{"id":1250316,"date":"2020-11-29T09:14:18","date_gmt":"2020-11-29T09:14:18","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1250316"},"modified":"2020-11-29T09:17:15","modified_gmt":"2020-11-29T09:17:15","slug":"cambiare-i-nostri-valori-morali-una-societa-non-basata-sul-lavoro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2020\/11\/cambiare-i-nostri-valori-morali-una-societa-non-basata-sul-lavoro\/","title":{"rendered":"Cambiare i nostri valori morali: una societ\u00e0 non basata sul lavoro"},"content":{"rendered":"<p><em>In memoria di David Graeber (1961-2020), la cui morte prematura ha privato l&#8217;ideologia anarchica contemporanea di uno dei suoi migliori pensatori<\/em><\/p>\n<ol>\n<li><strong>Perch\u00e9 lavoriamo? Dobbiamo lavorare?<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Oggi stiamo attraversando una pandemia globale che inevitabilmente condiziona alcune strutture della nostra societ\u00e0. Si chiudono i luoghi di aggregazione sociale, politica e culturale in cui godere del tempo libero, mentre la maggior parte delle persone continua a mantenere i consueti schemi di lavoro, spesso ritenendo semplicemente &#8220;sbagliato&#8221; interrompere il ruolo che gli \u00e8 stato assegnato nella catena della &#8220;produzione&#8221; (tra virgolette, perch\u00e9 oggi \u00e8 davvero solo una minoranza di posti di lavoro che pu\u00f2 essere definita come produttiva). Dobbiamo renderci conto che viviamo per lo pi\u00f9 con una percezione distorta del ruolo del lavoro, considerato come qualcosa di necessario non solo per il mantenimento pratico e il progresso della societ\u00e0, ma anche e soprattutto come un valore morale per ogni individuo.<\/p>\n<p>Questo non deve sorprenderci: sia nella dottrina capitalistica che nell&#8217;ideologia marxista (probabilmente sviluppata come reazione al sistema capitalistico di produzione) il lavoro svolge un ruolo importante. Per la prima, il lavoro \u00e8 il mezzo individuale per ottenere il successo in un mercato naturalmente competitivo, mentre per la seconda \u00e8 il lavoro che crea le condizioni perch\u00e9 la rivoluzione avvenga riunendo una &#8220;classe operaia&#8221;. La forza del marxismo si basava sul controllo dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori.<\/p>\n<p>Tuttavia, ci\u00f2 che sembra rendere obsoleto il marxismo tradizionale \u00e8 il fatto che una quantit\u00e0 enorme &#8211; tra il 50 e il 60 % [3] &#8211; di posti di lavoro produttivi \u00e8 stata automatizzata. E nei prossimi 20 anni il numero degli occupati diminuir\u00e0 di un rapporto stimato tra un terzo e la met\u00e0 del totale attuale [1]. Un tale sviluppo non \u00e8 una sorpresa: nel 1930, John Maynard Keynes aveva gi\u00e0 previsto la &#8220;nuova malattia della [&#8230;] <em>disoccupazione tecnologica<\/em>. Ci\u00f2 significa disoccupazione dovuta alla scoperta di mezzi per risparmiare l&#8217;uso del lavoro che superano il ritmo al quale possiamo trovare nuovi impieghi di lavoro&#8221;. [5]. Eppure, nella visione ottimistica di Keynes, &#8220;dovremmo sforzarci [&#8230;] di far s\u00ec che ci\u00f2 che resta da fare sia condiviso il pi\u00f9 ampiamente possibile. Turni di tre ore o quindici ore lavorative settimanali&#8221;. Questa idea era condivisa da Bertrand Russell, che not\u00f2 (nel 1935!) che &#8220;la tecnica moderna ha permesso di diminuire enormemente la quantit\u00e0 di lavoro impiegata per assicurare a tutti le necessit\u00e0 della vita&#8221; [9]. E lo stesso Karl Marx aveva espresso esplicitamente che l&#8217;automatizzazione avrebbe portato &#8220;alla generale riduzione al minimo del lavoro necessario della societ\u00e0, che corrisponde poi allo sviluppo artistico, scientifico, ecc. degli individui nel tempo liberato e con i mezzi creati per tutti.&#8221; [6]<\/p>\n<p>Mentre i posti di lavoro produttivi scompaiono, si verifica un fenomeno peculiare: contrariamente a quanto la logica potrebbe suggerire, non stiamo ridistribuendo i prodotti e il lavoro residuo, ma appaiono nuovi posti di lavoro per garantire che tutti siano costantemente occupati, indipendentemente dall&#8217;utilit\u00e0 di queste imprese. David Graeber, scomparso all&#8217;inizio di quest&#8217;anno, ha recentemente definito questo fenomeno come l&#8217;aumento dei \u201c<em>lavori bullshit\u201d<\/em>: &#8220;Un lavoro del cavolo \u00e8 una forma di lavoro retribuito che \u00e8 cos\u00ec completamente superfluo, inutile o nefasto che nemmeno il dipendente pu\u00f2 giustificare la sua esistenza&#8221; [3]. Questi lavori sono di solito scartoffie per colletti bianchi, e non sono necessariamente lavori cattivi o umilianti di per s\u00e9, ma sono talmente inutili da portare il lavoratore all&#8217;esaurimento.<\/p>\n<p>Fermiamoci e ricapitoliamo. Oggi siamo tecnicamente in grado di fornire il sostentamento primario agli esseri umani con poco lavoro, eppure una parte considerevole della gente deve affrontare la fame. Infatti, l&#8217;economia capitalistica spietata e senza legge in cui viviamo permette che &#8220;la ricchezza collettiva delle 26 persone pi\u00f9 ricche sia pari a quella dei 3,8 miliardi pi\u00f9 poveri&#8221; [8]. Nel frattempo, la nostra societ\u00e0 crea nuovi &#8220;posti di lavoro del cavolo&#8221; nel disperato tentativo di recuperare la disoccupazione tecnologica e di mantenere tutti al lavoro. Ma perch\u00e9 il lavoro ci appare cos\u00ec inevitabile, anche se abbiamo buone ragioni per considerarlo inutile?<\/p>\n<p>Per dirla con le parole di Graeber, <em>\u201cla risposta chiaramente non \u00e8 economica, ma morale e politica. La classe dirigente ha capito che una popolazione felice e produttiva con tempo libero \u00e8 un pericolo mortale. [&#8230;] E d&#8217;altra part, per loro \u00e8 straordinariamente conveniente la sensazione che il lavoro sia un valore morale in s\u00e9, e che chiunque non voglia sottomettersi a una sorta di intensa disciplina del lavoro per la maggior parte delle ore di veglia non meriti nulla.\u201d<\/em><\/p>\n<p>Cresciamo con la convinzione che il lavoro, un&#8217;attivit\u00e0 che comporta uno sforzo fisico o mentale, non \u00e8 solo necessario per la societ\u00e0, ma \u00e8 anche un custode di ordine e disciplina, un valore morale fondamentale in s\u00e9. &#8220;Per la maggior parte di noi, il lavoro \u00e8 un&#8217;attivit\u00e0 del tutto obbligatoria, un fatto ineludibile e irriducibile dell&#8217;esistenza&#8221;, sostengono Gini e Sullivan. &#8220;Mentre molte persone non amano il loro specifico lavoro, vogliono lavorare perch\u00e9 sono consapevoli, a un certo livello, che il lavoro svolge un ruolo cruciale [&#8230;] nella formazione del carattere umano&#8221; [2]. Infatti, una tipica reazione a una proposta di drastica riduzione dell&#8217;orario di lavoro \u00e8 che chi \u00e8 privo di un talento speciale cadrebbe in una sorta di svago decadente, mentre la routine imposta dal lavoro impedisce alle persone di deprimersi e insegna loro il rigore e la disciplina che tiene unita la societ\u00e0. Ma non \u00e8 necessariamente cos\u00ec. Come esempio provocatorio, notate che c&#8217;\u00e8 una specie sul pianeta che ha gi\u00e0 sperimentato questo tipo di problema. Per millenni i cavalli hanno svolto una pletora di compiti che andavano dai mezzi di trasporto e comunicazione al lavoro nelle fattorie e alla guerra. Cosa fanno oggi i cavalli? Beh, presumibilmente riposano.<\/p>\n<p>Secondo le parole del filosofo tedesco Peter Sloterdijk, <em>\u201cci sono oggi quasi altrettanti cavalli quanto nel 18\u00b0o 19\u00b0 secolo, ma sono stati tutti ricollocati. Sono per la maggior parte cavalli da tempo libero; quasi nessun cavallo svolge un lavoro. Non \u00e8 strano che nella societ\u00e0 odierna solo i cavalli abbiano raggiunto l&#8217;emancipazione?\u201d <\/em>[10].<\/p>\n<p>Tornando agli esseri umani, credo che potrebbero essere felici e produttivi anche se la struttura del lavoro come la conosciamo oggi dovesse essere smantellata. Inoltre, a partire dagli anni Cinquanta una serie di studi statistici ha dimostrato che la maggior parte delle persone dichiara che sarebbe disposta a lavorare &#8211; magari in modo pi\u00f9 stimolante &#8211; anche se si liberasse da questo obbligo. Alla domanda &#8220;se per caso ereditasse abbastanza denaro per vivere comodamente senza lavorare, pensa che lavorerebbe comunque?&#8221;, l&#8217;80% degli intervistati ha risposto positivamente [7]. Da allora sono stati condotti studi del genere a intervalli regolari, arrivando sempre a risultati simili [2].<\/p>\n<p>Inoltre, notate che il tempo libero sembra non solo auspicabile, ma anche necessario per lo sviluppo della cultura. Guardando al passato, molte invenzioni rivoluzionarie e scoperte scientifiche, cos\u00ec come la poesia e l&#8217;arte, sono state prodotte dalla &#8220;noia&#8221; di coloro che potevano godere del tempo libero (i nobili e i sacerdoti in primo luogo). Ma questo progresso \u00e8 avvenuto a spese di un numero enorme di uomini e donne a cui \u00e8 stato detto che il loro ruolo in questo mondo era quello di lavorare sodo.<\/p>\n<p>Citando ancora Russell, <em>\u201cil tempo libero \u00e8 essenziale per la civilt\u00e0, e in passato il tempo libero per pochi era reso possibile solo dalle fatiche di molti. Ma le loro fatiche erano preziose non perch\u00e9 il lavoro \u00e8 buono, ma perch\u00e9 il tempo libero \u00e8 buono.\u201d<\/em> [9]<\/p>\n<p>Immaginate cosa potrebbe fare un&#8217;intera popolazione, dotata del tempo e dell&#8217;istruzione necessari per godersi il tempo libero<\/p>\n<ol start=\"2\">\n<li><strong>Una societ\u00e0 senza lavoro?<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Dopo aver esaminato alcuni argomenti convincenti per rivoluzionare il nostro modo di pensare il lavoro, vorrei discutere alcune delle concezioni alternative del lavoro:<\/p>\n<p><strong>Lavori strumentali (o libert\u00e0 a tempo parziale)<\/strong>. Un modo di pensare al lavoro \u00e8 quello di considerarlo come un mero strumento che permette di godere del tempo libero rimanente. Si pu\u00f2 riassumere con la frase: &#8220;Non mi piace quello che faccio, ma mi permette di fare quello che mi piace&#8221;. [2]. Questo descrive la situazione attuale pi\u00f9 comune. Ma, naturalmente, dato il problema della disoccupazione tecnologica, questo richiede una continua offerta di &#8220;lavori del cavolo&#8221; per mantenere le persone a lavorare senza alcuna necessit\u00e0 pratica. Sembra quindi auspicabile una soluzione pi\u00f9 intelligente.<\/p>\n<p><strong>Lavori necessari (o libert\u00e0 per la maggior parte del tempo)<\/strong>. Un miglioramento del punto di vista precedente sarebbe quello di mantenere ancora una tensione tra il tempo libero e il lavoro, ma ridurre drasticamente la quantit\u00e0 di ore dedicate a quest&#8217;ultimo. Una tale riduzione pu\u00f2 essere attuata stimando la quantit\u00e0 di lavoro necessario rimasta da svolgere, e poi dividere il carico di lavoro tra le persone (pi\u00f9 o meno equamente). Il risultato sarebbe comunque una parziale insoddisfazione per i lavori eventualmente poco stimolanti, ma la quantit\u00e0 di tempo libero potrebbe aumentare abbastanza da garantire la soddisfazione sociale.<\/p>\n<p><strong>Lavori stimolanti (o identificazione del lavoro con il tempo libero)<\/strong>. Un famoso aforisma attribuito a Confucio dice: &#8220;Trova qualcosa che ami fare e non dovrai mai lavorare un giorno nella tua vita&#8221;. Secondo questa visione, si pu\u00f2 concepire un sistema in cui i pochi lavori pratici che rimangono da fare &#8211; considerati sgradevoli dalla maggioranza &#8211; sarebbero ridistribuiti, mentre per il resto del tempo si possono svolgere delle attivit\u00e0 che si amano davvero. Questo punto di vista \u00e8 sostenuto da coloro che riconoscono i problemi del sistema attuale, ma considerano comunque il lavoro come un valore positivo (ad esempio nella formazione del carattere umano). Si pu\u00f2 quindi lentamente riformare (invece di rivoluzionare) il sistema del lavoro, fornendo pi\u00f9 spazio ad attivit\u00e0 remunerate stimolanti. Per esempio, Gini e Sullivan sostengono: &#8220;Un buon lavoro \u00e8 l&#8217;ideale, ma chiaramente \u00e8 difficile trovarlo. Forse l&#8217;unico compromesso realistico a disposizione della maggior parte di noi \u00e8 quello di trovare e abbellire tutto ci\u00f2 che di buono \u00e8 possibile nel nostro lavoro. Come individui dobbiamo trovare un lavoro che sia buono per noi, come societ\u00e0 dobbiamo creare lavoro che sia buono per gli individui&#8221;. [2]. Tuttavia, una tale visione tende a limitare il tempo libero effettivo e spinge nella direzione di un&#8217;identificazione del tempo libero con il lavoro piacevole.<\/p>\n<p><strong>Lavori facoltativi (o introduzione di un Reddito di Base Universale)<\/strong>. Una soluzione, sostenuta oggi da un vasto numero di studiosi, politici ed economisti [4], \u00e8 l&#8217;introduzione di un Reddito di Base Universale (RBU) che garantisca a tutti i cittadini incondizionatamente (e in ultima analisi, si spera, a tutti gli esseri umani) sostentamento e tempo libero allo stesso tempo. Supponendo che le macchine possano soddisfare i nostri bisogni di base, i loro prodotti, o la ricchezza che ne deriva, possono essere ridistribuiti a tutti, portando possibilmente a ci\u00f2 che alcuni attivisti britannici hanno definito un &#8220;comunismo di lusso completamente automatizzato&#8221;.<\/p>\n<p>Questo sembra oggi il modo pi\u00f9 promettente per raggiungere l&#8217;auspicata separazione tra la vita e il lavoro. Diverse forze politiche si stanno muovendo in direzione di un RBU e in realt\u00e0 questa soluzione \u00e8 stata recentemente presa in considerazione da interi paesi e agenzie internazionali. \u00c8 interessante notare che nel rapporto dell&#8217;Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) dell&#8217;ONU del 2017 si pu\u00f2 leggere: &#8220;Altre sfide rimangono da affrontare. I tagli ai sistemi di protezione sociale sia nel mondo sviluppato che in quello in via di sviluppo [&#8230;] hanno aumentato il rischio di povert\u00e0&#8221;. Pur rimanendo in qualche misura scettici, gli autori del rapporto sostengono che &#8220;in risposta a queste sfide, alcuni studiosi e responsabili politici hanno affermato la necessit\u00e0 di rendere indipendente la protezione sociale dal lavoro creando un reddito di base universale che fornisca un beneficio esteso e incondizionato [&#8230;] che possa eliminare la povert\u00e0 assoluta&#8221;. [4].<\/p>\n<p>Si dovrebbe comunque fare attenzione alle modalit\u00e0 di attuazione di un RBU, perch\u00e9 ci\u00f2 potrebbe portare a gravi problemi politici:<\/p>\n<p><strong>Problema 1: l\u2019RBU non \u00e8 necessariamente socialista.<\/strong> Mentre di solito si d\u00e0 per scontato che l\u2019RBU favorisca una visione di sinistra, bisogna essere consapevoli che questo non ci avvicina necessariamente a un sistema socialista. Infatti, anche in un modello di societ\u00e0 pienamente capitalistico e conservatore, l\u2019RBU pu\u00f2 essere introdotto &#8220;per fornire un modesto stipendio come pretesto per eliminare completamente i servizi forniti attualmente dallo Stato sociale come l&#8217;istruzione gratuita o l&#8217;assistenza sanitaria e sottoporre tutto al mercato&#8221; [3].<\/p>\n<p><strong>Problema 2: il fascismo delle macchine.<\/strong> Un concetto cruciale nel marxismo \u00e8 il possesso dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori. Ci\u00f2 implica che, attraverso le organizzazioni sindacali e lo strumento dello sciopero, i lavoratori possono rivendicare potere contrattuale e diritti. Tuttavia, una volta che la produzione sar\u00e0 per lo pi\u00f9 effettuata dalle macchine e l\u2019RBU introdotto, le persone saranno alla merc\u00e9 di coloro che hanno il controllo (o la propriet\u00e0) di queste macchine. Come tale, l\u2019RBU pu\u00f2 portare a un &#8220;fascismo delle macchine&#8221;, o meglio dei loro proprietari, che potrebbero decidere se concedere o meno un salario equo (sotto forma di reddito di base) a tutti e a quali condizioni.<\/p>\n<p><strong>Problema 3: oligarchia dei lavoratori specializzati.<\/strong> Presumo che nel prossimo futuro non tutti i posti di lavoro saranno sostituiti da macchine. In particolare, ci saranno lavoratori specializzati che saranno in grado di gestire queste macchine e solo a quelli si applicher\u00e0 il motto marxista secondo cui i lavoratori controllano i mezzi di produzione. Dobbiamo quindi fare in modo che questi lavoratori non formino una lobby potente, essendo gli unici ad avere i mezzi per fermare la produzione.<\/p>\n<p>Abbiamo visto che la riduzione del lavoro umano e l&#8217;introduzione di un RBU non ci porta direttamente verso una societ\u00e0 pi\u00f9 giusta. \u00a0Tuttavia, potremmo lottare per un&#8217;ideologia, intesa come un insieme di priorit\u00e0 politiche ed economiche, basata su diritti umani indispensabili. Sostenere una nuova teoria politica socialista non basata sul lavoro dovrebbe portarci a dichiarare con ancora pi\u00f9 forza quali sono gli obiettivi della societ\u00e0. Io sostengo che la priorit\u00e0 delle nostre politiche dovrebbe essere quella di garantire i <em>diritti umani fondamentali <\/em>a tutti. Infatti, dobbiamo lottare per una societ\u00e0 in grado di difendersi contro i principi autoritari (come nello scenario del &#8220;fascismo delle macchine&#8221;), anche se il principio marxista del controllo dei lavoratori sui mezzi di produzione viene abbandonato. Non trovo difficile immaginare un programma politico serio che affermi con coraggio i <em>diritti umani fondamentali<\/em> come priorit\u00e0 politica. Abbiamo i mezzi per garantire a tutti i semplici bisogni di base, eppure le dichiarazioni dei diritti umani (come la pi\u00f9 famosa di tutte, adottata dall&#8217;ONU nel 1948 [11]) rimangono formalit\u00e0 che in fondo non sono mai prese seriamente in considerazione nei programmi delle maggiori forze politiche.<\/p>\n<ol start=\"3\">\n<li><strong>Conclusioni<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>In conclusione, il capitalismo per sua stessa natura persegue una visione pragmatica verso una ricchezza illimitata per (pochi) individui, anche se questo potrebbe essere nocivo per la societ\u00e0 nel suo complesso e in ultima analisi per il pianeta in cui viviamo. D&#8217;altra parte, l&#8217;ideologia marxista si \u00e8 dimostrata inadeguata ad affrontare la fluidit\u00e0 moderna della distribuzione del lavoro. Dovremmo lottare per una nuova teoria politica di sinistra che rimetta gli esseri umani, la loro felicit\u00e0 e dignit\u00e0 come priorit\u00e0 ineludibile della societ\u00e0. E qualsiasi forma di lavoro non pu\u00f2 che essere subordinata a questa visione.<\/p>\n<p>Vorrei concludere questo documento ribadendo le ultime parole di speranza di Russell. Tuttavia, non possiamo evitare di pronunciarle con un sapore un po&#8217; amaro in bocca quando constatiamo quanto poco di questo programma sia stato realizzato a quasi un secolo dalla sua stesura:<\/p>\n<p><em>\u201cIn un mondo in cui nessuno \u00e8 costretto a lavorare pi\u00f9 di quattro ore al giorno, ogni persona dotata di curiosit\u00e0 scientifica potr\u00e0 soddisfarla, e ogni pittore potr\u00e0 dipingere senza morire di fame [&#8230;]. <\/em><em>Soprattutto, ci saranno felicit\u00e0 e gioia di vivere, invece di stress, stanchezza e tensione [&#8230;]. Ma non \u00e8 solo in questi casi eccezionali che appariranno i vantaggi del tempo libero. Se gli uomini e le donne comuni avranno l&#8217;opportunit\u00e0 di una vita felice, diventeranno pi\u00f9 gentili e meno inclini a perseguitare e a guardare gli altri con sospetto. Il gusto per la guerra si estinguer\u00e0, in parte per questo motivo, in parte perch\u00e9 comporterebbe un lavoro lungo e duro per tutti. Il buon cuore \u00e8, di tutte le qualit\u00e0 morali, quella di cui il mondo ha pi\u00f9 bisogno e il buon cuore \u00e8 il risultato dell\u2019agio e della sicurezza, non di una vita di dura lotta. I moderni metodi di produzione ci hanno dato la possibilit\u00e0 dell\u2019agio e della sicurezza per tutti; abbiamo scelto, invece, di avere un eccesso di lavoro per alcuni e la fame per altri<\/em>.\u201d [9].<\/p>\n<p><strong>Ringraziamenti<\/strong><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>Ringrazio Veronika Baumann, Alexander Smith e Pierre Martin-Dussaud e i partecipanti alla V Conferenza THINK per lo scambio interdisciplinare, per le interessanti discussioni e i commenti. Ringrazio Filip Mistopoljac per l\u2019espressione &#8220;fascismo delle macchine&#8221;.<\/p>\n<p><strong>Fonti<\/strong><\/p>\n<p>[1] Bronzini, G. (2018). Il reddito di base e la metamorfosi del lavoro: Il dibattito internazionale ed europeo. Rivista del Diritto della Sicurezza Sociale, 4.<\/p>\n<p>[2] Gini, A.R. e Sullivan, T. (1987). Work: The process and the person. Journal of Business Ethics, 6(8).<br \/>\n[3] Graeber, D. (2018). Bullshit Jobs. Garzanti<\/p>\n<p>[4] ILO. (2017). Report of the International Labour Organization (ILO) of the UN. <a href=\"https:\/\/www.ilo.org\/wcmsp5\/groups\/public\/\u2014dgreports\/\u2014cabinet\/documents\/publication\/wcms_591502.pdf\">https:\/\/www.ilo.org\/wcmsp5\/groups\/public\/\u2014dgreports\/\u2014cabinet\/documents\/publication\/wcms_591502.pdf<\/a>.<\/p>\n<p>[5] Keynes, J. M. (1930). Economic Possibilities for our Grandchildren. Essays in Persuasion. New York, W.W.Norton.<br \/>\n[6] Marx, K. (1857). Fragment on Machines. Grundrisse der Kritik der politischen \u00d6konomie, Penguin Classic, Gran Bretagna.<br \/>\n[7] Morse, N. and Weiss, R. (1966). The Function and the Meaning of Work. American Sociological Review, 20(2).<br \/>\n[8] OXFAM. (2019). Report of the anti-poverty international organization: Public good or private wealth? (Gennaio 2019).<br \/>\n[9] Russell, B. (1935). In praise of Idleness and other Essays. Taylor and Francis, Psychology Press, Abingdon (repr. 2004).<br \/>\n[10] Sloterdijk, P. (2016). Selected exaggerations: conversations and interviews 1993-2012. John Wiley &amp; Sons.<br \/>\n[11] UN. (1948). Universal declaration of human rights of the United Nations. <a href=\"https:\/\/www.un.org\/en\/universal-declaration-human-rights\/\">https:\/\/www.un.org\/en\/universal-declaration-human-rights\/<\/a>.<\/p>\n<p>Traduzione dall\u2019inglese di Thomas Schmid<\/p>\n<p>Revisione di Anna Polo<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In memoria di David Graeber (1961-2020), la cui morte prematura ha privato l&#8217;ideologia anarchica contemporanea di uno dei suoi migliori pensatori Perch\u00e9 lavoriamo? Dobbiamo lavorare? Oggi stiamo attraversando una pandemia globale che inevitabilmente condiziona alcune strutture della nostra societ\u00e0. 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