{"id":1034185,"date":"2020-02-14T17:51:56","date_gmt":"2020-02-14T17:51:56","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1034185"},"modified":"2020-05-15T09:40:50","modified_gmt":"2020-05-15T08:40:50","slug":"i-nodi-dellauto-sostenbile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2020\/02\/i-nodi-dellauto-sostenbile\/","title":{"rendered":"I nodi dell\u2019auto sostenibile"},"content":{"rendered":"<p>I paesi a ricchezza avanzata sono all\u2019affannosa ricerca di modi per mantenere il livello di consumi raggiunto e nel contempo rispettare i limiti del pianeta. Ma il compito si presenta piuttosto arduo e rischia di condurci ad una sostenibilit\u00e0 dell\u2019apartehid, costruita, cio\u00e8, su disuguaglianze ancora pi\u00f9 marcate di quelle che abbiamo conosciuto fin qui. Un mondo verde dove pochi eletti usano le poche risorse esistenti\u00a0 mentre una massa di esclusi \u00e8 tenuta fuori dal banchetto.\u00a0 Tutto il contrario del modello di ecologia integrale proposto da Papa Francesco dove sostenibilit\u00e0 ed equit\u00e0 si tengono per mano.<\/p>\n<p>L\u2019automobile descrive meglio di tutti le contraddizioni in cui ci dibattiamo. Con l\u2019emergere dei cambiamenti climatici il nostro obiettivo \u00e8 diventata la riduzione delle emissioni di anidride carbonica ed \u00e8 alla tecnologia che ci siamo affidati,\u00a0 con un doppio mandato.\u00a0 Uno di lunga durata che metta\u00a0 fine alla dipendenza dal petrolio. L\u2019altro,\u00a0\u00a0 pi\u00f9 immediato, che ci procuri un combustibile meno inquinante.\u00a0 Entrambi presentano criticit\u00e0.<\/p>\n<p>Fino a qualche anno fa, la pista che inseguivamo per ottenere auto\u00a0 sganciate dal petrolio era\u00a0 l\u2019idrogeno. Poi, ragioni di tipo energetico, di sicurezza e di rete distributiva hanno raffreddato le aspettative ed oggi\u00a0 si insegue piuttosto l\u2019auto elettrica. Un progetto che da un punto di vista tecnico \u00e8 gi\u00e0 realt\u00e0, ma che riapre vecchi problemi quando pretende di diventare consumo di massa. Nell\u2019auto elettrica la funzione di serbatoio \u00e8 svolta dalla batteria,\u00a0 rispetto alla quale va precisato che pu\u00f2 renderci veramente indipendenti dal petrolio solo se la corrente elettrica utilizzata per ricaricarla proviene da sole, vento e altre energie rinnovabili. Ad oggi solo il 26% dell\u2019energia elettrica mondiale \u00e8 di tipo rinnovabile. Ma questo \u00e8 solo uno degli aspetti critici. L\u2019altro \u00e8 che per produrre le batterie serve litio e cobalto, due minerali che oltre a essere fonte di preoccupazione sociale presentano problemi di quantit\u00e0. Da un punto di vista sociale, il cobalto \u00e8 diventato sinonimo di corruzione, evasione fiscale, lavoro minorile,\u00a0 dal momento che \u00e8 ottenuto per il 60% dalla Repubblica Democratica del Congo, un paese dominato da assenza di legge, mancanza di senso dello stato, violazione \u00a0dei diritti umani. Quanto al litio, il 65% dei depositi si trovano in un triangolo che si estende fra Cile, Argentina e Bolivia, una zona abitata da popolazioni che non sorridono all\u2019idea di vedere il loro territorio trivellato di miniere. La preoccupazione principale \u00e8 per l\u2019acqua, di cui le imprese minerarie necessitano in gran\u00a0 quantit\u00e0 in una zona in cui ce n\u2019\u00e8 poca. In Cile, nel Salar de Atacama, dove l\u2019estrazione del litio ormai avviene da anni, la carenza di acqua si \u00e8 fatta cos\u00ec acuta da avere messo le \u00a0popolazioni in uno stato di conflitto permanente con le imprese minerarie.<\/p>\n<p>Sul fronte quantitativo i geologi ci informano che il litio costituisce circa lo 0.006 % della crosta terrestre,\u00a0 qualcosa di\u00a0\u00a0 meno\u00a0 dello zinco, del rame, del tungsteno e qualcosa di pi\u00f9 del cobalto, dello stagno, del piombo. Ma ai fini estrattivi contano i depositi ad alta concentrazione e secondo il Geological Survey degli Stati Uniti le riserve fruibili di litio non andrebbero oltre i 40 milioni di tonnellate.\u00a0 Una quantit\u00e0 che si mostra molto limitata qualora l\u2019industria dell\u2019auto elettrica dovesse avere lo sviluppo che si paventa. In totale le principali case automobilistiche prevedono di produrre\u00a0 20 milioni di auto elettriche all\u2019anno a partire dal 2025, per passare a 25 milioni nel 2030 e addirittura a 60 milioni dopo il 2040.\u00a0 Se consideriamo che secondo la tecnologia attuale per\u00a0 ogni auto\u00a0 servono dai 40 agli 80 chili di litio, si fa presto a calcolare un fabbisogno\u00a0\u00a0 di circa 100.000 tonnellate all\u2019anno a partire dal 2025 che salirebbe a\u00a0\u00a0 300.000 tonnellate dopo il 2040.\u00a0 In altre parole i depositi attualmente conosciuti potrebbero esaurirsi nel giro di pochi decenni. Analogo destino per \u00a0\u00a0il cobalto che pur giocando un ruolo minore potrebbe esaurirsi in tempi altrettanto rapidi a cause delle minori riserve stimate in appena 25 milioni di tonnellate.<\/p>\n<p>Ad oggi, le auto in circolazione a livello mondiale sono quasi un miliardo. Per rimpiazzarle tutte con auto elettriche servirebbe la met\u00e0 delle riserve di litio oggi conosciute. E tuttavia le auto non sono gli unici strumenti a utilizzare batterie. Ad esse si aggiungono i cellulari, i tablet, i computer, gli accumulatori per pannelli solari. Il futuro, insomma, si presenta come la societ\u00e0 della batteria e la domanda di litio e cobalto potrebbe diventare cos\u00ec\u00a0 alta da spingere i loro prezzi a livelli proibitivi per le classi meno abbienti. Il solito vecchio meccanismo di mercato che ristabilisce l\u2019equilibrio fra domanda e offerta a detrimento dei pi\u00f9 poveri.<\/p>\n<p>E mentre l\u2019industria dell\u2019automobile si sta organizzando per tagliare il cordone ombelicale dal petrolio, gli stati stanno\u00a0\u00a0 cercando di ridurre le emissioni inquinanti spingendo l\u2019acceleratore sulla\u00a0 \u00a0produzione di carburanti di origine vegetale che risultano meno impattanti. Uno dei primi paesi che si \u00e8 buttato in questa avventura \u00e8 stato il Brasile, trasformando la canna da zucchero in bioetanolo, un alcool che pu\u00f2 essere utilizzato tal quale in auto con motori apposti o che pu\u00f2 essere utilizzato come additivo delle normali benzine. Il Brasile produce il 23% di tutto il bioetanolo prodotto a livello mondiale, ma \u00e8 superato di gran lunga dagli Stati Uniti che ne produce il 49%.\u00a0 E non utilizzando masse vegetali inadatte all\u2019alimentazione, ma il mais di cui \u00e8 primo produttore mondiale. Ben il 38% di tutto il mais prodotto negli Stati Uniti\u00a0 \u00e8 destinato al bioetanolo. Altrove si privilegia il grano, l\u2019orzo, la segale, sicch\u00e9 la Fao calcola che\u00a0 il 14% di tutte le granaglie raccolte a livello mondiale sono bruciate nei motori. L\u2019Unione Europea \u00e8 un basso produttore di bioetanolo che comunque ottiene principalmente dalla barbietola da zucchero e in secondo ordine dal mais. Ma ha molto sviluppato la produzione di biodiesel di cui \u00e8 il primo produttore mondiale con una quota del 37%.\u00a0 Il biodiesel si ottiene da oli vegetali provenienti da tre semi principali: olio di palma (31%), soia (21%), colza (20%). Complessivamente il 16% di tutto l\u2019olio vegetale prodotto a livello mondiale \u00e8 destinato alla produzione di biodiesel.<\/p>\n<p>Cercare ogni strada per ridurre le emissioni di anidride carbonica \u00e8 sacrosanto, ma bisogna farlo evitando di creare problemi su altri fronti. Parlando di biocombustibili, tre punti interrogativi si affacciano alla mente. Il primo: quanto sia giusto e opportuno destinare cibo ai trasporti in un mondo dove il 12% della popolazione non mangia a sufficienza e in cui le bocche da sfamare sono in crescita. Il secondo: quanto sia sensato avvelenare la terra con pesticidi e fertilizzanti per ottenere pi\u00f9 derrate agricole da destinare ai trasporti. Il terzo: quanto sia logico sottrarre terra ai boschi in un momento in cui abbiamo bisogno di pi\u00f9 vegetazione per abbattere l\u2019anidride carbonica. I biocarburanti rischiano di diventare diretti antagonisti delle foreste non solo perch\u00e9 si contrappongono alla riforestazione, ma peggio ancora perch\u00e9 promuovono la deforestazione. E\u2019 noto, \u00a0\u00a0ad esempio, che\u00a0 la crescita esponenziale della produzione di olio di palma ottenuta negli ultimi anni si \u00e8 accompagnata a una distruzione massiva di foresta non solo in Asia, ma anche in Africa e America Latina. Per cui dobbiamo chiederci se non sia arrivato il tempo di cercare di arrestare i problemi generati dai nostri eccessi, \u00a0concentrandoci non solo sulla tecnologia ma anche sugli stili di vita. Parlando di trasporti \u00e8 arrivato il tempo di chiederci se non dobbiamo ridurre la nostra produzione di anidride carbonica, accettando di viaggiare meno, pi\u00f9 lentamente e in forma pi\u00f9 collettiva, capendo che il noi \u00e8 pi\u00f9 efficiente dell\u2019io.<\/p>\n<p><em>Articolo originale pubblicato su Avvenire il 14 Febbraio 2020<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I paesi a ricchezza avanzata sono all\u2019affannosa ricerca di modi per mantenere il livello di consumi raggiunto e nel contempo rispettare i limiti del pianeta. 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