{"id":1047282,"date":"2020-03-03T16:51:17","date_gmt":"2020-03-03T16:51:17","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1047282"},"modified":"2020-03-03T16:51:17","modified_gmt":"2020-03-03T16:51:17","slug":"fermate-il-debito-dei-paesi-poveri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2020\/03\/fermate-il-debito-dei-paesi-poveri\/","title":{"rendered":"Fermate il debito dei paesi poveri"},"content":{"rendered":"<p>Il debito pubblico dei paesi poveri sta rialzando la testa e fa paura. Stiamo parlando dei paesi con reddito pro capite inferiore a 2.700 dollari all\u2019anno, quelli che il Fondo Monetario definisce\u00a0 LIDC,\u00a0 Low Income Developing Countries.\u00a0 In tutto 59, con una popolazione complessiva di un miliardo e mezzo di persone, il 20% dell\u2019intera popolazione mondiale. In ordine decrescente partiamo dal Buthan, con un reddito procapite, anno 2017, di 2.510 dollari all\u2019anno e arriviamo alla Somalia, con un reddito pro capite inferiore ai 280 dollari all\u2019anno. La conclusione \u00e8 che il 40% dell\u2019intera popolazione appartenente ai paesi a basso reddito\u00a0 vive con meno di un dollaro e 90 centesimi al giorno, la soglia infernale al di sotto della quale non c\u2019\u00e8 pi\u00f9\u00a0 traccia di dignit\u00e0\u00a0 umana. Oltre mezzo miliardo di derelitti concentrati soprattutto in Africa perch\u00e9 35 dei 59 paesi pi\u00f9 poveri si trovano sul suo territorio.\u00a0\u00a0 E non si\u00a0 tratta\u00a0 solo di nazioni con fragilit\u00e0 ambientale o\u00a0 conflitti in corso. Fra i paesi condannati alla povert\u00e0 ci sono anche quelli ricchi di petrolio o di minerali come Nigeria, Ciad, Zambia e Repubblica Democratica del Congo.<\/p>\n<p>Le statistiche mettono in evidenza tre aspetti rispetto al debito pubblico dei paesi pi\u00f9 poveri: \u00e8 in crescita, \u00e8 sempre pi\u00f9 caro, espone un numero crescente di paesi a rischio default. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, dal 2012 al 2018 il debito pubblico dei paesi poveri \u00e8 aumentato mediamente di tredici punti percentuali, passando dal 32 al 45% del loro PIL. Un aumento causato ogni volta da ragioni diverse,\u00a0 anche se solo in pochi casi\u00a0 si pu\u00f2 imputare a spese per investimenti, l\u2019unica forma di debito \u201csano\u201d che crea le premesse per ripagarsi. Una costante che si ritrova in gran parte dei casi \u00e8 la riduzione delle entrate accompagnata da un aumento delle spese. Pi\u00f9 si allarga la forbice fra le due grandezze, pi\u00f9 il debito cresce. Per cui \u00e8 sempre sui due lati della catena che bisogna porre l\u2019attenzione se vogliamo capire i processi di indebitamento.<\/p>\n<p>Sul piano delle entrate il Fondo Monetario rileva che fra il 2013 e il 2019 la media del gettito fiscale dei paesi poveri \u00e8 rimasta pressoch\u00e9\u00a0 immutata, attorno al 13% del PIL.\u00a0 Ma come tutte le medie, nasconde il fatto che alcuni sono riusciti ad aumentare il proprio gettito, mentre altri l\u2019hanno visto ridursi. L\u2019aspetto curioso \u00e8 che a navigare nelle acque peggiori sono stati i paesi fortemente dipendenti dalle materie prime. I paesi produttori di petrolio, ad esempio, sono quelli che registrano le entrate fiscali pi\u00f9 basse e che hanno subito le perdite pi\u00f9 gravi. Il loro gettito, infatti \u00e8 passato dal 7% del PIL nel 2014 al 4,5% nel 2019.\u00a0 Tipico il caso della Nigeria, il cui gettito fiscale proviene in larga parte dal petrolio. Le sue entrate fiscali sono passate da 24 miliardi di dollari nel 2013 a 15 miliardi nel 2016 a causa del crollo del prezzo del greggio che nel 2014 si \u00e8 ridotto del 60%, passando da 114 a 45 dollari al barile.\u00a0 Sorte ancora pi\u00f9 drammatica per il Ciad, anch\u2019esso produttore di petrolio, che per la stessa ragione ha dimezzato il proprio gettito fiscale,\u00a0\u00a0\u00a0 passato da 2,2 miliardi di dollari nel 2013 a 1,2 miliardi nel 2016.\u00a0 Triste effetto farfalla di una serie di concomitanze internazionali che fra il 2014 e il 2016 fecero crollare non solo il prezzo del greggio, ma anche di molte altre materie prime, gettando nella bufera paesi come Mozambico, Zimbabwe, Niger e vari altri paesi economicamente dipendenti dalle materie prime.<\/p>\n<p>La frenata nelle entrate costrinse molti governi a ridurre anche le spese, ma considerata gi\u00e0 la loro inadeguatezza rispetto ai bisogni del paese, giustamente non ci fu proporzionalit\u00e0. Cos\u00ec crebbe lo scarto fra entrate e uscite dei paesi pi\u00f9 poveri; se nel 2014 era mediamente attestato al 5% del loro Pil, nel 2017 lo troviamo all\u20198%.\u00a0 Una differenza\u00a0 che in prima battuta cercarono di arginare chiedendo aiuto\u00a0 ai governi occidentali. Ma i cordoni dei ricchi si erano fatti pi\u00f9 stretti e di soldi sotto forma di donazioni ora ne arrivavano meno. I numeri parlano chiaro: prima del 2014\u00a0 gli aiuti pubblici ai paesi\u00a0 pi\u00f9 poveri viaggiavano su una media di 24 miliardi di dollari all\u2019anno, nel 2017 li troviamo a 18 miliardi di dollari, una riduzione del 25%. Il peggio fu che i governi occidentali erano anche meno disponibili\u00a0 a concedere prestiti e ai paesi poveri non rimase altra scelta se non quella di bussare alla porta della Cina e dei privati. Alcuni analisti collocano i prestiti concessi dalla Cina ai paesi poveri attorno ai 200 miliardi di dollari, circa un quarto dell\u2019intero debito che grava sulle loro spalle.<\/p>\n<p>Ma la Cina non brilla per trasparenza ed \u00e8 difficile dire se la cifra corrisponda al vero. Si pu\u00f2 comunque dire che la Cina concede prestiti attraverso le sue banche di stato, spesso ai tassi di mercato e in cambio di contropartite commerciali. Dunque a condizioni simili a quelle dei soggetti privati che in ogni caso non si presentano come un fronte unico, ma come un mondo variegato formato non solo da banche, ma anche da fondi di investimento e perfino imprese commerciali. Basti dire che nel 2014 il Ciad ottenne un prestito di un miliardo e mezzo di dollari da Glencore, un\u2019impresa commerciale svizzera che accord\u00f2 il prestito come pagamento anticipato del petrolio che acquistava dal paese.<\/p>\n<p>Quanto al mondo finanziario, il suo coinvolgimento nel debito del Sud si capisce meglio alla luce del quantitative easing, la decisione di molte banche centrali del Nord del mondo di immettere nel sistema economico grandi quantit\u00e0 di moneta fresca per arginare gli effetti della crisi del 2008. Gli economisti stanno ancora discutendo se la misura sia riuscita nel proprio intento, ma di sicuro \u00e8 stata capace di stuzzicare gli appetiti di molti operatori finanziari, che hanno approfittato di tanto denaro in circolazione\u00a0 per fare il pieno di prestiti a buon mercato e riproporli, a loro volta, a governi e imprese del Sud del mondo a tasso maggiorato.<\/p>\n<p>In definitiva \u00e8 stato un po\u2019 come tornare agli anni Settanta del secolo scorso, quando i rappresentanti delle grandi banche internazionali facevano il giro delle capitali africane o latino americane per piazzare i petrodollari che inondavano le loro casseforti.\u00a0 E come allora si pagavano mazzette per spingere i ministeri a presentare progetti costosi che avrebbero fatto lievitare i prestiti richiesti, anche oggi sta ricomparendo la grande corruzione internazionale. Un caso clamoroso \u00e8 quello del Mozambico che si ritiene vittima di una truffa risalente al 2013, quando Ematum, societ\u00e0 marittima mozambicana, si accorda con Privinvest, armatore libanese, per l\u2019acquisto di alcuni pescherecci, ricorrendo a prestiti concessi da Credit Suisse e VTB. E per buttare l\u2019operazione sulle spalle del governo mozambicano vengono dati 150 milioni di dollari ad alcuni funzionari governativi affinch\u00e9 producano degli atti che attestano l\u2019impegno del governo a garantire la restituzione dei prestiti che strada facendo hanno raggiunto l\u2019astronomica cifra di 2 miliardi di dollari.\u00a0 Nell\u2019agosto 2019 il governo del Mozambico \u00e8 ricorso alla magistratura britannica per ottenere l\u2019annullamento degli impegni conseguenti alle garanzie fasulle. L\u2019affare \u00e8 complicato e il verdetto non \u00e8 atteso a breve, ma comunque vada a finire, il Fondo Monetario Internazionale annovera la corruzione fra le principali cause di danno finanziario dei paesi del Sud del mondo: la corruzione riduce le entrate fiscali e gonfia le spese, con conseguente aumento del debito che per i poveri \u00e8 sempre pi\u00f9 caro che per i ricchi.<\/p>\n<p>A titolo di confronto da alcuni anni il governo italiano paga interessi inferiori all\u20191% sui titoli di nuova emissione. Ai paesi poveri sono applicati tassi superiori al 2%, esponendo oltre la met\u00e0 di loro al rischio default. Lo dimostra il fatto che una quindicina di paesi, secondo i calcoli della Jubilee Campaign, destina \u00a0agli interessi il 18% delle entrate pubbliche gi\u00e0 ridotte all\u2019osso. Soldi tolti alla sanit\u00e0, alla scuola, alla tutela ambientale, che rendono il mondo sempre pi\u00f9 iniquo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il debito pubblico dei paesi poveri sta rialzando la testa e fa paura. 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