{"id":1028135,"date":"2020-02-05T14:36:12","date_gmt":"2020-02-05T14:36:12","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1028135"},"modified":"2020-02-05T14:45:34","modified_gmt":"2020-02-05T14:45:34","slug":"cambiare-il-sistema","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2020\/02\/cambiare-il-sistema\/","title":{"rendered":"Cambiare il sistema"},"content":{"rendered":"<p><em>Esistono nessi sempre pi\u00f9 evidenti che legano i cambiamenti climatici con l\u2019economia, le politiche sociali, le guerre, le migrazioni e l\u2019ambiente. C\u2019\u00e8 da mettere concretamente in discussione un sistema che produce morte, come spiega il nuovo <a href=\"https:\/\/www.dirittiglobali.it\/17-rapporto-sui-diritti-globali-2019\/\">Rapporto sui Diritti Globali<\/a> (a cui ha contribuito anche <a href=\"https:\/\/comune-info.net\">Comune<\/a>), con il sua imponente patrimonio di analisi, dati e storie. \u201cIl domani si cambia a partire dall\u2019oggi e dal qui\u2026\u201d.<\/em><\/p>\n<p class=\"has-drop-cap\">Il 17\u00b0 <a href=\"https:\/\/www.dirittiglobali.it\/17-rapporto-sui-diritti-globali-2019\/\">Rapporto sui Diritti Globali<\/a>, curato da Associazione Societ\u00e0 INformazione Onlus, promosso da CGIL con l\u2019adesione delle maggiori associazioni italiane impegnate sui temi dei diritti e pubblicato da Ediesse (a cui ha collaborato per il terzo anno consecutivo la redazione di <a href=\"https:\/\/comune-info.net\/\">Comune<\/a><strong>*<\/strong>), ha quest\u2019anno un tema centrale: quel <strong>diritto al futuro <\/strong>che milioni di giovani, ma anche cittadini di ogni et\u00e0, stanno reclamando nelle strade di tutto il mondo e che, al contempo, stanno costruendo giorno per giorno, nella capacit\u00e0 di costruire consapevolezza e di esercitare cultura critica e conflitto nel presente.<\/p>\n<div class=\"wp-block-image\"><\/div>\n<p>Un futuro che va garantito e conquistato dalle nuove generazioni, che sono in modo pi\u00f9 marcato minacciate dall\u2019evoluzione dei cambiamenti climatici, ancora insufficientemente contrastati, e che perci\u00f2 va anche cambiato, perch\u00e9 il futuro che si prospetta mantiene caratteristiche di <strong>ingiustizia climatica e sociale<\/strong>.<\/p>\n<p>Assieme, non va certo smarrita l\u2019attenzione al presente: <strong>il domani si cambia a partire dall\u2019oggi e dal qui<\/strong>, dall\u2019impegno quotidiano contro gli squilibri ecologici, le diseguaglianze, le povert\u00e0, la condizione di debolezza economica e di sottrazione di diritti che vivono attualmente i lavoratori e i ceti pi\u00f9 esposti. Per questo la questione climatica e ambientale traversa un po\u2019 tutti i capitoli di questo nuovo Rapporto sui diritti globali. Per la sua drammatica centralit\u00e0 e urgenza, ma anche per evidenziare i nessi profondi che esistono tra economia, lavoro, politiche sociali, politiche globali, guerre, migrazioni e ambiente. Intrecci e interdipendenze che il Rapporto indaga, analizza e indica ormai da diciassette anni e che ora trovano nel riscaldamento globale una delle manifestazioni pi\u00f9 preoccupanti e distruttive. Da qui anche il titolo esortativo: <em>Cambiare il sistema<\/em>.<\/p>\n<p>\u00c8 infatti quella l\u2019urgente posta in gioco che emerge dalle analisi e dai dati contenuti nel volume. <strong>Si tratta di mettere concretamente in discussione un sistema che produce morte<\/strong>, destabilizzazione, guerre, diseguaglianze, povert\u00e0, devastazione ambientale, per costruire valide e concrete alternative. Ma, di nuovo, anche pratiche nel presente, come quelle che vengono raccontate nel capitolo \u201cIn comune\u201d, dedicato a quel mondo in costruzione dal basso che prefigura il possibile.<\/p>\n<h3>Nazional-populismo e rischio recessione globale nel 2020<\/h3>\n<p>Dai tagli fiscali, alle normative rilassate, alle tariffe, ogni iniziativa economica del presidente degli Stati Uniti Donald Trump si \u00e8 basata anche nel 2019 su una promessa: far partire un\u2019ondata di investimenti e riportare posti di lavoro che il Paese ha perso a favore dei suoi concorrenti.<\/p>\n<p>I tagli fiscali di Trump hanno stimolato l\u2019economia americana nel 2018. Ma le statistiche del governo e di altre fonti non supportano la tesi sull\u2019efficacia di queste politiche nell\u2019attirare investimenti e posti di lavoro. Quella del taglio delle tasse sul capitale \u00e8 una strategia, oltre che ingiusta, di cortissimo respiro. La legge fiscale varata nel 2017 ha ridotto l\u2019aliquota dell\u2019imposta sul reddito delle societ\u00e0 al 21% rispetto all\u2019aliquota massima del 35%, e ha rivisto il modo in cui gli Stati Uniti tassano le multinazionali. A met\u00e0 del 2019 i dati hanno mostrato che questi cambiamenti hanno incoraggiato le multinazionali a trasferire centinaia di miliardi di dollari di profitti, ma solo a fini contabili, attraverso un processo noto come \u201crimpatrio\u201d. Trump ha citato spesso questi dati come se riflettessero gli investimenti diretti negli Stati Uniti. Ma \u00e8 un\u2019illusione ottica.<\/p>\n<h3>La Cina rallenta<\/h3>\n<p>Nel 2019 la crescita economica della Cina \u00e8 crollata al livello pi\u00f9 basso degli ultimi tre decenni, ma non \u00e8 stata solo colpa della guerra commerciale con gli Stati Uniti. Questa \u00e8 la tesi di Trump, secondo il quale il calo \u00e8 direttamente collegato alla volont\u00e0 delle imprese di tornare, o trasferirsi, negli Stati Uniti. Ma \u00e8 una tesi falsa. Se \u00e8 in atto un nuovo processo di delocalizzazione, le imprese americane non cambiano continente, piuttosto si recano nei Paesi della subfornitura dove il costo del lavoro \u00e8 inferiore ma dove esistono infrastrutture capaci di trasferire le merci prodotte a un costo inferiore sul mercato capace di acquistarle.<\/p>\n<p>Il massiccio pacchetto di stimoli finanziari stanziato nel 2008 dal governo di Pechino per dare una spinta al mercato interno ha trainato la crescita accelerata nel corso dell\u2019ultimo decennio. Una crescita impressionante, ma ha portato alla produzione di 40 trilioni di dollari di debito pubblico, aziendale e familiare che valeva pi\u00f9 del 300% del prodotto interno cinese nel marzo 2019. Alla fine dell\u2019estate il debito complessivo cinese valeva il 15% del totale globale. A questa situazione il governo ha reagito inasprendo le norme del sistema finanziario, riducendo drasticamente i prestiti bancari e limitando quelli non regolamentati, anche nel settore bancario ombra. In pratica, ha strozzato il credito, bloccato la domanda, creato le condizioni per una spirale al ribasso.<\/p>\n<h3>La crisi \u00e8 arrivata in Germania<\/h3>\n<p>La crescita della zona euro \u00e8 stata scarsa nel 2019. I diciannove Paesi del blocco valutario sono cresciuti collettivamente dello 0,2% da aprile a giugno. L\u2019Unione Europea, che comprende la zona euro pi\u00f9 altri nove Paesi, ha registrato lo stesso tasso. La principale causa di questo notevole rallentamento \u00e8 stata la Germania che \u00e8 risultata la pi\u00f9 colpita dalla guerra commerciale di Trump contro la Cina, in particolare il suo settore manifatturiero.<\/p>\n<h3>Il conflitto sino-americano<\/h3>\n<p>Oltre a quello legato alla guerra dei dazi, un altro rischio cui \u00e8 soggetta l\u2019economia globale riguarda lo scontro strategico tra Stati Uniti e Cina sulla tecnologia, la contesa per il dominio sulle industrie del futuro, a cominciare da <strong>5G<\/strong>, intelligenza artificiale, robotica.<\/p>\n<p>Lo scenario \u00e8 ulteriormente complicato dal possibile aumento dei prezzi del petrolio e conseguente recessione globale a causa del conflitto tra Stati Uniti e Iran e della sua possibile degenerazione.<\/p>\n<h3>Il Green New Deal<\/h3>\n<p>La proposta del Green New Deal, presentata con due risoluzioni al Congresso degli Stati Uniti da Alexandria Ocasio-Cortez e da Edward Markey (ma ripresa anche in Europa), ha combinato l\u2019approccio economico di Roosevelt con proposte sulle energie rinnovabili e sull\u2019efficienza delle risorse. Una volta adottata spingerebbe a trasformare tutte le fonti energetiche in rinnovabili e a emissioni zero, compresi gli investimenti in auto elettriche e sistemi ferroviari ad alta velocit\u00e0. Si immagina cos\u00ec un nuovo sistema fiscale diretto a tassare il carbonio e il suo impatto sociale, un elemento ricorrente nelle politiche progressiste negli ultimi decenni, ma mai realmente applicato con efficacia e sistematicit\u00e0. Oltre ad aumentare i posti di lavoro finanziati dallo Stato, questa politica si propone di affrontare la povert\u00e0 puntando a migliorare la condizione delle \u201ccomunit\u00e0 vulnerabili\u201d che includono i poveri e le persone svantaggiate. Per ottenere un sostegno supplementare, la risoluzione negli Stati Uniti ha presentato richieste di assistenza sanitaria universale, l\u2019aumento dei salari minimi, la prevenzione dei monopoli attraverso politiche antitrust. In vista delle elezioni presidenziali del 2020, la politica climatica \u00e8 cos\u00ec diventata uno dei principali temi in una discussione che va oltre i confini degli Stati Uniti e la posizione negazionista di Trump.<\/p>\n<p>Il Green New Deal invoca una \u201cmobilitazione nazionale decennale\u201d i cui obiettivi intrecciano i principi della giustizia sociale con quelli della giustizia climatica, una straordinaria fiducia nel potere della tecnologia e la credenza nella possibilit\u00e0 di un suo uso pubblico e statale, l\u2019idea di una programmazione economica con quella di un rilancio dello Stato sociale (Welfare) su basi molto pi\u00f9 estese e radicate.<\/p>\n<h3>Il lavoro verde<\/h3>\n<p>Un punto importante del Green New Deal americano \u00e8 la garanzia federale del lavoro [Federal job guarantee], uno dei centri ispiratori per la campagna elettorale presidenziale del 2020 di un\u2019area del Partito Democratico. Tale garanzia potrebbe mettere la gente in condizione di lavorare nella manutenzione delle zone umide o curando gli orti comunitari, fornendo al contempo un\u2019alternativa al lavoro a bassa retribuzione legato alle catene di approvvigionamento ad alta intensit\u00e0 di carbonio. Walmart, per esempio, \u00e8 il pi\u00f9 grande datore di lavoro in 22 Stati statunitensi. Paga un salario-base di undici dollari all\u2019ora. McDonald\u2019s, un altro importante datore di lavoro, impiega uno ogni otto lavoratori e ha sempre resistito agli appelli per istituire un salario minimo da 15 dollari. I posti di lavoro federali garantirebbero invece un simile pagamento, creando un livello salariale nazionale e costringendo le catene di vendita al dettaglio e i fast food ad aumentare i loro salari o a rischiare che i loro dipendenti siano attratti da lavori pi\u00f9 retribuiti che migliorano le loro comunit\u00e0 e le rendono pi\u00f9 resistenti all\u2019impatto sul clima.<\/p>\n<p>Va poi considerato che l\u2019economia immateriale non \u00e8 affatto ecocompatibile, lo dimostra la natura altamente energivora dell\u2019economia digitale. Ma certamente si possono trovare nelle nuove tecnologie strumenti per modificare profondamente le economie basate sulle energie fossili.<\/p>\n<p>Secondo una ricerca dell\u2019Organizzazione Internazionale del Lavoro (International Labour Organization, ILO) una transizione concertata verso le <strong>energie rinnovabili<\/strong> potrebbe costare fino a 6 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo in settori ad alta intensit\u00e0 di carbonio, potrebbe creare 24 milioni di posti di lavoro, o un guadagno netto di 18 milioni, e molto di pi\u00f9 della profonda perdita di posti di lavoro che deriverebbe da un cambiamento climatico incontrollato.<\/p>\n<h3>Disuguaglianze aggressive<\/h3>\n<p>Crescono con un trend continuativo e importante le disuguaglianze di reddito e ricchezza, creando nelle societ\u00e0 \u2013 quelle europee, sebbene con diverse intensit\u00e0, e quella italiana \u2013 un divario che non solo ostacola ogni proposito di maggiore giustizia sociale, ma minaccia lo stesso sviluppo socio-economico, come riconosciuto dalla stessa grande finanza anche nell\u2019ultimo meeting di Davos. Nel 2018 i pi\u00f9 ricchi del mondo (l\u20191% della popolazione) hanno visto crescere la loro ricchezza di un ulteriore 12%, vale a dire 2,5 miliardi di dollari al giorno (900 miliardi di dollari in un anno), mentre al contempo la ricchezza di cui dispone la met\u00e0 pi\u00f9 povera del globo (3,8 miliardi di umani) \u00e8 simmetricamente scesa dell\u201911%.<\/p>\n<h3>Le tasse tolte ai ricchi<\/h3>\n<p>Tra i tanti problemi, quello delle tassazioni che nel tempo sono andate a favore dei pi\u00f9 ricchi (e delle maggiori imprese multinazionali): dati OCSE dicono che solo 4 centesimi per ogni dollaro prelevato dalla fiscalit\u00e0 viene da imposte sulla ricchezza (patrimonio immobiliare, fondiario o di successione), e il sistema \u00e8 in generale a favore dei percettori di redditi pi\u00f9 elevati, che hanno visto diminuire l\u2019imposizione fiscale in molti tra i paesi pi\u00f9 ricchi, con una aliquota massima passata dal 62% del 1970 al 38% del 2013. Le grandi multinazionali, poi, si sottraggono all\u2019imposizione fiscale per un ammontare stimato di 7.000 miliardi di dollari e pagano aliquote in continua diminuzione, dal 34% del 2000 al 24% del 2016.<\/p>\n<p>Secondo il Fondo Monetario Internazionale (non proprio una ONG radicale\u2026), un modesto +0,5% di tassazione imposto all\u20191% pi\u00f9 ricco equivarrebbe al costo dell\u2019istruzione per 260 milioni di bambini e alle cure sanitarie per 100 milioni di umani, e non avrebbe conseguenze negative su crescita e sviluppo.<\/p>\n<h3>Italia, ascensore bloccato e emergenza minori<\/h3>\n<p>A proposito di Italia, gli indicatori europei segnano un trend decisamente negativo che ci colloca in pozione critica nella graduatoria comunitaria. La deprivazione materiale tocca il 10,1%, era il 7,1% nel 2008, ed \u00e8 il 6,9% nell\u2019Unione, mentre la bassa intensit\u00e0 lavorativa affligge l\u201911, 8% degli italiani a fronte del 9,3% di tutti gli europei, ed era il 10,4% nel 2008. Dunque, di male in peggio.<\/p>\n<p>Continua a crescere la povert\u00e0 dei pi\u00f9 piccoli, che \u00e8 una emergenza italiana da decenni, ormai: \u00e8 povero assoluto il 9,7% delle famiglie con un figlio minore e ben il 19,7% tra quelle con 3 o pi\u00f9 figli minori. Quando poi \u00e8 un solo genitore a prendersi cura dei figli, il dato sale all\u201911%, con un incremento di 2 punti percentuali nell\u2019ultimo anno. Il trend \u00e8 tra i pi\u00f9 sfavorevoli: <strong>sono 1,26 milioni i minori in povert\u00e0 assoluta<\/strong>, erano 1,20 milioni nel 2017, 52mila minori in pi\u00f9.<\/p>\n<h3>L\u2019Italia non \u00e8 un paese per donne<\/h3>\n<p>Nel 2018 l\u2019Italia si posiziona al 70\u00b0 posto su 149 paesi per quanto riguarda il <em>gender gap<\/em> complessivo, al di sotto di molti paesi dei continenti africano e asiatico, e molto lontano da molti paesi europei; il crollo nella graduatoria \u00e8 dovuto soprattutto all\u2019ambito lavoro e opportunit\u00e0 economiche, dove siamo al 118\u00b0 posto, e se si considera in particolare la parit\u00e0 retributiva, si scivola fino al 126\u00b0 posto.<\/p>\n<p>Nella graduatoria su 34 paesi OCSE, l\u2019Italia \u00e8 la quarta per disoccupazione femminile, E quando lavorano, le donne lo fanno con contratti meno favorevoli: il 32,4% (3.164.000 donne) lavora part time a fronte dell\u20198,5% degli uomini (1.143.000), e questo vuol dire meno salario.<\/p>\n<h3>Povert\u00e0 abitativa. A colpi di sfratti e sgomberi<\/h3>\n<p>Decreti sicurezza, sgomberi degli edifici occupati, sfratti: questo il linguaggio che anche nell\u2019anno passato ha continuato ad accompagnare una delle maggiori crisi sociali del nostro paese, quella abitativa, mentre quel fondo sociale che dovrebbe sostenere le famiglie nelle spese per gli affitti ha toccato cifre risibili, 10 milioni di euro per il 2019 ed altri 10 per il 2020. Nemmeno un pannicello caldo.<\/p>\n<h3>Reddito di base, tutto il mondo ne parla (e lo sperimenta)<\/h3>\n<p>Una delle pi\u00f9 importanti esperienze \u00e8 stata realizzata in <strong>Namibia<\/strong>, in Africa, tra il 2008 e il 2009 con l\u2019erogazione mensile di 100 dollari namibiani (circa 13 dollari americani) a 930 residenti di et\u00e0 inferiore ai 60 anni. Dallo studio realizzato a valle, emerse che la soglia di povert\u00e0 pass\u00f2 dal 76%, al 37%, la disoccupazione dal 60% al 45% con un aumento delle attivit\u00e0 economiche e di piccole imprese. I bambini sottopeso passarono dal 42% al 10%. Aument\u00f2 l\u2019uso dei servizi sanitari e finalmente si ebbe accesso ai farmaci contro l\u2019HIV.<\/p>\n<p>In <strong>Kenya<\/strong> l\u2019organizzazione non governativa Give Directly con un crowdfunding, al quale hanno partecipato anche diversi filantropi delle imprese tecnologiche, ha raccolto circa 30 milioni di dollari per una sperimentazione in 120 villaggi, per i prossimi dodici anni e che vedr\u00e0 erogare un RdB a oltre 16 mila persone, in maniera incondizionata.<\/p>\n<p>Negli <strong>Stati Uniti<\/strong>, la citt\u00e0 di Stockton in California, ha avviato nella primavera del 2019 una prima fase sperimentare per le fasce pi\u00f9 povere della citt\u00e0. Agli inizi del 2018 in Canada 4000 cittadini hanno ricevuto un RdB di circa 17 mila dollari l\u2019anno a persona. La sperimentazione ha voluto valutare l\u2019effetto sulla salute delle persone, sul benessere generale ma anche sulla produttivit\u00e0.<\/p>\n<p>Dal 2012 al 2013, in <strong>India<\/strong>, il pi\u00f9 grande sindacato di donne, il SEWA (Self Employment Women Association) e l\u2019UNICEF, lo hanno sperimentato in 20 villaggi rurali in Madhya Pradesh. I risultati hanno spinto il governo indiano ad avviare studi di fattibilit\u00e0 per la sua estensione e il tema \u00e8 entrato nel dibattito elettorale del 2019. Nel piccolo Stato del Sikkim, intanto, il governo ha avviato un percorso per una sperimentazione su larga scala gi\u00e0 dal 2020. Sempre in Asia, in Corea del Sud ha preso il via il progetto Youth Basic Income Program con l\u2019introduzione, nella provincia di Gyeonggi, di un RdB destinato a oltre 170 mila giovani basato sull\u2019erogazione di una speciale moneta che pu\u00f2 essere spesa nel circuito commerciale provinciale.<\/p>\n<p>Anche a Marica, in <strong>Brasile<\/strong>, dal 2016, viene erogato un RdB attraverso una moneta locale, il Mumbucas, che pu\u00f2 essere spesa nei negozi, nei mercati e per i servizi comunali. Destinata a circa 14 mila cittadini, da luglio 2019 coinvolger\u00e0 oltre 50 mila persone (su 150 mila residenti). Si tratta di un reddito individuale e incondizionato di circa 130 Reais al mese (circa 31 euro) sostenuto, in parte, dalle royalties dell\u2019estrazione petrolifera.<\/p>\n<p>Tra le altre iniziative assume un ruolo di primo piano quella realizzata in <strong>Finlandia <\/strong>dal 2017 al 2018. In questo caso la sperimentazione, promossa dal governo, ha coinvolto 2.000 persone. L\u2019Istituto finlandese per la protezione sociale, Kela, pubblicher\u00e0 i risultati a fine 2020.<\/p>\n<p>Nel 2018, in <strong>Francia<\/strong>, 13 dipartimenti regionali hanno proposto di sperimentarlo a livello locale e nel marzo 2019 la citt\u00e0 di Grand-Synthe ha avviato il percorso per introdurlo su scala comunale.<\/p>\n<p>Tuttavia, \u00e8 l\u2019<strong>Alaska<\/strong> il paese al mondo cha ha introdotto un modello di reddito universale e incondizionato riconosciuto anche dalla Costituzione: il Permanent Fund Dividend. Uno schema nato dal dibattito di met\u00e0 anni Settanta, su come redistribuire la ricchezza generata dall\u2019estrazione di petrolio e, nel 1982, venne realizzato un fondo in cui convogliare parte dei profitti da redistribuire ai cittadini. Si tratta di una somma monetaria, erogata annualmente, destinata a tutti i residenti. Attualmente circa 650.000 persone ricevono un importo che varia in ragione del rendimento del fondo, ma la somma stabilita \u00e8 uguale per tutti. Dai primi anni del Duemila ha raggiunto la cifra di oltre 2.000 dollari a persona.<\/p>\n<h3>Rifugiati: miti, leggende e realt\u00e0<\/h3>\n<p>Alla fine del 2018 erano 70,8 milioni le donne, i bambini e gli uomini costretti a fuggire a causa di persecuzione, guerra, violenza, violazioni di diritti umani, cambiamenti climatici. Solo un piccolo rivolo di quell\u2019umanit\u00e0 disperata arriva in Italia e in Europa, dove si (stra)parla di \u201cinvasione\u201d di migranti; non pochi esponenti politici strumentalizzano la questione di rifugiati e migranti e creano irresponsabilmente allarmismi infondati. In Libano per esempio ci sono 156 rifugiati per ogni mille abitanti autoctoni. In Giordania ci sono 72 rifugiati per ogni mille abitanti autoctoni. In Turchia 45 per ogni mille. La met\u00e0 dei Paesi con la popolazione di rifugiati pi\u00f9 alta rispetto al numero di abitanti autoctoni \u00e8 nell\u2019Africa subsahariana.<\/p>\n<h3>Alla conquista dello spazio<\/h3>\n<p>Dopo la terra, i mari e l\u2019aria, non poteva mancare lo spazio nei sogni parabellici di molti governanti. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha annunciato la creazione di un comando generale dello spazio che si chiamer\u00e0 esercito dell\u2019aria e dello spazio.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 nel 2018 gli Stati Uniti avevano annunciato la pianificazione di un esercito spaziale entro il 2020: un progetto voluto da Donald Trump per non perdere la sfida con Russia e Cina. Il Segretario della Difesa, Patrick M. Shanahan, ha dichiarato al 35\u00b0 Simposio sullo Spazio in Colorado che il prossimo conflitto potrebbe essere combattuto proprio al di l\u00e0 dell\u2019atmosfera, tra i satelliti che viaggiano intorno alla terra.<\/p>\n<h3>Europa armata: il Fondo europeo per la difesa<\/h3>\n<p>Fortress Europe, la Fortezza Europa, continua ad armarsi. Non si tratta solo di \u00abdifendere i confini\u00bb ma anche di cofinanziare \u00abprogetti industriali comuni nel settore della difesa con una dotazione fino a 500 milioni di euro\u00bb ai quali vanno aggiunti i 25 milioni di euro per sostenere nel 2019 progetti collaborativi di ricerca nel settore della difesa.<\/p>\n<h3>Le armi nucleari americane in Europa<\/h3>\n<p>Un documento ufficiale pubblicato \u00abper errore\u00bb ha rivelato i siti dove gli Stati Uniti tengono le loro 150 armi nucleari in Europa, Italia compresa. Il Rapporto dell\u2019Assemblea Parlamentare della NATO intitolato <em>A New Era for Nuclear Deterrence?<\/em> <em>Modernisation, Arms Control and Allied Nuclear Forces <\/em>elenca i Paesi europei in cui sono presenti bombe nucleari all\u2019idrogeno B61: Belgio, Paesi Bassi, Italia e Turchia. In una prima versione ripresa dalla stampa belga erano indicate anche le localit\u00e0 esatte in cui si trovano queste armi: l\u2019aeroporto di Kleine Brogel in Belgio, quello di B\u00fcchel in Germania, la base aerea di Volkel nei Paesi Bassi, l\u2019installazione militare di Incirlik in Turchia e, in Italia, gli aeroporti NATO di Aviano in Friuli-Venezia Giulia e di Ghedi, in provincia di Brescia.<\/p>\n<h3>Le guerre del futuro, dai robot ai cyber attacks<\/h3>\n<p>La sicurezza informatica \u00e8 diventata materia sempre pi\u00f9 strategica nel piano industriale della compagnia italiana per eccellenza in materia di difesa, spazio e sicurezza. Leonardo (ex gruppo Finmeccanica) ha rinnovato il 13 febbraio 2019 per altri 18 mesi la fornitura di servizi di sicurezza informatica alla NATO.<\/p>\n<p>\u00c8 un contratto che dura ormai da sette anni: in 29 Paesi una squadra di duecento esperti monitora, gestisce e risponde ad attacchi hacker. Sotto l\u2019ombrello delle tecnologie di Leonardo ci sono 75 siti NATO, tra cui il quartier generale di Bruxelles. Intanto, si apre ufficialmente la militarizzazione dello spazio, come annunciato dal segretario generale della NATO all\u2019ultimo summit di Londra. Lo spazio sar\u00e0 il quinto campo operativo, che si aggiunge a quelli terrestre, marittimo, aereo e ciberspaziale. Lo stesso Trump ha annunciato la costituzione della Forza Spaziale degli Stati uniti con il mandato di \u00abdifendere i vitali interessi americani nello spazio, il prossimo campo di combattimento della guerra\u00bb. Le guerre stellari sono cominciate, come non bastassero le altre, che continuano a insanguinare diverse aree del mondo, a cominciare (o, meglio, a continuare) dal travagliato Medio Oriente.<\/p>\n<h3>CO2: una crescita inarrestabile<\/h3>\n<p>Mentre gli incendi devastano irrimediabilmente, spesso incontrastate e talvolta dolosamente provocate dagli interessi dell\u2019agribusiness e degli allevamenti intensivi, intere regioni, dall\u2019Amazzonia, alla Siberia, a zone dell\u2019Africa, all\u2019Australia, il 2019 ha segnato un nuovo record nella concentrazione atmosferica di CO2. Secondo i rilevamenti del NOAA (National Oceanic &amp; Atmospheric Administration), i quasi 414 ppm (parti per milione) raggiunti nel giugno 2019 mostrano un netto aumento di 3 ppm dal giugno dell\u2019anno precedente e di ben 26 ppm rispetto allo stesso periodo di dieci anni prima.<\/p>\n<p>Secondo diverse osservazioni e analisi scientifiche, le rilevazioni della temperatura media annuale sulla superficie degli oceani e delle terre emerse, considerata l\u2019ultima decade 2009-2018, \u00e8 risultata pi\u00f9 alta di quasi 1 \u00b0C (tra 0,91 \u00b0C e 0,96 \u00b0C) rispetto alla temperatura media dell\u2019era preindustriale. Sui 18 anni pi\u00f9 caldi mai registrati, 17 si ritrovano dopo il 2000. Il 2018 fu registrato come il quarto anno pi\u00f9 caldo, dopo il 2016, il 2015 e il 2017. La crescita della temperatura media annuale per le aree europee registrata durante lo stesso periodo (2009-2018) \u00e8 stata tra 1,6 \u00b0C e 1,7 \u00b0C rispetto all\u2019epoca precedente alla rivoluzione industriale, che inserisce il decennio tra i pi\u00f9 caldi di sempre. Cambiamento climatico e fame: un circuito perverso<br \/>\nSecondo le ultime stime della FAO, il 9,2% della popolazione mondiale (oltre 700 milioni di persone) \u00e8 stato esposto a livelli insostenibili di insicurezza alimentare nel 2018. A questo dato, gi\u00e0 drammatico, si pu\u00f2 sommare un addizionale 17,2% della popolazione (cio\u00e8 ulteriori 1,3 miliardi di persone) che ha avuto esperienze di insicurezza alimentare di moderata intensit\u00e0, nel senso di insufficiente accesso alle fonti di cibo. Stiamo a questo punto parlando di circa due miliardi di persone, oltre il 26% della popolazione mondiale.<\/p>\n<h3>Ecological Armageddon<\/h3>\n<p>Persino il mondo imprenditoriale e finanziario, o almeno parte di esso, comincia a porsi la domanda su come poter affrontare quello che viene definito dal Rapporto del World Economic Forum (WEF) sui rischi globali del XXI secolo Ecological Armageddon. Considerato che, secondo la FAO, il 75% del cibo mondiale proviene da soltanto 12 variet\u00e0 di piante e cinque specie animali e che oramai esiste una possibilit\u00e0 su 20 per ogni decade che avvenga un evento estremo in qualche parte del mondo, con conseguenti vittime e carestie, il rischio dell\u2019inazione \u00e8 molto alto. Si sta cominciando ad assistere al collasso delle popolazioni di insetti, che diventa critico per la stabilit\u00e0 del sistema alimentare. A questo si affianca, in modo pi\u00f9 massiccio, la perdita esponenziale della biodiversit\u00e0, con le popolazioni di varie specie di vertebrati che sono crollate del 58% dal 1970 al 2012.<\/p>\n<p>Scenari apocalittici che richiedono interventi strutturali che possano contribuire alla diminuzione dei gas climalteranti.<\/p>\n<p>I grandi fondi di investimento stanno cominciando a ritirarsi dalle grandi infrastrutture estrattive. \u00c8 quello che viene definito \u201cfossil fuels divestment\u201d. Un passo sostanziale \u00e8 stato compiuto dal Pensions Fund Global, il fondo pensioni del governo norvegese (uno dei pi\u00f9 grandi del mondo, con asset per 786 miliardi di dollari), che ha scelto di ritirare ben 13 miliardi di dollari dagli investimenti su combustibili fossili.<\/p>\n<h3>Nella morsa delle plastiche<\/h3>\n<p>La produzione mondiale di materiali plastici ha raggiunto nel 2017 le 348 milioni di tonnellate, con un incremento di 13 milioni dal 2016. Una tendenza simile si \u00e8 avuta in Europa (Unione Europea pi\u00f9 Norvegia e Svizzera), dove la produzione \u00e8 passata da 60 milioni di tonnellate nel 2016 a 64,4 nel 2017. Il maggior produttore al mondo \u00e8 la Cina, che da sola copre il 29%, contribuendo al 50% rappresentato dal continente asiatico. Segue l\u2019Europa con un 18,5% e i Paesi NAFTA che raccolgono un 17,7%.<\/p>\n<p>L\u2019inquinamento da plastica ha oramai raggiunto ogni angolo del pianeta sottoforma di detriti o microparticelle: l\u2019esempio pi\u00f9 conosciuto \u00e8 il Great Pacific Garbage, il pi\u00f9 grande accumulo di plastica del pianeta, concentrato in una zona dell\u2019Oceano Pacifico.<\/p>\n<p>Ma non \u00e8 necessario guardare al Pacifico, per rendersi conto del disastro ambientale che si sta verificando. Il Mediterraneo, mare chiuso per definizione, \u00e8 tra le principali vittime di una gestione inefficace dei rifiuti: ogni anno, secondo uno studio del WWF Italia, riceve 53 mila tonnellate di residui plastici, gran parte dei quali (il 78% per un totale di oltre 41 mila tonnellate) derivati da attivit\u00e0 costiere e dall\u2019impatto del turismo sulle localit\u00e0 balneari. Un fenomeno che sembra inarrestabile e che \u00e8 destinato a quadruplicare entro il 2050 se nessun governo metter\u00e0 mano alla situazione.<\/p>\n<p>Microplastiche sono state rinvenute persino su un ghiacciaio dello Stelvio, con una quantit\u00e0 di plastica trovata di circa 75 particelle per ogni chilogrammo di sedimento, simile a quella che si potrebbe trovare in fondo ai nostri mari o sulle nostre spiagge.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Esistono nessi sempre pi\u00f9 evidenti che legano i cambiamenti climatici con l\u2019economia, le politiche sociali, le guerre, le migrazioni e l\u2019ambiente. 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