Il 10 luglio 1976, un sabato, alle ore 12.28 il “disco di scoppio” dell’impianto del triclorofenolo fece il suo dovere – un po’ come la valvola di sicurezza delle pentole a pressione – rilasciando all’esterno la pressione che rischiava di far esplodere il reattore. Assieme alla pressione venne emesso all’esterno un cocktail di intermedi, comprensivo di circa 130 kg di diossine, tra i veleni più micidiali “involontariamente” associato alla produzione di diverse molecole.
Il triclorofenolo contaminato da diossine era già famoso come intermedio per produrre l’agente Orange, arma chimica in uso all’esercito USA per distruggere la giungla ove operavano i vietcong. Corsi e ricorsi della storia, oggi l’esercito israeliano usa un altro erbicida, il glifosato, per fare tabula rasa delle coltivazioni del sud del Libano.
L’evento coglie impreparata la società e le istituzioni con ritardi ed errori che amplificheranno le conseguenze. Un evento che invece attiva sul campo il Gruppo di Prevenzione e Igiene Ambientale della Montedison di Castellanza, Medicina Democratica, fondata pochi mesi prima, nonché tecnici e scienziati che “ricostruiscono” il ciclo produttivo con il consiglio di fabbrica Icmesa e individuano i fattori che hanno determinato il crimine: in primo luogo “scorciatoie” chimiche per incrementare il rendimento delle reazioni e accorciare i tempi per produrre di più unitamente a sistemi di sicurezza carenti e che non tenevano conto dell’ambiente e del contesto urbano. Il tutto illustrato nei dettagli su un numero di Sapere intitolato “Seveso, crimine di pace”.
Si era nel pieno del periodo delle rivendicazioni per la salute e la sicurezza dei luoghi di lavoro mediante l’autoorganizzazione dei lavoratori o perlomeno delle numerose realtà più avanzate.
Non delega ai tecnici, preminenza della soggettività operaia, centralità politico-tecnica e validazione consensuale dei dati tecnici da parte del gruppo omogeneo operaio di lavorazione (i lavoratori che condividono gli stessi rischi), rifiuto della monetizzazione della nocività e del rischio.
Erano le “parole d’ordine” di quella esperienza che aveva messo a disposizione due strumenti : il “registro dei dati ambientali” (un “documento di valutazione dei rischi” ante litteram ma redatto dai lavoratori) e il “libretto sanitario e di rischio personale”, molto di più della attuale “sorveglianza sanitaria” e comunque non delegato al medico “competente” o “di fabbrica”.
La militarizzazione del territorio e le decisioni delle istituzioni furono predominanti ma alcune iniziative, come quella di realizzare un inceneritore in loco non passarono grazie all’azione del Comitato Tecnico Scientifico locale. Come è noto la “lezione” fu europea e si cercò di intervenire con la “direttiva Seveso” sugli impianti a rischio di incidenti rilevanti (oggi alla sua terza formulazione) oggi interessa 11.000 impianti in tutta Europa, 972 in Italia, 249 in Lombardia.
E dopo Seveso? Un rosario di “incidenti rilevanti”. A pochi mesi di distanza, settembre 1976, la Seveso del Sud: Manfredonia, anche lì per inadeguatezza degli impianti ma con l’arsenico come veleno protagonista.
Farmoplant di Massa – ottobre 1978 e dicembre 1980 -, incendi di prodotti “fitosanitari” passando il 3 dicembre 1984 da Bhopal per inaugurare i crimini dell’occidente industrializzato migrante, che sposta le produzioni di morte nei paesi “in via di sviluppo” . Oltre 2.000 decessi immediati e 200.000 persone con effetti permanenti. La fusione del nocciolo a Chernobyl, il 26 aprile 1986, può essere incluso in questa sequenza e andrebbe ricordato ai fautori del nucleare “sostenibile” e ai “piccoli” reattori disseminati nel territorio. Anche il crimine ferroviario di Viareggio del 29 giugno 2009 vi appartiene: si trattò di un impianto a “rischio di incidente rilevante” viaggiante su carri ferroviari senza corretta manutenzione su una rete ferroviaria non adatta a tali trasporti.
Arriviamo recentemente al crimine al deposito ENI di Calenzano del 9 dicembre 2024 che causò 5 morti, 28 feriti e contaminazione ambientale.
“Incidenti rilevanti” continuano ad accadere in particolare nel settore petrolchimico: 40/50 eventi l’anno a livello europeo.
Nel caso di Seveso ci si accorse anche della esistenza delle diossine: contaminanti planetari, prodotti involontariamente da molti processi (inceneritori, fusione di metalli, altre produzioni chimiche…); risalivno lungo la catena alimentare per tornare alle persone o permanevano e si cumulavano nell’ambiente allora e ancora oggi.
Quello di Seveso fu un atto di violenza “capitalista” istantanea con un lungo strascico ancora attuale; oggi, perlomeno nell’occidente industrializzato, la stessa violenza è “slow”: uno stillicidio di contaminazioni difficile da riconoscere, silenzioso e distribuito nel tempo per poi emergere di fronte all’evidenza; lo è stato per l’amianto nel dopoguerra, è emerso attualmente con i polifluoroalchili (PFAS) pur prodotti in Italia in modo estensivo dagli anni ’60, come nel caso della ex Miteni di Trissino (VI). In questo caso con una sentenza di primo grado esemplare emessa circa un anno fa.
Tornando a Seveso oggi quel territorio viene nuovamente ferito da una autostrada, la Pedemontana, ostinatamente voluta dalle istituzioni attuali. Oltre a scavare nel suolo ancora contaminato, a breve verranno erosi due ettari del “Bosco delle Querce” il monumento vegetale che ricorda quel crimine.
Marco Caldiroli – Presidente di Medicina Democratica (tecnico della prevenzione)
ARCHIVIO STORICO: Rivista n.3 Medicina Democratica – Settembre 1976 (DOSSIER ICMESA)










