{"id":1466024,"date":"2021-11-08T09:47:15","date_gmt":"2021-11-08T09:47:15","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1466024"},"modified":"2021-11-08T09:47:15","modified_gmt":"2021-11-08T09:47:15","slug":"hassana-aalia-la-lunga-lotta-del-popolo-saharawi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2021\/11\/hassana-aalia-la-lunga-lotta-del-popolo-saharawi\/","title":{"rendered":"Hassana Aalia, la lunga lotta del popolo saharawi"},"content":{"rendered":"<p><em>L\u20198 novembre di undici anni fa terminava con un\u2019azione violenta dell\u2019esercito marocchino l\u2019esperienza di 28 giorni dell\u2019accampamento pacifico di Gdeim Izik. Abbiamo intervistato uno dei giovani protagonisti di quell\u2019esperienza. <\/em><\/p>\n<p><em>Conobbi <strong>Hassana Aalia<\/strong> alcuni anni fa, quando vivevo a Barcellona. Era arrivato da poco e vi fu una grande campagna perch\u00e9 avesse diritto all\u2019asilo politico. L\u2019ha ottenuto e ora ci sentiamo telefonicamente per una lunga intervista.<\/em><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-1466035 size-full\" src=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/saharawi-1.jpg\" alt=\"\" width=\"1024\" height=\"682\" srcset=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/saharawi-1.jpg 1024w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/saharawi-1-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/saharawi-1-820x546.jpg 820w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/p>\n<p><strong>Hassana, raccontaci la tua storia<\/strong><\/p>\n<p>Mi chiamo Hassana Aalia, ho 33 anni, sono un saharawi della capitale El Aaiun. Ho avuto la fortuna o la sfortuna di nascere e crescere in un territorio occupato militarmente, dove i diritti umani sono sistematicamente violati dall\u2019occupazione marocchina. Fin da bambini abbiamo avuto la consapevolezza di vivere in un paese occupato, con una cultura differente. La met\u00e0 della nostra popolazione, la met\u00e0 delle nostre famiglie, vive negli accampamenti di rifugiati in Algeria; tutti noi nella zona occupata abbiamo uno zio, un nonno, un familiare nei campi profughi. Fin da piccoli abbiamo iniziato a soffrire, a capire quale era la situazione, dai primi maltrattamenti fino alle torture.<\/p>\n<p><strong>Cosa succede nelle scuole della zona occupata? I bimbi si mescolano?<\/strong><\/p>\n<p>Non potete immaginare come gli insegnanti (quasi tutti marocchini) ci trattassero fin dall\u2019inizio in modo differente. Noi abbiamo un accento diverso e veniamo subito etichettati. Ricordo come ci dividevano in due file differenti e poi ci maltrattavano denigrandoci, trattandoci da sporchi e stupidi, fino a picchiarci. Ricordo come i nostri voti fossero sempre i pi\u00f9 bassi. Non dimenticher\u00f2 mai quanto ho sofferto dentro le aule della scuola che frequentavo. Nel 1999 ci fu una grande manifestazione e l\u2019esercito marocchino utilizz\u00f2 le scuole per montare accampamenti.<\/p>\n<p><strong>Quanti eravate in proporzione in una classe?<\/strong><\/p>\n<p>Eravamo una minoranza; almeno i tre quarti degli alunni erano marocchini.<\/p>\n<p><strong>C\u2019era comunque solidariet\u00e0 tra bambini?<\/strong><\/p>\n<p>C\u2019erano bambini che si avvicinavano a noi; ricordo che alcuni, durante la ricreazione, ci dicevano: \u201cMa perch\u00e9 vi trattano cos\u00ec?\u201d Alcuni si rendevano conto dell\u2019ingiustizia.<\/p>\n<p><strong>Ma fuori da scuola giocavate insieme?<\/strong><\/p>\n<p>Bisogna capire che nella zona occupata del Sahara Occidentale c\u2019\u00e8 una sorta di <em>apartheid<\/em> simile a quello sudafricano, che relega in alcune zone delle citt\u00e0 la popolazione saharawi, isolandola. D\u2019altra parte, il regime marocchino continua a incentivare gli arrivi dei coloni e noi siamo sempre meno. \u00c8 drammatico.<\/p>\n<p>Ho studiato fino ai 19 anni, subendo sempre le stesse discriminazioni. E non ho smesso io di studiare, ma mi hanno obbligato ad abbandonare in seguito al mio attivismo nella scuola per i diritti e per la nostra causa. Ricordo che la polizia entrava nelle scuole cercando giovani saharawi che partecipavano al movimento di liberazione. Ricordo come i professori segnalassero dove abitava ciascuno di noi. In tutta la mia carriera di studente ebbi solo una professoressa saharawi e ci diceva che lei non poteva dire nulla su come venivano trattati i ragazzi, perch\u00e9 avrebbe potuto perdere il lavoro. Molti lavoratori saharawi hanno perso il posto per aver rivendicato giustizia e denunciato i maltrattamenti subiti.<\/p>\n<p><strong>Quando \u00e8 iniziato il tuo attivismo?<\/strong><\/p>\n<p>Nel 2005 circa, a 16 anni: nel maggio di quell\u2019anno ci fu una grande ondata di manifestazioni e di proteste. Migliaia di persone scesero in piazza per rivendicare l\u2019autodeterminazione del popolo saharawi. Io ricordo bene quei giorni, fu impressionante la forza e la determinazione; c\u2019erano tutti, famiglie con bambini, giovani, anziani. Fu la prima volta dopo molti anni e ci ritrovammo in tanti. Da allora per il mio attivismo cominciai a \u201centrare\u201d nei commissariati, dove ho sofferto tutti i tipi di torture e maltrattamenti che non potete neppure immaginare.<\/p>\n<p><strong>Il tuo attivismo era alla luce del sole o clandestino?<\/strong><\/p>\n<p>All\u2019inizio era clandestino. Facevamo azioni pacifiche, scrivendo sui muri, appendendo le nostre bandiere, dando volantini, mettendo striscioni nelle scuole, registrando video e musiche e manifestando in piazza coi volti coperti per non essere riconoscibili. Nell\u2019ottobre del 2005 durante una manifestazione arriv\u00f2 la polizia e mi arrestarono per la prima volta. Avevo sempre sentito parlare delle torture, ma l\u00ec le provai sulla mia pelle. Uscii il giorno dopo, con molte conseguenze sul mio corpo. Dovetti curarmi in casa a lungo.<\/p>\n<p>Da allora sono stato arrestato varie volte. La pi\u00f9 dura fu nel 2008, quando rimasi per una settimana <em>desaparecido<\/em>. Nessuno sapeva dove fossi, mia madre mi raccont\u00f2 che mi cercava dappertutto, negli ospedali, nelle carceri, aspettando ore davanti al commissariato. Era terrorizzata che potessi diventare come quei giovani che rimangono <em>desaparecidos<\/em> per anni.<\/p>\n<p><strong>Cosa succede nelle famiglie in queste situazioni? I genitori dicono ai figli o alle figlie di \u201cnon immischiarsi\u201d?<\/strong><\/p>\n<p>In realt\u00e0 si mescolano le emozioni: da una parte c\u2019\u00e8 la paura di perdere i figli e di vederli soffrire. Alle madri in particolare succede di doverli cercare, di non dormire pi\u00f9, di stare male, molto male. D\u2019altra parte per\u00f2 c\u2019\u00e8 l\u2019orgoglio di sapere che un figlio o una figlia sono in carcere per la nostra patria, per la nostra lotta. Certo, molte famiglie hanno paura e, sapendo cosa rischia chi lotta, non vogliono che accada ai loro figli.<\/p>\n<p><strong>In questa lotta vi \u201criconoscete\u201d facilmente tra voi. E\u2019 difficile che ci siano infiltrati?<\/strong><\/p>\n<p>Sicuramente ce ne sono; in ogni lotta c&#8217;\u00e8 qualcuno che si vende, ma in questi anni l\u2019ho sempre vista crescere. All\u2019inizio era clandestina, ma dal 2008 abbiamo deciso di lottare a viso aperto, liberamente.<\/p>\n<p><strong>Poi c\u2019\u00e8 stato l\u2019accampamento di Gdeim Izik<\/strong><\/p>\n<p>Si, \u00e8 stato un momento eccezionale, straordinario, l\u2019accampamento della dignit\u00e0. \u00c8 stata un\u2019azione nonviolenta, pacifica che ha riunito tra i 20 e i 30mila saharawi di tutte le et\u00e0. Abbiamo lasciato le nostre citt\u00e0, le nostre case, per andare nel deserto con le nostre tende e rimanervi fino a ottenere il diritto di vivere liberamente nei nostri territori. Abbiamo montato pi\u00f9 di 8mila tende, che noi chiamiamo haima, perch\u00e9 nella cultura saharawi la haima \u00e8 molto importante. Mandammo al Marocco un messaggio chiaro: siamo un popolo ben organizzato. Fu incredibile vedere i tanti volti felici dei saharawi, perch\u00e9 era la prima volta che vivevamo insieme, uniti, in libert\u00e0. Per 28 giorni non abbiamo visto un colono. Eravamo liberi dai nostri oppressori. Nessuno di coloro che ha vissuto quell\u2019esperienza magnifica pu\u00f2 dimenticarla.<\/p>\n<p>Inizi\u00f2 il 10 di ottobre del 2010, 10-10-\u201910 e termin\u00f2 l\u20198 novembre, alle sei della mattina, quando l\u2019esercito marocchino ci attacc\u00f2 in forze. La repressione fu inaspettata e brutale. Bruciarono, spararono, da veicoli e da elicotteri. Gi\u00e0 il 24 ottobre, lo ricordo benissimo, avevano assassinato un ragazzino di 14 anni mentre cercava di entrare nell\u2019accampamento.<\/p>\n<p><strong>Come faceste a gestire l\u2019accampamento con l\u2019accerchiamento militare, che immagino cominci\u00f2 subito? Come faceste a procurarvi acqua e cibo?<\/strong><\/p>\n<p>L\u00ec si vide la solidariet\u00e0 del popolo. Nei primi giorni lasciavano entrare e uscire, ma nell\u2019ultima settimana non poteva entrare nulla. Sapevamo che questo avrebbe potuto succedere, eravamo preparati, ma comunque la solidariet\u00e0 tra tutti fu straordinaria, condividemmo tutto quello che avevamo. Lo ripeto ancora, fu straordinario e mi emoziono ancora a raccontarlo. Lo stesso fu per la pulizia, la vigilanza, la costruzione di servizi igienici. Si apr\u00ec anche una scuola per i bimbi, si tennero attivit\u00e0 culturali e concerti.<\/p>\n<p><strong>Quando iniziaste il Marocco fu colto di sorpresa?<\/strong><\/p>\n<p>Certo, ma erano convinti che non avremmo resistito pi\u00f9 di una settimana, che ci saremmo stancati, che sarebbe mancato qualcosa. Un tentativo precedente non era riuscito, perch\u00e9 i militari erano arrivati quasi subito e avevano smantellato le poche tende che c\u2019erano; la seconda volta crescemmo rapidamente e funzion\u00f2. Nel giro di tre giorni c\u2019erano gi\u00e0 centinaia di tende. In quel tempo vi fu una contrattazione, un tavolo di trattativa col governo marocchino, ma ricordo un nostro compagno, che ora \u00e8 in carcere, condannato all\u2019ergastolo, che diceva: \u201cOtterremo qualcosa solo finch\u00e9 staremo qua. Se torniamo a casa non otterremo nulla\u2026 Dobbiamo continuare\u201d. La gente voleva continuare, la gioia era tanta, anche senza acqua corrente, il senso di libert\u00e0 era meraviglioso.<\/p>\n<p>Con l\u2019accampamento di Gdeim Izik riuscimmo a rompere due muri: quello della paura e quello del blocco informativo, del silenzio dei media nel mondo. I canali internazionali si accorsero di noi.<\/p>\n<p>Quel risveglio all\u2019alba dell\u20198 di novembre fu uno shock terribile. Famiglie che non respiravano, gente che correva, cadeva, molta paura. Distrussero tutto. Cercammo di proteggere in qualche modo, con le automobili che avevamo, le donne, gli anziani, i bambini. Da El Aaiun si vedeva il fumo, la gente si incammin\u00f2 verso la citt\u00e0, con le poche cose che era riuscita a mettere in salvo. Quel giorno si manifest\u00f2 in citt\u00e0 fino a mezzogiorno. La polizia e l\u2019esercito cercarono di fermarci, ma eravamo tanti. La polizia invitava i coloni a scendere in piazza contro di noi. Fu molto duro. La repressione che segu\u00ec fu brutale. In dicembre fui arrestato anch\u2019io. Ricordo una delle sale dove torturavano, c\u2019era sangue sui muri, dappertutto. Quando uscii cominciai a viaggiare per raccontare quello che era successo. Nel 2011 venne emesso un nuovo mandato di cattura per me e mi rifugiai in Spagna, chiedendo asilo politico. Nel 2013 si celebr\u00f2 un processo nei miei confronti, che fin\u00ec con una condanna all\u2019ergastolo per ribellione. Solo la pressione della solidariet\u00e0 internazionale ha fatto s\u00ec che la Spagna mi concedesse l\u2019asilo politico.<\/p>\n<p>Da allora giro per la Spagna e non solo a raccontare la lotta dei saharawi, denunciando le condizioni del mio popolo e soprattutto di coloro che sono reclusi nelle carceri marocchine per motivi politici o, peggio, che sono spariti. I processi nei nostri confronti sono stati processi farsa, illegali, senza garanzie.<\/p>\n<p>Tutti i prigionieri politici di Gdeim Izik sono in territorio marocchino, al nord, lontani migliaia di chilometri dalle famiglie. Le torture continuano: violenze sessuali con bottiglie, unghie strappate, ferite, bruciature.<\/p>\n<p><strong>In Spagna puoi muoverti liberamente?<\/strong><\/p>\n<p>Sono in Spagna da dieci anni, ma i primi sei non potevo lasciarla, ero in attesa dell\u2019asilo politico. Non fu per nulla facile: nel 2015 il governo spagnolo (pressato sicuramente dal governo marocchino) voleva espellermi dal Paese e il Marocco chiedeva la mia estradizione. Solo la mobilitazione della societ\u00e0 civile spagnola, delle organizzazioni per i diritti umani, delle ONG, delle amministrazioni locali, fece s\u00ec che nel 2016 ottenessi l\u2019asilo. Ora posso muovermi e viaggio anche nel resto d\u2019Europa, per raccontare la situazione del nostro popolo. Posso andare dappertutto, fuorch\u00e9 in Marocco.<\/p>\n<p>Sono l\u2019unico condannato all\u2019ergastolo per ribellione dal tribunale militare marocchino a essere libero e fuori del Paese. Vivo a San Sebastian nei Paesi Baschi, ma viaggio continuamente, ovunque mi chiamino. Sono stato anche a Ginevra, alle Nazioni Unite. Spero di venire anche in Italia. Andiamo avanti.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u20198 novembre di undici anni fa terminava con un\u2019azione violenta dell\u2019esercito marocchino l\u2019esperienza di 28 giorni dell\u2019accampamento pacifico di Gdeim Izik. Abbiamo intervistato uno dei giovani protagonisti di quell\u2019esperienza. Conobbi Hassana Aalia alcuni anni fa, quando vivevo a Barcellona. 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