{"id":1036464,"date":"2020-02-16T22:11:01","date_gmt":"2020-02-16T22:11:01","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1036464"},"modified":"2020-02-16T22:53:42","modified_gmt":"2020-02-16T22:53:42","slug":"lo-spettro-della-questione-meridionale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2020\/02\/lo-spettro-della-questione-meridionale\/","title":{"rendered":"Lo spettro della questione meridionale"},"content":{"rendered":"<h2>La Nostra Affrica &#8211;\u00a0Autoritratto di un territorio<\/h2>\n<p><strong>1) Ipotesi genealogiche<\/strong> \u2013 Non c\u2019\u00e8 niente di stupefacente, e per varie ragioni, nel fatto che la cosiddetta questione meridionale resti ancora un problema inquietante per ogni coscienzioso e realista osservatore della concreta situazione italiana, che le problematiche di un sud sottosviluppato e gli immaginari comuni corrispondenti rivestano ancora il senso di 150 anni fa, con la differenza che oggi l\u2019Europa, essendo una realt\u00e0 economica e politica pi\u00f9 compatta e unitaria, ne \u00e8 pi\u00f9 consapevole di quanto potesse esserlo allora (in quanto i primi governi dell\u2019Italia unitaria non avevano alcun interesse a fare emergere le scandalose e drammatiche emergenze di un ex-impero diventato regione di un impero pi\u00f9 vasto, monarchico-parlamentare). Ma andiamo per gradi.<\/p>\n<p>In genere, l\u2019incessante riproporsi di un problema, qualunque sia, testimonia delle difficolt\u00e0 che si incontrano per risolverlo. Cosicch\u00e9, per quanto riguarda la questione meridionale, possiamo dire che, in qualunque modo la si affronti, qualunque ipotesi si componga sulle sue caratteristiche distintive, essa non scomparir\u00e0 se non quando non scompariranno, effettivamente, le condizioni di fatto per le quali essa sorge, insomma, la situazione reale che rivela un dislivello, una disarmonia, tra un Nord sviluppato e sempre propositivo e un Sud, semmai qualche volta propositivo, comunque mai in grado di raggiungere i livelli del Nord. Evidentemente questa disparit\u00e0 cronica, concreta, ha radici storiche e l\u2019attuale situazione empirica dell\u2019Italia riproduce in qualche misura la situazione originaria nella quale determinati intellettuali cominciarono a discutere propriamente di questione meridionale. C\u2019\u00e8 chi ha avuto l\u2019ardire di far risalire la nascita della questione meridionale alle lotte di potere per il controllo del Meridione seguite alla caduta di Federico II. Ma se \u00e8 per questo, niente ci impedirebbe di scovare altri indizi anche in periodi precedenti a quelli del noto imperatore. Si potrebbe anche aprire un capitolo sui segni del meridionalismo presenti anche nella rappresentazione dantesca di quei tempi.<\/p>\n<p>A rigor di termini, se i disordini dell\u2019Italia due-trecentesca hanno lasciato marchi indelebili nella formazione delle identit\u00e0 politiche e sociali della storia italiana, la questione meridionale propriamente detta non acquisisce i tratti di une vero problema, che d\u00e0 luogo a un dibattito pubblico, se non il giorno seguente la Spedizione dei Mille.<\/p>\n<p>Indubbiamente, prima di questo evento, e anche prima che il Sud diventasse oggetto di polemiche e di ricerche di approfondimento socio-politico, la raccapricciante realt\u00e0 non mostrava ancor alcun segno di essere uscita dai paradigmi organizzativi di origine feudale. Nonostante il Sud abbia avuto un ruolo affatto non marginale nella successione degli eventi che hanno caratterizzato la vita dell\u2019Europa sette-ottocentesca, nello specifico nell\u2019epoca illuministico-rivoluzionaria (al riguardo ci diffonderemo in capitoli a parte, centrando il focus su alcuni de suoi pi\u00f9 importanti intellettuali connessi al territorio oggetto del nostro studio e sul tema della \u201ctransumanza\u201d), niente ci legittima a parlare di questione meridionale prima dell\u2019Unit\u00e0, proprio perch\u00e9 le istanze profonde della realt\u00e0 non potevano ancora trovare espressione, perch\u00e9 i processi che avrebbero condotto l\u2019intera penisola all&#8217;unificazione erano ancora molto lontani, si stagliavano su un orizzonte ancora meramente ideologico, e perch\u00e9, insomma, il Meridione, con tutte le sue contraddizioni e i suoi dilemmi, era ancora un Impero ed era percepito in quanto tale. Al limite, dall&#8217;esterno, il problema, per gli altri \u201cimperi\u201d \u2013 non ancora diventati stati-nazione \u2013 poteva declinarsi nei termini di una guerra di conquista, come poi ce ne furono fino all&#8217;Unit\u00e0, che \u00e8 stata appunto una conquista in tutti i sensi. In altre parole, le istanze connesse alla questione meridionale avrebbero potuto trovare una rappresentazione e delle rappresentanze soltanto nel processo di formazione dell\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia. Anzi, nel processo di unificazione, queste istanze si trovarono quasi improvvisamente \u2013 ma il processo, in realt\u00e0, sar\u00e0 graduale, come tenteremo di mostrare nel seguito \u2013 a costituire i presupposti indispensabili per la combinazione delle diverse forze politiche che, tra contrasti e contraddizioni a dir poco necessarie in una visione storicista, resero possibile l\u2019unificazione stessa.<\/p>\n<p>Ora, ci chiederemo, di quali istanze parliamo? La risposta a questa domanda ci permetter\u00e0 senz&#8217;altro di entrare nel vivo della questione meridionale propriamente detta, come anche di giustificare il senso dell\u2019apposizione usata nel titolo \u201covvero italiana\u201d, anche perch\u00e9 subentrano dati effettivi che non si possono in nessun modo trascurare, a fortiori in un approccio materialista alla Storia.<\/p>\n<p>Facciamo soltanto una premessa. Come ha illustrato Massimo L. Salvadori nel libro <strong>L\u2019Italia e i suoi tre stati<\/strong>, lo Stato italiano ha conosciuto tre fondazioni. La prima ha dato vita a uno Stato monarchico, la seconda allo Stato fascista e la terza allo Stato democratico repubblicano. Il primo grande problema con il quale il nuovo governo unitario dovette confrontarsi fu proprio quello della netta difformit\u00e0 non proprio tra il nord e il sud, bens\u00ec tra questo e le regioni centro-settentrionali. Prima del 1861, le classi dirigenti, in particolare \u00ab quella piemontese \u00bb, non avevano una rappresentazione della situazione economica e sociale del Mezzogiorno. Ma non c\u2019\u00e8 niente di scandalizzarsi. Sul piano storico, non esistono meraviglie. Basti pensare che ancora dopo il 1948, la problematica della questione meridionale si ripresentava quasi identica. Ancora nel 1955, Norberto Bobbio, nella prefazione a Banditi a Partinico di Danilo Dolci, osservava che i politici e gli intellettuali del suo tempo non avevano nessuna idea della condizione del sud.<\/p>\n<p><strong>Vent&#8217;anni di fascismo avevano non soltanto sottratto alla collettivit\u00e0 le libert\u00e0 fondamentali<\/strong>, ma anche impedito a tutti di approfondire quel complesso sistema politico, economico, sociale e culturale dell\u2019ex Regno delle due Sicilie. Si direbbe che proprio da questa deficienza sia sorto il dibattito sul Mezzogiorno, cio\u00e8 la cosiddetta \u201cquestione meridionale\u201d. Evolvendosi, questo dibattito ha ritmato la storia stessa delle politiche dei vari governi che si sono succeduti fino a oggi. Ciononostante, oggi siamo ben lungi dal considerare questa problematica storica risolta. Per questo, evidentemente, risalire alle sue origini non risulter\u00e0 inopportuno e servir\u00e0 anche a fare luce sulla storia nazionale. La questione meridionale si forma gradualmente, nella pi\u00f9 ampia serie di vicende politiche e sociali seguite all&#8217;indomani dell\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia, vale a dire che essa \u00e8 una sola cosa con la questione nazionale. In altre parole, il tema della parziale o totale conoscenza delle condizioni del Meridione condiziona ogni possibilit\u00e0 di approfondire le differenze tra Nord e Sud e quindi la nostra concezione della societ\u00e0 italiana nel suo insieme. L\u2019impostazione che qui adottiamo segue essenzialmente l\u2019approccio storiografico adottato da Massimo L. Salvadori nel libro Il mito del buongoverno. La questione meridionale da Cavour a Gramsci, un libro degli anni sessanta, per moltissimi aspetti, tuttora insuperato.<\/p>\n<p><strong>2. Dati storici e rappresentazioni politiche<\/strong> \u2013 <strong>Nel 1861, l\u2019Italia contava circa 22 milioni di abitanti.<\/strong> Non pi\u00f9 di cinquemila possedevano un\u2019istruzione elementare, e molto pi\u00f9 basso era il numero di coloro che sapevano effettivamente leggere e scrivere. Il tasso di analfabetismo era del 78% e raggiungeva il 90% nel Mezzogiorno e nelle Isole. L\u2019Italia era uno dei paesi europei con il maggior numero di centri urbani, che ruotavano attorno a irrilevanti attivit\u00e0 produttive.<\/p>\n<p><strong>La citt\u00e0 pi\u00f9 popolosa era Napoli, con 450.000 abitanti<\/strong>, a cui facevano seguito Torino, Palermo e Roma; ma la popolazione urbana dell\u2019intera penisola corrispondeva al 20% del totale della popolazione. La maggioranza degli italiani viveva ancora nelle campagne. L\u2019agricoltura risultava ancora la base di sopravvivenza per il 70% della popolazione attiva, contro il 18% dell\u2019industria e dell\u2019artigianato e il 12% del terziario. Nel nord, nella zona irrigua della Pianura Padana, erano sorte aziende agricole a conduzione capitalistica che impiegavano manodopera salariata e che coesistevano con le aziende a conduzione familiare delle zone collinari del Veneto, del Piemonte e della Lombardia.<\/p>\n<p><strong>Nell&#8217;Italia centrale,<\/strong> soprattutto in Umbria, in Toscana, e nelle Marche, il sistema di mezzadria, se impediva l\u2019innovazione tecnologica, assicurava quantomeno un certo livello di pace sociale. Nel Sud, e nelle isole, la situazione era molto diversa. Eccezion fatta per alcune zone della Campania, della Puglia e della Sicilia, coltivate prevalentemente a ortaggi, e di alcune zone montagnose dove si viveva di un\u2019agricoltura e di una pastorizia comunque misere, il paesaggio meridionale non mostrava alcun segno di rinnovamento, le distese di terra coltivate prevalentemente a grano portavano piuttosto l\u2019impronta del grande latifondo e del vecchio ordinamento feudale.<\/p>\n<p>Tra gli osservatori politici del tempo, chi aveva visitato il Mezzogiorno, non mancava di sottolinearne l\u2019arretratezza, rispetto al nord, sotto diversi aspetti : fame, basso livello di istruzione, disoccupazione, corruzione negli impieghi, ingiustizia, carenza di libert\u00e0 civili, distacco del popolo dalla vita politica. Proprio questo quadro paralizzante aveva sotto agli occhi il Farini, luogotenente nelle province meridionali, quando scriveva a Cavour : \u00ab Altro che Italia ! Questa \u00e8 Africa : i beduini a confronto di questi cafoni, son fior di virt\u00f9 civili \u00bb. Un paragone che, paradossalmente, ricadeva proprio nel periodo in cui falliva il primo tentativo, da parte del neonato governo unitario, di occupare Lagos, in Nigeria.<\/p>\n<p>Non c\u2019\u00e8 dubbio che<strong> Cavour<\/strong>, informato sulle condizioni del sud dai suoi corrispondenti, sia stato uno dei primi uomini politici a considerare la questione meridionale il pi\u00f9 urgente dei problemi dell\u2019Italia unita ; tanto che, nei suoi ultimi giorni diceva : \u00ab L\u2019Italia del nord \u00e8 fatta, non ci sono pi\u00f9 n\u00e9 Lombardi, n\u00e9 Piemontesi, n\u00e9 Toscani, n\u00e9 Romagnoli : siamo tutti italiani ; ma ci sono ancora i Napoletani \u00bb, termine con cui epocale si intendeva tutti i meridionali. Ed \u00e8 vero che la questione meridionale rappresentava una piaga aperta dell\u2019avvenuta unificazione, il problema che assillava gli ambienti governativi pi\u00f9 di ogni altro problema, un problema cos\u00ec enorme che questi preferivano giustamente tenerlo in sordina, nascondendolo anche agli altri paesi europei, dove all&#8217;ordine del giorno c\u2019era la nodosa \u201cquestione sociale\u201d nella quale, evidentemente, la questione meridionale, italiana, rientrava a pieno titolo.<\/p>\n<p><strong>L\u2019emergenza del dibattito sul Mezzogiorno<\/strong><\/p>\n<p><strong>1. Le \u201cLettere Meridionali\u201d<\/strong> e la rivoluzione etica di Pasquale Villari \u2013 Sebbene Cavour ed altri politici fossero edotti delle problematiche del sud, chi introdusse la questione meridionale nel dibattito pubblico nazionale, non fu un politico bens\u00ec un intellettuale, uno storico, per la precisione, Pasquale Villari, il quale si pu\u00f2 considerare il principale precursore di quel filone di studiosi del Meridione che chiamiamo \u201cmeridionalisti\u201d. Anzi, pi\u00f9 che un precursore, Villari rappresent\u00f2 un vero e proprio maestro del meridionalismo.<\/p>\n<p><strong>L\u2019attivit\u00e0 meridionalista del Villari si concretizz\u00f2 nell\u2019arco del primo trentennio dell\u2019Italia unita<\/strong>. Le sue prime riflessioni sulla situazione del sud risalgono al 1860 quando, spinto dall&#8217;entusiasmo per l\u2019unificazione in corso, scrive al suddetto Farini che una politica di buon governo nel Meridione deve basarsi prima di tutto sull\u2019\u00abonest\u00e0\u00bb, e quindi su una strategia di lotta contro la disonest\u00e0, contro la \u00ab camorra \u00bb e la corruzione pubblica cresciute sotto il dispotismo borbonico. Questa lotta \u00e8 da farsi su diversi livelli ma soprattutto attraverso la realizzazione di lavori pubblici, perch\u00e9, secondo lo storico, \u00ab nel regno di Napoli, una strada vale assai pi\u00f9 della libert\u00e0 di stampa ; moralizza assai pi\u00f9 del leggere e dello scrivere \u00bb. Sul tema della moralizzazione mediante opere pubbliche, in seguito, si diffonderanno anche altri studiosi e personalit\u00e0 politiche, non da ultimo lo stesso Danilo Dolci. Attivo nella Sicilia degli anni cinquanta e sessanta, Danilo Dolci poneva al centro di una riforma morale la costruzione di strade, dighe ed altre opere pubbliche (insomma la ricostruzione materiale). Ai suoi occhi, ad esempio, la costruzione della prima grande diga siciliana, nella valle di Jato, iniziata nel 1962, a seguito di innumerevoli iniziative nel decennio precedente, e terminata un decennio dopo, rappresent\u00f2 un\u2019esperienza unica di educazione di un popolo.<\/p>\n<p><strong>Nell\u2019autunno 1861<\/strong>, dunque, cominciano ad apparire sul giornale \u00ab Perseveranza \u00bb, le \u00ab Prime Lettere Meridionali \u00bb, in cui il Villari denuncia le ingiustizie e le usurpazioni commesse alle spalle del popolo da parte degli amministratori pubblici ed esorta il governo a esaminare con attenzione soprattutto la situazione nel mondo contadino. Inoltre, si esprime a favore di operazioni di polizia contro il brigantaggio ma secondo un\u2019ottica di \u00ab dispotismo moderato \u00bb, immaginando azioni di repressioni finalizzate ad assicurare il passaggio dal dispotismo assoluto dello Stato precedente a un futuro Stato moderato (<strong>Ricordiamo che nel 1863 si mobiliter\u00e0 la \u201cCommissione parlamentare d\u2019inchiesta sul brigantaggio<\/strong>\u201d).<\/p>\n<p><strong>In seguito, i tumulti comunardi del \u201870-71<\/strong> lo condussero a un ripensamento sull\u2019efficacia dei mezzi repressivi in un territorio come il Meridione, dove maggiore era l\u2019insoddisfazione delle masse nei confronti del nuovo governo unitario. Nel 1875, Villari si persuade dell\u2019esistenza di limiti strutturali nelle politiche governative. Quindici anni dopo le sue prime lettere, ai suoi occhi, la questione meridionale non riguardava pi\u00f9 solamente il problema dell\u2019onest\u00e0, ma anche il profondo disagio sociale ed economico della popolazione. Nelle nuove \u00ab Lettere Meridionali \u00bb, Le sue nuove riflessioni puntano soprattutto a mettere in guardia il governo centrale contro l\u2019eventualit\u00e0 di un\u2019esplosione del malcontento popolare. Egli sostiene chiaramente che all\u2019origine dei \u00ab delitti che si moltiplicano ogni giorno \u00bb c\u2019\u00e8 la miseria diffusa e il tipico disagio proveniente dalla distribuzione ineguale della ricchezza, e che il brigantaggio \u00e8 essenzialmente il prodotto della irrisolta \u00ab questione agraria e sociale \u00bb.<\/p>\n<p><strong>\u00c9 la disperazione della fame che, secondo lo storico napoletano, trasforma un onesto contadino in un brigante<\/strong>. Per cui il fuoco dei moschetti andrebbe sostituito con l\u2019adozione di \u00ab mezzi preventivi \u00bb, strumenti capaci di risolvere i problemi alla base. Fame, malattia, penuria di strutture socio-educative, basso tasso di alfabetizzazione, rigide politiche di repressione (sprechi di risorse pubbliche per le operazioni militari a fronte di spese bassissime per l\u2019istruzione e lo sviluppo economico), \u201comissione\u201d di interventi da parte dello stato, sono le cause storiche classiche del fenomeno del banditismo ed in genere di rivalse violente di alcuni gruppi sociali. \u00c8 cos\u00ec che sorge il tema delle cause sociali ed economiche della violenza nel sud, un tema che impugner\u00e0 lo stesso Danilo Dolci nelle sue analisi del banditismo siciliano contemporaneo nel libro, gi\u00e0 citato, Banditi a Partinico (1955).<\/p>\n<p><strong>2. Dalla scuola del Villari alle inchieste di Sonnino e Franchetti<\/strong> \u2013 Possiamo dunque affermare chela questione meridionale nasce come problema fondamentale dell\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia, con le lettere di Villari e che, prima di queste lettere, una rappresentazione del sud non esisteva. Sulla scia di Villari, si cre\u00f2 un orientamento politico-culturale che da Napoli invest\u00ec gradualmente il panorama nazionale ed in seguito europeo e internazionale. Alle lettere di Villari, seguirono gli studi di Pasquale Turiello, Giustino Fortunato, Napoleone Colajanni, Saverio Nitti, Ettore Ciccotti, Gaetano Salvemini, Guido Dorso, <strong>Luigi Sturzo<\/strong> fino ad <strong>Antonio Gramsci<\/strong>, che possiamo considerare come la prima corrente del meridionalismo italiano, a cui far\u00e0 seguito la corrente maturata sotto il fascismo e fiorita nell\u2019immediato secondo dopoguerra (nella quale occorre annoverare Rocco Scotellaro, Tommaso Fiore, Ernesto De Martino, Carlo Levi, Danilo Dolci, Corrado Alvaro, Francesco Jovine ed altri intellettuali, politici ed artisti). Villari incoraggi\u00f2 anche la visita di Jessie White Mario (scrittrice inglese, infermiera garibaldina definita la \u2018Giovanna d\u2019Arco della causa italiana\u2019) nei bassifondi di Napoli che in seguito descriver\u00e0 nel libro La Miseria di Napoli (1877). E fu sempre lui a sollecitare i toscani Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino a interessarsi del Sud.<\/p>\n<p><strong>Del 1875 \u00e8 l\u2019indagine, a firma del primo, intitolata Condizioni economiche e amministrative delle province napoletane,<\/strong> che portava in appendice uno studio del corregionale sulla mezzadria in Toscana. Franchetti descriveva le condizioni del contadino meridionale in una prospettiva antitetica al mito diffuso allora di una generosit\u00e0 delle risorse del Mezzogiorno che favorirebbe la pigrizia dei suoi abitanti. Inoltre, metteva in luce come l\u2019ignoranza, la superstizione, l\u2019assenza di senso civico e quindi dei propri diritti, facilitassero il suo assoggettamento al \u201cgalantuomo\u201d, ovvero a quel tipo di meridionale piccolo borghese di cui Salvemini disegner\u00e0 il ritratto qualche decennio pi\u00f9 avanti. Infine, Franchetti rimarcava le contraddizioni del governo, padre giusto nell\u2019ideale, ingiusto nei fatti, richiamandolo al dovere di far rispettare le sue leggi soprattutto ai suoi stessi funzionari. Le analisi di Franchetti sulla condizione del contadino e sulla corruzione degli amministratori in Meridione, trovavano appoggio nel saggio di Sonnino, il quale proponeva come soluzione il modello della prosperosa agricoltura toscana. La visione di Sonnino era abbastanza simile a quella di Villari. La mezzeria, di cui in Toscana si erano sperimentati i benefici effetti gi\u00e0 da mezzo secolo, poteva garantire anche nel Meridione una certa pace sociale e quindi la stabilit\u00e0 stessa del governo conservatore.<\/p>\n<p>Ma l\u2019opera cui \u00e8 pi\u00f9 legata la fama di Sonnino e Franchetti \u00e8 l\u2019<strong>inchiesta dedicata alla regione siciliana, intitolata Sicilia nel 1876<\/strong>, anch\u2019essa divisa in due parti, la prima rivolta all\u2019analisi dei fatti, la seconda incentrata sui rimedi. In linea di massima, il metodo e l\u2019obiettivo di fondo sono i medesimi della ricerca sulle province napoletane. Da una parte la denuncia delle scandalose condizioni della societ\u00e0 siciliana, \u201ctutta ordinata a vantaggio della classe abbiente\u201d, con lunghe digressioni sulla formazione del clientelismo, nonch\u00e9 sulla mafia, concepita come organizzazione illegale operante nei punti sensibili delle amministrazioni locali; dall\u2019altra l\u2019accusa verso il governo di favorire, non sostenendo i funzionari nell\u2019adempimento dei loro doveri, il processo di corruzione in continua espansione. Essi vedevano nei ministeri italiani \u201cdare per primi l\u2019esempio di quelle transazioni che sono la rovina della Sicilia\u201d, e spostarono in definita la questione meridionale dal piano sociale al piano etico-morale, quello su cui speravano agisse il governo, speranza che non videro mai realizzata.<\/p>\n<p><strong>3. La questione meridionale attraverso la \u201cRassegna<\/strong>\u201d \u2013 La propaganda meridionalista dei due intellettuali toscani si svolse, oltre che con le due opere sopra menzionate, anche attraverso la rivista \u201cRassegna settimanale\u201d, fondata a Firenze nel 1878 con lo scopo di illustrare alla borghesia al potere i profili di gravi problemi sociali, primo fra tutti quello del Meridione. La rivista ospitava gli interventi di eminenti studiosi come il napoletano Giustino Fortunato, il foggiano Antonio Salandra, lo stesso Villari, e fu determinante nel contribuire, come scrisse Benedetto Croce, \u201ca Fare smettere alle classi colte italiane quell\u2019istintivo movimento di chiudere gli occhi, del quale aveva parlato il Villari, e a introdurre la pacata discussione sul socialismo e sui doveri della borghesia verso contadini e operai, a dare maggiore rilievo [\u2026] ai problemi sociali ed economici concernenti il benessere delle classi popolari\u201d. Il tono battagliero degli scritti di Sonnino e Franchetti, i ripetitivi appelli alla classe dirigente di prendere in considerazione le loro ardite proposte, riflettevano quel m\u00e9lange, peculiare a entrambi, di passione politica, scienza e umanesimo, quest\u2019ultimo pi\u00f9 incidente nel secondo.<\/p>\n<p>Sebbene militanti nell\u2019area conservatrice, antisocialista e anti-parlamentarista, specie per ci\u00f2 che concerne Sonnino, le idee della Rassegna non apparivano meno progressiste di quelle degli avversari politici. Anzi, sembravano alimentate da un forte spirito di autocritica, prospettando alla borghesia rimedi di ampia apertura sociale, tali da renderle possibile, come ci dice Salvadori, la crescita nelle classi popolari della fiducia nelle nuove istituzioni uscite dall\u2019Unit\u00e0.<\/p>\n<p>I problemi principali, che non divennero mai contenuto di un concreta azione politica, riguardavano la discussione dei poteri dell\u2019esecutivo, la riforma a favore delle classi agricole, la lotta al socialismo (che nel caso del Sonnino, era un\u2019unica cosa con la lotta al clericalismo), al richiesta di un governo capace di stare al di sopra di tutti gli interessi di classe e l\u2019allargamento del suffragio anche a coloro che non sapevano leggere e scrivere, l\u2019atto del voto ritenuto esso stesso un primo atto di educazione degli analfabeti. Ma al centro di tutte le istanze della Rassegna, c\u2019era una preoccupazione pi\u00f9 profonda che faceva s\u00ec che la visione dei due toscani apparisse pi\u00f9 sotto la luce di una vivace riformismo ideale, che di un efficace metodo praticabile nella realt\u00e0. Essi denunciavano s\u00ec le condizioni arretrate del Meridione, ma anche \u201cl\u2019egoismo\u201d e le trame che tramortivano le istituzioni, la \u201cdecadenza degli istituti politici\u201d, come osserv\u00f2 Zanotti Bianco in un saggio su Franchetti. Essi individuarono la soluzione della questione sociale nella questione etica, nella moralizzazione delle istituzioni, del governo, della classe che lo rappresenta. \u201cEssi cercarono \u2013 afferma Salvadori \u2013 di dare alle classi dirigenti la coscienza del problema meridionale\u201d, di fornire loro i lumi per fare chiarezza su un\u2019oscura condizione. Certo. In questo i due intellettuali erano pi\u00f9 nell\u2019ideale che nel reale. Ma ci\u00f2 non toglie che con essi la conoscenza del Mezzogiorno \u201cebbe un grande approfondimento\u201d. Le loro inchieste restano tuttora una privilegiata fonte storica.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Storia dell&#8217;Unit\u00e0 d&#8217;Italia e riflessioni sulla questione meridionale<\/p>\n","protected":false},"author":1748,"featured_media":1036465,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[11388,56,55],"tags":[11961,13647,71199,39370,4024,13645],"class_list":["post-1036464","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-contenuti-originali","category-cultura","category-politica","tag-antonio-gramsci","tag-mezzogiorno","tag-pasquale-villari","tag-questione-meridionale","tag-storia-ditalia","tag-unita-ditalia"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.1.1 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Lo spettro della questione meridionale<\/title>\n<meta name=\"description\" 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