{"id":1173956,"date":"2020-08-06T16:20:35","date_gmt":"2020-08-06T15:20:35","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1173956"},"modified":"2020-08-09T09:58:10","modified_gmt":"2020-08-09T08:58:10","slug":"a-scuola-con-don-milani-una-testimonianza-diretta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2020\/08\/a-scuola-con-don-milani-una-testimonianza-diretta\/","title":{"rendered":"A scuola con Don Milani: una testimonianza diretta"},"content":{"rendered":"<p><strong>\u00a0<\/strong><em>Abbiamo intervistato Francesco Gesualdi, uno degli allievi della scuola di Barbiana creata da Don Lorenzo Milani. Una testimonianza straordinaria su una figura che ancora oggi resta un punto di riferimento fondamentale quando si parla di educazione, coerenza e coraggio. <\/em><\/p>\n<p><strong>Da bambino hai avuto la fortuna di essere uno degli allievi di Don Lorenzo Milani a Barbiana. Raccontaci la tua esperienza.<\/strong><\/p>\n<p>Sono arrivato a Barbiana nel dicembre del 1956, a Natale; avevo 7 anni e ci sono rimasto fino al \u201967, quando lui \u00e8 morto e la scuola \u00e8 stata chiusa. Ho trascorso quindi quasi tutta la mia infanzia e adolescenza l\u00e0. Il tempo della mia formazione, anche se non si smette mai di imparare e la formazione dura tutta la vita. L\u00e0 ho conosciuto i fondamenti dell\u2019apprendimento, che poi ho coltivato in tutta la mia vita. Barbiana non \u00e8 un vero e proprio paese, ma una localit\u00e0 con una chiesa, due case attaccate e qualche altra casa isolata intorno al monte Giovi. La chiesa era il fulcro.<\/p>\n<p>Io venivo dalla Puglia; la nostra stranamente fu un\u2019immigrazione agricola, non industriale. All\u2019inizio degli anni Cinquanta mio padre segu\u00ec un possidente locale che aveva un terreno da lavorare nei pressi di Prato. All\u2019inizio era solo, poi arrivammo mia madre e noi quattro figli. Dopo pochi mesi mio padre mor\u00ec per un attacco di cuore e mia madre si ritrov\u00f2 sola; a cinque anni fui mandato come da tradizione in collegio, ma ci rimasi solo un paio d\u2019anni. Un prete amico di Don Milani che conosceva la nostra situazione gli chiese di accogliere me e mio fratello Michele, i due pi\u00f9 piccoli &#8211; i pi\u00f9 grandi erano gi\u00e0 andati a lavorare. Don Milani ci accolse e cominciammo a vivere con lui. Fu di fatto un rapporto filiale, con il priore come padre e Eda come madre. Eda era la signora che lo aiutava gi\u00e0 a Calenzano e quando lui venne trasferito su a Barbiana lei lo accompagn\u00f2. Quando io arrivai Don Milani aveva 35 anni e visse fino a 47.<\/p>\n<p>Mia madre continu\u00f2 a vivere a Prato. Noi andavamo a trovarla di rado. Stavamo con il priore ed Eda 24 ore al giorno. Gli altri alla sera tornavano a casa, a mezzogiorno mangiavano dal tegamino che si erano portati, mentre noi pranzavamo a casa con loro. Io tutte le mattine alle 6 e 30 facevo il chierichetto e servivo messa. In chiesa eravamo solo io, il priore, Eda e sua madre Giulia, la \u201cnonna\u201d.<\/p>\n<p>Nonostante abitassimo con lui il priore aveva un\u2019attenzione particolare per gli ultimi e non faceva mai sentire a qualcuno di essere amato di pi\u00f9 o di meno degli altri. Inizi\u00f2 con un gruppetto di sei, non per scelta ideologica, ma per bisogno. A Barbiana esisteva solo la scuola elementare, che era una pluriclasse; finita quella c\u2019era gi\u00f9 al piano la scuola media, dove in tanti venivano espulsi prima del tempo, o neppure ci andavano perch\u00e9 era troppo lontana. Cos\u00ec nel \u201957 cominci\u00f2 a raccogliere questi ultimi. Una volta che ebbe portato questi primi sei alla conclusione della scuola dell\u2019obbligo, c\u2019erano altri ragazzi pronti ad iniziare, tra questi anch\u2019io che avevo inizialmente frequentato la pluriclasse elementare. Per farmi entrare in quel nuovo gruppo mi fece saltare la quinta e io ottenni la licenza elementare da privatista con un anno di anticipo.<\/p>\n<p>Don Milani invent\u00f2 questo sistema: la scuola che \u201cserviva\u201d per conseguire il titolo, ovvero seguendo i programmi ministeriali, si svolgeva alla mattina e veniva gestita dai ragazzi pi\u00f9 grandi che erano rimasti, mentre lui teneva le lezioni di pomeriggio fino a sera. E queste spaziavano dal pensiero alla riflessione, dalla discussione alla scrittura. Di solito si cominciava leggendo il giornale. Ci fu un periodo in cui i ragazzi erano dodici, divisi in due gruppi.<\/p>\n<p>D\u2019inverno la scuola si faceva nella canonica: c\u2019era la stanza principale e si usavano pi\u00f9 tavoli in contemporanea, poi si dedicava molto tempo al lavoro manuale. Avevamo un\u2019officina di sotto dove si lavoravano il legno e il ferro. La sua idea era quella di renderci persone LlBERE sotto tutti i punti di vista, nella nostra globalit\u00e0, proiettate nella nostra vita futura. Noi non siamo solo testa, ma anche mani, gambe\u2026<\/p>\n<p>C\u2019erano anche delle ragazze, ma poche, pi\u00f9 per scelta delle famiglie che non consideravano importante la loro istruzione. Eravamo gi\u00e0 in un periodo di forte esodo, Barbiana si stava spopolando: c\u2019erano quasi solo le famiglie legate alla scuola, tutte le altre se ne stavano andando e chi aveva solo ragazze andava via.<\/p>\n<p>Noi tutti gli anni andavamo gi\u00f9 alla scuola a dare gli esami di stato e passavamo a pieni voti. Si sparse la voce che chi studiava a Barbiana passava a pieni voti e allora arrivarono altri ragazzi dal piano, quelli che venivano bocciati. A Barbiana tutti recuperavano. Cos\u00ec se da una parte si erano esauriti i ragazzi delle poche famiglie vicine, dall\u2019altra cominciarono a venire a Barbiana fino da Vicchio. Arrivammo a 20-25 ragazzi, fino a 16 -17 anni. Dopo la terza media chi si fermava lo faceva perch\u00e9 voleva, perch\u00e9 gli piaceva e gli interessava, non perch\u00e9 si garantissero altri pezzi di carta.<\/p>\n<p>Il suo pallino era la padronanza della lingua, quindi anche le altre discipline potevano comunque servire ad arricchire il linguaggio e a fornire strumenti per fare altri approfondimenti pi\u00f9 avanti. Certo lui aveva presente che quei ragazzi potevano restare per un tempo limitato e quindi si chiedeva quale era l\u2019insegnamento pi\u00f9 urgente da fornire, per renderci cittadini sovrani capaci poi di stare nel mondo. Avevamo vari libri di testo, spesso regalati da amici. Lui poteva fare lezione su qualsiasi materia e il programma di stato si faceva tutto, oltrepassandolo alla grande.<\/p>\n<p>Le condizioni che poneva erano molto semplici: frequentare e rispettare gli orari, dalle 8 di mattina alle 7 di sera, con una pausa a mezzogiorno. Chi abitava vicino andava a casa a mangiare e gli altri si portavano il pasto da casa. 365 giorni all\u2019anno. Dopo pranzo si faceva del lavoro manuale che serviva per la casa o la scuola, o si riparava una buca nella strada\u2026 Non giocavamo cos\u00ec come lo si concepisce oggi e questo non era per noi una mancanza. La domenica pomeriggio poteva essere un momento pi\u00f9 ludico, giocavamo a nascondino, a rincorrersi, a saltare sulla schiena l\u2019uno dell\u2019altro\u2026<\/p>\n<p>Alle sette di sera tutti andavano a casa. Noi cenavamo e dopo cena lui in genere leggeva il breviario e non di rado ci si addormentava sopra, stanco e distrutto. Magari veniva qualche adulto del vicinato a fare due chiacchiere con la stufa accesa. A volte venivano dei suoi ex allievi da San Donato e allora l\u00ec si facevano le ore piccole, ma io andavo a letto.<\/p>\n<p>La scuola per Don Milani doveva essere collegata al contesto sociale. A quei tempi i ragazzi di campagna non avevano molti margini di scelta e l\u2019ozio non esisteva. Come gli adulti si alzavano alle 5 del mattino e andavano a letto alle 11 di sera; le braccia non bastavano mai. Lui non avrebbe mai accettato una situazione in cui i genitori erano a faticare nei campi e i ragazzi a trastullarsi, tanto pi\u00f9 che aveva un\u2019idea molto chiara: a 14 anni si andava a lavorare, perch\u00e9 a quell\u2019epoca era cos\u00ec. Quindi aveva chiaro che in un tempo molto breve doveva darci il massimo del sapere per fare di noi delle persone libere e dignitose. Non c\u2019erano margini per perdere tempo.<\/p>\n<p>C\u2019era poi l\u2019abitudine di spedirci all\u2019estero, in genere verso i 15 anni. Lui aveva rapporti soprattutto con la Germania, dove facemmo anche la prima gita. Poi molti andarono in Inghilterra e in Francia. Io passai anche un periodo in Nordafrica perch\u00e9 avevo deciso di studiare l\u2019arabo.<\/p>\n<p>Per spostarsi Don Milani usava una bici, gli sci e pi\u00f9 avanti una vespa. Nessun furgone o altro, i ragazzi dovevano arrangiarsi da soli. Le gite si facevano coi mezzi pubblici, andavamo anche a visitare citt\u00e0 d\u2019arte. A Roma, a Livorno a vedere il mare che noi montanari non avevamo mai visto\u2026<\/p>\n<p>Quanto c\u2019entrava la religione con tutto ci\u00f2? Potrei dire tutto e nulla. Religione intesa come dottrina MAI, religione intesa come riflessione sul senso della vita SEMPRE. Lui era un prete e quindi le sue funzioni le svolgeva. Ogni mattina alle 6,30 c\u2019era la messa e come dicevo io ero il suo chierichetto. Finch\u00e9 ha potuto ha detto messa tutti i giorni, poi quando si \u00e8 ammalato gravemente ha smesso. La domenica c\u2019erano parecchie persone. Con gli abitanti di Barbiana c\u2019era un bellissimo rapporto, era amatissimo, c\u2019era fiducia totale. A Vicchio invece, dove lui andava una volta alla settimana per telefonare alla mamma, era semplicemente ignorato.<\/p>\n<p>A scuola eravamo abbonati al Giorno, che era il giornale di Mattei, dell\u2019ENI; allora era un po\u2019 pi\u00f9 progressista, non era quello che poi \u00e8 stato assorbito dalla Nazione. Il Giorno metteva in risalto anche delle tematiche internazionali che lui reputava importanti. Don Milani conosceva benissimo il tedesco, oltre all\u2019inglese, al francese e all\u2019ebraico.<\/p>\n<p>Rispetto alla sua vita pubblica, alla sua visibilit\u00e0, per Don Milani c\u2019\u00e8 stato un crescendo continuo, quando \u00e8 morto era al top; era appena uscito \u201cLettera a una professoressa\u201d che fece molto discutere. Il libro usc\u00ec a maggio e lui mor\u00ec a giugno del 1967. Nel \u201958 erano uscite le Esperienze pastorali che fecero parlare molto di lui, poi la Lettera ai cappellani militari, la Lettera ai giudici e quella a una professoressa. Fu un crescendo di clamore che si cre\u00f2 intorno a Barbiana.<\/p>\n<p>Nel processo in cui lui fu imputato insieme a Pavolini, che era direttore di Rinascita e aveva pubblicato la Lettera ai cappellani militari in un primo momento vennero entrambi assolti. Poi in appello Pavolini venne condannato per apologia di reato, ma a quel punto Don Milani era gi\u00e0 morto.<\/p>\n<p>Don Milani sapeva quello che faceva, sapeva quali conseguenze avrebbero avuto le sue parole e a quali scontri andava incontro; ne aveva gi\u00e0 pagati di scotti in vita sua. Lui non faceva mai dei calcoli di convenienza, stava nella posizione pi\u00f9 corretta e vicina alla verit\u00e0, indipendentemente da quello che avrebbe potuto provocare. Di fatto comunque, peggio di cos\u00ec non gli potevano fare: a poco pi\u00f9 di trent\u2019anni era stato gi\u00e0 mandato in esilio a Barbiana. Quando era parroco a San Donato, vicino a Firenze, aveva preso delle posizioni che disturbavano i poteri, ecclesiastico, economico, politico. Aveva criticato certi compromessi della Chiesa col potere politico ed economico.<\/p>\n<p>Tanti poi vennero a trovarci a Barbiana, ma ci furono anche giornalisti che lui cacciava via, quando si rendeva conto che erano l\u00ec per strumentalizzarlo. Una volta mi ricordo che scacci\u00f2 dei giornalisti dello Specchio, un giornale fascista e ci invit\u00f2 a tirargli dei sassi perch\u00e9 se ne andassero. Riteneva pericolose certe testate e non le voleva.<\/p>\n<p>Con altri giornalisti entr\u00f2 invece in una relazione profonda e seria. Lui in genere era molto accogliente, permetteva a tutti di assistere alla sua scuola. Certo, faceva una selezione: se qualcuno veniva per parlare con lui o confessarsi, si appartavano. Se qualcuno veniva perch\u00e9 era curioso e voleva fare due chiacchiere, lui li selezionava sempre, li vivisezionava. Se valutava che non avessero nulla di interessante da dire ai ragazzi, faceva loro la cortesia di farli assistere alla lezione. Se invece riteneva che avessero qualcosa di interessante da dire interrompeva quello che si stava facendo e li intervistava. Noi a quel punto assistevamo a un dialogo tra lui e il visitatore, con un incitamento costante a intervenire.<\/p>\n<p>Sul lato affettivo, lui era un padre nel vero senso della parola, quindi aveva tutti gli atteggiamenti dei padri, dalla carezza, al richiamo, alla punizione se serviva; era al tempo stesso molto severo e molto tenero. Qualche ceffone ci stava, anch\u2019io ne ho presi tanti! Per varie marachelle, per una disattenzione. Se si rendeva conto che a scuola eravamo distratti o apatici andava su tutte le furie. E serviva, serviva, ci si svegliava. Comunque, diceva, un livido passa in 48 ore, un brutto voto a scuola ti rimane come un marchio. Era il padre insegnante che ci amava e quindi poteva darci un ceffone se serviva.<\/p>\n<p>Di Don Milani \u00e8 rimasta pi\u00f9 retorica o sostanza? Da parte delle persone che sono state \u201cfolgorate\u201d vedo un atteggiamento serio di riflessione di chi si lascia interrogare; su ci\u00f2 che si \u00e8 modificato a livello macro, o istituzionale, sarei piuttosto titubante. Sui film fatti qualcosa mi disturbava perch\u00e9 c\u2019erano difformit\u00e0 rispetto agli eventi reali, per\u00f2 ho capito che per chi non aveva vissuto direttamente quell\u2019esperienza i ritorni erano positivi. Per i film non mi hanno mai chiesto nulla, qualcosa su alcuni spettacoli teatrali.<\/p>\n<p>La sua malattia \u00e8 durata un buon quattro anni, dal \u201963 al \u201967. Linfonodi che si ingrossavano, un linfogranuloma maligno. Non era operabile, era un tumore al sistema sanguigno. Ha saputo da subito di avere una malattia grave, per\u00f2 ha fatto scuola fino a che ha avuto fiato. \u201cLettera a una professoressa\u201d \u00e8 stato completato con una certa ansia; lui sentiva che se ne stava andando. Stava parecchio male, la scuola la faceva dal letto. Vomitava, dolori che non ne poteva pi\u00f9. Nell\u2019ultimo periodo aveva bisogno di trasfusioni e venne ricoverato in ospedale; alla fine poi stava talmente male che si trasfer\u00ec a casa di sua madre a Firenze, dove mor\u00ec. Il rapporto con la madre era molto tenero, molto forte. Il padre era morto poco dopo che si era fatto prete. La madre invece l\u2019abbiamo conosciuta bene, veniva su a Barbiana tutte le estati. Era una signora distinta, le signore di un tempo\u2026 Era molto vicina al figlio, certo veniva da un\u2019altra situazione, era una famiglia aristocratica. Credo che la mamma si sia sempre adeguata ai voleri del figlio e che anzi gli abbia dato briglia sciolta e lo abbia anche sostenuto, magari non condividendo le sue posizioni.<\/p>\n<p><strong>Coerenza, responsabilit\u00e0, ricerca della verit\u00e0: queste le parole che userei per riassumere l\u2019esperienza di don Milani.<\/strong><\/p>\n<p>Dopo la morte di Don Lorenzo ebbi la possibilit\u00e0 di seguire un corso annuale alla CISL di Firenze per quadri sindacali, che mi serv\u00ec molto per completare la mia formazione e per colmare alcune mie lacune in ambito economico e giuridico. L\u00e0 ottenni strumenti utili a mettere in atto tutti gli stimoli ricevuti prima. Quindi una breve esperienza alla sezione sindacale di Massa, dove rimasi molto deluso e andai via. Abbandonai subito la carriera sindacale capendo che si veniva calati dall\u2019alto e non eletti dal basso\u2026 Poi feci il servizio militare, perch\u00e9 allora era obbligatorio. Mi sposai nel 1970, appena finito il militare. Passai un periodo a fare scuola popolare a San Donato con altri ex allievi, poi due anni in Bangladesh con la famiglia in un\u2019attivit\u00e0 di volontariato. Poi siamo tornati e abbiamo creato questo progetto che \u00e8 ancora in piedi, qui a Vecchiano, vicino a Pisa. Ho avuto un paio di figli naturali e vari altri in affidamento. Ho fatto l\u2019infermiere per guadagnarmi da vivere e tutte le attivit\u00e0 supplementari per contribuire a un mondo migliore.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-1173967 size-full\" src=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/Gesualdi-con-buganville.jpg\" alt=\"\" width=\"1600\" height=\"1200\" srcset=\"https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/Gesualdi-con-buganville.jpg 1600w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/Gesualdi-con-buganville-300x225.jpg 300w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/Gesualdi-con-buganville-720x540.jpg 720w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/Gesualdi-con-buganville-768x576.jpg 768w, https:\/\/www.pressenza.com\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/Gesualdi-con-buganville-1536x1152.jpg 1536w\" sizes=\"auto, (max-width: 1600px) 100vw, 1600px\" \/><\/p>\n<p>Il <a href=\"http:\/\/www.cnms.it\/chi-siamo\">Centro Nuovo Modello di Sviluppo<\/a> nacque\u00a0nell\u201985 con questa casa, quando finimmo di costruirla. Con mia moglie abbiamo sempre condiviso i progetti: la casa come luogo fisico era direttamente coinvolta nell\u2019attivit\u00e0 sociale e politica, quindi dovevamo essere tutti d\u2019accordo. Portavamo avanti sia la dimensione dell\u2019accoglienza coi ragazzi in affido, sia quella politica per cambiare l\u2019assetto della societ\u00e0. Abbiamo retto bene. Certo, forse bisognerebbe chiedere ai nostri figli come l\u2019hanno vissuta, a loro in parte l\u2019abbiamo \u201cimposta\u201d, ma quale \u00e8 la famiglia che non \u201cimpone\u201d dei contesti ai figli? E molte volte \u00e8 il contesto pi\u00f9 ampio che condiziona e ben pi\u00f9 pesantemente. Quanti ragazzi a 12 anni devono andare a lavorare, perch\u00e9 la famiglia non ce la fa\u2026 E\u2019 la famiglia che glielo impone? Credo siano pi\u00f9 le condizioni generali.<\/p>\n<p><strong>Tu hai attraversato gli ultimi decenni con questa eredit\u00e0 legata a Don Milani sulle spalle. Come sono andati?<\/strong><\/p>\n<p>Personalmente ho sempre cercato di dare il mio contributo per influenzare il corso della storia. Lo sforzo ha dato risultati? Abbiamo adottato le giuste strategie? Le migliori? Quando si fanno dei bilanci ci sono sempre delle luci e delle ombre.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00a0Abbiamo intervistato Francesco Gesualdi, uno degli allievi della scuola di Barbiana creata da Don Lorenzo Milani. Una testimonianza straordinaria su una figura che ancora oggi resta un punto di riferimento fondamentale quando si parla di educazione, coerenza e coraggio. 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