{"id":1441462,"date":"2021-10-01T23:59:06","date_gmt":"2021-10-01T22:59:06","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1441462"},"modified":"2021-10-02T09:33:24","modified_gmt":"2021-10-02T08:33:24","slug":"intervista-ad-antonella-bellutti-lo-sport-e-un-diritto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2021\/10\/intervista-ad-antonella-bellutti-lo-sport-e-un-diritto\/","title":{"rendered":"Intervista ad Antonella Bellutti: &#8220;Lo sport \u00e8 un diritto&#8221;"},"content":{"rendered":"<p><em>Antonella Bellutti (Bolzano, 1968) fin da giovane ha una rapidissima carriera agonistica nell\u2019atletica leggera. In pochi anni colleziona diversi record nazionali sui 100 e 400 ostacoli (e gli ostacoli non le mancheranno mai\u2026). A 19 anni un incidente la ferma, il ginocchio non va a posto e dopo due anni di cure e tentativi la sua attivit\u00e0 agonistica sembra finita. Invece, un po\u2019 casualmente sale su una bici e nel giro di due anni vince la medaglia d\u2019oro alle Olimpiadi ad Atlanta e dopo quattro anni, a Sydney, ripete l&#8217;impresa. Successivamente entra nel bob a due e nelle olimpiadi invernali si classifica settima. Tra le tante cose che ha fatto in seguito, l&#8217;ultima (per ora) \u00e8 quella di candidarsi quest\u2019anno alla presidenza del CONI.<\/em><\/p>\n<p><b>Hai avuto una vita intensa\u2026<\/b><\/p>\n<p>Non mi posso lamentare, ho iniziato presto a fare tante cose e non ho pi\u00f9 smesso; la grande svolta nella mia vita \u00e8 arrivata quando, a 10 anni, ho incontrato lo sport; ha voluto dire tanto, ha rappresentato sia una modalit\u00e0 di realizzazione personale che di emancipazione rispetto ad una situazione familiare che non mi avrebbe potuto offrire tante possibilit\u00e0 di viaggiare, conoscere. \u00c8 stato un incontro bello e fortunato che ha fatto unire talento, passione e opportunit\u00e0.<\/p>\n<p>Io penso che lo sport sia una possibilit\u00e0, un\u2019esperienza importante per la crescita personale, per lo sviluppo sociale, i benefici che apporta nel suo complesso (dall\u2019educazione motoria, all\u2019avviamento allo sport, allo stile di vita) sono tali per cui andrebbe considerato come un diritto costituzionale. Da molti anni si parla di inserire la parola \u201csport\u201d nella costituzione, per poter poi attuare le politiche pubbliche a sua tutela. Invece siamo fermi: nelle scuole elementari le ore di educazione fisica non sono a carico di personale con titoli per farlo e con solo due ore ci poniamo nelle retrovie della classifica per nazioni virtuose in questo senso. Non esiste lo \u201csport scolastico\u201d in modo che le associazioni sportive in orario extracurricolare possano fare regolarmente attivit\u00e0 negli spazi delle scuole. Lo sport dovrebbe poter essere per tutti e tutte, poi magari per qualcuno ci pu\u00f2 essere la parentesi agonistica, che si apre e si chiude all\u2019interno di un contesto, che inizia prima e va avanti dopo. In Italia invece \u00e8 difficile praticare sport e farlo senza fare agonismo; se poi si fa agonismo bisogna avere delle condizioni familiari che te lo permettano. Troppe variabili, spesso casuali o fortuite, perch\u00e9 questo percorso possa essere lineare, completo, sereno e alla portata di tutti e tutte.<\/p>\n<p>Anche per questo, dopo 107 anni di gestione di un certo tipo da parte del Coni, mi sono candidata la primavera scorsa alla presidenza, prima donna nella storia a farlo. D\u2019altra parte, durante il Covid, abbiamo avuto la conferma della \u201cnon cultura\u201d sportiva e motoria in Italia. L\u2019attivit\u00e0 motoria \u00e8 essenziale nell\u2019essere umano, noi siamo un sistema di leve che, se non si muove, si arrugginisce e ci facciamo male. Oramai sappiamo bene come fin da piccoli lo sviluppo psico-fisico, la scoperta del s\u00e9 e del mondo, la conoscenza, passi attraverso il corpo. Ci sono invece troppe cose che nel governo dello sport in Italia non sono chiare: si vive da una parte un\u2019euforia generale per i risultati olimpici e si trascura la diffusione dello sport per tutti e tutte. Quel vertice dell\u2019agonismo, talvolta chiuso in una nicchia artificiosa, vive distante dal bacino generale da cui dovrebbe attingere.<\/p>\n<p><b>In questi ultimi decenni abbiamo visto un dilagare del calcio e una corsa di molte famiglie verso il mito del successo del proprio figlio. C\u2019\u00e8 qualcosa di malato in tutto ci\u00f2?<\/b><\/p>\n<p>Malato \u00e8 sicuramente il fatto che il calcio sia diventato qualcosa di avulso dalla realt\u00e0 sportiva. Per fare un esempio: nell\u2019ultima indagine psicosociologica per definire il profilo dell\u2019atleta di alto livello, in Italia, i calciatori non sono stati neppure presi in considerazione, talmente sono un mondo a s\u00e9. Il calcio dovrebbe porsi qualche domanda su quello che \u00e8 diventato e forse dovrebbero porsela anche i tifosi; la superlega e il caos che ne \u00e8 seguito sono stati esemplari in questo senso. Le squadre sono delle SPA concentrate sul profitto, con scambi, passaggi spesso gonfiati, operazioni finanziarie, tanto che viene da chiedersi se i risultati poi siano limpidi o condizionati da tutto ci\u00f2. I diritti televisivi e il monopolio del calcio fanno il resto. La nazionale di volley ha vinto il titolo europeo e sui giornali c\u2019era un trafiletto; per la squadra di calcio, che ha vinto il titolo equivalente, ci sono state pagine e pagine. Se non fosse un\u2019offesa ad ingiustizie ben pi\u00f9 serie, mi verrebbe da parlare di ingiustizia.<\/p>\n<p>Insomma, l\u2019ipocrisia \u00e8 tanta\u2026 In questo momento il calcio per me non \u00e8 uno sport, \u00e8 un <i>business<\/i>. Servirebbe davvero una rivisitazione complessiva. Il calcio inoltre \u00e8 uno dei pochi sport dove esiste il professionismo e quindi la possibilit\u00e0 di renderlo un mestiere, viverci e avere delle tutele. Infine, la sproporzione di visibilit\u00e0 che gli viene dedicata fa s\u00ec che molti ragazzini abbraccino questo sport, anche perch\u00e9 pi\u00f9 facilmente praticabile: alcuni sport hanno talmente poche strutture per praticarli che diventa difficilissima la loro diffusione. Anche sul cosiddetto \u201cindotto\u201d ci sarebbe molto da dire: in altri Paesi altri sport fanno indotto, basta sostenerli.<\/p>\n<p>Ricordo che tutti gli sportivi sono dilettanti, tranne gli UOMINI delle massime categorie di soli quattro sport: calcio, pallacanestro, ciclismo e golf. Questi sono professionisti, gli altri (e quindi tutte le donne) lo fanno \u201cper diletto\u201d.<\/p>\n<p><b>Come hai vissuto i primi anni della tua vita agonistica, quelli in cui si rischia di sacrificare una vita \u201cnormale\u201d da adolescente per una passione?<\/b><\/p>\n<p>Lo sport per me \u00e8 stata un\u2019esperienza molto coinvolgente fin da subito, per i risultati che ho ottenuto. Ho sempre bruciato le tappe, facevo gare con la categoria maggiore, facevo prove multiple e allo stesso tempo ero forte nelle discipline singole quindi a volte facevo doppi o tripli campionati. Era anche molto gratificante, nel campo sportivo avevo molti amici, il mio allenatore era un secondo padre, quindi non ho sofferto per i sacrifici che d\u2019altra parte c\u2019erano. Certo che l\u2019iperspecializzazione toglie un po\u2019 il piacere e il ripetere ossessivamente la stessa cosa non aiuta. E poi la fatica di conciliare lo sport con lo studio: nella mia famiglia non c\u2019erano deroghe, lo studio veniva prima. Quindi ricordo lunghe trasferte, ritorni alle 4 di mattina per poi andare alle 7 a scuola, insegnanti comprensivi, altri meno, c\u2019era una prof di italiano che, vedendo il mio nome sul giornale, mi interrogava tutti i luned\u00ec\u2026 Nel complesso dico che c\u2019\u00e8 stata tanta gioia nel fare tutto. La gioia \u00e8 venuta meno quando mi sono fatta male al ginocchio, a 19 anni: l\u00ec mi \u00e8 crollato il mondo addosso. L\u00ec ho capito quello per cui battaglio ancora adesso: cercare di spiegare come con sport cos\u00ec precoci e iperspecializzanti, non si possono non avere tutele. Non \u00e8 possibile essere scaricati, dimenticati, dopo che ci si fa male e che della cura si debba occupare solo la famiglia. In due parole: l\u2019atleta a fronte di un impegno totale, non ha alcun tipo di tutela. Si cerca di ovviare con i gruppi sportivi militari, ma questa \u00e8 una possibilit\u00e0, non pu\u00f2 essere la soluzione. Tantopi\u00f9 che la loro esistenza costa 35 milioni di euro l\u2019anno (di denaro pubblico).<\/p>\n<p>Sollevarsi dopo l\u2019incidente per me \u00e8 stato durissimo, da \u201ccampionessa\u201d che ero, sui giornali, con successo, a pi\u00f9 nulla. Mi dedicai allo studio, finii l\u2019universit\u00e0 e iniziai a lavorare, la vita poteva essere bella anche senza gare. Superare tutto ci\u00f2 credo che mi fortific\u00f2, fu da l\u00ec che nacque la mia seconda vita sportiva. Un giorno comprai una bici di seconda mano e cominciai a uscire con mio fratello, ero parecchio depressa. Trovai subito una facilit\u00e0 incredibile a pedalare e non mi faceva alcun male. Per fatalit\u00e0, un giorno, pedalando, superammo due responsabili del Trentino del ciclismo su pista. Mi hanno riconosciuta, mi hanno cercata e mi hanno proposto di correre in bici su pista: inizialmente non ne volevo sapere, ma mi hanno corteggiato a lungo e alla fine ho accettato. La pista mi richiamava molto l\u2019atletica, sia per lo spazio fisico che per la \u201cmisurabilit\u00e0\u201d delle discipline.<\/p>\n<p>Certo che questa volta avevo molta pi\u00f9 consapevolezza su come destreggiarmi in questo crinale tra l\u2019atleta e la persona, tra gli sforzi e il recupero, tra la <i>performance<\/i> e la vita quotidiana. Quel trauma superato mi fece crescere molto da questo punto di vista ed ebbi sicuramente pi\u00f9 equilibrio e maturit\u00e0 nel gestire questa nuova fase di agonismo. Nel giro di due anni vinsi le olimpiadi di Atlanta del 1996.<\/p>\n<p>Dopo aver vinto anche a Sidney, nel 2000, a 32 anni decisi di lasciare l\u2019attivit\u00e0 agonistica, anche perch\u00e9 il ciclismo su pista femminile (dove in Italia le piste sono inesistenti e quindi devi viaggiare spesso) rispetto a quello maschile vede una sproporzione pazzesca tra carico di lavoro, impegno e quantit\u00e0 risibile di gare, competizioni, nel corso dell\u2019anno.<\/p>\n<p><b>E poi ci fu il bob a due.<\/b><\/p>\n<p>Mi chiamarono dalla federazione sport invernali per farmi questa proposta: nel 2002 avrebbe debuttato il bob a due femminile, volevano che io mi unissi a Gerda Weissensteiner, campionessa olimpica di slittino, e facessimo una coppia altoatesina \u201cgi\u00e0 pluri-medagliata\u201d. C\u2019era tutto questo programma, guardando anche a Torino 2006. In un primo momento io non me la sentii proprio, ma fu Gerda, che gi\u00e0 conoscevo, a convincermi. Mi port\u00f2 a vedere una gara: rimasi sconvolta dal rumore che provocava il tutto. Non era per nulla facile, la velocit\u00e0 \u00e8 formidabile, 130 all\u2019ora in certe curve, la pressione \u00e8 altissima e se ti cappotti \u00e8 un\u2019esperienza terribile, ti devi tenere con le mani a due ferri del telaio e continui la corsa a testa in gi\u00f9, dopo il traguardo c\u2019\u00e8 la salita di frenata e sali e scendi e sali e scendi fino a che non ti fermi per inerzia: \u00e8 infernale. Io non ne volevo sapere, ma lei non mi ha mollato fino a che ho ceduto.<\/p>\n<p>Peccammo anche di presunzione, pensavamo che ci sarebbero stati pochi equipaggi e magari ci scappava pure una medaglia, in realt\u00e0 gi\u00e0 nelle qualificazioni passammo per poco. C\u2019erano molti equipaggi e ben pi\u00f9 attrezzati di noi: arrivavano con camion che scaricavano i bob tramite pedane elettriche; il nostro bob (per il quale non avevamo differenti pattini da cambiare a seconda delle temperature del ghiaccio) viaggiava su un camion della frutta, dovevamo tirarcelo gi\u00f9 a braccia e pesava! C\u2019era davvero da vergognarci. Ci siamo salvate coi risultati, imparando in fretta.<\/p>\n<p>Io ero la frenatrice ovvero colei che doveva spingere a pi\u00f9 non posso il bob ma il terrore che Gerda non riuscisse a salire al volo e io mi trovassi da sola in quell\u2019aggeggio penso non mi abbia mai permesso di dare veramente il massimo \u2026 Ci siamo cappottate una volta e io le ho detto: \u201cGerda, non so se ce la faccio di nuovo\u2026\u201d Quando ci cappottammo una seconda volta giurai che se ci fosse stata una terza avrei mollato, fortunatamente non c\u2019\u00e8 stata. Alla fine, siamo arrivate settime all\u2019olimpiade e, visto da dove eravamo partite, possiamo dire che \u00e8 stato un successo.<\/p>\n<p><b>E dopo?<\/b><\/p>\n<p>Lasciato l\u2019agonismo ho fatto tante cose, sono stata eletta nella giunta nazionale del Coni e ho vissuto a Roma dal 2001 al 2005, sono stata commissario tecnico della squadra nazionale di ciclismo maschile e femminile, sono stata in varie commissioni ministeriali, responsabile del settore volontari nel comitato organizzatore delle universiadi 2013.<\/p>\n<p>Sono sempre arrivata ad un punto in cui mi sentivo un meccanismo all\u2019interno di un ingranaggio che andava in una direzione contraria alla mia, quindi dopo un po\u2019 non reggevo, non tolleravo. A quel punto mi sono dedicata all\u2019insegnamento, ho lavorato 10 anni nel liceo ad indirizzo sportivo di Bolzano e come consulente all\u2019universit\u00e0 di Trento per progetti sulla doppia carriera e sullo stile di vita sano e attivo. Ma sempre si arrivava al punto in cui si avvertiva che <i>in Italia lo sport non \u00e8 una cosa seria<\/i><span style=\"font-size: xx-small;\"><i>:<\/i><\/span> molti \u201cforse\u201d, \u201cpi\u00f9 avanti\u201d, \u201cnon si pu\u00f2\u201d\u2026, e poi lo sport usato per altri fini.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><i>Negli ultimi anni Antonella ha risistemato una bella locanda ereditata e l\u2019ha trasformata in un luogo di grande accoglienza. Per sette anni, specializzandosi in cucina vegana, ha gestito questo luogo con la sua ex compagna, ha sfidato tutti i luoghi comuni e i pregiudizi ed \u00e8 andata bene. Anche in seguito al Covid, ha poi dovuto lasciarlo; ora vive nei pressi di Roma, da dove continua un lavoro tra il culturale e il politico, sulla scia del movimento che l\u2019ha appoggiata nella candidatura alla presidenza del Coni. Come una pantera, acquattata, aspettando di entrare in quei palazzi romani dove la polvere regna sovrana.<\/i><\/p>\n<p><i>Da 10 anni \u00e8 testimonial e attivista per Assist, associazione nazionale atlete, che fa un grande lavoro di ponte tra le esigenze delle atlete e le istituzioni. Dopo un primo invito a candidarsi 5 anni fa alla presidenza del Coni, l\u2019anno scorso si \u00e8 imbarcata in questa nuova impresa. Ha fatto molto scalpore il fatto che &#8211; prima volta nella storia del Coni &#8211; una donna si candidasse alla presidenza. Intorno a lei si \u00e8 creato un importante nucleo di riflessione e proposta, tanto che il suo programma lo stanno tagliando e incollando in molti uffici di dirigenti sportivi. Il suo gruppo ha messo sotto i riflettori problemi di cui la dirigenza sportiva non si pu\u00f2 pi\u00f9 disinteressare. Questo le fa comunque piacere, le cose si muovono, in maniera molto lenta e indiretta, ma lei ha pazienza. Per la prima volta c\u2019\u00e8 stato un dibattito pubblico sulle elezioni nel Coni, che rimane ancora un feudo autoreferenziale, frutto di un modello che lei stessa definisce capitalistico, patriarcale, paternalista. Chiude cos\u00ec l\u2019intervista: \u201cContinueremo a pungolare chi comanda a tenere la barra a dritta, ad occuparci di questioni vere e urgenti, lasciando perdere vecchi problemi che non sono pi\u00f9 attuali. Bisogna lavorare sull\u2019ordinario, e solo dopo sullo \u201cstraordinario\u201d.<\/i><\/p>\n<p><i>Le chiedo se, viste le recenti lotte dei lavoratori dello spettacolo, ci siano analogie tra le scarse tutele degli uni e degli altri.<\/i><\/p>\n<p>\u201cSi -dice- tanto che ad un certo punto sembrava che i lavoratori dello sport potessero rientrare nella cassa previdenziale dei lavoratori dello spettacolo. Per gli atleti c\u2019\u00e8 anche l\u2019aggravante che la carriera finisce presto, ai 35, 40 anni. Entrare a quel punto nel mondo del lavoro \u00e8 ben complicato. E tutto questo se la tua carriera di atleta va bene, se invece si verificano incidenti i problemi sono doppiamente seri. Rimane poi la forte crisi di identit\u00e0, una volta finita la carriera, dopo che sei sempre stato <i>qualcosa<\/i>, un atleta appunto, che ora non sei pi\u00f9. Ci\u00f2 che fa soffrire \u00e8 assistere al paradosso di uno strumento cos\u00ec ricco di valori e quello che io definisco \u201cun\u2019officina di disadattati\u201d: come \u00e8 possibile che qualcosa che pu\u00f2 fare cos\u00ec bene generi disagio? Sport e disadattamento non dovrebbero convivere.<\/p>\n<p><b>Vieni dal Trentino-Alto Adige: \u00e8 davvero un\u2019isola felice?<\/b><\/p>\n<p>Diciamo che i soldi aiutano: costruire impianti, avere progetti aiuta, ma non \u00e8 sufficiente, \u00e8 importante anche una buona gestione. Figurati che essendo io altoatesina e avendo poi vissuto in Trentino noto grandi differenze gi\u00e0 tra le due province. Probabilmente ci sono pi\u00f9 modelli virtuosi al Nord perch\u00e9 ci sono pi\u00f9 risorse, ma c\u2019\u00e8 un disagio che \u00e8 alla base: dobbiamo lavorare sulla cultura, sull\u2019educazione, altrimenti il meccanismo virtuoso non si innescher\u00e0 mai. Se mancano impianti non \u00e8 detto che non si possa fare nulla; per esempio, se nel Centro-Sud ci sono meno impianti, a maggior ragione ci devono essere buoni insegnanti e istruttori, persone formate bene, che sappiano sopperire con le loro conoscenze a ci\u00f2 che l\u2019assenza di strutture non consente. Il movimento si pu\u00f2 fare e promuovere in qualsiasi condizione. Ovvio che se ci sono anche gli impianti \u00e8 meglio. Direi che in Italia il problema esiste su tutto il territorio. Bisogna che scuole e associazioni sportive interagiscano e siano al centro del sistema sportivo. C\u2019\u00e8 da dire che il settore pubblico in tutto ci\u00f2 deve essere trainante: in Francia, per esempio, alle famiglie non costa nulla far fare sport ai propri figli. Un bene prezioso come lo sport deve essere difeso da politiche e da finanziamenti pubblici.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Antonella Bellutti (Bolzano, 1968) fin da giovane ha una rapidissima carriera agonistica nell\u2019atletica leggera. In pochi anni colleziona diversi record nazionali sui 100 e 400 ostacoli (e gli ostacoli non le mancheranno mai\u2026). 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