svezia ne seguono un altro con il Regno Unito.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/li>\n<li>Nel dibattito interministeriale sulla \u201cdifesa europea\u201d e la presunta \u201cautonomia strategica\u201d il funzionamento della \u201cbussola strategica\u201d si dovrebbe fondare sul coordinamento della intelligence community europea, per definire interessi e minacce comuni. E tuttavia, anche in questo caso, i singoli interessi nazionali difficilmente potranno essere ricomposti. Quale sar\u00e0 infatti l\u2019interesse prevalente che determiner\u00e0 una \u201cpolitica di sicurezza\u201d, sarebbe meglio dire di intervento armato, comune?<\/li>\n<li>Un esercito europeo per fare cosa? Se il modello organizzativo \u00e8 sempre quello professionale e da spedizione, quindi un modello concepito per l\u2019offesa e non per la difesa, appare evidente che il supposto smarcamento dagli Stati Uniti non corrisponde ad una revisione della politica estera dei Paesi europei in senso distensivo e cooperativo ma anzi l\u2019esatto contrario ossia un\u2019aumento dell\u2019autonoma capacit\u00e0 di esprimere militarmente i propri interessi nazionali eventualmente ricomposti ove possibile.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/li>\n<\/ol>\n<p>Tutti questi quesiti e le relative risposte che ci possiamo dare dovrebbero essere sufficienti per esprimere un chiaro no all\u2019ipotesi, per quanto fantascientifica, di costituzione di un esercito europeo su queste basi e condizioni. Cos\u00ec come dovrebbe essere espresso, molto pi\u00f9 concretamente, un chiaro no anche alla costituzione di questo corpo di spedizione da 5000 soldati \u201ca geometria variabile\u201d che, al netto della sua nebulosa gestione comune, non ha nulla a che fare con la \u201cdifesa\u201d da improbabili aggressioni.<br \/>\nFaccio presente che oltre alla NATO Response Force da 20.000 effettivi esiste gi\u00e0 una brigata franco-tedesca da 5000 effettivi che fornisce soldati ed assetti alla stessa NRF ed ha partecipato a diverse missioni tra cui Bosnia, Afghanistan e Mali. La cooperazione bilaterale in campo militare che questa unit\u00e0 rappresenta \u00e8 stata rafforzata col trattato di Aquisgrana sottoscritto dai due Paesi nel 2019.<\/p>\n<p><i>Il dibattito sul \u201cche fare\u201d in questo campo potrebbe quindi muoversi su due binari, uno teorico e uno contingente. Da una parte entrare nel merito dei concetti di \u201cdifesa\u201d, sicurezza\u201d, \u201cinteresse nazionale\u201d rideterminandone il senso dal punto di vista delle classi lavoratrici e demolendo le millanterie belliciste delle narrazioni ufficiali. Dall\u2019altra considerare il peso del trattato di Aquisgrana, delle nuove e vecchie faglie di scontro globale e dell\u2019intenzione dei governi francese e tedesco di fare, in questo contesto, da capofila di un rinnovato assetto belligerante e neocolonialista continentale.<\/i><\/p>\n<p><b>Quale modello di difesa?<i><\/i><\/b><\/p>\n<p>L\u2019Italia in tutto questo \u00e8 tredicesima nella top ten mondiale dei produttori di armi e sistemi d\u2019arma e undicesima nella classifica della spesa militare globale. E\u2019 seconda dopo gli Stati uniti, per presenza di effettivi ed asseti inviati nelle varie missioni dell\u2019Alleanza (il nostro Paese sta per assumere il comando della missione NATO in Iraq ed ha gi\u00e0 schierato assetti e soldati in Sahel al fianco delle truppe francesi),<\/p>\n<p>L\u2019Italia \u00e8 il quinto avamposto militare statunitense nel mondo: le basi di Aviano e Ghedi custodiscono le atomiche mentre i piloti militari vengono addestrati al bombardamento nucleare grazie al programma NATO di nuclear sharing. A Ghedi in particolare sono in corso lavori di ampliamento per ospitare le nuove bombe atomiche dagli Stati uniti. Camp Darby a Pisa \u00e8 la prima polveriera statunitense al di fuori dei confini della madre patria e anche qui sono in corso lavori di ampliamento per rafforzare il collegamento della polveriera col porto di Livorno,\u00a0<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>I nostri stessi porti sono al centro del traffico di armamenti verso Mediterraneo, Medio oriente e non solo,<\/p>\n<p>Sempre a proposito di porti siamo il porto sicuro della sesta flotta statunitense ed ospitiamo a Napoli il comando europeo della marina militare statunitense,\u00a0<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Poi c\u2019\u00e8 Sigonella coi droni e anche qui lavori di ampliamento per permettere decollo e atterraggio di aerei cisterna, poi Il Muos di Niscemi, fondamentale per le comunicazioni militari degli Stati uniti a livello globale,<\/p>\n<p>Solo nei due anni di pandemia, col ministro della difesa Guerini (PD) prima con Conte Bis ora con Draghi, i governi hanno avviato programmi di acquisizione per sommergibili, mezzi corazzati, elicotteri, altri F35, missili tomahawk con cui armare fregate e sommergibili, missili con cui armare i droni, droni kamikaze da dare in dotazione alle forze speciali.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Le spese militari coerentemente con questo delirio guerrafondaio hanno raggiunto i 70\/80 milioni di euro al giorno e sono in aumento per raggiungere il famoso 2% del pil richiesto dalla Nato.<\/p>\n<p>Sempre grazie a Guerini \u00e8 stata introdotta la norma Government to Government che ha formalmente trasformato il ministero della difesa in agente di commercio dell\u2019industria bellica nazionale. La stessa industria bellica \u00e8 definita senza scandalo pilastro della politica estera (con alti ufficiali cooptati direttamente nei vertici apicali delle principali aziende Leonardo e Fincantieri). E mentre Profumo, amministratore delegato di Leonardo, definisce le missioni militari a cui partecipa l\u2019Italia la migliore vetrina per il prodotto bellico nazionale le stesse forze armate sono diventate parte integrante dei pacchetti commerciali bellici verso paesi terzi.<\/p>\n<p>Ognuno dei punti che ho elencato non vive di vita propria ma fa parte di un modello di difesa, sarebbe meglio dire di offesa, organico e coerente.<br \/>\nAttenzione, nessuno di questi punti pu\u00f2 essere preso a parte rispetto agli altri. Tutto \u00e8 tenuto insieme dal concetto della proiezione di forza oltre confine come legittimo strumento della politica estera, in barba ovviamente al dettato costituzionale. Ma questo grosso guaio non \u00e8 cosa degli ultimi anni\u2026<\/p>\n<p>La disinvolta sovrapposizione tra \u201cpubblico\u201d e privato, tra fatturati e campi di battaglia, tra generali, politici e consigli di amministrazione ha assunto contorni gravissimi, una vera e propria emergenza democratica\/costituzionale creata da una trasversale maggioranza parlamentare che nel corso di questi ultimi trent\u2019anni ha guadagnato tutto il parlamento ed accumulato pesantissime responsabilit\u00e0 di guerra, mentre ancora dobbiamo fare i conti con quelle accumulate con le aggressioni di epoca fascista (Etiopia, Libia, Spagna, Jugoslavia, Russia).<\/p>\n<p><i>Risulta urgente fare un\u2019analisi di merito sulle forze armate in quanto tali e sul loro modello organizzativo. Tema accantonato da troppo tempo.<br \/>\n<\/i><i>Bisogna entrare nel merito di quale modello di difesa vogliamo per il nostro Paese prima ancora di pensare a quello che vorremmo eventualmente per una Europa che al momento risulta evanescente.<br \/>\n<\/i><i>Questo tema \u00e8 sostanziale per qualsiasi ragionamento che voglia aggredire la questione della belligeranza, di una sensata riduzione delle spese militari, di una conversione dell\u2019industria bellica, della distensione verso il disarmo.\u00a0<\/i><\/p>\n<p><i>Ad ogni postura della politica estera corrisponde generalmente una particolare organizzazione delle ff.aa e vice versa. L\u2019organizzazione basata sul volontariato professionale, richiesta dagli Stati Uniti agli alleati al vertice NATO di Roma del 1991, rappresenta la chiave di volta tecnica e giuridica anche della belligeranza del nostro Paese.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/i><\/p>\n<p><i>Da quel vertice infatti emerse che non sarebbero pi\u00f9 serviti eserciti territoriali adatti a fronteggiare un\u2019ipotetica invasione ma corpi di spedizione da integrare, come gi\u00e0 detto, in un nuovo standard tecnico-organizzativo di proiezione di forza: la NATO si preparava a diventare apertamente offensiva e a percorrere le immense praterie che il crollo dell\u2019Unione sovietica aveva aperto.<\/i><\/p>\n<p>Il modello era (ed \u00e8) quello anglo-statunitense basato su professionisti volontari, su una ferma di almeno 4 anni e sulla sostanziale ricattabilit\u00e0 sociale della truppa, tutti requisiti indispensabili per permettere ai governi di gestire operazioni di guerra e occupazione oltre confine (compresa la morte sul campo dei soldati e le tremende malattie professionali) senza i \u201cfastidi\u201d derivanti dalle dichiarazioni ufficiali di guerra e dalle conseguenti mobilitazioni.<\/p>\n<p><i>Un ridimensionamento della leva militare\/civile, un suo adeguamento democratico (con aumento delle opzioni civili) non venne nemmeno preso in considerazione: la postura eminentemente difensiva che ne sarebbe derivata non era compatibile con la nuova fase di rilancio della \u201cNato globale\u201d e col nuovo concetto di difesa che, in barba al dettato costituzionale, ricomprendeva gli interessi nazionali nella difesa in armi del Paese.<\/i><\/p>\n<p>Se non si affronta questo nodo strutturale della nostra belligeranza risulta difficile proseguire con altri ragionamenti sui temi della \u201cdifesa\u201d e della \u201csicurezza\u201d.<br \/>\nSu questo terreno non saremmo peraltro al punto zero in quanto ad alternative concrete da mettere in campo.<br \/>\nC\u2019\u00e8 un Disegno di Legge (<a href=\"https:\/\/www.senato.it\/service\/PDF\/PDFServer\/BGT\/00004113.pdf\">https:\/\/www.senato.it\/service\/PDF\/PDFServer\/BGT\/00004113.pdf<\/a>) depositato dal nostro compagno Giovanni Russo Spena nel 1999 che mantiene ancora intatta la sua attualit\u00e0 ed anzi proprio oggi, sul banco di prova della storia recente e del presente che stiamo vivendo, dovrebbe essere rilanciato con i dovuti aggiornamenti e diventare punto di programma politico.<\/p>\n<p><i>La revisione\/ribaltamento dei concetti stessi di \u201csicurezza\u201d, \u201cdifesa\u201d ed \u201cinteresse nazionale\u201d dovrebbero affiancare e sostenere una proposta di riforma organica di tutto il comparto: abbandono del modello offensivo\/professionale e riassetto delle ff.aa in funzione difensiva\/territoriale sviluppando concrete sinergie, non sostituzioni, col settore civile nelle emergenze ambientali; ripristino della Guardia Forestale come corpo civile di polizia ambientale; scioglimento dei Carabinieri come corpo di polizia militare (addirittura elevati al rango di quarta forza armata), adeguamento della politica industriale di Leonardo alle nuove necessit\u00e0 delineate dalla riforma strutturale del comparto.<\/i><\/p>\n<p>Per ci\u00f2 che riguarda l\u2019Italia, ma non solo e sarebbe interessante capire se in altri paesi si sta sviluppando un ragionamento di merito, questa riforma consentirebbe di agire su diverse questioni:<\/p>\n<ol>\n<li>renderebbe le forze armate inservibili alla Nato, ad operazioni di guerra e occupazione, pi\u00f9 in generale ad un profilo neocolonialista;<\/li>\n<li>\u201caccontenterebbe\u201d il terzo settore con la reintroduzione della leva civile, linfa vitale del no profit;<\/li>\n<li>porterebbe ad un consistente risparmio di risorse nel quadro di nuove sinergie d\u2019impiego civile;<\/li>\n<li>permetterebbe una conversione della logistica e della organizzazione militare verso una immediata ed efficace compatibilit\u00e0 con la Protezione civile;<\/li>\n<li>permetterebbe di aprire un ragionamento meno bellicista sul futuro di Leonardo;<\/li>\n<li>sarebbe coerente con l\u2019uscita dell\u2019Italia dalla Nato e con una rescissione degli accordi bilaterali che regolano la cessione di territorio nazionale per basi e strutture statunitensi;<\/li>\n<li>sarebbe funzionale alla definizione una nuova politica estera e commerciale basata sulla cooperazione strategica piuttosto che sulla normalit\u00e0 belligerante con ci\u00f2 ridimensionando concretamente le cause delle tragiche migrazioni umane a cui stiamo assistendo.<\/li>\n<\/ol>\n<p><i>La crisi economica, l\u2019incessante susseguirsi di emergenze ambientali, i costi del nostro avventurismo militare che si sta trasformando in una vera e propria economia di guerra hanno gi\u00e0 duramente colpito la fiducia popolare nel \u201ctricolore armato\u201d spedito per il mondo al seguito degli Stati Uniti.<br \/>\nLa guerra in Ucraina, interi settori economici pilastri del Pil nazionale come manifatturiero ed agroalimentare depressi dalla nuova guerra fredda contro la Russia sono l\u00ec a dimostrarlo.<br \/>\n<\/i><b><br \/>\n<\/b>Credo sia urgente agire sulla sfiducia strumentale in questo modello di difesa prospettando una alternativa credibilmente pi\u00f9 utile, razionale, meno costosa e non offensiva che possa accompagnare una ridefinizione della politica estera del nostro Paese in senso neutrale, una riduzione sostanziale delle spese militari, una progressiva conversione del comparto militare industriale, un protagonismo nei processi di disarmo convenzionale e nucleare. Fuori dalla Nato e da qualsiasi ipotesi di esercito europeo.<\/p>\n<p>Non un ritorno al passato ma semmai un necessario ritorno al futuro.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La guerra in corso in Ucraina sembra segnare uno spartiacque. Non sar\u00e0 questa guerra in s\u00e9 ad aprire una nuova fase negli assetti globali ma di certo rappresenta il punto di arrivo di una traiettoria. 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Nel 1992, appena diciottenne, vede per la prima volta la guerra in faccia a Mostar (Bosnia Erzegovina) seguendo come volontario civile una carovana della campagna Dai Ruote alla Pace. Colpito dal \u201cmal di Jugoslavia\u201d segue per il Consorzio italiano di Solidariet\u00e0 vari progetti rivolti alla popolazione colpita dalla guerra nella riva est della citt\u00e0 dove ha vissuto a pi\u00f9 riprese e in pianta stabile tutte le condizioni dell\u2019assedio Ustascia: assenza di elettricit\u00e0 e acqua corrente. Lavora per l\u2019Unhcr tra Belgrado e Budapest nel quadro di un programma per il rifornimento di combustibili verso campi profughi ed ospedali nel lungo periodo dell\u2019embargo sulla Serbia. Studia la storia ed acquisisce il metodo materialista dialettico che gli fa comprendere come la guerra stessa sia un articolato e lucroso processo produttivo. Abbandona quindi il campo umanitario per impegnarsi nella lotta aperta al neocolonialismo e a quella che definisce \u201cprivatizzazione della guerra\u201d. E\u2019 stato co-redattore della rivista telematica Intermarx e del bollettino di controinformazione Quemada. Dal 2009 al 2014 \u00e8 stato assessore all\u2019ambiente, attivit\u00e0 produttive e politiche sociali del comune di Tramonti di Sotto (PN) per cui ha seguito interventi di sostenibilit\u00e0 ambientale e rilancio di produzioni locali di qualit\u00e0. Ha pubblicato vari articoli e saggi sulle riviste Giano, Guerre e Pace, AlternativeEuropa sui temi della corsa agli armamenti, dei nazionalismi, delle multinazionali, della storia della Jugoslavia socialista. Ha collaborato con Il Manifesto e Le Monde Diplomatique e scrive per il quotidiano on-line FriuliSera. Per l\u2019editore KappaVu ha curato i libri \u201cSe dici guerra\u2026basi militari, tecnologie, profitti\u201d \u201cFrammenti sulla guerra. 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Nel 1992, appena diciottenne, vede per la prima volta la guerra in faccia a Mostar (Bosnia Erzegovina) seguendo come volontario civile una carovana della campagna Dai Ruote alla Pace. Colpito dal \u201cmal di Jugoslavia\u201d segue per il Consorzio italiano di Solidariet\u00e0 vari progetti rivolti alla popolazione colpita dalla guerra nella riva est della citt\u00e0 dove ha vissuto a pi\u00f9 riprese e in pianta stabile tutte le condizioni dell\u2019assedio Ustascia: assenza di elettricit\u00e0 e acqua corrente. Lavora per l\u2019Unhcr tra Belgrado e Budapest nel quadro di un programma per il rifornimento di combustibili verso campi profughi ed ospedali nel lungo periodo dell\u2019embargo sulla Serbia. Studia la storia ed acquisisce il metodo materialista dialettico che gli fa comprendere come la guerra stessa sia un articolato e lucroso processo produttivo. 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Industria e neocolonialismo in un mondo multipolare\u201d. Attualmente segue per Rifondazione Comunista le questioni legate alla corsa agli armamenti, all\u2019industria bellica, alla belligeranza permanente. E\u2019 stato carpentiere, pizzaiolo, conducente di scuolabus, operaio edile, gestore di attivit\u00e0 ricettive. Le sue passioni sono l'alpinismo, la pesca in apnea, la falegnameria e la fotografia. Crede fermamente che la vera utopia sia pensare, come umanit\u00e0, di poter sopravvivere all\u2019attuale modo di produrre e consumare. 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