{"id":1095920,"date":"2020-05-01T10:09:56","date_gmt":"2020-05-01T09:09:56","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1095920"},"modified":"2020-05-01T10:44:13","modified_gmt":"2020-05-01T09:44:13","slug":"le-nuove-frontiere-del-1-maggio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2020\/05\/le-nuove-frontiere-del-1-maggio\/","title":{"rendered":"Le nuove frontiere del 1\u00b0 maggio"},"content":{"rendered":"<p align=\"justify\">Da quel 1\u00b0 maggio del 1886, quando a Chicago venne organizzata la grande manifestazione per ottenere la riduzione della giornata lavorativa a otto ore, i diritti dei lavoratori ne hanno fatta di strada. In Italia la dignit\u00e0 dei lavoro ha il sigillo della Costituzione che oltre a sancire il diritto di sciopero, la libert\u00e0 di organizzazione sindacale, il diritto a un salario sufficiente ad assicurare alla famiglia un\u2019esistenza dignitosa, pone il lavoro addirittura a fondamento della Repubblica. E a livello internazionale, riconoscendo che la mancanza di diritti in una qualsiasi nazione, impedisce la loro affermazione anche nelle altre, nel 1919 venne istituita l\u2019Organizzazione Internazionale del Lavoro, affinch\u00e9 gli stati concordassero diritti minimi da rispettare ovunque. Cos\u00ec sono state prodotte convenzioni sull\u2019orario di lavoro, sulla protezione della maternit\u00e0, sul lavoro notturno, sull\u2019et\u00e0 minima di accesso al lavoro, sul salario minimo, sulla libert\u00e0 sindacale, solo per citarne alcune. Dunque da un punto di vista giuridico l\u2019intelaiatura c\u2019\u00e8, ma le rapide trasformazioni economiche e tecnologiche che caratterizzano il nostro tempo, stanno creando situazioni inedite che richiedono risposte inedite.<\/p>\n<p align=\"justify\">Un elemento di novit\u00e0, indotto in parte dal diffondersi dei dispositivi informatici, in parte dalla ricerca di formule produttive sempre pi\u00f9 redditizie, \u00e8 rappresentato dall\u2019emergere di nuovi rapporti di lavoro, cos\u00ec detti parasubordinati, formalmente di tipo autonomo, di fatto subordinato a flessibilit\u00e0 totale. Tipica la posizione dei riders, addetti alla consegna di pizze e altri cibi pronti per conto di piattaforme che fanno da intermediari fra clienti che richiedono un pasto a domicilio e punti di ristoro che possono fornirli. Benvenuti nel mondo della gig economy o delle false partite IVA, il pianeta dei lavoretti che non comprende solo chi pedala in bicicletta, ma anche chi fa babysitteraggio, chi effettua pulizie per camere in affitto, chi svolge lavoro informatico occasionale. Complessivamente si stima che in Italia il pianeta gig economy occupi fra 700mila e un milione di persone, prevalentemente giovani. Eppure di loro non c\u2019\u00e8 quasi traccia nell\u2019anagrafe dell\u2019Inps, segno che non godono n\u00e9 di versamenti pensionistici, n\u00e9 di alcun tipo di copertura assicurativa. Da un\u2019indagine condotta dall\u2019Inps nel 2018 su 50 imprese di servizi on line (da Bemyeye a Crowdflower, Deliveroo, Moovenda, Prontopro\u2026), si apprende che 22 di esse non hanno posizione contributiva, 17 risultano avere solo lavoratori dipendenti, 11 sia lavoratori dipendenti che collaboratori iscritti alla Gestione Separata. In conclusione, poco pi\u00f9 di 2700 lavoratori. Tutti gli altri sono considerati lavoratori autonomi, a cui non \u00e8 pagato nient\u2019altro che il servizio reso secondo un tariffario stabilito dalla piattaforma. Quindi niente ferie, niente indennit\u00e0 di malattia, niente assicurazione contro gli infortuni, niente versamenti pensionistici. Una mancanza di diritti che va assolutamente sanata per porre fine ai profittatori del terzo millennio.<\/p>\n<p align=\"justify\">Un provvedimento legislativo che pu\u00f2 aiutare a dare dignit\u00e0 ai lavoratori dipendenti travestiti da partite IVA \u00e8 l\u2019introduzione di un minimo legale al di sotto del quale nessuna retribuzione pu\u00f2 trovare diritto di cittadinanza. Un minimo legale da non intendersi come sostitutivo dei livelli salariali fissati dalla contrattazione collettiva, ma come uno scudo a difesa di chi si trova in una posizione di tale debolezza da dover accettare qualsiasi sopruso. Il tema, caso mai, \u00e8 come fissare il salario minimo legale. Molti paesi, infatti, dispongono di questo strumento, ma il livello a cui sono attestati \u00e8 talmente basso da aver fatto del minimo legale non una forma di difesa a protezione dei lavoratori pi\u00f9 deboli, ma una forma di sfruttamento legalizzato. La Clean Clothes Campaign, un movimento che da anni fornisce assistenza ai lavoratori dell\u2019abbigliamento a livello globale, ritiene che il criterio giusto per fissare il minimo legale sia quello della vivibilit\u00e0. Della capacit\u00e0, cio\u00e8, di coprire le spese di base di un nucleo familiare tipo composto da tre persone. Un concetto in linea con l\u2019articolo 23 della Dichiarazione Universale dei diritti umani secondo il quale \u201cOgni lavoratore ha diritto a una retribuzione equa e in ogni caso sufficiente a garantire a lui e alla sua famiglia un\u2019esistenza dignitosa\u201d. Ed ora che Ursula von der Leyen ha inserito il salario minimo fra gli impegni programmatici della Commissione Europea, sarebbe importante lanciare un dibattito ampio e collettivo per definire insieme i suoi contorni.<\/p>\n<p align=\"justify\">L\u2019introduzione di un salario minimo vivibile potrebbe anche servire da stimolo per chi lavora in nero a denunciare la situazione di illegalit\u00e0 in cui si trova. Qualora notasse una differenza importante fra ci\u00f2 che prende e ci\u00f2 che fissa la legge, potrebbe essere incentivato a uscire allo scoperto per recuperare ci\u00f2 che gli \u00e8 negato dal datore di lavoro. Gli unici esclusi da questa possibilit\u00e0 sono gli extracomunitari irregolari che per lo pi\u00f9 troviamo nei campi a sgobbare per 25 euro al giorno. Cifra che diventa fra il s\u00ec e il no diciotto\u00a0 euro, detratta la quota pretesa dal caporale. E la sera, stanchi e avviliti,\u00a0 si rifugiano in una baracca\u00a0 costruita con lamiere e avanzi di plastica fra centinaia di altre baracche. Purtroppo molti di loro non possono emergere a causa della condizione di clandestinit\u00e0 in cui sono stati costretti dalla legge stessa. Ad esempio perch\u00e9 \u00e8 stata cancellata la ragione umanitaria come motivo di protezione internazionale. Ma questa situazione, oltre a fare male a loro, non giova neanche ai lavoratori italiani Sappiamo che l\u2019esistenza di un largo numero di persone disposto a lavorare per salari bassi, tira gi\u00f9 il salario di tutti, e ci\u00f2 \u00e8 motivo di ostilit\u00e0 verso gli stranieri. Ma l\u2019unico modo per rimettere gli immigrati in condizione di pretendere salari normali \u00e8 quello di regolarizzarli. Il che dimostra che i diritti dei lavoratori italiani non si difendono solo attraverso vertenze di categoria, ma anche intervenendo sul governo affinch\u00e9 si mostri pi\u00f9 accogliente verso gli stranieri e affinch\u00e9 attui una grande sanatoria che regolarizzi i 600mila clandestini oggi presenti sul nostro territorio. Un tipo di provvedimento assunto altre sette volte negli ultimi 34 anni, permettendo a centinaia di migliaia di persone di emergere dalla clandestinit\u00e0 fino ad avere due milioni e mezzo di lavoratori stranieri regolari che ogni anno contribuiscono all\u20198% del nostro Pil, versano all\u2019erario 3,3 miliardi di Irpef e consegnano all\u2019INPS 12 miliardi di contributi previdenziali a favore dei nostri pensionati.<\/p>\n<p align=\"justify\">E a dimostrazione di come i diritti dei lavoratori spesso si tutelino attraverso azioni indirette, giova ricordare l\u2019effetto della disoccupazione sulla forza contrattuale. E\u2019 noto che l\u2019esistenza di un alto numero di disoccupati indebolisce il movimento dei lavoratori che si presentano ai tavoli delle trattative fragili e ricattabili. Per questo la piena occupazione oltre che obiettivo sociale \u00e8 anche condizione necessaria per fare avanzare i diritti. Ma se in passato per promuovere la piena occupazione bastava stimolare la crescita indiscriminata degli investimenti, oggi che ci troviamo in piena crisi climatica e ambientale, siamo costretti ad effettuare scelte mirate. Dobbiamo stimolare l\u2019espansione delle energie rinnovabili, dei mezzi di trasporto pubblico, degli imballaggi sostenibili, del riciclaggio dei rifiuti, dell\u2019agricoltura biologica e ridurre la produzione di auto private, di plastica, di cibi confezionati. In una parola dovremo riformare il nostro sistema produttivo in un\u2019ottica di sostenibilit\u00e0, ma nessuno sa se alla fine il saldo occupazionale sar\u00e0 positivo o negativo. Del resto \u00e8 in atto un forte rinnovamento tecnologico orientato alla robotizzazione che rappresenta un altro grande punto interrogativo per l\u2019occupazione. Per cui avrebbe senso riportare in discussione un vecchio progetto che aveva come obiettivo la riduzione dell\u2019orario di lavoro. In tempo di crisi da coronavirus il vecchio slogan \u201clavorare meno, lavorare tutti\u201d potrebbe rappresentare un messaggio di speranza per chi teme di essere lasciato indietro.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da quel 1\u00b0 maggio del 1886, quando a Chicago venne organizzata la grande manifestazione per ottenere la riduzione della giornata lavorativa a otto ore, i diritti dei lavoratori ne hanno fatta di strada. 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