{"id":1310419,"date":"2021-03-06T13:19:46","date_gmt":"2021-03-06T13:19:46","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1310419"},"modified":"2021-03-06T13:21:43","modified_gmt":"2021-03-06T13:21:43","slug":"stop-casteller-marco-reggio-non-basta-rinunciare-al-privilegio-di-specie-parte-i","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2021\/03\/stop-casteller-marco-reggio-non-basta-rinunciare-al-privilegio-di-specie-parte-i\/","title":{"rendered":"Stop Casteller, Marco Reggio: \u201cNon basta rinunciare al privilegio di specie\u201d \u2013 Parte I"},"content":{"rendered":"<p>I movimenti per la liberazione animale tornano a puntare il dito contro la struttura-lager del Casteller, in Trentino, in cui sono detenuti alcuni esemplari di orsi per la sola colpa di essere tali. Assemblea Antispecista, Centro Sociale Bruno ed altre organizzazioni hanno programmato per il 10 aprile la prossima Manifestazione Stop Casteller, facendo appello ad associazioni animaliste, collettivi e tutte le realt\u00e0 ambientaliste, antifasciste e anticapitaliste. Di questo e molto altro ne parliamo con Marco Reggio, attivista e filosofo antispecista che si occupa di intersezioni fra teoria queer e antispecismo e di resistenza animale. \u00c8 stato tra i fondatori\u00a0dell\u2019associazione Oltre la Specie, promotore della Festa Antispecista a Milano e redattore di <i>Liberazioni. Rivista di critica antispecista<\/i>. Ha curato l\u2019edizione italiana del\u00a0<i>Manifesto queer vegan<\/i>\u00a0di Rasmus Rahbek Simonsen (con M. Filippi, 2014), e il volume\u00a0<i>Corpi che non contano. Judith Butler e gli animali<\/i>\u00a0(con M. Filippi, 2015). Ecco la prima parte dell\u2019intervista.<\/p>\n<p><b>Cosa \u00e8 il Casteller e in quali condizioni vivono gli orsi al suo interno?<\/b><\/p>\n<p>Il Casteller \u00e8 una prigione, anche se ufficialmente \u00e8 un centro di gestione della fauna selvatica della Provincia Autonoma di Trento. Si tratta di un\u2019area, vicino al capoluogo, con diverse recinzioni. In quella interna sono stati collocati gli orsi che l\u2019amministrazione ha considerato \u201cproblematici\u201d a seguito di incidenti con umani (molto rari, in realt\u00e0, e non gravi) o danneggiamenti a propriet\u00e0 di allevatori e agricoltori. Gli orsi, assenti sull\u2019arco alpino da secoli, sono stati reintrodotti dagli stessi attori istituzionali a partire da fine anni Novanta, con il progetto Life Ursus. Allora l\u2019orso era visto come una possibilit\u00e0 di attrarre turismo e di portare fondi europei. I primi dieci individui inseriti sul territorio sono diventati 50 e poi circa 80 (un numero comunque risibile) e nel frattempo non sono state messe in campo le iniziative di educazione della popolazione e dei visitatori necessarie per una convivenza pacifica. Ecco creato il mostro: l\u2019orso che abita, attraversandole liberamente, le valli montane \u00e8 un pericolo a prescindere, e la risposta \u00e8 la cattura o l\u2019abbattimento. Negli anni le vittime \u2013 sparite, uccise o imprigionate \u2013 sono state 34. Con la Giunta leghista la logica securitaria ha poi subito un\u2019accelerazione che ha comportato ordinanze di cattura per alcuni orsi per ora latitanti e la reclusione per tre di loro. Si tratta di M49, famoso per essere fuggito dal Casteller per due volte, DJ3, figlia di quella Daniza uccisa durante la cattura nel 2014 dopo una lunga latitanza, ed M57. La loro condizione, descritta come positiva dalle autorit\u00e0, viene alla luce a settembre 2020 con la relazione del CITES (la Commissione Scientifica per l\u2019applicazione della Convenzione sul commercio internazionale di specie animali e vegetali in via di estinzione, Ministero dell\u2019Ambiente). In questo documento vengono riportate ed esaminate le annotazioni giornaliere dei veterinari negli ultimi mesi. Un diario della sofferenza e del progressivo degrado psico-fisico dei tre prigionieri il cui registro medico-etologico, pur freddo e distaccato, suscita un\u2019angoscia e una tristezza immense. La sintesi del CITES \u00e8 che gli spazi sono angusti, del tutto insufficienti, i bisogni etologici pi\u00f9 elementari non vengono rispettati, gli orsi non hanno nulla da fare, rifiutano il cibo, compiono movimenti stereotipati sempre pi\u00f9 spesso, vengono trattati con ansiolitici. Anche per chi pensa che le gabbie possano essere accettabili se \u00e8 garantito un certo standard di \u201cbenessere\u201d la situazione \u00e8 intollerabile. La Provincia, nei mesi successivi, nega la gravit\u00e0 della situazione e impedisce a chiunque di accedere alla struttura. Due parlamentari che, sull\u2019onda della manifestazione nazionale di ottobre promossa dalla campagna StopCasteller, in cui gli\/le attivistx hanno divelto decine di metri della recinzione esterna, chiedono di entrare vengono respinte e potranno accedere solo dopo aver chiamato i Carabinieri, dopo una lunga attesa. Non potranno fare riprese o fotografie. Le bugie del Presidente provinciale Fugatti e dell\u2019Assessora Zanotelli vengono per\u00f2 clamorosamente smentite a febbraio, quando viene diffuso un video girato clandestinamente, in cui si vedono le reali condizioni, gli spazi, i prigionieri.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><b>Il Casteller \u00e8 \u201cil problema che si spaccia per soluzione\u201d? Quali interessi economici e di lobby rappresenta?<\/b><\/p>\n<p>La definizione mi pare perfetta. Il Casteller incarna una mentalit\u00e0 e un procedimento. La mentalit\u00e0 di chi vede in ci\u00f2 che esce dall\u2019immagine dell\u2019umano paradigmatico (bianco, maschio cisgender, eterosessuale, adulto, abile, e soprattutto, appunto, appartenente a Homo Sapiens) un intralcio nel funzionamento della societ\u00e0 di produzione\/consumo. Il procedimento, come si pu\u00f2 intuire, comincia con la creazione di un allarme, e dunque di un mostro, nell\u2019immaginario: l\u2019orso che si avvicina alle case, che prende i rifiuti dal cassonetto o che magari mangia un altro animale propriet\u00e0 di qualche allevatore, \u00e8 dipinto subito come \u201cproblematico\u201d. Le rare aggressioni ai danni di umani, mai realmente pericolose, vengono narrate in modo sensazionalistico, distorto, ignorando i comportamenti errati degli umani e presentando la \u201cbelva\u201d come un soggetto in preda a una furia cieca, incontrollabile, e soprattutto senza motivazioni prevedibili. Si tratta della creazione di un bisogno securitario, n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno come avviene con la microcriminalit\u00e0. La risposta \u00e8 la prigione e l\u2019ostentazione della repressione. Quando M49 fugge e viene ripreso per la seconda volta, viene portato trionfalmente al Casteller a bordo di una jeep, allestendo uno spettacolino che ha evidentemente tutte le caratteristiche del ritorno a casa del cacciatore con le prede. E arriviamo a quali gruppi sono rappresentati da questa logica: cacciatori e allevatori, entrambi bacino elettorale della Lega. I primi sono spesso il braccio armato delle istituzioni in questi casi; lo si vede bene quando viene lanciato l\u2019allarme relativo alla sovrappopolazione di cinghiali, lupi, nutrie, dove frequentemente le amministrazioni locali delegano a loro l\u2019intervento. Spesso poi, a proposito di problema spacciato per soluzione, la proliferazione dannosa di una specie selvatica \u00e8 dovuta proprio alla reimmissione in natura da parte dei cacciatori, con i loro progetti di \u201cripopolamento\u201d (leggi: allevamento di animali da reintrodurre sul territorio per poi divertirsi a ucciderli). I cacciatori trentini sono gli stessi cui ammicca, con evidente machismo, la Lega di opposizione dai primi anni duemila ad oggi, con i banchetti a base di carne d\u2019orso. Gli allevatori sono certamente un gruppo pi\u00f9 complesso, i cui interessi dipendono anche da fattori culturali e dalle politiche messe in campo. In Abruzzo, per esempio, una zona in cui l\u2019orso \u00e8 presente in maniera anche maggiore, non si \u00e8 manifestato un problema cos\u00ec serio di convivenza fra questa specie e i pastori. In Trentino, sono invece le proteste di questa categoria, tra le altre cose, a spingere Fugatti alla guerra agli orsi, nonostante i danni causati siano poco pi\u00f9 che trascurabili. Inutile sottolineare che, al di l\u00e0 della retorica ostentata sui giornali e al netto di qualche occasionale eccezione, quando un allevatore perde una pecora sbranata da un grande carnivoro, le sue lacrime sono pi\u00f9 per il portafoglio e per il proprio orgoglio di \u201cpadrone\u201d che non per la vita spezzata dell\u2019individuo appartenente al suo bestiame (anche perch\u00e9 il \u201cnormale\u201d funzionamento della sua attivit\u00e0 prevede che sia lui stesso a mandarla al macello). L\u2019altro grande interesse economico, in questa storia, \u00e8 poi quello legato proprio alla reintroduzione degli orsi sull\u2019arco alpino. Il Progetto Life Ursus, a fine anni novanta, nasce per inserire un elemento di sostegno al turismo (l\u2019orso-peluche che campegger\u00e0 sulle brochure pubblicitarie, sulle confezioni dei prodotti locali, sui siti di promozione delle pro loco) e per drenare fondi europei, fondi che peraltro dovrebbero essere reinvestiti per gestire una pacifica convivenza (cosa non avvenuta, evidentemente).<\/p>\n<p><b>Agli schiavi neri, nel 1800, veniva diagnosticata una malattia inventata chiamata \u201cdrapetomania\u201d, ovvero \u201cl\u2019irresistibile voglia di scappare\u201d. Cosa possono apprendere gli esseri umani dagli orsi scappati dal Casteller nelle forme di ribellione e di resistenza politica?<\/b><\/p>\n<p>Questo riferimento \u00e8 molto interessante. La patologia ipotizzata da Samuel Cartwright nel 1851 a noi sembra grottesca, residuo di un tempo lontano, ma a met\u00e0 del XIX secolo era pienamente nell\u2019ordine del discorso, come sar\u00e0 poi tutto il razzismo scientifico. Ci\u00f2 significa che davvero si poteva pensare che un individuo non-bianco in catene non desiderasse la libert\u00e0 se non per qualche malfunzionamento nella sua gestione da parte del padrone e, soprattutto, per l\u2019insorgere di una malattia. Cartwright ci ricorda che la Grecia antica \u201cnel solo termine di \u00a0\u03b4\u03c1\u03b1\u03c0\u03ad\u03c4\u03b7\u03c2\u00a0 condens\u00f2 il darsi alla latitanza e la relazione del fuggiasco con la persona da cui fuggiva\u201d. In modo analogo \u2013 pur ricordando che queste analogie sono solo parziali \u2013 gli animali non umani negli allevamenti, nei circhi, negli zoo, nei laboratori di ricerca, spesso non hanno molte forme di resistenza a disposizione, a causa della selezione genetica che \u201cpremia\u201d la docilit\u00e0 o che letteralmente li disabilizza e dei dispositivi di controllo pressoch\u00e9 totale. Cos\u00ec, mettono in atto forme disperate di protesta, di richiesta di aiuto, di manifestazione di disagio: automutilazioni, aggressivit\u00e0 reciproca, digiuno, comportamenti stereotipati. Spesso i termini che usiamo per descriverli denotano una narrazione patologizzante, che non riconosce il disagio della prigionia, che se ci pensiamo \u00e8 invece una cosa ovvia, come \u00e8 ovvio che oggi noi risponderemmo a Cartwright che se una persona \u00e8 in gabbia \u00e8 semplicemente normale la sua \u201cirresistibile voglia di scappare\u201d. Del resto, Cartwright descrive anche la \u201cdysaesthesia aethiopis\u201d, \u201cebetudine della mente e ottusa insensibilit\u00e0 del corpo\u201d: quella che i padroni usano chiamare rascality, \u201cmascalzonaggine\u201d, sarebbe una patologia che colpisce soprattutto gli ex schiavi che vivono in libert\u00e0, che non hanno \u201cun uomo bianco che li diriga e se ne occupi\u201d. Gli schiavi affetti da questa patologia \u201crompono, devastano e distruggono ogni cosa abbiano a portata di mano [\u2026], disdegnano il lavoro [\u2026], senza ragione o motivo, sollevano disordini con i soprastanti\u201d (il corsivo \u00e8 mio). In fondo, anche la critica antipsichiatrica ci ricorda come le categorie del DSM sono spesso solo un modo per depoliticizzare il disagio di chi semplicemente non riesce ad adattarsi a un sistema sociale troppo faticoso, iniquo e crudele. Negli allevamenti o negli zoo, vi sono talvolta individui non umani che riescono a mettere in campo azioni di ribellione pi\u00f9 articolate, talvolta collettive, pienamente intenzionali, raramente di successo, ma in molti casi eclatanti o comunque pi\u00f9 facilmente riconoscibili come tentativi di autodeterminazione. M49 \u00e8 fuggito due volte dal Casteller, e la seconda volta ha stupito chiunque: ha superato una recinzione elettrificata e barriere altissime restando fuori dalla vista delle telecamere, eludendo dispositivi pensati apposta per evitare il ripetersi della prima fuga. Ma anche nel primo episodio era stata notevole la capacit\u00e0 di restare latitante, di non farsi prendere per ben 9 mesi. Altri orsi in passato, come Daniza, hanno evitato la cattura a lungo. Questi elementi ci dicono chiaramente che la resistenza animale \u00e8 un fatto e che questi soggetti non sono le vittime passive che lo stesso animalismo mainstream ha sempre descritto come \u201ci senza voce\u201d (la cui voce sarebbero gli umani \u201cbuoni\u201d). Ci spronano a superare una concezione paternalistica in cui ci sono da una parte gli inermi e dall\u2019altra i \u201csalvatori\u201d, eroici liberatori che rinunciano altruisticamente al privilegio umano. Occorre tuttavia ricordare che questi casi sono solo la punta dell\u2019iceberg e non \u201cmeritano\u201d pi\u00f9 di altri la libert\u00e0, ma anzi ci ricordano che durante le loro fughe molti di pi\u00f9 sono rinchiusi e impossibilitati anche a ribellarsi. Altrimenti, si rischia di cadere nella logica della \u201cgrazia\u201d, un meccanismo ben esemplificato da Sarat Colling nel suo Animali in rivolta, in cui le stesse forze dell\u2019ordine \u2013 gli agenti attivi della repressione degli animali in fuga per le vie delle citt\u00e0 \u2013 accordano la salvezza a quei rari individui che impressionano l\u2019opinione pubblica. Un meccanismo che, come per le vicende umane, non fa che rafforzare la violenza strutturale subita da \u201cquelli che non ce la fanno\u201d. Basti pensare agli occasionali casi di conferimento della cittadinanza onoraria ai\/lle migranti senza permesso di soggiorno che hanno compiuto qualche atto di particolare eroismo o tale da suscitare unanime ammirazione: la grazia, proprio come nel caso dell\u2019ergastolo o della pena di morte, \u00e8 un provvedimento eccezionale, individuale e non motivato dal punto di vista strettamente processuale che conferma la regola, ossia il dispositivo repressivo che viene in quel caso sospeso.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I movimenti per la liberazione animale tornano a puntare il dito contro la struttura-lager del Casteller, in Trentino, in cui sono detenuti alcuni esemplari di orsi per la sola colpa di essere tali. 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