{"id":1320520,"date":"2021-03-16T13:27:33","date_gmt":"2021-03-16T13:27:33","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1320520"},"modified":"2025-07-07T15:30:15","modified_gmt":"2025-07-07T14:30:15","slug":"emilio-molinari-una-grande-passione-politica-e-sociale-prima-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2021\/03\/emilio-molinari-una-grande-passione-politica-e-sociale-prima-parte\/","title":{"rendered":"Emilio Molinari, una grande passione politica e sociale. Prima parte"},"content":{"rendered":"<p><em>Emilio Molinari, classe 1939, chiunque abbia frequentato i movimenti a Milano negli ultimi 50 anni lo ricorda. Lungo, magro, baffi bianchi, sorridente. <\/em><\/p>\n<p><strong>Raccontami la tua storia<\/strong><\/p>\n<p>Sono nato a Milano, ricordo da bimbo la guerra, i bombardamenti, quando si andava nelle cascine fuori citt\u00e0 e Pippo, questo aereo che oramai conoscevamo tutti, passava a mitragliarci. Rammento una notte, quando sfollati nelle cascine guardavamo Milano tutta illuminata per un incendio generale dopo un grande bombardamento.<\/p>\n<p>Vengo da una famiglia operaia; mio padre fiancheggiava la Resistenza, ogni tanto nascondevamo qualcuno, o lo vedevo piegare dei volantini che il giorno dopo avrebbero distribuito alla Borletti dove aveva lavorato mia madre. Ricordo i suoi compagni che venivano dalla montagna o erano in procinto di andarci. Ho qualche immagine di Albino Albico, un giovane dei Gruppi di Azione Partigiana che venne preso, torturato e ammazzato. Poco prima della fine della guerra mio padre spar\u00ec per due settimane; lo vedemmo arrivare con una colonna di partigiani, su un camion, sorridente, armato. Avevamo vinto.<\/p>\n<p>Mio padre mor\u00ec nel \u201947 e dopo un mese nacque mio fratello. Mia madre rimase sola, col suo lavoro in fabbrica, alla Montecatini e tre figli da allevare. Io feci le elementari vicino a dove lavorava lei, in centro, in via della Spiga. Ero il pi\u00f9 povero, in mezzo ai figli dei ricchi. A 10 anni, finite le elementari, venni avviato alla Borletti. Era un passaggio obbligato, una tradizione: se avevi un genitore nella fabbrica, a 10 anni potevi entrare nella scuola aziendale.\u00a0 Se ero stato un marziano nella scuola del centro di Milano, lo ero ancora di pi\u00f9 in quella aziendale, dato che venivo da una scuola con un\u2019impostazione culturale assai borghese. Divenni quindi apprendista in reparto e poi un operaio fatto e finito, specializzato, metalmeccanico di precisione. La mia prima paga me la ricordo: era settimanale, ci si metteva tutti in fila davanti a un\u2019impiegata che aveva davanti a s\u00e9 la cassetta. A 14 anni presi 3.500 lire.<\/p>\n<p>Eravamo poco pi\u00f9 che bambini, ci chiamavano \u201ci Pierini\u201d. Venivamo affidati a un operaio: se capitavi bene ti insegnava, senn\u00f2 ti usava, eri al suo servizio. La Borletti, che faceva soprattutto macchine da cucire, ma anche parti di armamenti, si trovava nella zona di via Washington e aveva circa 7.000 operai, in gran parte donne. Negli anni \u201960 la maggior parte di loro erano ex contadine del Magentino, poi arrivarono molte ragazze del Sud Italia, soprattutto dalla Puglia. Io ero comunista per discendenza.<\/p>\n<p>Verso i 17 anni iniziai a frequentare le scuole serali, sostenuto dalla fabbrica che ci concedeva di uscire un\u2019ora prima e dava un paio di settimane di permesso all\u2019anno. Cos\u00ec uscivo di casa alle 7 e mezza del mattino, facevo l\u2019orario pieno in fabbrica, sabato compreso, e poi alle 17 andavo direttamente a scuola imbottito di panini che mi preparava mia madre. La mensa era gigantesca, ricordo che si scendeva in questo spazio dove c\u2019erano 3.000 scodelle di metallo gi\u00e0 riempite. Il minestrone non lo sopportavo, era un incubo, c\u2019era dentro una cotica che sembrava una pantegana. Rientravo a casa poco prima di mezzanotte e l\u00ec mi aspettava uno zabaione fatto sempre da mia mamma. Anni intensi, un po\u2019 di tempo alla domenica per ballare a casa di qualche amico. Ricordo dei professori di italiano e di storia che lottavano \u201ccontrocorrente\u201d per spiegare la storia e la cultura a noi, giovani addestrati al lavoro e desiderosi solo di imparare le materie tecniche. Molti di quegli insegnanti per via delle loro idee politiche non erano ben accetti nelle scuole diurne, ma con noi recuperavano la loro e la nostra dignit\u00e0.<\/p>\n<p>In fabbrica c\u2019erano operai con una grande umanit\u00e0 e capacit\u00e0 di formarci. Ci avviavano al mondo, non solo alle lotte, ma anche alle relazioni, con le ragazze per esempio. A loro modo erano degli educatori formidabili, che formavano alla vita. C\u2019era una solidariet\u00e0 intensa, se qualcuna o qualcuno della fabbrica aspettava un bambino e la situazione non lo permetteva, tra tutti si faceva una colletta per trovare i soldi per abortire clandestinamente.<\/p>\n<p>Ho frequentato l\u2019istituto per periti industriali dai 17 ai 22 anni; \u00e8 stata dura, durissima, si andava a scuola anche la domenica mattina. Queste scuole, tutte maschili, erano in parte finanziate dalle aziende che ci tenevano moltissimo a che fossero serie e selettive (soprattutto nelle materie meccaniche-tecnologiche). Alla fine sono diventato perito industriale e sono passato a essere un tecnico, un impiegato. Disegnavo, progettavo. Eravamo passati dall\u2019altra parte del vetro, ma i rapporti coi miei vecchi compagni operai erano buoni; ero uno di loro, cresciuto fin da bambino in mezzo a loro.<\/p>\n<p><strong>Quando sono cominciate le lotte nelle fabbriche?<\/strong><\/p>\n<p>La <a href=\"http:\/\/www.marx21.it\/component\/content\/article\/42-articoli-archivio\/15631-una-grande-pagina-di-storia-la-lotta-degli-elettromeccanici.html\">lotta degli elettromeccanici<\/a> milanesi del 1961-62 e il contratto dei metalmeccanici del \u201963 sono stati una sorta di battesimo, un anno intenso di scioperi durissimi. I picchetti li faceva la polizia che si piazzava davanti agli ingressi e creava un corridoio perch\u00e9 gli impiegati entrassero. E dietro di loro, le donne, le operaie che gridavano. Ricordi la scena de \u201cla battaglia di Algeri\u201d con le donne che gridano? Ecco, era cos\u00ec. Ricordo che quella volta non ce la feci a entrare. Dei mille e passa impiegati, quasi tutti crumiri e democristiani, non entrammo in quattro. Col mio camice, mi unii al corteo; non c\u2019ero abituato e fu emozionante. L\u00ec inizi\u00f2 il mio desiderio di capire di pi\u00f9. Mi iscrissi anche al sindacato e al partito, ma le sezioni erano deprimenti. Era pi\u00f9 viva la FIM Cisl. La lotta nelle fabbriche invece cresceva. C\u2019erano cortei enormi, potenti, la polizia caricava, a Sesto San Giovanni, all\u2019Alfa Romeo, da noi alla Borletti. C\u2019era la Celere preparata per questo, camionette che salivano sui marciapiedi, ma la determinazione era tanta, la tensione altissima. Fu una lotta lunghissima, estenuante, ma che divent\u00f2 esemplare. Per poco non \u201cci scapp\u00f2 il morto\u201d, ma non ci tiranno indietro. Quegli operai non teorizzavano e non cercavano la violenza. Se si difendevano e rispondevano questo era frutto della loro esasperazione. Alla fine vincemmo.<\/p>\n<p><strong>Nel 1966 si poteva immaginare che cosa sarebbe successo di l\u00ec a due o tre anni?<\/strong><\/p>\n<p>No, per nulla. Fu un crescendo. C\u2019erano la guerra in Vietnam, Cuba, la morte di Che Guevara nel \u201967, le lotte dei neri d\u2019America. Leggevamo di tutto\u2026 e poi il movimento, che crebbe rapidamente. L\u2019incontro con gli studenti, la formazione dei sindacati di base, i CUB, tra i metalmeccanici della Borletti, la loro diffusione.<\/p>\n<p>Una delle premesse del \u201868 fu una lotta formidabile degli impiegati della Siemens, della Borletti, della Philips, della Snam e del centro direzionale di Milano. Contro gli impiegati, che erano la struttura amministrativa e progettuale dell\u2019azienda, persino Borletti, fascista dichiarato, non ebbe il coraggio di usare il pugno duro come con gli operai.<\/p>\n<p>E\u2019 importante sottolineare che in quegli anni non c\u2019erano problemi di occupazione e questo ci dava una grande forza collettiva e individuale. Ricevetti pi\u00f9 di una volta una proposta da un\u2019altra azienda che mi offriva di pi\u00f9: lo raccontai e pur di tenermi mi aumentarono immediatamente lo stipendio. Noi tecnici eravamo preziosi.<\/p>\n<p><strong>Nel 1966 ti sei sposato<\/strong><\/p>\n<p>Facemmo la nostra piccola rivoluzione sposandoci senza tanti parenti e questo fece incazzare tutti. Andammo a mangiare in una normalissima trattoria in una decina di persone. Non potevamo non sposarci in chiesa, perch\u00e9 mia suocera si sarebbe suicidata. Mia moglie era figlia di operai, suo padre era un muratore, veniva da Cerignola, era forse l\u2019unico democristiano di Cerignola dove c\u2019era una grande tradizione comunista; era un uomo di una grande bont\u00e0 e parlava di Di Vittorio (comunista, suo conterraneo) come di \u201cun santo\u201d. In fondo anche mia madre, per quanto comunista e anticlericale, avrebbe sofferto se non ci fossimo sposati in chiesa. Andammo a vivere a Cornaredo, in piena campagna, si faceva il bagno nei fontanili, poi nel \u201971 l\u2019impegno politico era tale che siamo tornati a Milano, al Lorenteggio, 33 mq in via dei Giacinti. Il padrone di casa era un vecchio socialista; quando ci furono gli anni duri, in cui era bene essere accompagnati a casa, alla mattina mi diceva: \u201cPuoi uscire, tutto tranquillo\u2026\u201d<\/p>\n<p><strong>E poi arriv\u00f2 il \u201868<\/strong><\/p>\n<p>Ricordo riunioni su riunioni. Lotte, scioperi, a volte articolati: scioperavi mezz\u2019ora e lavoravi mezz\u2019ora e avanti cos\u00ec. Spaccavi i maroni al padrone in una maniera incredibile. Ricordo il primo volantino, critico anche col sindacato; lo facemmo distribuire agli studenti, ma nacque dopo lunghe analisi e discussioni tra i lavoratori. Da allora scrivere un volantino divenne ogni volta un parto. Era un metodo, in cerca anche di un nuovo linguaggio, passava per tante mani, tanti occhi, ma alla fine mostrava la nostra vita, le angherie che subivamo. Descrivevamo i dettagli dei soprusi, della violenza dei ritmi che ci imponevano, del cottimo, dei capireparto, dei marca-tempo. Quando distribuivi quei volantini, non ne veniva buttato via uno, tutti vi si riconoscevano e lo leggevano. Il sindacato classico si era spento; molti erano diventati burocrati, la maggior preoccupazione era organizzare la lotteria di Natale per tirar su soldi.<\/p>\n<p>Alla Borletti le donne, le operaie, erano agguerrite, alcune erano dei veri capi-popolo. Dall\u2019altra parte i poliziotti potevano anche essere dei vicini di casa, abitavano negli stessi quartieri popolari. Quelli della Celere invece erano diversi, addestrati a intervenire negli scioperi; li chiamavamo \u201cgli Scelbini\u201d. Credo che \u201clo scontro interno\u201d sia stato soprattutto alla Fiat dove c\u2019erano migliaia di sardi, sia tra gli operai che tra le cosiddette \u201cforze dell\u2019ordine\u201d.<\/p>\n<p><strong>Nel \u201969 scoppi\u00f2 la bomba di Piazza Fontana<\/strong><\/p>\n<p>S\u00ec, quel pomeriggio eravamo in riunione nel nostro scantinato. Fu un duro colpo, ma la nostra interpretazione fu semplice, istintiva, immediata: \u201cSono stati i padroni.\u201d Si respinse subito l\u2019idea che fossero stati gli anarchici. Era una bomba contro le nostre lotte, perch\u00e9 stavano ottenendo cose che non si erano mai viste. La risposta fu enorme, per i funerali si ferm\u00f2 tutta la citt\u00e0. \u00a0Piazza del Duomo e le vie intorno traboccavano, c\u2019era un silenzio impressionante. Non avrebbero vinto loro e cos\u00ec fu. Il movimento, col suo epicentro a Milano, si rialz\u00f2. Dire ora: \u201cSono stati i fascisti\u201d \u00e8 una semplificazione ancor maggiore di quella che facemmo allora.<\/p>\n<p>Furono anni intensi, di grandi e profonde conquiste. Nel 1974 Avanguardia Operaia, di cui facevo parte fin dall\u2019inizio, mi propose di lavorare a tempo pieno. Avrei guadagnato la met\u00e0, ma i miei dubbi erano altri: lasciare i compagni in fabbrica, cosa avrebbero pensato. Furono gli operai stessi della Borletti a dirmi che si vedeva che avevo la testa altrove. A volte c\u2019erano errori nei miei progetti e affettuosamente me li facevano notare. In fondo ero sempre il \u201cPierino\u201d che era venuto su con loro. Per progettare bisognava essere concentrati e io non lo ero pi\u00f9.<\/p>\n<p><strong>Nel 1975 sei diventato Consigliere Comunale <\/strong><\/p>\n<p>S\u00ec, come frutto di un\u2019unificazione complicata e sofferta tra noi di AO, il gruppo del Manifesto e il PDUP di Vittorio Foa (Lotta Continua si era tirata fuori e dopo poco si sciolse\u2026). Poi c\u2019\u00e8 stato tutto il periodo in Democrazia Proletaria, anni non facili. Nel \u201975 siamo entrati in tre come consiglieri comunali a Milano: io, Aurelio Cipriani, che veniva dalle occupazioni delle case, molto bravo e Raffaele Degrada, critico d\u2019arte, ex comandante partigiano, bravissimo. Se fuori tutti litigavano, noi eravamo molto affiatati; eravamo come i tre porcellini!<\/p>\n<p>Cademmo nella trappola dell\u2019\u201dantifascismo militante&#8221;, che a tratti ci metteva sullo stesso piano delle violenze che subivamo. Questo ci faceva perdere consenso e allontanava molta gente. Dava il fianco alla teoria degli opposti estremismi, che riduceva il tutto a uno scontro di piazza e in pi\u00f9 legittimava il potere.<\/p>\n<p><strong>Poi arriv\u00f2 la lotta armata, ma cominci\u00f2 anche a emergere la questione ambientale<\/strong><\/p>\n<p>S\u00ec, a Milano succedeva di tutto in quegli anni, era il centro. La cultura della violenza cercata, teorizzata e diffusa ci ha danneggiato tutti. La lotta armata fu una tragica deriva di pochi e produsse pesanti conseguenze sul movimento. Eppure credo che, paradossalmente, l\u2019immaginario della gente sia stato pi\u00f9 colpito dalla violenza diffusa, dalle macchine incendiate e dalle vetrine rotte che non dalla lotta armata vera e propria.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 da dire che in quelle lotte l\u2019ambiente, i limiti dello sviluppo non li avevamo proprio presenti; nessuno aveva una strategia vera e propria. Arrivammo fin dove potemmo, poi si cominci\u00f2 ad arretrare. Io colsi a poco a poco l\u2019importanza della questione ambientale, che in un primo tempo nel movimento operaio e studentesco era mancata completamente. In precedenza ci eravamo occupati al massimo della salute in fabbrica. Ricordo che facemmo un\u2019inchiesta capillare, intervistando 1.500 operaie, con medici, universitari, psicologi, una notizia ripresa solo da \u201cIl Giorno\u201d. Venivano fuori soprattutto le malattie psicologiche dovute al ritmo di lavoro. Insonnia, rapporti familiari che si deterioravano, intolleranze, e poi disturbi veri e propri come emicranie, dolori apparentemente reumatici e muscolari. Il disagio, il malessere era tanto. Queste inchieste producevano due effetti: pretendere e ottenere ritmi differenti, avere delle pause, ma anche un senso di liberazione. Nel \u201972 si fece di tutto per eliminare il cottimo. Fu una lotta durissima che inizi\u00f2 alla Borletti, ma poi si estese ad altre fabbriche con caratteristiche simili: la Autelco, la Grundig, la Philips. Loro ci riuscirono, noi no; Borletti si era impuntato. Eppure le provammo tutte: mesi di sciopero, picchetti anche di notte, sebbene la fabbrica fosse chiusa, perch\u00e9 non venissero a ritirare i pezzi dal magazzino.<\/p>\n<p><strong>Aveste mai timori di un colpo di stato, tipo Cile?<\/strong><\/p>\n<p>Si. Noi pensavamo che Allende fosse stato troppo morbido e non avesse armato i contadini e gli operai. Certo dopo il Cile questa idea, espressa da Berlinguer, che non bastasse vincere con il 51%, era diffusa. Il pericolo si avvertiva, tant\u2019\u00e8 che tutti noi, seppure non credessimo n\u00e9 nella lotta armata, n\u00e9 nella clandestinit\u00e0, eravamo pronti con delle vie di fuga, verso la Jugoslavia per esempio. Ogni tanto arrivava la notizia che era meglio dormire altrove.<\/p>\n<p><strong>Quando nel 1990 si seppe dell\u2019esistenza della struttura di Gladio rimaneste sorpresi?<\/strong><\/p>\n<p>Si. Potevamo immaginare che ci fosse una struttura predisposta alle provocazioni e alle infiltrazioni, ma non l\u2019esistenza di un settore clandestino dello Stato che studiava e si preparava militarmente.<\/p>\n<p><strong>La Borletti esiste ancora?<\/strong><\/p>\n<p>No; nel \u201978 \u00e8 iniziato lo smantellamento. Prima c\u2019\u00e8 stato un forte trasferimento produttivo a Corbetta. E\u2019 stata in parte assorbita dalla Fiat e dalla Valsella per il settore delle armi. La storia della famiglia Borletti sarebbe da raccontare in un film; i fratelli Borletti sono finiti male, spesso tragicamente.<\/p>\n<p><em>Dopo due ore di fitto dialogo ci fermiamo; siamo stanchi, dovremo continuare un\u2019altra volta. Mi sembra che Emilio sia contento: ricordare, ricostruire, essere ascoltati, lasciare memoria fa bene. Nulla \u00e8 stato inutile, in una vita spesa a lottare.<\/em><\/p>\n<p><em>Al suo fianco, durante l\u2019intervista, non vedo, ma colgo la presenza di Tina (nella foto). Sono stati insieme una vita intera, da quel matrimonio in chiesa di 55 anni fa, ai bagni nei fontanili, fino a oggi. Non hanno avuto figli. Emilio confessa che \u00e8 il suo grande cruccio; \u00e8 soddisfatto della sua vita, ma non avere marmocchi intorno come nonno lo fa soffrire quasi di pi\u00f9 adesso\u2026 \u201cRacconterei ai miei nipoti quello che sto raccontando a te\u2026\u201d<\/em><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-1320521 size-full\" src=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Emilio-e-Tina-Molinari.jpg\" alt=\"\" width=\"1363\" height=\"1022\" srcset=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Emilio-e-Tina-Molinari.jpg 1363w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Emilio-e-Tina-Molinari-300x225.jpg 300w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Emilio-e-Tina-Molinari-720x540.jpg 720w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Emilio-e-Tina-Molinari-768x576.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 1363px) 100vw, 1363px\" \/><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2021\/03\/emilio-molinari-diritto-alla-cura-e-diritto-allacqua-due-battaglie-fondamentali-seconda-parte\/\">Link alla seconda parte dell\u2019intervista<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Emilio Molinari, classe 1939, chiunque abbia frequentato i movimenti a Milano negli ultimi 50 anni lo ricorda. 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