Intervenire su un tema così delicato non è semplice, l’opinione pubblica, di fronte ai reati commessi dai minori, fatica ad accettare una risposta anche educativa. Certamente è una materia controversa ma è un dovere intervenire. Come organizzazione sindacale impegnata nella tutela dei diritti, della giustizia sociale e della coesione delle comunità, esprimiamo la nostra profonda contrarietà alla scelta del Governo di intervenire sulla disciplina dell’imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni.
La nostra Costituzione all’articolo 27 afferma che la pena deve tendere alla rieducazione della persona. Questo principio assume un valore ancora più importante quando riguarda i minori, che devono essere accompagnati in percorsi di responsabilizzazione, recupero e inclusione, senza rinunciare alla tutela della collettività e delle vittime, ed è con questo spirito che affrontiamo, che interveniamo su un tema così delicato e controverso.
Ancora una volta il governo risponde al disagio giovanile con il codice penale invece che con politiche educative, scegliendo di scaricare sui più giovani il fallimento delle politiche sociali, educative e territoriali. Più carcere, più repressione, meno prevenzione. È l’ammissione del fallimento.
Qualcuno si è chiesto perché un ragazzo di quindici o sedici anni arriva a delinquere? Perché cresce senza punti di riferimento, in famiglie lasciate sole, in scuole impoverite, in quartieri dove non esistono spazi di aggregazione, sport, cultura, educatori e servizi sociali. Qualcuno ha davvero deciso di investire in prevenzione, educazione, sostegno alle famiglie, scuola, salute mentale, sport, cultura e inclusione? La risposta, purtroppo, è no.
Da anni assistiamo a un progressivo impoverimento dei luoghi educativi. Dietro molti percorsi di devianza troviamo famiglie in difficoltà, povertà educativa, dispersione scolastica, disagio psicologico, assenza di opportunità, quartieri degradati, adulti che hanno sfruttato quel vuoto invece di colmarlo. È proprio quel vuoto che lo Stato dovrebbe riempire, non le carceri di minorenni.
Riempirlo, però, richiede investimenti veri: sostegno alla genitorialità, servizi sociali, scuole aperte, formazione professionale, lavoro, presidi educativi permanenti, cultura, sport, riqualificazione delle periferie. Tutto questo costa fatica, competenze e continuità. Molto più semplice è scrivere nuove norme penali.
Troppi ragazzi trascorrono interi pomeriggi da soli, spesso immersi esclusivamente nei social, nei contenuti online o nei videogiochi violenti. Sarebbe semplicistico attribuire a questi strumenti la responsabilità della violenza giovanile, ma è evidente che, senza un’adeguata educazione critica, senza adulti presenti e senza alternative educative, il rischio di emulazione, isolamento e perdita del senso del limite aumenta.
Un adolescente non nasce violento.
Un adolescente non nasce criminale. Lo diventa quando lo Stato rinuncia al proprio compito educativo. Dopo sei decreti sicurezza e il decreto Caivano, la criminalità minorile non è scomparsa. Se la repressione funzionasse, oggi non saremmo qui a discutere dell’ennesima stretta penale.
Il diritto penale minorile italiano era un modello riconosciuto in Europa perché metteva al centro il recupero del minore, non la vendetta dello Stato. Oggi si sceglie invece di trattare ragazzi in piena crescita come adulti, cancellando la loro storia e il contesto in cui sono cresciuti.
Il codice penale non ha mai educato nessuno.
Le ricerche e i dati mostrano che la maggioranza dei ragazzi che sbagliano provengono da contesti di marginalità sociale, povertà educativa e fragilità familiare. Se non si interviene su queste condizioni, nessuna riforma repressiva potrà affrontare davvero il problema.
La sicurezza non si ottiene con la propaganda che infonde paura, anche se porta consenso elettorale. La sicurezza non si costruisce riempiendo le carceri di adolescenti.
EDUCARE È QUELLA PIÙ DIFFICILE. PUNIRE È LA STRADA PIÙ SEMPLICE. MA È L’UNICA CHE FUNZIONA PER OTTENERE CONSENSI.
28 luglio 2026
USB – Unione Sindacale di Base
Federazione del Sociale Sardegna / USB Sanità
www.sardegna.usb.it










