{"id":1277126,"date":"2021-01-13T18:38:04","date_gmt":"2021-01-13T18:38:04","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1277126"},"modified":"2021-01-13T19:04:56","modified_gmt":"2021-01-13T19:04:56","slug":"brasile-ford-se-ne-va","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2021\/01\/brasile-ford-se-ne-va\/","title":{"rendered":"Brasile, Ford se ne va"},"content":{"rendered":"<p>Dopo qualche anno scoppi\u00f2 la rivolta. Dicono che non rimase intatta nemmeno una padella, un pentolone, un piatto. Niente. Gli operai sfasciarono tutto. Anni di umiliazioni, di regole rigidissime, di orari, sirene, cartellini appesi al collo da timbrare a tutti i momenti per controllare ogni spostamento all\u2019interno della fabbrica, esami di sangue settimanali per verificare lo stato di salute e la presenza di parassiti, una dieta a base di deplorevoli hamburger, indigeste pesche sciroppate e disgustosa farina di avena, le costanti vessazioni da parte dei dirigenti, i castighi, le sanzioni per mancata produttivit\u00e0 e le deduzioni salariali, gli insopportabili usi e costumi americani: anni di umiliazioni. Bast\u00f2 l\u2019urlata di un dirigente rivolta a Manuel Caetano de Jesus, l\u2019ennesima esecrazione pubblica. L\u2019ultima. Il refettorio venne demolito, raso al suolo, le cucine pure. La furia operaia si diresse verso il palazzotto dell\u2019amministrazione, gli uffici. In seguito, la centrale elettrica con i generatori di energia per far funzionare le macchine, la falegnameria, i garage, i depositi e perfino la stazione radio, indispensabile e forse unico collegamento con Detroit. Finestre divelte, vetri in poltiglia, l\u2019officina in fiamme, a fuoco gli archivi e il deposito saccheggiato. Quando non c\u2019era pi\u00f9 rimasto niente, gli operai distrussero i camion, i trattori e le automobili frutto del loro lavoro. Bastonate ai parabrezza, randellate ai finestrini, sassate ai fari anteriori e posteriori, gomme tagliate e serbatoi bucati. E alla fine le ultime mazzate furono per quei maledetti orologi meccanici coi quali timbravano i cartellini.<\/p>\n<p>I dirigenti, fuggiti nella selva circostante, riuscirono a riparare a Bel\u00e9m, la capitale dello stato del Par\u00e0, porta di entrata dell\u2019Amazzonia. James Kennedy telegraf\u00f2 a New York \u201cFordl\u00e2ndia \u00e8 in mano alla plebe\u201d.\u00a0 Henry Ford, venuto a conoscenza del fattaccio, ancora una volta pronunci\u00f2 la frase che lo rese famoso \u201ci sindacati sono la cosa peggiore apparsa sulla faccia della Terra\u201d. Ma in questo caso si sbagliava, i sindacati non avevano niente a che vedere, la rivolta era stata spontanea. A Fordl\u00e2ndia, la citt\u00e0 costruita nella foresta amazzonica, i sindacati non c\u2019erano proprio. Fordl\u00e2ndia non era Detroit. Fordl\u00e2ndia era stata eretta nella foresta da tre anni, per facilitare l\u2019accesso alla materia prima, il <i>l\u00e1tex,<\/i> il lattice con il quale poter fabbricare guarnizioni e pneumatici. Attraverso la <i>Companhia Ford Industrial do Brasil<\/i>, vaste aree del territorio amazzonico passarono sotto il controllo diretto di Henry Ford che vi costru\u00ec una citt\u00e0 dedicata alla fabbricazione delle sue automobili. Presente in Brasile dal 1920, attraverso facilitazioni fiscali e il beneplacito della politica nazionale, cominciava il suo impero. La citt\u00e0 di S\u00e3o Paulo, grazie anche all\u2019industria automobilistica, si trasform\u00f2 rapidamente, da cittadina di provincia a capitale economica del paese. La presenza dei colossi americani ed europei, Ford, General Motors, Volkswagen, determin\u00f2 le sorti della politica nazionale. Furono loro che imposero lo smantellamento della maglia ferroviaria per favorire l\u2019uso del trasporto automobilistico. Se oggi non c\u2019\u00e8 uno straccio di treno che leghi le principali citt\u00e0, se oggi ci si muove esclusivamente in corriera, o, chi se lo pu\u00f2 permettere, in aereo, lo dobbiamo a loro.<\/p>\n<p>Nel 2009, il presidente Lula, ex operaio, sindacalista e leader dei grandi scioperi che misero in ginocchio la dittatura militare, permise e favor\u00ec investimenti miliardari. La Ford navigava in acque sicure, il Brasile cresceva 7% all\u2019anno, e, seguendo gli insegnamenti del vecchio Henry, gli stessi operai potevano comprarsi l\u2019automobile fabbricata col loro lavoro. Ieri a bocca aperta ascoltiamo la notizia: la Ford chiude. Chiude tutto, non tra un anno, sei mesi, un mese. Chiude tutto. A partire da oggi, tutti a casa. Basta, <i>c\u2019est fini<\/i>. Arrivederci e grazie. Dice il comunicato che la situazione economica, l\u2019incertezza, la svalutazione, la crisi, l\u2019inflazione, la ristrutturazione a livello globale&#8230; le solite scuse di sempre. Chiuso. Diecimila operai oggi non sono andati a lavorare. Diecimila operai. Senza contare tutto quello che gira intorno ad una industria cos\u00ec grande: sessantamila posti di lavoro, secondo i calcoli delle centrali sindacali. Dopo lo smantellamento dell\u2019industria petrolifera e navale, dopo il collasso dell\u2019edilizia, dopo la chiusura di migliaia di imprese che non hanno resistito alla pandemia, il Brasile dice addio alla sua politica industriale e concentra le sue forze sul latifondo, figlio del disboscamento e della devastazione ambientale. Il Brasile continuer\u00e0 ad essere esportatore di materia prima e di commodities agricole: la colonia di sempre. Per\u00f2, dai, gli ameriKani, dicono che dall\u2019America Latina non se ne vanno: apriamo una fabbrica in Uruguay e manteniamo quella che gi\u00e0 esiste in Argentina. Bella roba.\u00a0La rivolta di Fordl\u00e2ndia nel 1930 venne soppressa dall\u2019intervento dell\u2019esercito, i facinorosi arrestati e prontamente sostituiti, tutto torn\u00f2 alla normalit\u00e0, con un piccolo cambiamento: d\u2019ora in poi gli operai sarebbero stati pagati con buoni-spesa da utilizzarsi solamente all\u2019interno del perimetro della citt\u00e0. Fordl\u00e2ndia, la citt\u00e0 operaia con quasi cinquemila lavoratori nel cuore della foresta amazzonica venne definitivamente abbandonata nel 1945. Oggi, edifici in rovina, magazzini, macchinari corrosi dalla ruggine, sterpaglia, qualche esiguo turista, caldo e umidit\u00e0.<\/p>\n<p>Oggi, senza proferire parola, diecimila operai hanno perso il lavoro.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dopo qualche anno scoppi\u00f2 la rivolta. Dicono che non rimase intatta nemmeno una padella, un pentolone, un piatto. Niente. Gli operai sfasciarono tutto. 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