{"id":1559782,"date":"2022-04-07T00:29:20","date_gmt":"2022-04-06T23:29:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1559782"},"modified":"2022-04-07T00:30:44","modified_gmt":"2022-04-06T23:30:44","slug":"trentanni-dopo-quo-vadis-bosnia-quo-vadis-europa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2022\/04\/trentanni-dopo-quo-vadis-bosnia-quo-vadis-europa\/","title":{"rendered":"Trent\u2019anni dopo: quo vadis Bosnia? Quo vadis Europa?"},"content":{"rendered":"<p><em>Oggi, 30 anni fa, la Bosnia veniva riconosciuta internazionalmente. Contemporaneamente iniziava l&#8217;assedio di Sarajevo e la guerra che avrebbe cambiato per sempre il paese.<\/em><\/p>\n<p>Esattamente <a href=\"https:\/\/www.eastjournal.net\/archives\/123699\">30 anni fa<\/a>, il 6 aprile 1992, la Bosnia-Erzegovina veniva riconosciuta come <a href=\"https:\/\/www.euronews.com\/2022\/03\/01\/bosnia-herzegovina-marks-30th-anniversary-of-independence\">stato indipendente<\/a> dai paesi della Comunit\u00e0 Europea (che si chiamava ancora cos\u00ec e si componeva di 12 paesi membri), giorno che cadeva nell\u2019anniversario della liberazione di Sarajevo nel \u201845 e del bombardamento di Belgrado da parte della Luftwaffe nel \u201941. Veniva cos\u00ec legittimata a livello internazionale<a href=\"https:\/\/www.eastjournal.net\/archives\/124202\"> la validit\u00e0 del referendum<\/a> sul distacco da quel (poco) che restava della Jugoslavia, svoltosi un mese prima e boicottato dalla componente serbo-bosniaca (pari a circa il 30%) della popolazione: l\u2019indomani fu la volta di Washington e nel giro di poche settimane arriv\u00f2 <strong>il riconoscimento di gran parte dei paesi, Russia inclusa<\/strong>, delle Nazioni Unite, alle quali la Bosnia-Erzegovina fu ammessa il 22 maggio dello stesso anno.<\/p>\n<p>Nasceva ufficialmente quella che sarebbe destinata a diventare la pi\u00f9 complessa e travagliata delle sette repubbliche indipendenti post-jugoslave: Franjo Tudjman e Slobodan Milosevic, emersi nel biennio precedente come padri padroni a Zagabria e Belgrado, si affrettarono a criticare la decisione <strong>negando l\u2019esistenza stessa della Bosnia-Erzegovina come nazione<\/strong>, il secondo usando parole che, rilette ora, ricordano tremendamente quelle utilizzate 30 anni dopo da Vladimir Putin nei confronti dell\u2019Ucraina. Conversando con l\u2019inviato di \u201c<em>Time<\/em>\u201d, Milosevic ebbe infatti a dire, con tono ironico e beffardo: \u201cLa Bosnia non \u00e8 mai esistita n\u00e9 mai esister\u00e0, \u00e8 solo un\u2019opportunistica e cinica invenzione di Tito per bilanciare il potere serbo e croato nella Federazione jugoslava: il suo riconoscimento internazionale mi ricorda la nomina del cavallo di Caligola a senatore nell\u2019antica Roma\u201d.<\/p>\n<p>\u00c8 vero che c\u2019erano stati solo alcuni brevi momenti di quasi autonomia o semi-indipendenza durante i secoli precedenti e che questa era la prima apparizione della Bosnia come stato indipendente sin dal 1453. \u00c8 altrettanto vero che le animosit\u00e0 etno-nazionali erano arrivate al <strong>punto di massima violenza e confronto<\/strong> solo a seguito di pressioni provenienti dall\u2019esterno del territorio bosniaco, soprattutto all\u2019infuori delle principali citt\u00e0, da sempre terra di convivenza inter-etnica: cos\u00ec \u00e8 stato anche negli anni successivi al \u201892, sia a livello regionale, nel drammatico contesto della disintegrazione jugoslava, sia dal punto di vista globale, nella fase di ridefinizione degli equilibri di potenza e dell\u2019ordine internazionale dopo la fine della Guerra Fredda.<\/p>\n<p><strong>Come nasce una guerra<\/strong><\/p>\n<p>Quel 6 aprile 1992 era un luned\u00ec e viene ricordato anche come la data d\u2019inizio della guerra in Bosnia-Erzegovina, per una serie di concitati episodi che avvennero a Sarajevo, precisamente nello spazio di un paio di chilometri quadrati tra il palazzo del Parlamento, il \u201ccubone giallo\u201d dell\u2019hotel Holiday Inn, il ponte di Vrbanja e le pendici della collina, nel quartiere di Grbavica dove si erano gi\u00e0 posizionati i famigerati cecchini che saranno l\u2019incubo dei sarajevesi nei 1425 giorni successivi, quanto sarebbe durato <strong>l\u2019assedio pi\u00f9 lungo del secolo<\/strong>.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, gi\u00e0 nei giorni precedenti si erano alzate le barricate serbe in vari quartieri, si erano verificati scontri con vittime e l\u2019assedio della parte centrale della citt\u00e0 era un dato di fatto, nell\u2019indecisione e spesso complicit\u00e0 delle truppe dell\u2019esercito federale (la JNA, l\u00ec posta agli ordini del generale Kukanjac), ancora considerata come la quarta armata pi\u00f9 potente al mondo, nonostante le pessime figure rimediate in Slovenia e in Croazia e che negli stessi giorni stava fiancheggiando i paramilitari serbi, le famigerate \u201cTigri di Arkan\u201d, in veri e propri eccidi e <strong>operazioni di pulizia etnica a Bijeljina e nella valle della Drina<\/strong>, al confine orientale. Se quello che resta sono le immagini simboliche o iconiche, quella delle vittime innocenti della guerra bosniaca avr\u00e0 il volto radioso di Suada Dilberovic, ventiquattrenne studentessa dalmata che il 5 aprile, nel \u201cbloody Sunday\u201d sarajevese, venne freddata da un cecchino mentre tentava di attraversare il ponte di Vrbanja con un gruppo di giovani manifestanti per la pace.<\/p>\n<p><strong>Il ritorno della guerra in Europa: anatomia di un conflitto<\/strong><\/p>\n<p>La guerra aveva fatto ritorno sul suolo europeo, per la prima volta dopo la fine del secondo conflitto mondiale (considerando solo come brevi fiammate le pur cruente e brutali repressioni sovietiche delle insurrezioni a Budapest nel \u201956 e a Praga nel \u201968), marchiando a sangue la disintegrazione della Federazione jugoslava, a differenza di quella dell\u2019Unione Sovietica, avvenuta contemporaneamente con fortissime tensioni ma <strong>senza grandi spargimenti di sangue<\/strong>.<\/p>\n<p>Dopo la breve e quasi incruenta guerra d\u2019indipendenza slovena, era stata la Croazia a essere insanguinata e a Vukovar venne riesumato, per la prima volta dagli orrori e dalle distruzioni della Seconda guerra mondiale che avevano raso al suolo intere citt\u00e0, il termine \u201curbicidio\u201d poi ripreso per Sarajevo, Mostar e Tuzla. Pochi anni dopo, un\u2019altra terribile, quasi indicibile, parola verr\u00e0 pronunciata in relazione alle atrocit\u00e0 sofferte dalla Bosnia, perch\u00e9 \u00e8 stato a Srebrenica che l\u2019Europa ha visto compiersi sul proprio suolo il pi\u00f9 orrendo genocidio dopo l\u2019Olocausto.<\/p>\n<p>Pochi giorni dopo la firma a Parigi degli accordi di pace raggiunti a Dayton (Ohio, USA) alla fine del \u201895, Republika, l\u2019unico giornale di opposizione a quei tempi a Belgrado, commentava cos\u00ec la guerra che aveva devastato la Bosnia nei quattro anni precedenti: \u201cQuesta guerra ha racchiuso in s\u00e9 tutte le guerre conosciute dalla storia: \u00e8 stata etnica, religiosa, civile, imperialista e d\u2019aggressione, guerra della campagna contro la citt\u00e0, guerra per la distruzione della classe media, guerra per la terra e di sangue\u201d. Il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan complet\u00f2 la frase aggiungendo un\u2019ulteriore (e innegabile per coloro che quei fatti li avevano osservati costantemente e da vicino) definizione, quella di <strong>vera e propria, seppur nascosta, guerra mondiale<\/strong>: \u201cIn Bosnia-Erzegovina \u00e8 in corso una guerra mondiale nascosta, poich\u00e9 vi sono implicate direttamente o indirettamente tutte le forze mondiali e sulla Bosnia-Erzegovina convergono tutte le essenziali contraddizioni di fine secolo e d\u2019inizio del terzo millennio\u201d.<\/p>\n<p><strong>L\u2019inerzia internazionale e la svolta a Dayton. Dall\u2019inferno al purgatorio<\/strong><\/p>\n<p>La dimensione internazionale della disintegrazione jugoslava, e della \u201cguerra dei 10 anni\u201d che ne segu\u00ec, \u00e8 stata caratterizzata <strong>dall\u2019incapacit\u00e0 della comunit\u00e0 internazionale di intervenire<\/strong>, prima per evitare gli sviluppi bellici, prevedibili e da molti ben previsti, poi almeno per fermare la guerra ed evitare che toccasse, soprattutto in Bosnia, tali punte di atrocit\u00e0 e disumanit\u00e0. Abbiamo assistito a un <em>\u201ctriumph of the lack of will\u201d<\/em>, per dirla con l\u2019espressione dello storico britannico James Gow: l\u2019inadeguatezza e l\u2019incoerenza delle politiche di tutte le \u201cforze mondiali\u201d citate da Annan, legate alla questione principale della volont\u00e0 politica sull\u2019uso della forza, sono state alla base del fallimento, che infranse le nozioni esistenti sulle modalit\u00e0 di intervento della comunit\u00e0 internazionale nelle crisi globali o regionali e di gestione delle loro conseguenze umanitarie.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, <strong>non manc\u00f2 solo la volont\u00e0 ma anche la visione<\/strong>, poich\u00e9 tutti gli attori internazionali, anche multilaterali, erano guidati da analisi parziali e incomplete del conflitto e delle forze in campo, spesso infarcite di pregiudizi, per nulla verificati sul campo, e rispondenti in primo luogo ai propri interessi nazionali e di parte. Dopo quasi quattro anni di guerra, alla fine del \u201995 si giunse alla fine delle ostilit\u00e0, grazie al mutato atteggiamento internazionale \u2013 e degli Stati Uniti di Bill Clinton in primo luogo \u2013 e all\u2019intervento aereo della NATO contro le postazioni e gli arsenali dei serbo-bosniaci situati a Pale, nei dintorni di Sarajevo. Da allora il nome di Dayton, cittadina nel cuore profondo americano, ha finito per rappresentare il destino stesso della Bosnia-Erzegovina, vale a dire <strong>il passaggio dall\u2019inferno di una guerra orribile costata oltre 100 mila morti, a un purgatorio<\/strong> segnato dall\u2019assenza di un vero e proprio conflitto armato ma dalla persistenza di una pace fredda, vuota e paralizzante, lontana da ogni situazione di normalit\u00e0 e da ogni prospettiva di progresso civile, sociale ed economico.<\/p>\n<p><strong>La trappola etnica<\/strong><\/p>\n<p>Il nocciolo della questione bosniaca pu\u00f2 essere cos\u00ec riassunto: il sistema di \u201c<em>governance<\/em>\u201d instaurato con la costituzione inclusa negli accordi di Dayton (<em>Annex IV<\/em>), necessario, giustificato e finanche essenziale nel breve periodo per il mantenimento e il rafforzamento della pace, si \u00e8 rivelato nel medio e lungo periodo <strong>del tutto inefficiente e addirittura dannoso<\/strong> per una vera riconciliazione e un autentico progresso del paese, risolvendosi nella cristallizzazione delle divisioni etniche, in una partizione \u201cde facto\u201d e nella costruzione di uno stato centrale debole e paralizzato, ostaggio di una classe politica inetta e interessata solo al mantenimento del potere e dei benefici connessi, basata sulla legittimazione etnica e con scarsa presa sulla maggioranza della popolazione, scivolata ormai in un fatale senso di rassegnazione diventato semplice fonte di riproduzione del consenso nazionalista e populista.<\/p>\n<p>La chiave di volta per la stabilit\u00e0 e il progresso della Bosnia-Erzegovina, pi\u00f9 degli altri paesi balcanici, doveva essere la \u201cprospettiva europea\u201d, sancita a Salonicco nel giugno 2003: tuttavia, dopo un promettente avvio, il processo che doveva gradualmente ma decisamente portare all\u2019adesione all\u2019Unione Europea, o quantomeno alla candidatura, ha prima rallentato e si \u00e8 poi bloccato (come l\u2019intero processo di allargamento nei Balcani Occidentali) con l\u2019UE che, senza visione n\u00e9 volont\u00e0, invece di europeizzare i Balcani ha finito paradossalmente per balcanizzare s\u00e9 stessa.<\/p>\n<p><strong>L\u2019ultima crisi e la minaccia esistenziale<\/strong><\/p>\n<p>Negli ultimi nove mesi, la Bosnia-Erzegovina \u00e8 tornata al centro dell\u2019attenzione mondiale a causa di un crescendo di tensioni innescate dalle <a href=\"https:\/\/www.eastjournal.net\/archives\/123811\">ripetute e clamorose minacce di Milorad Dodik<\/a>, da 15 anni l\u2019uomo forte serbo-bosniaco, di trasferire all\u2019entit\u00e0 serba competenze essenziali delle istituzioni comuni, in materie delicate come la difesa e la sicurezza, la fiscalit\u00e0 e la sanit\u00e0. Molti osservatori hanno concluso che il gi\u00e0 fragile status quo del paese stia affrontando la<strong> sua pi\u00f9 grave minaccia esistenziale del dopoguerra<\/strong>, con <a href=\"https:\/\/www.politico.eu\/article\/secession-threat-bosnia-milorad-dodik-eu-limited-options\/\">timori di un\u2019aperta secessione<\/a> e perfino evocando lo spettro del ritorno alle armi. Esaminando la successione degli eventi, emerge una duplice crisi provocata dalle forze centrifughe delle due maggiori tendenze etno-nazionaliste, quella serba (in maniera estrema per le esternazioni e azioni di Dodik) e quella croata (in modo meno eclatante ma pur insidioso), ma la crisi \u00e8 stata aggravata anche dalla dimensione esterna: i maggiori attori mondiali (Washington e Bruxelles da una parte, Mosca dall\u2019altra, con Pechino silente e pronta a intascare i ritorni economici ampliando fino al cuore dell\u2019Europa la via della seta) e regionali (Belgrado e Zagabria) hanno accentuato le divisioni invece di ricomporle.<\/p>\n<p>\u00c8 vero che Washington ha imposto <a href=\"https:\/\/www.eastjournal.net\/archives\/123095\">sanzioni economiche a Dodik<\/a> e ai suoi accoliti, ma \u00e8 anche vero che gli effetti concreti di tali iniziative sono <strong>limitati e quasi simbolici<\/strong>. A Bruxelles, intanto, non si \u00e8 trovato neanche il consenso necessario per imporre le pi\u00f9 temute sanzioni europee. Al contrario, da Bruxelles sono arrivati segnali incerti e contraddittori, con una poco comprensibile pressione per far accettare le richieste croate per una riforma parziale della legge elettorale in senso favorevole al partito nazionalista croato (che renderebbe ancora pi\u00f9 stringente <a href=\"https:\/\/www.eastjournal.net\/archives\/122347\">la \u201cgabbia etnica\u201d<\/a>) e addirittura con aperture alle richieste di Dodik sull\u2019abrogazione degli emendamenti alla legge di negazione del genocidio, la cui imposizione \u00e8 stata il pretesto per il boicottaggio delle istituzioni comuni da parte dei membri serbi. In definitiva, l\u2019impressione \u00e8 che stia prevalendo <strong>un approccio \u201cminimalista\u201d <\/strong>con la ricerca di compromessi a breve termine, ignorando l\u2019amara verit\u00e0: fino a quando non ci sar\u00e0 una riforma completa del sistema costituzionale che permetta alla Bosnia-Erzegovina di diventare un paese funzionale, ogni crisi pu\u00f2 solo essere alleviata e i suoi effetti nefasti solo rinviati e mai risolti alla radice.<\/p>\n<p><strong>Effetto Ucraina e \u201clast chance caf\u00e9\u201d?<\/strong><\/p>\n<p>In questi giorni il mondo intero \u00e8 profondamente scosso dalle immagini degli orrori dell\u2019invasione russa dell\u2019Ucraina, di fronte alle quali \u00e8 impossibile non tornare con la mente a quelle di 30 anni fa descritte all\u2019inizio di queste note. Del resto, in Bosnia-Erzegovina, come nel resto dei Balcani occidentali (basti pensare al Kosovo), la crisi russo-ucraina \u00e8 stata <a href=\"https:\/\/www.eastjournal.net\/archives\/124759\">seguita sin dall\u2019inizio con il fiato sospeso<\/a>, per i <strong>timori di inevitabili ricadute<\/strong>.<\/p>\n<p>Premesso che dal 24 febbraio di quest\u2019anno sarebbe preferibile se si fosse tutti umilmente cauti nel dichiarare la probabilit\u00e0 o l\u2019improbabilit\u00e0 di qualsiasi scenario internazionale, bisogna riconoscere che l\u2019apertura di un \u201csecondo fronte\u201d da parte della Russia imperial-putiniana (tenendo presente che Mosca ha apertamente sostenuto le rivendicazioni di Dodik) nei Balcani, in Bosnia ancor pi\u00f9 che in Kosovo (dove \u00e8 presente tuttora un\u2019ingente forza di stabilizzazione NATO), \u00e8 uno scenario da non ignorare. A parte inutili speculazioni, la verit\u00e0 \u00e8 che l\u2019invasione russa ha sostanzialmente <strong>cambiato ogni equazione riguardante la sicurezza in Europa e l\u2019intero futuro del continente<\/strong>.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 richiede una calibrazione urgente, in teoria e in pratica, della strategia occidentale nei confronti dei Balcani e del vicinato orientale dell\u2019UE: Bruxelles non pu\u00f2 pi\u00f9 rimandare una rapida ed efficace revisione delle proprie politiche di allargamento e vicinato che non sono riuscite n\u00e9 a catalizzare le necessarie riforme nei paesi \u201cin lista d\u2019attesa\u201d n\u00e9 ad assicurare un <strong>coerente quadro di stabilit\u00e0 e sicurezza<\/strong>. In quest\u2019ambito, abbandonare lo sterile tatticismo burocratico e l\u2019approccio minimalista e tentare di risolvere il \u201cconundrum\u201d bosniaco affrontando il \u201cnocciolo della questione\u201d dovrebbe essere la priorit\u00e0. Ma \u00e8 questione urgente, di giorni o settimane, non di pi\u00f9: per la Bosnia ci sar\u00e0 forse un \u201clast chance caf\u00e9\u201d e sarebbe un tremendo errore lasciarselo sfuggire.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Oggi, 30 anni fa, la Bosnia veniva riconosciuta internazionalmente. Contemporaneamente iniziava l&#8217;assedio di Sarajevo e la guerra che avrebbe cambiato per sempre il paese. 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