{"id":1320544,"date":"2021-03-16T13:58:17","date_gmt":"2021-03-16T13:58:17","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1320544"},"modified":"2021-03-16T14:03:21","modified_gmt":"2021-03-16T14:03:21","slug":"una-muraglia-di-orti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2021\/03\/una-muraglia-di-orti\/","title":{"rendered":"Una muraglia di orti"},"content":{"rendered":"<p><em>Creare gruppi di coltivatrici, installare pompe elettriche a pannelli solari, favorire l\u2019autoproduzione di sementi. Nel cuore del Sahel \u2013 in cui ogni giorno centinaia di migliaia di persone si difendono da cambiamenti climatici, problemi di nutrizione e instabilit\u00e0 politiche \u2013 la Rete dei Comuni Solidali non rinuncia a promuovere progetti per sostenere le piccole municipalit\u00e0 nascenti, contrastare l\u2019inquinamento e la malnutrizione, favorire l\u2019istruzione e la salute delle persone.<\/em><\/p>\n<p>Nei giorni scorsi la Francia ha fatto sapere ai paesi del G5 Sahel (Mali, Niger, Burkina Faso, Mauritania e Ciad) che non ci sar\u00e0 una riduzione immediata delle truppe francesi nel Sahel (dall\u2019arabo\u00a0<em>Sahil<\/em>, \u201cbordo del deserto\u201d). Da sempre punto strategico per scambi commerciali e culturali, oggi il Sahel \u2013 area molto ampia che taglia il continente africano dal Sahara fino all\u2019Eritrea e che attraversa (da ovest a est) gli Stati di Gambia, Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Algeria del Niger, Nigeria Camerun, Ciad, Sudan, Sud Sudan ed Eritrea \u2013 \u00e8 al centro di\u00a0<strong>una crisi multi livello<\/strong>\u00a0che coinvolge leader politici, potenze straniere, cambiamenti climatici, intere popolazioni malnutrite e spesso soggiogate.<\/p>\n<p>Dati Ocha (l\u2019agenzia delle Nazioni Unite che si occupa del coordinamento degli affari umanitari) del 2020 denunciano 13,4 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria solo in Burkina Faso, Mali, Niger occidentale. Il numero degli\u00a0<strong>sfollati interni<\/strong>\u00a0\u00e8 aumentato di venti volte: in meno di due anni, passando da 70mila a 1,4 milioni. Rispetto al 2019,<strong>\u00a0il numero di persone in stato di grave insicurezza alimentare \u00e8 quasi quintuplicato in Burkina Faso, quasi raddoppiato in Mali e aumentato del 77 per cento in Niger<\/strong>, portando il numero totale di persone che nella regione affrontano la fame a 6,6 milioni. Secondo l\u2019Unicef oltre 535.500 bambini al di sotto dei cinque anni soffrono di malnutrizione acuta soltanto in Burkina Faso.\u00a0<strong>A tutto questo si aggiungono la ferocia di Boko Haram in Nigeria e Camerun, le violente inondazioni e le situazioni instabili dei governi<\/strong>\u00a0che hanno generato circa un milione di sfollati interni in Burkina Faso di cui il 60 per cento bambini. Per questo motivo, si aggiunge infine, un ulteriore elemento critico: la presenza massiccia di milizie straniere (Francia, Turchia, Usa, Cina e Russia. Gli Stati Uniti contano tra 6mila e 7mila soldati, per la maggior parte di stanza proprio nella regione del Sahel) ufficialmente presenti per contrastare il terrorismo, al-Shabaab in paesi dell\u2019Africa orientale e Boko Haram e al-Qaeda in Africa occidentale e nel Sahel.<\/p>\n<p><strong>Lettera a un consumatore<\/strong><\/p>\n<p>Ma la storia del Sahel parte da lontano, molto lontano. Gi\u00e0 negli anni Settanta fu redatto un Piano d\u2019Azione internazionale per tenere sotto controllo il fenomeno della desertificazione. Non fu mai attuato, come scriveva Alan Grainger, docente di geografia presso l\u2019universit\u00e0 di Leeds, in\u00a0<em>Desertification,<\/em>\u00a0dove illustrava le cause della trasformazione del Sahel. Ecco come le edizioni missionarie in\u00a0<em>Lettera ad un consumatore del Nord<\/em>\u00a0(ultima ristampa: 2004) descrivono l\u2019evoluzione della\u00a0<strong>desertificazione<\/strong> nel Sahel a fine secolo scorso.<\/p>\n<p><em>Una delle zone aride pi\u00f9 vaste del mondo \u00e8 il Sahel, fascia di terra a sud del Sahara, larga 750 km, che corre dall\u2019Oceano Atlantico al Sudan investendo sei nazioni: Senegal, Mauritania, Burkina Faso, Mali, Niger, Ciad. <\/em><\/p>\n<p><em>Il Sahel pu\u00f2 essere suddiviso in due fasce in base alla piovosit\u00e0. Quella Nord, a ridosso del deserto, su cui piove fra i 100 e i 400 mm. All\u2019anno e quella Sud su cui piove 500, 600 ed anche 800 mm. all\u2019anno. La fascia Nord \u00e8 poco adatta alla coltivazione. Gli abitanti della zona lo sapevano e si erano organizzati a vivere di pastorizia. Secolo dopo secolo avevano imparato a trarre il miglior profitto da questa terra dove la pioggia pu\u00f2 o non pu\u00f2 cadere e dove la vegetazione cresce a ciuffi qua e l\u00e0. Sapevano quanto bestiame potevano tenere, dove farlo pascolare e dopo quanto tempo tornare sullo stesso luogo per trovarci di nuovo dell\u2019erba. <\/em><\/p>\n<p><em>Del resto, liberi di attraversare le frontiere, non rimanevano confinati nella fascia nord. Durante la stagione secca, quando a ridosso del deserto la vegetazione si esaurisce, calavano a sud dove qualche pioggia continua a cadere, per pascolare le loro greggi sulle terre lasciate a riposo dai contadini. In effetti, nella zona pi\u00f9 piovosa, la coltivazione \u00e8 possibile ma con le dovute cautele. I contadini avevano imparato a seminare cereali resistenti alla siccit\u00e0, come il sorgo e il miglio. Ma soprattutto avevano imparato a sottoporre i terreni a rotazione. Dopo alcuni anni di coltivazione continuata, la terra veniva lasciata incolta a disposizione dei pastori, che ringraziavano dell\u2019accoglienza arricchendo il terreno con gli escrementi delle loro bestie. <\/em><\/p>\n<p><em>In alcune regioni veniva data la possibilit\u00e0 a un particolare tipo di acacia di invadere i campi a riposo. Dopo cinque anni i loro tronchi potevano essere incisi per ottenere gomma arabica. Dopo dodici le acacie venivano abbattute per ottenere legna da ardere. Nel frattempo, sul terreno protetto dalla vegetazione, si riformava l\u2019humus necessario per un nuovo periodo di coltivazione. <\/em><\/p>\n<p><em>A partire dagli anni Cinquanta quest\u2019equilibrio ha cominciato a rompersi per la coltivazione massiccia di due prodotti per l\u2019esportazione: le arachidi e il cotone. Per la verit\u00e0 i colonizzatori gi\u00e0 da un secolo avevano forzato il Sahel a produrre queste colture, ma per le necessit\u00e0 dell\u2019epoca bastavano le terre meridionali, dove la piovosit\u00e0 \u00e8 ottimale per queste piante. Dopo la seconda guerra mondiale, la richiesta di arachidi da parte delle fabbriche olearie europee aument\u00f2 considerevolmente per fronteggiare la concorrenza dell\u2019olio di soia americano. Per incentivare la coltivazione di arachidi furono garantiti prezzi stabili alla produzione. <\/em><\/p>\n<p><em>Tuttavia le condizioni di vita dei contadini peggioravano, perch\u00e9 il cibo, divenuto pi\u00f9 scarso, aumentava di prezzo. Per tutta risposta i contadini accorciavano i tempi di riposo, in modo da avere pi\u00f9 raccolti da vendere. Nel frattempo fu messo a punto un tipo di arachide che cresce pi\u00f9 in fretta e che ha bisogno di meno acqua. Da una parte ci\u00f2 stimol\u00f2 i contadini a fare due cicli produttivi all\u2019anno sul medesimo appezzamento di terra. Dall\u2019altra fece espandere la coltivazione pi\u00f9 a nord, dove la piovosit\u00e0 \u00e8 pi\u00f9 bassa e le terre pi\u00f9 fragili. Ad esempio, mentre nel 1933 il Niger dedicava alle arachidi circa 73.000 ettari di terra, totalmente localizzati nella fascia sud, nel 1954 ne dedicava 142.000. Nel 1961 ne destinava 349.000 e nel 1966 492.000, la maggior parte dei quali localizzati nella fascia nord. <\/em><\/p>\n<p><em>L\u2019accorciamento dei tempi di riposo e lo sfruttamento intensivo hanno ridotto la fertilit\u00e0 dei terreni in tutto il Sahel meridionale. In Senegal, ad esempio, la produzione di arachidi \u00e8 scesa da 2,5 tonnellate per ettaro nel 1940 a una tonnellata per ettaro negli anni \u201870. Nel Niger meridionale, viceversa, la produzione di cereali \u00e8 scesa dai 500 chili per ettaro nel 1920 ai 350 chili del 1978. Si presume che nel 2000 scender\u00e0 a 250 chili per ettaro. Ma a fare le principali spese di tutte queste novit\u00e0 furono i pastori nomadi, come rinchiusi in un corridoio sempre pi\u00f9 stretto, limitato a nord dal deserto e a sud dai campi super coltivati non pi\u00f9 disponibili per il pascolo. Terre aride, ai limiti del deserto che hanno bisogno di lunghi riposi per rigenerare i pascoli, non possono mantenere vaste quantit\u00e0 di greggi in sosta permanente. <\/em><\/p>\n<p><em>Bast\u00f2 un ritardo della caduta delle piogge per procurare la catastrofe. Nel 1968 le piogge caddero presto e abbondanti, ma cessarono altrettanto presto in maggio. I semi morirono prima che tornasse la pioggia in giugno. Alla fine della stagione secca, nel gennaio 1969, cominciarono a morire i primi animali. Di fame, non di sete. Anche nel 1970 le piogge caddero in ritardo e le popolazioni del nord furono le pi\u00f9 colpite. Quando il magro raccolto del 1970 fu esaurito circa 3 milioni di persone avevano bisogno di soccorso alimentare. Anche il 1971 e 1972 furono annate di pioggia sotto la media. Ma solo nel 1973 la vera dimensione della tragedia fu annunciata ufficialmente: erano morte 200.000 persone e 3 milioni e mezzo di capi di bestiame. Secondo un rapporto dell\u2019organizzazione degli Stati del Sahel \u201c i periodi di prolungata siccit\u00e0 in un certo senso sono un fenomeno normale per il Sahel e la siccit\u00e0 del 1968 \u2013 1973 non \u00e8 da considerarsi eccezionale\u201d. Eppure il danno fu eccezionale perch\u00e9 la siccit\u00e0 si era impiantata su una situazione gi\u00e0 precaria di per s\u00e9, che le arachidi avevano contribuito a formare.<\/em><\/p>\n<p>\u00c8 evidente che gi\u00e0 allora c\u2019erano tutti gli elementi per capire ed evitare le attuali conseguenze.<\/p>\n<p><strong>Che fare? La Grande Muraglia Verde<\/strong><\/p>\n<p>Gi\u00e0 nel 1952 il biologo Richard St. Barbe Baker, durante una spedizione nel Sahara, propose una \u201cbarriera verde\u201d per\u00a0<strong>contrastare l\u2019avanzata del deserto<\/strong>: una lunga fascia alberata larga 50 chilometri. Sono dovuti trascorrere oltre cinquant\u2019anni prima che il GGW (Great Green Wall in inglese) diventasse un\u2019iniziativa concreta, promossa dall\u2019Unione Africana nel 2007 e strutturata per migliorare le condizioni di vita di cento milioni di persone facendo crescere alberi, praterie, vegetazione e piante lungo un territorio di 8.000 chilometri e largo 15chilometri.<\/p>\n<p>Dall\u2019idea iniziale di una linea di alberi che corresse da est a ovest lungo il deserto africano, la concezione della Grande Muraglia Verde si \u00e8 evoluta in un mosaico di interventi indirizzati verso le sfide che si trovano ad affrontare le persone e le comunit\u00e0 nel Sahel e nel Sahara:\u00a0<strong>rigenerare 100 milioni di ettari di terra degradata entro il 2030<\/strong>, sequestrare 250 milioni di tonnellate di carbonio e creare 10 milioni di posti di lavoro in aree rurali, contribuendo direttamente agli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Un progetto ambizioso in cui ad oggi, sono stati investiti circa 14 miliardi di dollari statunitensi (dei 33 miliardi stimati come necessari per completare il progetto entro 2030). Pi\u00f9 complesso \u00e8 capire quali siano i risultati effettivamente raggiunti. Secondo i dati ufficiali della Convenzione per la lotta alla desertificazione delle Nazioni Unite (<strong><a href=\"http:\/\/www.greatgreenwall.org\/\">Unccd<\/a><\/strong>), risultano 28 milioni gli ettari di terra rigenerati a cui si devono aggiungere 12 milioni di alberi piantati, in cinque paesi dei venti che hanno aderito al progetto. In dieci anni sarebbe stato raggiunto il 15 per cento dell\u2019obiettivo finale. Non si parla invece di posti di lavoro. Secondo un rapporto pubblicato da\u00a0<strong><a href=\"https:\/\/www.nigrizia.it\/notizia\/un-impatto-non-omogeneo\">Nigrizia<\/a><\/strong>\u00a0nel 2020, \u201ci numeri cambiano molto se utilizziamo come fonte ufficiale l\u2019Agenzia panafricana: tre milioni di ettari rigenerati in 11 paesi e 11.000 posti di lavoro permanenti creati. Sono ancora diverse le cifre se teniamo conto dei numerosi programmi nati in appoggio alla Gmv. Non tutti i paesi sono allo stesso punto. Il Senegal si potrebbe definire il paese leader della Gmv, essendo stato il primo a definire un piano d\u2019azione. Il paese dell\u2019Africa occidentale avvi\u00f2 il programma gi\u00e0 nel 2008, prima che nascesse l\u2019Agenzia panafricana per la Gmv. E divent\u00f2 presto promotore del progetto anche presso gli altri capi di stato e di governo africani. Il Senegal \u00e8 stato l\u2019unico ad adottare l\u2019idea iniziale di grande muraglia, cominciando a piantare alberi su una fascia larga 15 km nelle regioni di Tambakounda, Matam e Louga. Secondo i dati dell\u2019Agenzia panafricana, il Senegal avrebbe coperto circa il 50% dei 15 km\u201d.<\/p>\n<p>Comunque sia il GGW resta un progetto importante, anche se attualmente sembra\u00a0<strong>una corsa contro il tempo<\/strong>: l\u2019Onu stima che ad oggi circa l\u201980 per cento dei terreni agricoli del Sahel sia inutilizzabile e la produzione alimentare \u00e8 sempre pi\u00f9 minacciata. In Nigeria sono stati danneggiati 500mila ettari di campi coltivati, ma la situazione pi\u00f9 grave si \u00e8 verificata in Sudan, dove dal mese di luglio 2020 si sono verificate piogge torrenziali che hanno portato alla rottura degli argini del Nilo e in Sud Sudan le piogge insistenti hanno provocato danni immensi: 600mila sfollati, un centinaio di morti e l\u2019aumento della fame.<\/p>\n<p><strong>Non solo muraglia: In Italia la cooperazione decentrata di Recosol<\/strong><\/p>\n<p>La Rete dei Comuni Solidali (<strong><a href=\"https:\/\/comunisolidali.org\/\">Recosol<\/a><\/strong>) nasce nel 2003 su iniziativa di cento Comuni piemontesi per promuovere la cooperazione decentrata. Progetti e iniziative mirate, con inizio e fine certa, per migliorare le condizioni di vita nel Sud del mondo e che contribuissero a stimolare una coscienza civile sui grandi temi del nostro tempo: malnutrizione, inquinamento, desertificazione, cooperazione, migrazioni.<\/p>\n<p>Con questi presupposti sono stati avviati<strong>\u00a0diversi progetti in Sahel per sostenere le piccole municipalit\u00e0 nascenti, contrastare l\u2019inquinamento e la malnutrizione, favorire l\u2019istruzione e la salute dei cittadini<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>I<\/strong><strong>l Sole per l\u2019Acqua, progetto in Niger<\/strong><\/p>\n<p>Il\u00a0<strong>Niger\u00a0<\/strong>\u00e8 formato da una prevalente parte sahariana a nord, quindi desertica e pochissimo abitata e da una fascia a sud di tipo saheliano, ossia savana semi arida. La popolazione \u00e8 stimata in circa 20 milioni di abitanti e le etnie residenti sono molte, cos\u00ec come si parlano pi\u00f9 lingue, mentre la lingua amministrativa \u00e8 il francese, ovviamente di origine coloniale. I conflitti interetnici sono in crescita e recentemente si mescolano con quelli di stampo integralista a sfondo religioso. In tal senso la sicurezza del territorio, a fronte di una storia sostanzialmente pacifica, \u00e8 in peggioramento. Negli ultimi anni attacchi, sequestri ed omicidi si sono moltiplicati anche verso cooperanti europei.<\/p>\n<p>Il paese \u00e8 stabilmente collocato agli ultimi posti al mondo in base all\u2019indice di sviluppo umano della Undp. Il tasso di analfabetismo supera il 75 per cento. Il Pil pro capite stimato dalla Banca Mondiale nel 2018 \u00e8 inferiore ai 400 \u20ac\/anno. Nei villaggi l\u2019alimentazione \u00e8 scarsa e inadeguata: mancano vitamine, sali, proteine e spesso l\u2019unica coltivazione \u00e8 il miglio. Il reddito monetario delle famiglie non consente l\u2019accesso a beni primari come le medicine di base o i libri di scuola. Le donne non dispongono di denaro, ma sono caricate di quasi tutte le fatiche familiari.<\/p>\n<p>Il progetto ha permesso la\u00a0<strong>costituzione formale di gruppi di coltivatrici<\/strong>, perch\u00e9 questa attivit\u00e0, spesso mai praticata nel villaggio, possa essere visibile e riconosciuta e ha promosso la disponibilit\u00e0 stabile dei terreni da coltivare attraverso contratti di assegnazione di almeno dieci anni, sotto l\u2019egida dei sindaci e capi villaggio. Sono stati installati sistemi di pompaggio con\u00a0<strong>pompe elettriche a pannelli solari\u00a0<\/strong>che non necessitano di combustibili ed hanno bassa manutenzione. Inoltre, grazie alla presenza di un agronomo locale \u00e8 stato possibile ottimizzare la scelta delle specie da coltivare, insegnare l\u2019<strong>autoproduzione di sementi<\/strong>\u00a0e l\u2019impiego dei concimi adeguati. Tutto ci\u00f2 aiuta i gruppi ad acquisire capacit\u00e0 di gestione e di vendita dei prodotti dell\u2019orto, impiegando formatrici locali che hanno esperienza e conoscenza delle culture, delle tradizioni e conoscono la lingua e garantisce all\u2019avvio del\u00a0<strong>microcredito\u00a0<\/strong>per le sementi, i concimi, gli attrezzi finalizzato al raggiungimento dell\u2019indipendenza economica.<\/p>\n<p>I risultati?\u00a0<strong>Otto orti attivi localizzati nella regione di Niamey<\/strong>\u00a0(Kongou Zarmagandaye, Kongou Gorou, Gorou Banda, Hamdallaye, Bartchawal Keina, Lougal Habba, Yatte Koira, Gardama Kwara), in villaggi dove c\u2019era bisogno di dare impulso a un\u2019economia locale non di pura sussistenza, ma per avviare un embrione di sviluppo.\u00a0<strong>Circa 530 donne stabilmente coltivano e vendono i prodotti dell\u2019orto<\/strong>. Oltre il 70 per cento del raccolto \u00e8 venduto ai mercati zonali o della capitale. Inoltre, in ogni orto le colture sono differenziate in base alle stagioni ed alle richieste dei mercati.\u00a0<strong>\u00c8 migliorata l\u2019alimentazione dei gruppi famigliari coinvolti (circa 6.500 persone), potendo acquistare farmaci di base, si sono ridotte, specie nei bambini, alcune patologie quali le congiuntiviti o le infezioni intestinali<\/strong>. Si coltivano quasi tutti gli ortaggi noti da noi, ma anche specie locali tradizionali, ottenendo almeno tre raccolti all\u2019anno. Sementi e concimi vengono spesso autoprodotti con crescita della redditivit\u00e0 degli orti e della competenza agronomica.\u00a0<strong>Sono fiorite attivit\u00e0 collaterali all\u2019orto come la manutenzione degli impianti, la conservazione e il trasporto dei prodotti, il piccolo allevamento.<\/strong><\/p>\n<p>Un detto africano dice: \u201cSe vuoi arrivare primo, corri da solo. Se vuoi arrivare lontano cammina insieme\u201d. Con questo spirito Recosol getta piccoli semi di speranza nel grande mare dell\u2019indifferenza.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Creare gruppi di coltivatrici, installare pompe elettriche a pannelli solari, favorire l\u2019autoproduzione di sementi. 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