{"id":1346717,"date":"2021-04-23T13:40:39","date_gmt":"2021-04-23T12:40:39","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1346717"},"modified":"2021-04-23T16:26:00","modified_gmt":"2021-04-23T15:26:00","slug":"maria-de-lourdes-jesus-contro-il-razzismo-la-discriminazione-razziale-la-xenofobia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2021\/04\/maria-de-lourdes-jesus-contro-il-razzismo-la-discriminazione-razziale-la-xenofobia\/","title":{"rendered":"Maria De Lourdes Jesus: contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia"},"content":{"rendered":"<p>Da Capo Verde, Maria De Lourdes Jesus, giornalista, ricordando il suo \u201cNon solo Nero\u201d sulla TV nazionale italiana, e il radiofonico \u201cpermesso di soggiorno\u201d di Rai 1, ci parla del suo impegno sociale e politico, delle difficolt\u00e0 ma anche dei successi ottenuti per la sua Comunit\u00e0 Capoverdiana e non solo.<\/p>\n<p><b>Maria, iniziamo la nostra intervista nel chiederti perch\u00e9 hai lasciato la tua bella Isola di Capo Verde.<\/b><\/p>\n<p>Non ho scelto di emigrare. La mia emigrazione, prima per Lisbona all\u2019et\u00e0 di 12 anni (nel 1968) e poi in Italia, rientra in un fenomeno pi\u00f9 ampio della mia persona, qualcosa che coinvolge un intero popolo, la mia gente delle isole di Capo Verde, dove sono nata. Da tempo i capoverdiani condividono tutti lo stesso destino, quello di emigrare. Una sorte determinata sia dalle avversit\u00e0 naturali dell\u2019ambiente sia dall\u2019indolenza del regime coloniale nel cercare soluzioni alternative alla povert\u00e0. In queste condizioni la popolazione ha affrontato i frequenti e spesso tragici periodi di siccit\u00e0 mettendo in campo l\u2019unica risorsa di cui disponeva, cio\u00e8 l\u2019energia di una popolazione giovane e abituata a duri sacrifici per sopravvivere. E dunque la mia generazione aveva tutti i requisiti fondamentali che caratterizzano chi \u00e8 pronto ad emigrare: eravamo giovani, poveri ma non affamati, animati da un grande spirito di sacrificio, di generosit\u00e0, guidati da principi e valori, desiderosi di lavorare, e con un progetto rigorosamente orientato al rientro, una volta raccolte le risorse necessarie a realizzare la propria vita nel paese d\u2019origine.<\/p>\n<p>Anch\u2019io, armata e animata dagli stessi principi e ideali, come la maggior parte dei miei connazionali, ho intrapreso in modo naturale il cammino che tanti altri avevano gi\u00e0 percorso verso l\u2019America, il Portogallo, l\u2019Olanda, la Francia e alla fine anche l\u2019Italia, sul finire degli anni \u201860.<\/p>\n<p>L\u2019occasione di venire in Italia mi si \u00e8 presentata quando mia sorella maggiore, Silvia (che oggi vive in Olanda con il marito, figli e nipoti) ha avuto la possibilit\u00e0 di venire a lavorare in Italia. Dopo sei mesi mi ha trovato un lavoro (domestico) presso una famiglia italiana. Era il 1971 e avevo 15 anni.<\/p>\n<p>All\u2019epoca mi trovavo a Lisbona. Lavoravo presso una coppia, lei capoverdiana e lui portoghese, pi\u00f9 due figlie pi\u00f9 o meno della mia stessa et\u00e0. Non mi trovavo per niente bene con loro, mi trattavano malissimo, ma ho resistito animata da spirito di sacrifico e dalla paura del fallimento, una minaccia continua interiorizzata poich\u00e9 non si rientra nel paese prima di aver felicemente realizzato il progetto migratorio. Resistere, resistere, nella convinzione che le cose sarebbero cambiate presto. Avevo veramente un pozzo di risorse costituito da una scorta inesauribile di speranza da dove attingevo forza ogni qualvolta che mi sentivo persa e demoralizzata. Ma superato il momento di sofferenza, il mio animo si rinvigoriva ancora di pi\u00f9, rafforzando ogni volta le mie decisioni. Le sofferenze facevano parte del prezzo che si doveva pagare per il raggiungimento dell\u2019obiettivo, e il mio era quello di lavorare, mettere i soldi da parte per costruire la mia casa per poi rientrare definitivamente nella mia isola, S. Nicolau.<\/p>\n<p>Questa era l\u2019unica certezza, oltre il dolore provocato dalla nostalgia, che portavo con me quando il 7 maggio 1971 sono sbarcata a Roma.<\/p>\n<p><b>Arrivi a Roma, senza sapere che cosa avresti trovato, senza conoscere i tuoi diritti di lavoratrice e di donna in una societ\u00e0 a te sconosciuta e quali sono le esperienze politiche verso le quali andrai incontro?<\/b><\/p>\n<p>Oggi posso dire di essere molto felice di essere arrivata in Italia negli anni \u201870 all\u2019et\u00e0 di 15 anni, un\u2019et\u00e0 che sappiamo bene cosa vuol dire. Nel mio caso, dopo aver superato la fase di tristezza dovuta al distacco dalla mia terra, dalla mia famiglia, dalle amiche, e dopo aver conosciuto i punti d\u2019incontri (pochissimi e in qualche modo deludenti) della nostra comunit\u00e0 a Roma, ero pronta a spingermi oltre questi confini. Avevo una grande curiosit\u00e0 e sentivo una forte spinta, quasi un\u2019esigenza incontrollata, vitale, di avvicinare e conoscere persone di questa nuova societ\u00e0, nonostante non avessi ancora gli strumenti per farlo poich\u00e9 ancora non dominavo bene la lingua. In Italia, in questo nuovo ambiente che avevo incominciato a frequentare, si respirava un\u2019aria che non conoscevo ancora, qualcosa di entusiasmante, di straordinario, soprattutto per una giovane che arrivava da un\u2019isola dove la maggior parte della popolazione non aveva nemmeno conoscenza dell\u2019esistenza di Amilcar Cabral, il nostro leader che stava lottando contro il colonialismo portoghese. Nella mia isola non avevo mai sentito parlare di lotte sindacali, di diritti dei lavoratori, di diritti delle donne, di divorzio, di maternit\u00e0 cosciente&#8230;<\/p>\n<p>Ho conosciuto questo mondo cos\u00ec stimolante attraverso un gruppo di donne capoverdiane che avevano gi\u00e0 preso contatto con i sindacati per affrontare le condizioni di sfruttamento che molte donne capoverdiane subivano in tante famiglie italiane. In particolare, assieme a due di queste amiche e ad altri capoverdiani, che fonderanno nel 1975 l\u2019Associazione dei capoverdiani in Italia, proprio nello stesso anno dell\u2019indipendenza di Capo Verde,anno in cui ho iniziato <b> <\/b>frequentare l\u2019associazione fino ad entrare a far parte del direttivo, con lo scopo preciso di diffondere all\u2019interno della nostra comunit\u00e0 la conoscenza dei diritti sindacali.<\/p>\n<p>E\u2019 proprio in questo periodo precedente all\u2019Indipendenza di Capo Verde e delle altre colonie portoghesi che entriamo in contatto con i movimenti di solidariet\u00e0 italiani, come il Molisv, ora Movimondo, con la Fondazione Lelio Basso, con l\u2019Ipalmo e con persone importanti come Dina Forti e la fotografa Bruna Polimeni, tutti seriamente impegnati nel sostegno attivo a tutte le lotte di liberazione dei Popoli nel mondo.<\/p>\n<p>Dopo l\u2019indipendenza delle ex colonie portoghesi, la mia attenzione si \u00e8 concentrata soprattutto verso il Sud Africa, dove ancora vigeva il vergognoso sistema dell\u2019Apartheid.<\/p>\n<p><b>Dal lavoro come domestica, all&#8217;impegno politico ed allo studio, alla conoscenza di te come donna e come proponitrice di diritti . Riesci a lavorare e studiare fino alla laurea , al riconoscimento come giornalista ed ai molti incarichi internazionali. Ma due programmi ho amato molto da te condotti, uno era \u201c Permesso di soggiorno, a Radio 1, l&#8217;altro : &#8220;Non solo Nero&#8221;, dove per la prima volta sulla TV di Stato, RAI 2, si parlava di migranti, di profughi, di fughe per la sopravvivenza. Raccontavi un mondo di mondi, quello dei migranti. In trasmissione parlavi in Italiano, capoverdiano e portoghese. Di fatto una mediatrice culturale? Cosa vuole dire questo, soprattutto per le 2 e 3 generazioni dei capoverdiani in Italia?<\/b><\/p>\n<p>Il mondo di cui parlavo nella trasmissione radiofonica della Radio Uno \u201cPermesso di soggiorno\u201d, \u00e8 un mondo molto ricco, molto dinamico, in continuo cambiamento perch\u00e9 costituito dall\u2019incontro di persone che provengono da paesi di lingua e cultura spesso molto differenti. E\u2019 un intero popolo molto attivo che con il suo lavoro, diffuso ormai in molti settori dell\u2019economia italiana, sta dando un grosso contributo alla ricchezza di questo paese e, attraverso le rimesse, alle ricchezze quello dei molti paesi di provenienza. E\u2019 un mondo in movimento, che sta cambiando e nel suo percorso lancia continuamente dei segnali precisi di richiesta di inserimento in questa societ\u00e0. Chiedono una maggiore partecipazione nelle decisioni che li riguardano soprattutto per superare cos\u00ec le barriere legislative che fondamentalmente costituiscono le cause che escludono molti immigrati dal riconoscimento dei diritti di una piena cittadinanza a molti di loro immigrati che si sentono ormai cittadini di questo paese.<\/p>\n<p>Sono loro con il proprio nucleo familiare, con il loro bagaglio culturale, con le loro attivit\u00e0 lavorative a cambiare la fisionomia di questo paese e a caratterizzare l&#8217;Italia di oggi come una societ\u00e0 multiculturale.<\/p>\n<p>Questo fenomeno che si sta verificando in Italia ed in Europa \u00e8 un fatto che raggiunge una dimensione straordinaria, tanto da far paura a molte persone, a chi non \u00e8 ancora preparata, a chi non possiede strumenti culturali per capire ed interpretare i nuovi segnali che una nuova societ\u00e0, una societ\u00e0 multiculturale, trasmette.<\/p>\n<p>Credo comunque che questa che stiamo vivendo oggi rappresenti un&#8217;occasione unica, una prova di convivenza fra popoli e culture diverse che devono imparare a vivere rispettandosi l&#8217;un l&#8217;altro, non per amore del nuovo, ma per necessit\u00e0, per concretezza e coerenza. Perch\u00e9 non abbiamo alternative, se non quella di impegnarci da persone civili a costruire questa nuova societ\u00e0, la societ\u00e0 multiculturale, che dev&#8217;essere voluta da tutti noi, progettata e perseguita.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 il messaggio che ho cercato di trasmettere nella mia professione come giornalista e come mediatrice culturale, sia all\u2019inizio con la trasmissione \u201cNon solo Nero\u201d, rubrica del Tg2 (1988\/94), sia nella rivista l\u2019Emigrato, e nella trasmissione radio RAI \u201cPermesso di soggiorno\u201d che ha tentato creare un ponte tra due mondi, in modo che si possa poi stabilire un dialogo che porti alla conoscenza dell\u2019altro e alla sconfitta dei pregiudizi che stanno alla base dell\u2019ignoranza dei popoli, e cercare di costruire insieme un mondo ed un futuro insieme e a benefico di entrambi. Spero che le generazioni dei capoverdiani e tutte le altre sappiamo cogliere ed arricchire questo messaggio che \u00e8 anche un progetto di vita in pace non solo in Italia ma nel mondo.<\/p>\n<p><b>Hai costituito insieme ad altri capoverdiani un\u2019associazione Tabanka-onlus che si pone l\u2019obiettivo di fare anche progetti di cooperazione. Che tipo di progetti senti sia utile avviare a partire dalla vostra originalit\u00e0 di persone della diaspora capoverdiana. Quale l\u2019apporto originale che potete dare per disegnare una nuova cooperazione capace di tenere insieme il vostro bagaglio culturale e le vostre esperienze?<\/b><\/p>\n<p>E\u2019 una esperienza nuova questa che stiamo vivendo attraverso l\u2019onlus Tabanka. Il nucleo \u00e8 costituito soprattutto da giovani capoverdiani avidi di promuovere la cultura capoverdiana in Italia contribuendo cosi a contrastare il flusso di informazione denigratoria dell\u2019Africa che la fa apparire agli occhi degli italiani un\u2019immagine negativa e brutta dell\u2019intero continente che gli africani riscontrano nei rapporti quotidiani con gli italiani. L\u2019altra area che ci interessiamo \u00e8 quella legata alla cooperazione con Capo Verde ed altri paesi d\u2019Africa dove vivono parte della comunit\u00e0 capoverdiana in condizioni di povert\u00e0 come in Angola, Mozambico, Guinea-Bissau e le isole di S. Tome e Principe. La novit\u00e0 del tipo di cooperazione che vogliamo sviluppare con l\u2019Italia interessa soprattutto la nostra comunit\u00e0 immigrata in Italia che vogliono rientrare ma le condizioni economiche non permettono di realizzare il loro progetto nel paese d\u2019origine. Si tratta di una immigrazione soprattutto femminile che vuole trovare il suo spazio all\u2019interno delle economia del suo paese per poter partecipare attivamente al processo di sviluppo in atto a Capo Verde e riuscire allo stesso tempo a realizzare il loro progetto migratorio e soddisfare cos\u00ec i motivi che gli hanno spinti a lasciare il paese d\u2019origine.<\/p>\n<p>La novit\u00e0 e l\u2019originalit\u00e0 di questa nuova domanda dell\u2019immigrazione sta nel fatto che queste persone che hanno manifestato l\u2019interesse nel ritornare nel loro paese d\u2019origine sono consapevole che ormai dopo tanti anni di lavoro in Italia non sono riusciti a raggiungere il loro obiettivi ma sono determinati a portarli avanti e realizzare il loro progetto di vita nel loro paese d\u2019origine.<\/p>\n<p>Questa nuova prospettiva di vedere il proprio futuro rafforza ed incoraggia a noi di Tabanka<b>, <\/b>le istituzioni locali, le ONG e soprattutto il Ministero per la cooperazione ad attrezzarsi con i mezzi adeguati a rispondere a queste nuove domande di integrazione degli immigrati nel loro paesi d\u2019origine attraverso una nuova forma di cooperazione che deve prevedere un\u2019ulteriore finanziamento finalizzato ai progetti di rientro.<\/p>\n<p>La posta in gioca \u00e8 molto alta e deve essere cos\u00ec poich\u00e9 a guadagnarci dei risultati di questa nuovo fenomeno che si sta piano piano emergendo \u00e8 soprattutto l\u2019Italia. I capoverdiani interessati sono persone che hanno una visione e una capacit\u00e0 e imprenditoriale che si \u00e8 maturato e cambiato nel tempo. Una volta gli investimenti erano rivolti esclusivamente nel commercio, bar e ristorante per le donne nel trasporto, (taxi) per gli uomini. Oggi invece le richieste sono nell\u2019aria di turismo, un turismo pi\u00f9 civile, responsabile, ristoranti, abbigliamenti, artigianato e falegnamerie per gli uomini. In tutti questi progetti, oltre al now how appreso in Italia si riconoscer\u00e0 nella realizzazione dei loro progetti anche la cultura italiana.<\/p>\n<p><b>Durante Italia Africa alla Casa Internazionale delle Donne, hai raccontato al pubblico di Leopoldina Barreto, nota scrittrice, scultrice e pittrice della diaspora capoverdiana. Puoi dirci qualcosa di lei e di quello che rappresenta per il popolo, soprattutto le donne delle tue isole e dell\u2019Africa?<\/b><\/p>\n<p>Leopoldina Barreto, emigrata con il marito Jos\u00e8 Brito Barreto e i loro due figli in Svezia dove ha vissuto per pi\u00f9 di 30 anni era ormai rientrata a Capo Verde nella sua e mia isola, S. Nicolau. Come quasi sempre succede in questi casi, i figli ormai molto bene inseriti nella societ\u00e0 non hanno seguiti i genitori.<\/p>\n<p>Come Tabanka onlus, avevamo deciso di invitare Leopoldina a partecipare a due incontri: uno a Roma nell\u2019ambito della manifestazione Italia Africa ed un altro a Firenze nel mese di maggio. Purtroppo abbiamo perso, con molto dolore, l\u2019opportunit\u00e0 di conoscere meglio questo grande artista capoverdiana.<\/p>\n<p>Il motivo che ci ha spinti ad invitare lei e non un\u2019altra persone era legato al fatto che lei rappresentava un esempio di inserimento riuscito ad alto livello e di grande successo. Non abbiamo nella diaspora, nessuna donna capoverdiana che \u00e8 riuscita concentrare e a sviluppare tutti questi talenti.<\/p>\n<p>E\u2019 riuscita a seguire l\u2019educazione dei suoi figli in una societ\u00e0 con una cultura molto diversa dalla nostra ma senza che questi perdessero gli aspetti dell\u2019identit\u00e0 culturale capoverdiano. Una \u00e8 architetto e l\u2019altro comandante delle compagnia aerea in Svezia.<\/p>\n<p>Un altro tema che volevamo trattare con lei era quello dell\u2019 esperienza legata al suo rientro a Capo Verde dopo 37 anni di immigrazione.<\/p>\n<p>L\u2019arrivo della Leopoldina a Roma era soprattutto per partecipare alla manifestazione Italia Africa. La sua presenza significava per tutti gli africani un\u2019occasione per contribuire ancora una volta a sfatare questa immagine negativa dell\u2019Africa. Attraverso l\u2019esposizione dei suoi quadri e la presentazione dei suoi tre libri che ha pubblicato avremo potuto far conoscere la ricchissima letteratura capoverdiana con una forte impronta femminile che ci descrive la storia di questo paese attraverso la lotta per la sopravvivenza di una grande famiglia dell\u2019isola di S. Nicolau, le origine mitiche di queste isole, l\u2019emigrazione, le ingiustizie, le violenze, i costumi e la cultura di queste isole non risparmiando una dura critica alle conseguenze devastante di una societ\u00e0 maschista dell\u2019epoca sulle donne e nei rapporti con l\u2019uomo che sottometteva la donna a tante umiliazioni annullando cos\u00ec la sua dignit\u00e0 come donna e come essere umano.<\/p>\n<p>Leopoldina appartiene a quella categorie di donne speciale che troviamo in Africa e in tante altre parte del mondo che hanno saputo dare molto per migliorare questo mondo attraverso la loro passione per la scrittura e l\u2019arte dove hanno utilizzato i diversi linguaggi che questo mestiere gli ha consentito per lanciare un messaggio universale che dobbiamo essere in grado non solo di cogliere ma anche di farli diventare i nostri punti di riferimenti importanti nella nostra scale dei valori.<\/p>\n<p><b>Quale \u00e8 oggi l&#8217;immagine dell&#8217;Africa e degli africani che \u00e8 giusto dare attraverso i media?<\/b><\/p>\n<p>Oggi in Italia si ha certamente una percezione diversa dell\u2019Africa e degli africani. L\u2019immagine stereotipata di un tempo \u00e8 stata messa in discussione da una maggiore conoscenza diretta dei paesi, dall\u2019incontro con gli immigrati di origine africana, e da una timida, ma sensibile apertura dei media.<\/p>\n<p>Capita sempre pi\u00f9 spesso di sentir parlare dell\u2019Africa con correttezza e seriet\u00e0, senza offendere la dignit\u00e0 di persone e paesi: soprattutto, bisogna dire, nei media non ufficiali, e in particolare in quelli gestiti direttamente dalla diaspora africana, che cominciano ad avere una certa consistenza: giornali, radio e televisioni private. Tutto questo, tuttavia, non \u00e8 ancora sufficiente a contrastare il continuo flusso di informazione negativa dei mainstreaming media sull\u2019Africa. Il tentativo di proporre un\u2019immagine pi\u00f9 positiva dell\u2019Africa \u00e8 costantemente frustrato dall\u2019informazione sensazionalistica dei giornali e della televisione, che si occupano dell\u2019Africa in maniera episodica, superficiale e quasi esclusivamente in occasione di eventi catastrofici: carestie, alluvioni, colpi di stato, conflitti armati. Basta un solo servizio imbevuto di stereotipi per annullare tutti i tentativi fatti per restituire all\u2019Africa la sua immagine &#8211; che ci \u00e8 stata rubata e deformata, molte volte anche agli occhi dei nostri stessi figli nati in Europa.<\/p>\n<p>Alcuni potrebbero pensare che mostrare le piaghe economiche e sociali del nostro continente sia comunque utile per sensibilizzare l\u2019opinione pubblica occidentale, ma questo \u00e8 vero solo in parte.<\/p>\n<p>Infatti, questo tipo di informazione non spiega le cause, le ragioni profonde di quello che accade: e pi\u00f9 che veri sentimenti di solidariet\u00e0, finisce per provocare fastidio, o indurre atteggiamenti paternalistici che impediscono di riconoscere noi africani come cittadini del mondo globalizzato, con una nostra storia, una forte identit\u00e0 culturale, che ci ha permesso di sopravvivere e resistere alla schiavit\u00f9 del passato, ai colonialismi vecchi e nuovi, e ai tentativi di strangolare il nostro sviluppo con le ristrutturazioni dell\u2019economia mondiale.<\/p>\n<p>E\u2019 per quest\u2019 Africa che oggi siamo qui e dobbiamo tutti fare qualcosa per contribuire al suo sviluppo integrato e preservare la sua dignit\u00e0.<\/p>\n<p>Dobbiamo proporre un\u2019informazione pi\u00f9 corretta, non episodica, non emergenziale, non pi\u00f9 stereotipata. Dobbiamo far uscire l\u2019Africa dalle pagine della cronaca per entrare nelle pagine della cultura. Dobbiamo elaborare un nuovo linguaggio, capace di rendere evidenti, con i problemi e le sfide, anche le soluzioni e i successi della nostra Africa. Dobbiamo rafforzare le nostre capacit\u00e0 di informazione, il ruolo che la diaspora \u2013 con i suoi propri mezzi di informazione e con la sua presenza nei grandi media occidentali \u2013 pu\u00f2 avere per restituire all\u2019Africa la sua immagine.<\/p>\n<p><b>Fammi qualche esempio di come rafforzare l&#8217;informazione sull&#8217;Africa e gli africani<\/b><\/p>\n<p>Sostenere e promuovere la diffusione e distribuzione delle opere africane: libri e giornali, ma soprattutto televisione e cinema. Il Festival del cinema africano di Milano, giunto ormai alla sua XVIII edizione, ha puntato non solo a presentare film e registi, ma anche a sostenere gli elementi pi\u00f9 deboli della catena produttiva: il montaggio, la post produzione e la distribuzione.<\/p>\n<p>Raccogliere, conservare e diffondere le opere di fiction e soprattutto di documentazione dei paesi africani. I film dei movimenti di liberazione degli anni \u201860, i video della lotta contro l\u2019apartheid, le opere degli scrittori e dei registi africani. Il Museo del cinema di Torino sta lavorando a un progetto di gemellaggio con Ouagadougou, la citt\u00e0 del Fespaco, per raccogliere e preservare, con la digitalizzazione, tutti i film passati al Fespaco in questi anni, che si stanno deteriorando sugli scaffali di un magazzino di Ouag\u00e0; e i documentari degli anni di Sankara, mai catalogati e riprodotti.<\/p>\n<p>Sostenere i media autoprodotti e gestiti dagli immigrati africani in occidente: in Italia, per esempio, sono numerose le radio e le emittenti private; noi (con l\u2019Archivio dell\u2019immigrazione e le nostre associazioni) le abbiamo censite, e abbiamo realizzato progetti con le istituzioni italiane ed europee (Equal) per ottenere contributi e finanziamenti.<\/p>\n<p>Sostenere gli operatori dei media africani in Italia in due direzioni.<\/p>\n<p>Primo: riconoscimento della professionalit\u00e0 nei media italiani. Attualmente i giornalisti africani non possono diventare giornalisti professionisti perch\u00e9 non possono iscriversi all\u2019Albo dell\u2019Ordine dei giornalisti. L\u2019iscrizione \u00e8 esclusivamente riservata ai cittadini italiani. Dunque non possono fondare e tanto meno essere direttori di qualsiasi mezzo di comunicazione: tutti quelli esistenti in Italia sono di responsabilit\u00e0 di cittadini italiani\u2019 anche se a lavorare sono giornalisti africani.<\/p>\n<p>Utilizzare e valorizzare gli operatori della diaspora, in particolare i giornalisti e i tecnici africani: impiegarli come intermediari per raccogliere, preservare e diffondere i prodotti africani; appoggiarli per rendere sostenibili i loro progetti di film, documentari, riviste, programmi radiofonici qui in Europa; difendere e valorizzare la loro professionalit\u00e0, che in alcuni paesi, come l\u2019Italia, non \u00e8 riconosciuta; e promuovere \u2013 anche attraverso una qualificata formazione &#8211; la loro presenza nei media europei.<\/p>\n<p>Concludendo una migliore informazione non serve solo a noi, per promuovere un\u2019immagine migliore dei nostri paesi: serve anche e soprattutto all\u2019Europa e ai paesi industrializzati, per avere strumenti di comprensione, di arricchimento culturale, ma anche di vantaggio economico, di apertura di nuovi mercati, di acquisizione di partenariati utili a noi e a loro.<\/p>\n<p>Insomma, parafrasando un grande uomo politico: non chiediamoci cosa possa fare l\u2019Occidente per noi africani, chiediamoci cosa possiamo fare noi per migliorare i media europei, per proporre un\u2019informazione migliore, per promuovere una cultura pi\u00f9 aperta, per costruire insieme una societ\u00e0 migliore.<\/p>\n<p>__________<\/p>\n<p><strong>Info biografiche:<\/strong><br \/>\nLaureata in Scienze dell&#8217;educazione nel 1991 presso l&#8217;Universit\u00e0 Pontificia Salesiana di Roma. Conduttrice nel 1988\/1994 del programma televisivo su RAI TG2 \u201cNon solo Nero\u201d, interamente dedicato ai temi dell&#8217;immigrazione, corrispondente di RAI Africa, direttrice responsabile della rivista \u201cMondo Piceno\u201d, dedicato agli immigrati di tutte le nazionalit\u00e0. Dal 2015 corrispondente del programma Nacao Global per la Radio nazionale di Capo Verde. Autrice del libro \u201c Vengo da un&#8217;isola di Capo Verde\u201d e coautrice di altre pubblicazioni e collaborazioni con Mondo Erre. Ha partecipato a Durban (Sud Africa)<b> <\/b>alla<b> \u201c<\/b>Terza conferenza mondiale<b> <\/b>delle Nazioni Unite contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l&#8217;intolleranza\u201d, ed a Johannesburg al Summit mondiale per lo sviluppo sostenibile ed ancora Vienna, Assisi, New York Pechino, ( Quarta conferenza mondiale sulle donne) Moltissimi premi per il suo impegno nella lotta contro la discriminazione sociale in favore degli immigrati e per la convivenza pacifica tra popoli di differenti culture, da ricordare Premio della critica della radio e televisione italiana concessa dalla RAI; Premio Colomba d\u2019Oro per la Pace; Premio \u201cMustaf\u00e0 Souhir\u201d alla carriera, COSPE, Firenze<b>; <\/b>Premio<b> <\/b>Citt\u00e0 Sasso Marconi, per la Sezione \u201cPremio per un giornalista operatore della comunicazione del Sud del Mondo distintosi nella lotta per la promozione dei diritti umani, dello sviluppo, della democrazia attraverso i media\u201d; Premio Nelson Mandela indetto da UISP, Museo dell\u2019Apartheid, Johannesburg; Medaglia al Merito di Prima classe, concesso dal presidente della Repubblica di Capo Verde. Jorge Carlos Fonseca. 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