{"id":127169,"date":"2014-08-20T21:10:11","date_gmt":"2014-08-20T20:10:11","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pressenza.com\/?p=127169"},"modified":"2014-08-20T21:16:27","modified_gmt":"2014-08-20T20:16:27","slug":"locarno-film-qualche-riflessione-vita-politica-1","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2014\/08\/locarno-film-qualche-riflessione-vita-politica-1\/","title":{"rendered":"Locarno: molti film e qualche riflessione sulla vita e la politica (1)"},"content":{"rendered":"<p><em><span style=\"font-family: Times New Roman; font-size: medium;\">Anche quest&#8217;anno Vittorio Agnoletto ha seguito il Festival del Cinema di Locarno per noi; pubblichiamo le sue cronache in quattro puntate, ecco la prima.<\/span><\/em><\/p>\n<p><b><span style=\"text-decoration: underline;\">Una premessa:difendere Locarno dal pensiero unico.<\/span><\/b><\/p>\n<p><b>\u00a0<\/b>Si \u00e8 concluso da qualche giorno il 67\u00b0 Festival del film di Locarno. Da sempre un\u2019occasione per verificare cosa \u201cbolle in pentola\u201d nelle produzioni cinematografiche ufficiali al di fuori dei colossal hollywoodiani.<\/p>\n<p>Infatti l\u2019appuntamento nella cittadina svizzera mantiene ancora una propria specificit\u00e0 in grado di stimolare riflessioni personali, e universali sul mondo e sulla vita di tutti noi.<\/p>\n<p>Riflessioni che ultimamente hanno trovato spazio soprattutto in alcune sezioni del Festival come \u201cOpen Doors\u201d quest\u2019anno dedicata all\u2019Africa Subsahariana, e nella \u201cSettima della critica\u201d che in genere ospita film e documentari d\u2019inchiesta su temi d\u2019attualit\u00e0: ad esempio nel recente passato diverse pellicole avevano affrontato il tema della finanza speculativa.<\/p>\n<p>Ma seguendo una tendenza gi\u00e0 presente da tempo, come ho avuto modo di spiegare in altre occasioni, anche quest\u2019anno il processo di omologazione sembra aver\u00a0 purtroppo compiuto qualche ulteriore passo in avanti. Emerge l\u2019aspirazione a rincorrere Venezia e Cannes piuttosto che a salvaguardare le caratteristiche da sempre patrimonio di questo festival.<\/p>\n<p>Un percorso che appare perdente, da qualunque punto lo si guardi.<\/p>\n<p>Locarno non potr\u00e0 mai competere con i grandi festival europei per investimenti ed anche per collocazione temporale, in agosto, a poche settimane dal festival veneziano \u2026.<\/p>\n<p>Questa consapevolezza ha alimentato il tentativo\u00a0 di colmare il <i>gap<\/i> da un lato, in particolare sotto la direzione artistica di Olivier P\u00e8re, moltiplicando premi ed inviti ad attori e registi, rincorrendo vecchie e nuove star; dall\u2019altro fornendo l\u2019estro allo sviluppo di polemiche spesso prive\u00a0 di ogni reale contenuto, destinate ad esaurirsi in un bicchiere d\u2019acqua nel giro di un paio di giorni.<\/p>\n<p>Sono convinto che una maggior apertura ai temi sociali e politici, che da sempre hanno caratterizzato \u00a0questo evento, valorizzerebbe ulteriormente il festival; fino a qualche anno fa, gli incontri con i registi e gli attori si trasformavano in momenti di crescita collettiva, in dibattiti che spaziavano dal cinema al confronto sulle idee e sui contenuti.<\/p>\n<p>A questo proposito va riconosciuto che, al di l\u00e0 delle scelte compiute dalla direzione del\u00a0 festival di Locarno, \u00e8 il cinema stesso che sembra essere tornato indietro, privilegiando una visione puramente estetica e formale.<\/p>\n<p>Anche quest\u2019anno non sono comunque mancati film di valore, in grado di suscitare riflessioni, proporre ragionamenti ed anche divertire.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><b><span style=\"text-decoration: underline;\">Il Pardo d\u2019oro<\/span><\/b><\/p>\n<p><b>\u00a0<\/b><\/p>\n<p>Tra questi certamente merita la prima menzione <b><i>Mula Sa Kung ano ang noon<\/i><\/b><i> (From What is Before)<\/i>, il film del regista filippino Lay Diaz che ha vinto il Pardo d\u2019oro.\u00a0 Una pellicola non commerciale, se non altro per la durate di 5 ore e 38 minuti che ne render\u00e0 pi\u00f9 che complessa la circolazione nei circuiti ufficiali.<\/p>\n<p>L\u2019inizio appare come un film d\u2019epoca.<\/p>\n<p>La scena si svolge in un remoto villaggio delle\u00a0 Filippine nel 1972, durante il governo militare di Ferdinand Marcos. Un bambino trovatello, due sorelle orfane di cui una sofferente di una grave invalidit\u00e0 mentale, un vinaio, una furba venditrice\u00a0 e un emigrato di ritorno sono i primi protagonisti di questa epopea. La telecamera riprende le scene con tempi che appaiono quasi reali: la figura che appare sulla collina, il suo lento incedere verso il villaggio, ripreso passo dopo passo.<\/p>\n<p>Lo spettatore che sceglie di non abbandonare la sala per rincorrere ritmi differenti, viene pian piano trascinato dentro la scena, coinvolto nella vita quotidiana di questa comunit\u00e0, dove colonizzazione cristiana e riti magici disputano ancora la loro partita attorno ad una roccia sacra esposta alle tempeste del mare.<\/p>\n<p>Il regista\u00a0 ci conduce per mano a ricercare le origini del suo popolo, sopravvissuto a\u00a0 domini stranieri; l\u2019obiettivo, come esplicitato nel titolo, \u00e8 individuare <i>ci\u00f2 che \u00e8 stato<\/i>,\u00a0 per poter da l\u00ec, da quella storia \u201clocale\u201d\u00a0 raccogliere\u00a0 valori, messaggi e promesse future in grado di rivolgersi alla dimensione universale, \u201cglobale\u201d, contenuta nella storia di ogni popolo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><b><span style=\"text-decoration: underline;\">Eroi e demoni nel tempo della crisi<\/span><\/b><\/p>\n<p><b><span style=\"text-decoration: underline;\">\u00a0<\/span><\/b><\/p>\n<p><b><i>Durak (il pazzo).<\/i><\/b><i> <\/i>Una tubatura dell\u2019acqua esplode di notte in un dormitorio di una piccola citt\u00e0 russa. Dima, \u00e8 un semplice idraulico che sta studiando ingegneria industriale, ma ben presto si rende conto che le conseguenze di quel guasto mettono a rischio la vita dei settecento abitanti del palazzo, in gran parte alcolizzati, emarginati e anziani. E\u2019 necessaria un\u2019immediata evacuazione.<\/p>\n<p>Ma le preoccupazioni di Dima s\u2019infrangono, durante un\u2019interminabile odissea notturna, contro l\u2019indifferenza di un intero sistema politico e istituzionale, svelandone la profondit\u00e0 e la ramificazione della corruzione. Essere buoni ed altruisti non sempre aiuta, anzi onest\u00e0 sembra far rima con povert\u00e0.<\/p>\n<p>Dima si salva dalla vendetta del potere ma soccombe alla furia, prodotta dall\u2019ignoranza, degli inquilini che voleva tutelare.<\/p>\n<p><i>Durak,<\/i> del regista russo Yuri Bykov,consuma il suo eroe buono &#8211; interpretato da Artem Bystrov, premiato con il Pardo per la miglior interpretazione maschile \u2013 in una tragedia dove il coro decreta la morte del suo solista.<\/p>\n<p>Un film ben costruito, appassionante, che evidenzia la crisi economica e sociale, aggravata dall\u2019assenza di alcun riferimento etico-valoriale,\u00a0 nella Russia post-sovietica, dove il dio denaro appare come l\u2019unico obiettivo per la nuova nomenclatura.<\/p>\n<p>A questa decadenza da nuovo impero, nel deserto sociale, si oppone solo una consapevolezza e un\u2019ostinazione individuale depositaria degli antichi valori della solidariet\u00e0 e della giustizia.<\/p>\n<p>Valori che nella loro universalit\u00e0 si elevano oltre gli stessi legami di sangue: \u201clascia stare \u2013 lo supplica la moglie all\u2019apice della tragedia \u2013 tuo figlio ed io siamo la tua famiglia \u00e8 a noi che tu devi pensare..\u201d \u201cla dentro ci sono centinaia di persone che rischiano la vita \u2013 replica duro Dima \u2013 \u00e8 di loro che devo ora prendermi cura\u2026\u201d.<\/p>\n<p>Ma saranno proprio i \u201csuoi\u201d, emarginati di ogni specie, privi di qualunque coscienza di s\u00e9, a decretarne la fine.<\/p>\n<p><b><i>A Blast (una favola)<\/i><\/b><i>.<\/i> Maria, donna quarantenne della middle class, madre premurosa e moglie affettuosa, si trova improvvisamente a dover fronteggiare la crisi economica che attanaglia tutta la Grecia e che ora minaccia direttamente il futuro della sua famiglia. E\u2019 sola, non c\u2019\u00e8 traccia di alcuna risposta\/soluzione collettiva; di fronte al timore di perdere la sicurezza sociale della propria famiglia,calpesta i valori morali della sua esistenza e distrugge i propri ideali.<\/p>\n<p>In <i>A Blast <\/i>il regista Syllas Tzoumerkas dentro una narrazione avvincente e una recitazione pi\u00f9 che convincente, non offre alcuna via d\u2019uscita; c\u2019\u00e8 solo la fuga e la trasformazione antropologica dell\u2019eroe nel suo opposto. Solo l\u2019illegalit\u00e0, il comportamento delittuoso, pu\u00f2, forse, ma nemmeno di questo c\u2019\u00e8 la certezza, permettere l\u2019affrancamento dall\u2019incombente povert\u00e0.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><b><i>Alive<\/i><\/b><b><i>. <\/i><\/b>Jungchul lavora in una fabbrica di pasta di soia, ma i soldi non bastano, la vita \u00e8 dura soprattutto quando si deve badare anche alla sorella affetta da una malattia mentale e alla piccola nipotina. Non resta che emigrare, lasciare la Corea del Sud per raggiungere le Filippine, dove trovare finalmente una sicurezza economica. Ma una situazione imprevista condurr\u00e0 alla perdita del lavoro e ad un lungo percorso nel quale povert\u00e0, malattia mentale e crisi economica si alimenteranno a vicenda in una spirale che pare non conoscere soluzione.<\/p>\n<p>Il regista Park Jungbum offre, in <i>Alive<\/i>, uno spaccato estremamente verosimile delle mille possibili traversie umane attraverso un\u2019interessante excursus sulla vita nelle campagne coreane.<\/p>\n<p>Con delicatezza, ma senza sfuggire alla durezza della realt\u00e0, mostra quanto la miseria \u00e8 in grado di produrre: guerra tra poveri, rottura della solidariet\u00e0 tra lavoratori, corsa a compiacere il padrone\u2026<\/p>\n<p>Anche qui la ricerca di una soluzione passa sempre e comunque attraverso un percorso personale, tutt\u2019al pi\u00f9 famigliare.<\/p>\n<p>Nel mondo odierno, segnato ad ogni livello della scala sociale dal mito della produttivit\u00e0, appare difficile per chiunque trovare un posto. Per chi \u00e8 affetto da un disturbo psichico se va bene possono solo aprirsi le porte di qualche ospedale,non certo quelle di un percorso d\u2019inserimento sociale e lavorativo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><b><i>Viktoria. <\/i><\/b>La soluzione attraverso la quale la giovane rom Viktoria cerca di sottrarsi ad un\u2019esistenza di pura sopravvivenza e di ristrettezze economiche\u00a0 non \u00e8 certo originale; lascia Budapest per finire sui marciapiedi dell\u2019opulenta Zurigo ad attendere i clienti sotto lo stretto e violento controllo del proprio magnaccia.<\/p>\n<p>Il regista svizzero Men Lareida riattraversa tutti i luoghi comuni di ogni narrazione sulla prostituzione, sfiora ma non indaga, la legislazione svizzera che autorizza il pi\u00f9 antico mestiere del mondo ma che, stando al film, non sembrerebbe in grado di evitare il dilagare dello sfruttamento e della tratta delle donne.<\/p>\n<p>Un\u2019occasione persa per un film che fin dall\u2019inizio appare scontato nel racconto di situazioni gi\u00e0 ampiamente conosciute e pi\u00f9 volte raccontate.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><b>Non c\u2019\u00e8 dubbio che la crisi economica sia stata tra i protagonisti<\/b> dei film di Locarno compresi quelli del concorso internazionale e probabilmente non poteva essere altrimenti. Le lenti attraverso le quali la crisi \u00e8 stata affrontata sono invariabilmente quelle che raccontano storie individuali ed anche questo pu\u00f2 essere ovvio quando ci si riferisce a pellicole narrative e non a documentari.<\/p>\n<p>Meno scontati sono forse altri due aspetti che caratterizzano, seppure ognuno con la propria specificit\u00e0, tutte e quattro le pellicole fin qui trattate.<\/p>\n<p>La soluzione \u00e8 sempre individuale, non c\u2019\u00e8 traccia di alcun soggetto collettivo che possa indicare un cambiamento possibile, n\u00e9 di alcuna via d\u2019uscita da percorrere insieme: attorno c\u2019\u00e8 solo solitudine e deserto. Non solo. La via d\u2019uscita possibile passa attraverso l\u2019azzeramento degli ideali, l\u2019assunzione di comportamenti prima rifiutati, fino ad arrivare alla realizzazione di veri e propri reati come avviene in <i>\u201cA Blast\u201d. <\/i><\/p>\n<p>Ogni altro percorso, anche individuale, \u00e8 destinato a fallire come appare in <i>\u201cDurak<\/i>\u201d dove risulta ancor pi\u00f9 evidente l\u2019assenza di una capacit\u00e0 rivendicativa collettiva. In questo film va in scena la disperazione e l\u2019ignoranza sociale di un sottoproletariato affamato e abbruttito; per dirla con termini che forse possono apparire desueti &#8211; ma che in questo caso ben sintetizzano la situazione rappresentata &#8211; non c\u2019\u00e8 traccia di alcuna coscienza di classe.<\/p>\n<p>Il cinema \u00e8 il prodotto della societ\u00e0 nella quale viviamo e tutti conosciamo la difficolt\u00e0, anche solo nel costruire delle alternative con il pensiero; ma \u00e8 pur vero che anche nella societ\u00e0 odierna vi sono, e non solo in Grecia, spazi di resistenza e di organizzazione che i registi e i produttori, almeno qui a Locarno, non sembrano aver colto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Anche quest&#8217;anno Vittorio Agnoletto ha seguito il Festival del Cinema di Locarno per noi; pubblichiamo le sue cronache in quattro puntate, ecco la prima. 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