Quando parliamo di nonviolenza, la cultura dominante cerca di venderci una caricatura innocua: la rassegnazione, la passività, il disarmo morale. Ma Aldo Capitini, il punto di riferimento più importante della nonviolenza in Italia, non la ha mai pensata come assenza di scontro. Le sue tecniche sono strumenti d’azione diretta, istituzione di una forza altra. Non chiede il permesso di esistere
La critica alla nonviolenza, quella che ha delle ragioni, si abbatte sul pacificismo dogmatico, che finisce per trasformarsi in una polizia morale interna ai movimenti, colpevolizzando l’autodifesa e consegnando i corpi degli oppressi alla violenza “legittima” dello Stato. Ma la domanda oggi non è più se difendersi, bensì come farlo dentro una trasformazione epocale delle forze in campo.
Bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere la rottura delle forme storiche. Nessuna delle grandi figure della rivoluzione armata del passato è oggi riproducibile:
Non la presa del Palazzo d’Inverno, figlia di una centralità statale ormai polverizzata; non la Lunga Marcia dei comunisti cinesi, che potevano costruire forme di autogoverno e società alternativa in territori liberati prima ancora di toccare il potere centrale; non la guerriglia cubana, impossibile nell’attuale maglia di controllo geopolitico.
Senza contare i risultati che ebbero di trasfigurazione rivoluzionaria nel medio e lungo periodo. L’eccesso di valore all’aspetto militare è, in fondo, parte del patriarcato.
Oggi vi è ancora di più il senso di inutilità strategica dell’uso della violenza. La guerra e la repressione sono gestite da intelligenze artificiali, droni, sorveglianza biometrica globale e compagnie private di scontro. La tecnologia ha rescisso il rapporto asimmetrico classico. Pensare oggi di sfidare l’apparato repressivo sul piano dello scontro fisico frontale non è sovversione: è analfabetismo strategico, o peggio, una tragica finzione teatrale.
Siamo davanti all’espressione di una rabbia che, priva di un progetto politico, rischia di consumarsi nell’inutile o nello spettacolare. La violenza che emerge nelle piazze è un urlo comprensibile, il sedimento viscerale dell’ingiustizia subita. Ma la rabbia non è ancora politica. La rabbia va pensata, educata, canalizzata.
È qui che si gioca il senso profondo del nostro stare insieme. Dobbiamo avere il coraggio di porci le domande essenziali, orientate da una vera etica della cura:
È più importante avere cura di chi cammina al tuo fianco, proteggere il corpo collettivo di un corteo, o esaurire la propria spinta scagliandosi alla cieca contro la prima linea delle forze dell’ordine?
È più rivoluzionario cercare la salvezza e la tenuta della comunità, o compiere il gesto eclatante che soddisfa l’estetica dell’urgenza ma lascia dietro di sé macerie e sgomento?
Vogliamo semplicemente affermare la nostra disperazione o intendiamo costruire un’alternativa materiale e culturale al sistema che ci opprime?
Non possiamo cedere al ricatto del pacifismo di regime, ma nemmeno alla retorica infantile della guerriglia impossibile. La vera resistenza oggi non sta nel scimmiottare le forme di un potere che ci sovrasta sul piano tecnologico, ma nel radicare una prassi della cura, nel proteggere i corpi, nell’organizzare il dissenso con la severità della ragione e la forza delle tecniche nonviolente. La rivoluzione si misura da quanta vita sa custodire e da quanta alternativa sa fondare.










