{"id":1510576,"date":"2022-01-27T12:03:31","date_gmt":"2022-01-27T12:03:31","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1510576"},"modified":"2022-01-27T12:52:44","modified_gmt":"2022-01-27T12:52:44","slug":"italia-amnesie-da-colonizzatori","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2022\/01\/italia-amnesie-da-colonizzatori\/","title":{"rendered":"Italia, amnesie da colonizzatori"},"content":{"rendered":"<p><em>Le radici del razzismo: un\u2019illuminante intervista a Francesco Filippo, autore di\u00a0Noi per\u00f2 gli abbiamo fatto le strade. Le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie, pubblicata da Nigrizia<\/em><\/p>\n<p class=\"has-drop-cap\">La narrazione del silenzio. La volont\u00e0 dell\u2019oblio. Se in un dibattito pubblico affermassimo che l\u2019Italia ha avuto in gestione una colonia fino al 1960, molti spalancherebbero gli occhi. Se chiedessimo che cosa rappresenta Debre Libanos (il pi\u00f9 grave crimine di guerra dell\u2019Italia) nella nostra storia, molti abbasserebbero lo sguardo. Imbarazzati.<\/p>\n<p>\u00abSi pu\u00f2 dire, con assoluta certezza, che un fenomeno di lunga durata nel nostro paese (quasi 80 anni, siamo stati pi\u00f9 colonialisti che fascisti) rappresenta anche il pi\u00f9 grande buco nero nella memoria dell\u2019Italia\u00bb. Ed \u00e8 quel buco nero che lo storico Francesco Filippo ha cercato di svelare, di riportare alla luce con la sua ultima opera\u00a0<a href=\"https:\/\/www.bollatiboringhieri.it\/libri\/francesco-filippi-noi-pero-gli-abbiamo-fatto-le-strade-9788833937021\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>Noi per\u00f2 gli abbiamo fatto le strade. Le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie\u00a0<\/em><\/a>(di Bollati Boringhieri). Libro che chiude la trilogia aperta con il fortunato\u00a0<em>Mussolini ha fatto anche cose buone\u00a0<\/em>e proseguita con<em>\u00a0Ma perch\u00e9 siamo ancora fascisti?<\/em><\/p>\n<p>\u00abLa cosa che pi\u00f9 mi ha colpito gi\u00e0 durante la stesura dell\u2019opera \u00e8 che mentre nelle prime due dedicate al fascismo ho dovuto destrutturare per poi ricostruire su basi storiche determinati temi, qui ho trovato una prateria. Nessuno sa nulla. C\u2019\u00e8 un deserto totale. Agli incontri, sono costretto a fornire un vocabolario alla gente che ho di fronte. Innanzitutto devo spiegare loro cosa \u00e8 successo, come sono accaduti determinati fatti. E poi costruire una coscienza su questo\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Perch\u00e9 il colonialismo italiano \u00e8 rimasto sepolto nella sabbia dei deserti africani?<\/strong><\/p>\n<p>Sono tante le ragioni. La prima che balza all\u2019occhio, anche se forse non \u00e8 la pi\u00f9 rilevante, \u00e8 che l\u2019oltremare era gi\u00e0 lontano prima del \u201943. Figuriamoci durante la resistenza. Dopo che per oltre mezzo secolo l\u2019\u201caltro\u201d della colonia \u00e8 stato investito della qualit\u00e0 di inferiore, di selvaggio, di essere da civilizzare, si ha improvvisamente la sua totale scomparsa nel discorso pubblico. Una scomparsa che non viene colmata da nessun altro tipo di racconto. Dopo il 1945 gli italiani si svegliano pensando di non avere a che fare con il fenomeno della decolonizzazione che, invece, sta travolgendo altri paesi \u201cbianchi\u201d. In particolar modo Francia e Gran Bretagna e in seconda battuta gli Stati Uniti. Uno dei grandi temi del dopoguerra gli italiani non lo affrontano. Rimane sepolta nella mancata memoria la possibilit\u00e0 di avere delle responsabilit\u00e0 nella \u201ccorsa alla civilt\u00e0\u201d dell\u2019uomo bianco. E questo porta al paradosso per cui negli anni \u201990, quando l\u2019Italia da terra di emigrazione si fa terra di immigrazione, gli italiani si scoprono muti, incapaci di descrivere l\u2019\u201caltro\u201d. Perch\u00e9 non l\u2019hanno fatto per 50 anni. E quando cominciano a descriverlo lo fanno con le ultime parole che si ricordano, quelle dell\u2019epoca coloniale.<\/p>\n<p><strong>C\u2019\u00e8, a suo avviso, un nesso tra la nostra amnesia collettiva su quel periodo e le difficolt\u00e0 che viviamo oggi con l\u2019alterit\u00e0, con il diverso?<\/strong><\/p>\n<p>Il linguaggio porta conoscenza e anche descrizione di conoscenza. Se noi continuiamo a utilizzare le parole di 70 anni fa per parlare di un fenomeno, probabilmente lo descriveremo con le stesse caratteristiche di 70 anni fa. \u00c8 una cosa palpabile. Lo sentiamo nella lingua di tutti i giorni. Prendete la parola\u00a0<em>ambaradan<\/em>, spesso usata con i bambini perch\u00e9 ha un bel suono. Eppure \u00e8 una parola che indica uno dei peggiori crimini di guerra dell\u2019esercito italiano, ovvero la battaglia di Amba Aradam in cui vennero usati tutti i mezzi possibili per schiantare la resistenza etiopica con molte vittime anche tra la popolazione civile. Vi \u00e8 una totale mancanza di profondit\u00e0 storica. Si utilizza un macello reale per parlare di caos e confusione con i bimbi.<\/p>\n<p><strong>Lei trova anche in questo vuoto le radici del nostro razzismo?<\/strong><\/p>\n<p>Nel nostro paese non c\u2019\u00e8 stato quell\u2019abituarsi all\u2019altro che, anche in maniera traumatica, altre nazioni hanno avuto con la decolonizzazione. L\u2019Italia degli anni \u201950 si pensava intonsa, sostanzialmente pulita, dedita a costruire s\u00e9 stessa anche con una certa dose di vittimismo. In altri paesi la diversit\u00e0 \u00e8 venuta subito a bussare alle loro porte.<\/p>\n<p><strong>Ormai ci sono molti studi che raccontano come l\u2019Italia non sia stata una potenza colonizzatrice da operetta, vista la ferocia praticata. Quanto ha influito quell\u2019Italia che si sveglia repubblicana, democratica e pure resistenziale a rimuovere dal dibattito pubblico quella memoria e le nostre responsabilit\u00e0?<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019Italia, durante i lavori della Conferenza di Parigi preparatori del Trattato di pace del 1947, arriva a reclamare come meritoria e degna di continuazione l\u2019esperienza civilizzatrice degli italiani oltremare. De Gasperi rivendica le colonie liberali, ammettendo solo la colpa fascista sull\u2019Etiopia. C\u2019\u00e8 una totale assenza di consapevolezza di che cosa abbia rappresentato il fenomeno coloniale. E il fatto che l\u2019Onu abbia poi affidato a Roma l\u2019amministrazione fiduciaria della Somalia (fino al 1960), viene utilizzato in modo propagandistico dal governo repubblicano.<\/p>\n<p><strong>In che modo?<\/strong><\/p>\n<p>Se perfino le Nazioni Unite ci danno il mandato su una terra che avevamo conquistato per portare la libert\u00e0, significa che abbiamo fatto un buon lavoro. Significa che siamo brava gente. Da qui il rafforzamento dello stereotipo.<\/p>\n<p><strong>Com\u2019\u00e8 possibile che figure di spessore come De Gasperi abbiano ignorato questo passato richiedendo nuovamente le colonie?<\/strong><\/p>\n<p>Perch\u00e9 lui, come molti altri, non ha mai sott\u2019occhio il punto di vista dei colonizzati. Le colonie sono per l\u2019Italia liberale, fascista e poi anche per quella democratica solo argomenti geopolitici. Di politica internazionale. Ricordiamoci che l\u2019Italia vuole le colonie non tanto per questioni economiche. Ma di prestigio. \u00c8 una nazione di bianchi e i bianchi colonizzano. Da questo discorso, ovviamente, scompaiono i colonizzati. E il caso pi\u00f9 evidente lo si ha in occasione della Conferenza di Parigi, nella quale l\u2019Etiopia sedeva al tavolo dei vincitori. L\u2019Italia non ha un dialogo aperto e diretto con Addis Abeba. Ma solo con quelle nazioni che considera le sue controparti naturali, gli stati \u201cbianchi\u201d. Nemmeno dopo aver perso una guerra con l\u2019impero etiopico si pu\u00f2 accettare che l\u2019interlocutore sia un paese di neri.<\/p>\n<p><strong>E l\u2019Italia repubblicana quanto \u00e8 responsabile<\/strong>\u00a0<strong>del fatto che non vi \u00e8 una condanna del colonialismo in quanto tale, ma solo della sua versione mussoliniana?<\/strong><\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 una enorme differenza tra storia e memoria. La storia non la puoi cambiare perch\u00e9 \u00e8 un insieme di fatti. La memoria, invece, ha il terribile vantaggio di poter scegliere cosa ricordare e cosa no. E un paese prostrato dalla guerra, con un passato prossimo drammatico, catastrofico, disastroso come quello del fascismo ha deciso di attribuire a quest\u2019ultimo il male assoluto. Cos\u00ec nel grande supermercato della storia la memoria pesca quello che pi\u00f9 le va. Il periodo coloniale era difficile da ripulire e da inserire in un contesto positivo. Per cui si \u00e8 preferito non parlarne. Certo ci sono le memorie dei singoli. Ma queste non bastano a costruire una memoria pubblica diffusa.<\/p>\n<p><strong>Con questa memoria selettiva, si \u00e8 perfino arrivati a dire che Eritrea, Somalia e Libia avevano beneficiato per decenni del lavoro degli italiani e che quindi era giusto che tali territori tornassero sotto il controllo degli italiani. Una posizione rivendicata anche da una parte consistente del partito comunista.<\/strong><\/p>\n<p>Il Pci (come del resto la Dc) dopo il 1945 non ha una politica estera autonoma rispetto a quella del suo blocco di riferimento. I due grandi partiti italiani seguono le grande linee internazionali di frattura create dalla guerra fredda. Per cui la sinistra italiana non ha una sua coscienza diffusa su questi temi. Cambiano un po\u2019 le cose con il cosiddetto \u201canticolonialismo importato\u201d negli anni \u201960, quando il Pci riscopre le tematiche della decolonizzazione. Molti cominciano ad avere empatia e simpatie per le grandi lotte per la libert\u00e0 e l\u2019indipendenza di paesi come l\u2019Angola e il Mozambico contro il regime portoghese. Lotte a cui partecipano i cubani.<\/p>\n<p>Quello della sinistra italiana \u00e8 un sentimento terzomondista importato dalla rivoluzione castrista: si accorgono che c\u2019\u00e8 un tema coloniale in Angola solo perch\u00e9 ci sono i cubani. Ma non c\u2019\u00e8 alcuna analisi, non si commentano le esperienze coloniali italiane. Non si riscopre neppure l\u2019esperienza di una certa sinistra che ha partecipato alla guerra d\u2019Etiopia nel 1936-1937. Ci sono esponenti comunisti che dalla guerra di Spagna si spostano in Etiopia per organizzare la resistenza. Ecco, anche questa esperienza \u00e8 cancellata dalla memoria della sinistra e degli italiani in generale. Si rivendicano le colonie solo perch\u00e9 abbiamo lasciato delle opere frutto del lavoro degli italiani.<\/p>\n<p><strong>Appunto, \u201cper\u00f2 gli abbiamo fatto le strade\u201d, come dal titolo del suo libro.<\/strong><\/p>\n<p>Ma quelle strade chi le usava? Per chi sono state costruite? Se mi si dice che nel 1882 gli ingegneri italiani accolgono le richieste della popolazione locale e costruiscono a spese di Roma la Massaua-Assab, mi sta anche bene usare quell\u2019espressione. Ma se invece le infrastrutture sono state costruite dagli italiani per gli italiani, come strumento di dominio, allora che senso ha affermare che gli abbiamo fatto le strade e che quindi non rompano le scatole visto che li abbiamo \u201ccivilizzati\u201d?<\/p>\n<p><strong>Che ruolo ha avuto l\u2019accademia nel neutralizzare il fenomeno coloniale?<\/strong><\/p>\n<p>\u00c8 un tema molto delicato e che probabilmente peser\u00e0 in quella che sar\u00e0 la storia della storiografia dei prossimi anni. L\u2019accademia italiana \u00e8 stata per anni afona. Non c\u2019erano dipartimenti a occuparsi di questi temi o erano molto pochi. Oppure c\u2019erano dipartimenti di africanistica pi\u00f9 vicini ai temi dell\u2019antropologia, della psicologia e della sociologia che non della storia. Questa mancanza si sta colmando negli ultimi decenni, per fortuna. C\u2019\u00e8 ancora tanto da fare. E soprattutto non basta pi\u00f9 indagare tra italiani su quello che \u00e8 stato. \u00c8 il momento di dare spazio alle opere che girano per il mondo che parlano di noi visti con gli occhi degli ex colonizzati. Si deve affrontare il grande tema del rimosso. Invece, sembriamo ancora incapaci di abbandonare il nostro \u201cmonologo\u201d, dove gli esclusi sono gli attori della controparte.<\/p>\n<p><strong>Si ritrova nella definizione di essere un Montanelli di sinistra per la sua capacit\u00e0, da storico, di essere molto divulgativo?<\/strong><\/p>\n<p>Ho un giudizio totalmente negativo sul Montanelli giornalista-storico, anche, se non soprattutto, per il suo passato coloniale. Tuttavia, credo che sia necessaria l\u2019operazione dell\u2019essere molto divulgativo. Penso che in Italia non manchino storici di vaglia, men che meno lettori appassionati. Ci\u00f2 che manca \u00e8 quella figura che leghi questi due mondi. Si deve rifondare un nuovo patto tra gli intellettuali che si occupano di determinati temi e l\u2019opinione pubblica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Intervista pubblicata sul <a href=\"https:\/\/www.nigrizia.it\/notizia\/gennaio-2022\">numero di gennaio di\u00a0<em>Nigrizia<\/em><\/a> e ripreso da <a href=\"https:\/\/comune-info.net\/italia-amnesie-da-colonizzatori\">qui<\/a>.<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le radici del razzismo: un\u2019illuminante intervista a Francesco Filippo, autore di\u00a0Noi per\u00f2 gli abbiamo fatto le strade. Le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie, pubblicata da Nigrizia La narrazione del silenzio. La volont\u00e0 dell\u2019oblio. 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