{"id":1008164,"date":"2020-01-15T11:21:09","date_gmt":"2020-01-15T11:21:09","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressenza.com\/?p=1008164"},"modified":"2020-01-09T11:24:58","modified_gmt":"2020-01-09T11:24:58","slug":"reddito-di-base-in-africa-le-sperimentazioni-e-il-dibattito-pubblicato-il-nuovo-numero-dei-quaderni-per-il-reddito","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressenza.com\/it\/2020\/01\/reddito-di-base-in-africa-le-sperimentazioni-e-il-dibattito-pubblicato-il-nuovo-numero-dei-quaderni-per-il-reddito\/","title":{"rendered":"Reddito di base in Africa. Le sperimentazioni e il dibattito. Pubblicato il nuovo numero dei Quaderni per il Reddito"},"content":{"rendered":"<p>E\u2019 uscito il numero 10 dei Quaderni per il Reddito del BIN Italia dal titolo: \u201cReddito di base in Africa. Le sperimentazioni e il dibattito\u201d (Asterios Editore, 2019).<\/p>\n<p>Questa volta Luca Santini, Sandro Gobetti e Federico Maggiulli hanno affrontato il tema delle attuali sperimentazioni del reddito di base che sono in corso in alcuni paesi africani e del dibattito che stanno producendo. Cosi come viene riportata in evidenza, di nuovo, la storica sperimentazione in Namibia che segn\u00f2 una nuova frontiera per la proposta del reddito di base, quella appunto di realizzare in pratica questa idea per misurarne gli effetti, le criticit\u00e0, le potenzialit\u00e0.<\/p>\n<p>Un Quaderno per il Reddito, questo, ricco sopratutto di informazioni e notizie, testimonianze e dati. Una pubblicazione che offre uno spaccato nuovo dell\u2019Africa e non solo perch\u00e8, accanto le tante altre sperimentazioni nel mondo (India, Canada, Finlandia, Corea del Sud etc.) pone proprio il continente africano al centro di questo dibattito.<\/p>\n<p>Inoltre, questo \u00e8 un Quaderno che ospita l\u2019esperienza di un piccola \u201csperimentazione\u201d realizzata dall\u2019Italia. Grazie attraverso alcune donazioni in denaro, infatti, un sacerdote italiano ha voluto sperimentare questa idea destinando del denaro ad alcune famiglie in Burkina Faso. Il BIN Italia in questa occasione ha dato il suo contributo attraverso uno studio di monitoraggio e valutazione di un anno di questa sorta di reddito di base attraverso delle donazioni incondizionate.<\/p>\n<p>Il libro si pu\u00f2 acquistare anche online sul sito del BIN Italia nella pagina\u00a0<a href=\"https:\/\/www.bin-italia.org\/donazioni\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">\u201csostieni il BIN italia\u201d cliccando qui<\/a>\u00a0oppure sul sito della casa editrice\u00a0<a href=\"http:\/\/www.asterios.it\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">cliccando qui.<\/a><\/p>\n<p>Di seguito l\u2019indice del Quaderno per il Reddito n\u00b010<\/p>\n<p>\u2022 Con Luca Santini, di\u00a0<em>Sandro Gobetti<\/em><br \/>\n\u2022 Sfide del welfare in Africa, di\u00a0<em>Luca Santini<\/em><br \/>\n\u2022 Kenya, GiveDirectly e il progetto di un universal basic income<br \/>\n\u2022 Uganda, Eight World per il reddito di base<br \/>\n\u2022 Namibia, The BIG Coalition<br \/>\n\u2022 Aggiornamento dalla Namibia. Gli sviluppi politici in Namibia, di\u00a0<em>Claudia e Dirk Haarmaan<\/em><br \/>\n\u2022 Una buona opera in Burkina Faso. Da una donazione a un reddito di base? A cura del comitato scientifico del Basic Income Network (BIN) Italia<br \/>\n\u2022L\u2019eco del dibattito in Africa<\/p>\n<p>Infine, questa pubblicazione, ci teniamo a ricordarlo, \u00e8 anche il frutto di un lavoro proposto da Luca Santini, Presidente del BIN Italia fino alla fine di Luglio 2019 quando una orribile e violenta malattia ce lo ha portato via. Il caso ha voluto che proprio uno dei suoi ultimi lavori affrontasse proprio quei temi a lui tanto cari: il reddito di base e l\u2019Africa. Per questo, la pubblicazione appena realizzata, \u00e8 anche un omaggio a questo nostro compagno, amico, fratello\u2026 per questo pubblichiamo qui l\u2019introduzione al Quaderno per il Reddito n\u00b0 10 scritta proprio da Luca Santini:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Sfide del welfare in Africa<\/strong><br \/>\ndi Luca Santini<\/p>\n<p>Introduzione<\/p>\n<p>Crescita economica costante, et\u00e0 media della popolazione molto bassa, diminuzione delle guerre e dell\u2019instabilit\u00e0 politica, aumento dell\u2019istruzione: gli indicatori socio-economici sul continente africano danno quotidianamente linfa a un diffuso e ben fondato sentimento<br \/>\n\u00abafro-ottimista\u00bb(1). Dai primi del 2000 a oggi l\u2019economia africana ha registrato una crescita del PIL oscillante tra il 4% e il 7% ogni anno. La tendenza alla diversificazione della produzione appare inarrestabile, con ci\u00f2 determinando una sempre minore dipendenza dalle esportazioni(2). Gli analisti ritengono che nei prossimi 20 anni la crescita economica dell\u2019Africa continuer\u00e0 a essere tra le pi\u00f9 veloci al mondo, trainata da una rapida urbanizzazione e dalla conseguente forte richiesta di tecnologie, infrastrutture, servizi di base(3).<br \/>\nPur evitando generalizzazioni (non si deve mai dimenticare che l\u2019Africa \u00e8 composta da 54 Stati diversi tra loro per storia, struttura economica, tradizioni giuridiche e culturali) si ha dunque la forte impressione che \u00abil continente pi\u00f9 antico del mondo\u00bb si stia scrollando di dosso quell\u2019aura di immobilit\u00e0 che da un paio di secoli almeno si porta dietro e che sia in procinto di confrontarsi finalmente, e di nuovo alla pari, nel contesto globale.<\/p>\n<p>Eppure, nonostante sia lecito ben sperare per il futuro dell\u2019Africa, non vanno sottovalutati i problemi ben presenti ancora oggi nell\u2019intero continente. Il versante in cui maggiormente viene in evidenza il perdurante gap storico con i paesi dell\u2019occidente \u00e8 proprio quello della protezione sociale. Tra le societ\u00e0 a capitalismo avanzato e quelle africane sussiste ancora oggi un abisso nel livello di protezione del cittadino. L\u2019organizzazione internazionale del lavoro (OIL) classifica i sistemi di welfare del pianeta sulla base della loro completezza e del tasso di copertura(4). I rischi presi in considerazione dall\u2019OIL sono quelli tipici contro cui lo stato sociale offre un\u2019assicurazione: infanzia, disoccupazione, incidenti sul lavoro, maternit\u00e0, vecchiaia, accesso alle cure mediche.<\/p>\n<p>Ebbene, solo il 20% della popolazione mondiale gode di una copertura completa e adeguata dai rischi menzionati, mentre pi\u00f9 di 5 miliardi di abitanti del pianeta risultano avere una protezione soltanto parziale o addirittura assente. Nel contesto africano si registra che addirittura l\u201980% della popolazione versa in una condizione di totale assenza di protezione da un qualsiasi rischio. Alcuni studiosi(5) hanno tentato di stabilire una classificazione dei sistemi di welfare esistenti in Africa nell\u2019ambito della nota triade di Esping-Andersen(6). Il sociologo danese distingue fra tre regimi di welfare: liberale, corporativo e socialdemocratico, distinguibili sulla base della combinazione di due variabili, quella della \u00abde-mercificazione\u00bb (o tendenza alla protezione dalle dinamiche di mercato) e quella della \u00abstratificazione o differenziazione sociale\u00bb (o tendenza al livellamento delle disuguaglianze).<br \/>\nAd esempio il regime liberale riscontrabile in Australia, Canada e Stati uniti sarebbe caratterizzato da una forte aderenza alle dinamiche di mercato, mentre il modello socialdemocratico si caratterizza per una forte tendenza all\u2019egualitarismo. Queste categorie sembrano per\u00f2 avere uno scarso valore euristico nel contesto dell\u2019Africa sub-sahariana (eccezion fatta per il solo Sudafrica), se non altro perch\u00e9 il concetto di \u00abde-mercificazione\u00bb presuppone un altro livello di \u00abmercificazione\u00bb a cui il welfare dovrebbe porre rimedio, circostanza questa che non si riscontra nelle economie africane ancora oggi caratterizzate da un forte tasso di informalit\u00e0. Si parla allora piuttosto di regimi sub-sahariani di \u00abinsicurezza sociale\u00bb o in altri approcci di \u00absicurezza informale\u00bb(7).<\/p>\n<p>Eppure tra gli obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile proclamati nel 2015 dai 193 Stati membri dell\u2019ONU figura al primo posto lo sradicamento della povert\u00e0 estrema in tutto il mondo(8). Associato a questo obiettivo vi \u00e8 in particolare quello di \u00abimplementare a livello nazionale adeguati sistemi di protezione sociale e misure di sicurezza per tutti, compresi i livelli pi\u00f9 bassi, ed entro il 2030 raggiungere una notevole copertura delle persone povere e vulnerabili \u00bb. Anche l\u2019OCSE e la banca mondiale hanno assunto in anni recenti una posizione di maggior favore rispetto al passato(9) sui programmi di protezione sociale implementati in molti paesi in via di sviluppo (la riabilitazione teorica dei programmi di trasferimento monetario nel Sud del mondo \u00e8 dipesa anche dal grande successo del programma Bolsa familia introdotto in Brasile nel 2003)(10).<\/p>\n<p>La sfida per un welfare pi\u00f9 inclusivo ed efficace sembra dunque avere il consenso delle principali istituzioni internazionali. Ma come applicarlo in Africa, e secondo quali indirizzi politici?<br \/>\nSecondo i dati della banca mondiale gli africani che vivono in condizione di povert\u00e0 estrema sono 413 milioni. La debolezza della copertura welfaristica in Africa ha origini lontane, che risalgono al periodo coloniale. Al momento della loro indipendenza la maggior parte degli Stati africani ereditarono dall\u2019amministrazione coloniale dei sistemi di previdenza limitati ai soli impiegati del settore pubblico. In effetti le potenze coloniali si preoccuparono nel corso della loro dominazione esclusivamente di garantire una tutela pensionistica ai propri cittadini espatriati, collocati di regola presso le amministrazioni pubbliche.<\/p>\n<p>Nel tempo gli Stati africani estesero questo sistema ai lavoratori del settore privato formale. Restano invece esclusi i disoccupati o le persone attive del vasto settore informale. Deriva da ci\u00f2 un tasso di copertura decisamente mediocre, pari ad appena il 6% della popolazione totale(11). Il Senegal alla fine del 2015 disponeva di una cinquantina di programmi di riduzione della povert\u00e0, anche se l\u2019insieme della spesa per la protezione sociale raggiungeva appena il 3,4% del PIL. il 60% di queste risorse era convogliato su programmi di impianto assicurativo destinati al 6% della popolazione. il restante 40% della spesa sociale copriva invece il 50% della popolazione. La quota restante del 44% degli abitanti risultava completamente sprovvista di protezione sociale(12). Il gran numero di programmi previdenziali esistenti in Senegal non \u00e8 certo sinonimo di efficienza. Ogni fondo infatti \u00e8 appannaggio di singoli ministeri, perci\u00f2 manca una vera analisi dei bisogni condotta a livello nazionale.<br \/>\nInoltre la dotazione per ogni singolo programma \u00e8 molto scarsa (circa 1 miliardo di franchi CFA per ogni programma, pari a circa 150 milioni di euro), sicch\u00e9 le spese di amministrazione finiscono per assorbire una quota significativa delle risorse disponibili.<br \/>\nIl basso livello di copertura della sicurezza sociale in Africa dipende soprattutto dal ruolo marginale svolto nell\u2019economia dal settore formale. I sistemi previdenziali erano fondati sull\u2019ipotesi secondo cui lo sviluppo economico avrebbe contribuito ad assicurare<br \/>\nun impiego nel settore formale a un numero crescente di lavoratori, il cui reddito avrebbe cos\u00ec raggiunto un livello sufficiente a consentire l\u2019accantonamento di una certa quota di ricchezza verso la contribuzione sociale. in tal modo si sarebbe estesa progressivamente l\u2019obbligatoriet\u00e0 della sicurezza sociale e la sua estensione a sempre nuovi strati di popolazione. Si riteneva, in altri termini, che l\u2019impiego informale avrebbe avuto un carattere provvisorio, mentre il progredire della crescita avrebbe in prospettiva aumentato il tasso di copertura dei sistemi di protezione esistenti(13).<\/p>\n<p>L\u2019evoluzione economica e del mercato del lavoro non ha seguito per\u00f2 queste previsioni ottimistiche. L\u2019OIL in una ricerca dal titolo The Impact of Globalization on the Informal Sector in Africa(14) ha stimato che la dimensione media del settore informale come percentuale del PIL nell\u2019Africa subsahariana \u00e8 del 41%. ci sono molte differenze tra i vari paesi, infatti questo valore risulta inferiore al 30% in Sud Africa, mentre raggiunge il 60% in Nigeria e in Tanzania. Il settore informale \u00e8 il primo datore di lavoro in Africa, rappresenta circa il 75% dell\u2019occupazione non agricola e oltre il 70% dell\u2019occupazione totale nell\u2019Africa sub-sahariana. Pi\u00f9 del 90% dei nuovi posti di lavoro creati in alcuni paesi africani sono nell\u2019economia informale.<\/p>\n<p>L\u2019OIL definisce l\u2019economia informale come: \u00abl\u2019insieme delle attivit\u00e0 economiche dei lavoratori o delle unit\u00e0 economiche che \u2013 di diritto o di fatto \u2013 non sono coperte affatto o non sono sufficientemente coperte da accordi formali\u00bb. La vitalit\u00e0 del settore informale da un lato \u00e8 il segno dell\u2019intraprendenza e della vitalit\u00e0 dei settori sociali coinvolti, ma \u00e8 anche una risposta necessitata da una situazione economica certamente non facile. Non \u00e8 un caso che l\u2019economia pi\u00f9 avanzata dell\u2019Africa, quella del Sudafrica, abbia una delle pi\u00f9 basse quote del PIL attribuite al settore informale. Ma per molti paesi africani \u2013 come in altri mercati emergenti di tutto il mondo \u2013 la scarsit\u00e0 di infrastrutture fa spesso s\u00ec che il settore informale sia la principale se non unica opzione di inserimento lavorativo. Questa situazione non cambier\u00e0 molto presto, se \u00e8 vero quanto rilevato dalla banca Mondiale sul fatto che le persone con un\u2019istruzione superiore sono sempre pi\u00f9 alla ricerca di lavoro nel settore informale.<\/p>\n<p>Questa situazione non \u00e8 certo una buona notizia per lo stato di salute del welfare africano in quanto il settore informale, per definizione, implica minori opportunit\u00e0 di entrate fiscali. Le imprese informali, oltre a non pagare le tasse, spesso si rendono protagoniste di fenomeni di sfruttamento quale il ricorso al lavoro minorile, ai bassi salari, a una condizione di insicurezza sul posto di lavoro. Alcuni economisti africani hanno una visione meno negativa del settore informale; ad esempio il nigeriano Fantu Cheru sostiene che \u00abuno sguardo ravvicinato al settore informale in Africa offre uno spaccato di ci\u00f2 che potrebbe essere raggiunto se le economie e le politiche finanziarie dell\u2019Africa fossero pi\u00f9 in sintonia con le realt\u00e0 quotidiane del continente\u00bb(15). In questa concezione il settore informale sarebbe l\u2019espressione di un\u2019attivit\u00e0 economica maggiormente basata sulla comunit\u00e0, da cui trarre utili indicazioni per una \u00abvia africana\u00bb alla protezione sociale, senza dunque seguire in modo acritico metodi e principi \u00aboccidentali\u00bb che sono stati in gran parte screditati come inappropriati per le comunit\u00e0 africane.<\/p>\n<p>La sfida per l\u2019implementazione di sistemi di welfare pi\u00f9 inclusivi rimane tutta sul campo. In questa ottica non sembra che si possa seriamente prescindere da forme di trasferimento monetario non contributivo. Programmi di questo tipo si sono moltiplicati negli ultimi anni, nella prima decade degli anni 2000 si calcolano almeno 123 programmi di questo tipo avviati in 34 paesi africani(16). Ad esempio nel 2004 il Lesotho ha adottato un regime di pensione su base universalistica, non contributivo per tutti gli anziani oltre i 70 anni. In Swaziland l\u2019et\u00e0 di accesso a una misura di sostegno per le persone anziane \u00e8 di 60 anni. In Sudafrica dal 2008 l\u2019accesso alla pensione di vecchiaia non contributiva \u00e8 possibile a 60 anni e non pi\u00f9 a 65. Nel 2008 in Ghana \u00e8 stato avviato un Fondo previdenziale dedicato alle persone in situazione di auto-impiego che operano nel settore informale. Lo Zambia ha permesso in quegli stessi anni anche ai lavoratori autonomi o informali di partecipare alla contribuzione sociale.<br \/>\nCon il concorso di istituzioni internazionali e di\u00a0<em>donor\u00a0<\/em>privati sono sorte numerose sperimentazioni di questo tipo, molte della quali concentrate sulla lotta alla povert\u00e0 mediante il trasferimento di risorse monetarie. un\u2019accurata ricerca condotta nell\u2019ambito del Transfer Project(17) ha sfatato i principali luoghi comuni che circolano a proposito dei programmi di trasferimento monetario in Africa sub-sahariana(18). Contrariamente a quel che comunemente si pensa \u00e8 stato dimostrato che questo genere di sostegni economici: 1) non induce un incremento di spese voluttuarie o dannose in alcol e tabacco; 2) non scoraggia gli investimenti e i risparmi; 3) non crea dipendenza e non riduce la partecipazione ad attivit\u00e0 produttive; 4) non spinge a fare pi\u00f9 figli; 5) non crea inflazione o distorsioni nel sistema dei prezzi; 6) non risulta insostenibile dal punto di vista fiscale.<\/p>\n<p>In questo Quaderno osserveremo in modo particolare il farsi largo nel contesto africano dell\u2019idea del reddito di base. Parlare in generale di Africa, lo abbiamo detto nelle premesse, non ha molto senso e non ci soddisfa. Perci\u00f2 la nostra ravvicinata osservazione riguarder\u00e0 nello specifico tre paesi: il Kenya, la Namibia e l\u2019Uganda, che sono stati o sono attualmente teatri di sperimentazioni che si ripromettono di essere apripista per una rinnovata concezione del welfare. ci sono insomma degli attori capaci di muoversi nel difficile ma promettente contesto africano, che hanno l\u2019ardire di superare a pi\u00e8 pari le difficolt\u00e0 degli schemi esistenti di spesa sociale, e prefigurano la nascita di un nuovo modello, in cui i trasferimenti di denaro incondizionati e su larga scala giocano un ruolo di primo piano nel determinare l\u2019emancipazione delle persone dalla povert\u00e0, dal bisogno, delle condizioni di vita ancestrali.<br \/>\nDal continente pi\u00f9 giovane del mondo sorgono dunque sperimentazioni e parziali soluzioni, che hanno un significato universale, da cui anche il \u00abmondo sviluppato\u00bb pu\u00f2 trarre ispirazione e insegnamento. \u00c8 un contesto di esperienze innovativo e vibrante, che getta semi inaspettati. come quello \u00abscovato\u00bb dall\u2019Associazione Basic income network \u2013 Italia e qui presentato per la prima volta al pubblico, di una forma \u201cparticolare\u201d di reddito di base in Burkina Faso, che pur assai limitata in estensione, offre spunti analitici in tutto coerenti con i pi\u00f9 estesi interventi che vediamo all\u2019opera ad esempio in Kenya.<br \/>\nIl dibattito sul reddito di base \u00e8 dunque aperto anche in Africa e il continente vuole e pu\u00f2 dire la sua anche in questo campo, con un nuovo protagonismo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Note<\/p>\n<p>1) Danno voce all\u2019ansia di riscatto economica e culturale dell\u2019Africa, tra gli altri, magazine generalisti come \u00abJeune Afrique\u00bb, blog economici influenti come \u00abQuartz\u00bb, o in voci di intellettuali che si raccolgono ad esempio attorno agli Ateliers de la pens\u00e9e a Dakar.<br \/>\n2) Articolo Ghielmi, Il futuro \u00e8 nero. 5 motivi per guardare all\u2019Africa, in vadoingrafica.org.<br \/>\n3) Mc Kynsey Global institute, Lions on the move II: Realizing the potential of Africa\u2019s economies, in mckynsey.com.<br \/>\n4) OIL, World Social Protection Report 2017-19: Universal social protection to achieve the Sustainable Development Goals.<br \/>\n5) D. Kunzler, M. Nollert, Varieties and drivers of social welfare in sub-Saharan Africa: A critical assessment of current research, in \u00abSozialpolitik.ch\u00bb, n. 2, vol. 2, 2017.<br \/>\n6) G. Esping-Andersen, The Three Worlds of Welfare Capitalism, Polity Press, cambridge 1990.<br \/>\n7) D. Kunzler, M. Nollert, cit., pp. 4, ss.<br \/>\n8) Per una lettura critica degli obiettivi del Millennio, e ci\u00f2 che ne \u00e8 seguito a livello di strategia globali, si legga utilmente J. Hickel, The Divide. Guida per risolvere la disuguaglianza globale, il Saggiatore, Milano 2018.<br \/>\n9) F. Polet, \u00c9tendre la protection sociale au Sud: d\u00e9fis et d\u00e9rives d\u2019un nouvel \u00e9lan, in \u00abAlternatives Sud\u00bb, n. 1, vol. 21, 2014, p.19.<br \/>\n10) D. Wetzel, Bolsa Fam\u00edlia: Brazil\u2019s Quiet Revolution, in worldbank.org.<br \/>\n11) K. Nyarko Otoo, C. Osei-Boateng, D\u00e9fis des systems de protection sociale en Afrique, in \u00abAlternatives Sud\u00bb, n. 1, vol. 21, 2014, p. 97.<br \/>\n12) Banca Mondiale, R\u00e9publique du S\u00e9n\u00e9gal. Revue des d\u00e9penses de protection sociale 2010-2015.<br \/>\n13) K. Nyarko Otoo, C. Oseiboateng , cit., p. 98.<br \/>\n14) S. Verick, The Impact of Globalization on the Informal Sector in Africa.<br \/>\n15) F. Cheru, African Renaissance: Roadmaps to the Challenge of Globalization, Zed books, Londra 2002.<br \/>\n16) K. Nyarko Otoo, C. Osei-Boateng, cit., p. 103.<br \/>\n17) Il Transfer project \u00e8 nato nel 2008 da una collaborazione tra UNICEF, FAO e Universit\u00e0 della North Carolina. Si occupa di promuovere e di studiare i sistemi di trasferimento monetario nel continente africano, evidenziandone l\u2019impatto della societ\u00e0 e nella vita delle persone.<br \/>\n18) AA.VV. Myth-Busting? Confronting Six Common Perceptions about Unconditional Cash Transfers as a Poverty Reduction Strategy in Africa, in \u00abresearch observer\u00bb, n. 2, vol. 33, 2018.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>E\u2019 uscito il numero 10 dei Quaderni per il Reddito del BIN Italia dal titolo: \u201cReddito di base in Africa. Le sperimentazioni e il dibattito\u201d (Asterios Editore, 2019). 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