Oggi a Fermo il “Comitato 5 luglio” ricorderà l’assassinio razzista di Emanuel Chidi Namdi, 36 anni, richiedente asilo nigeriano arrivato in Italia con il barcone assieme alla moglie Chinyere, che durante la traversata del Mediterraneo aveva perso il bimbo che aveva nel grembo.

Basta leggere i commenti online all’annuncio dell’evento di stasera per capire come non solo le Marche, ma più in genere l’Italia sia fondamentalmente razzista (la Storia ce lo conferma), tanto da essere costantemente attenzionata da diverse agenzie e istituti europei ed internazionali.

Ci sono giorni, anche nella vita di una regione, che rappresentano una “sliding door”. Per le Marche la data è quella del 5 luglio 2016. Quel martedì assolato d’estate a Fermo, nella centrale via XX Settembre, è stato il momento in cui si è ribaltata la narrazione di una regione.

Una terra di neanche un milione e mezzo di abitanti, tranquilla, operosa e panciuta, mantenuta e sedata per decenni dal PIL familistico e padronale fatto di elettrodomestici e scarpe e solo scossa un po’ dalla crisi post Lehman Brothers e dalla secolarizzazione.

Ma i pochi minuti del gesto assassino di Amedeo Mancini hanno aperto una faglia immateriale, nel cui ipocentro, negli anni seguiti all’implosione di un modello economico e industriale che aveva garantito benessere diffuso, si erano andati ad accumulare sedimenti postfascisti, razzisti e xenofobi. Gli stessi che la moderata politica ulivista post democristiana che da anni governava la Regione e il sistema delle autonomie locali non aveva saputo cogliere e avvistare.  Qualcuno, per la verità, un po’ li aveva percepiti, ma l’ostracismo politico nelle Marche, a partire da sinistra, è un sistema ben oliato.

Sedimenti che poi, senza neanche sorprendere, nel 2020 porteranno alla presidenza alla Regione un esponente dell’ex MSI-DN, Francesco Acquaroli, a capo di una giunta FDI e Lega.

Nel centro di Fermo, quel 5 luglio, Emmanuel e Chinyere stavano su una panchina a parlare per i fatti loro. Lungo il marciapiede passa il fermano Amedeo Mancini, ex pugile, che nel vederli dà della “scimmia africana” alla sposa; Emmanuel reagisce, nasce una colluttazione. Lo sposo morirà poi all’ospedale, con la testa fracassata da un paletto della segnaletica stradale, divelto dall’assassino per colpirlo. Anche Chenyere era stata picchiata, riportando escoriazioni alle braccia e a una gamba.

Per ‘lu fiju nostru’ (‘il figlio nostro’ in dialetto), come definiranno molti suoi concittadini Mancini,  l’assoluzione della ‘turba’ fermana verrà subito sentenziata: un ragazzo a disagio con traumi familiari, un ultrà della Fermana esagitato con qualche piccolo precedente.

Mancini era stato assistito in passato dall’avv. Paolo Calcinaro, che proprio qualche settimana prima del delitto era stato eletto sindaco di Fermo, a capo di una compagine che mischiava civismo e destra.  Calcinaro ora è l’assessore regionale alla sanità della giunta di destra, riconfermata ampiamente nel settembre 2025.

Amedeo Mancini nel gennaio 2017 ha patteggiato una condanna a 4 anni; delle aggravanti contestategli è stata mantenuta quella razziale.

Dopo aver trascorso un periodo in custodia cautelare in carcere e successivamente ai domiciliari, Mancini ha ottenuto la revoca delle misure restrittive nel maggio 2017 per decorrenza e maturazione dei tempi. A fine anno, dopo un temporaneo ordine di carcerazione per l’esecuzione della pena residua, la detenzione è stata sospesa, consentendogli l’accesso alle misure alternative al carcere previste dalla legge italiana per le pene inferiori ai 4 anni.

L’evidenza di come Fermo e le Marche avessero scelto subito di schierarsi con ‘lu fiju nostro’ era chiara già nella torrida domenica 10 luglio, quando nel duomo di Fermo si svolsero i funerali di Emmanuel, celebrati dall’arcivescovo Luigi Conti e da don Vinicio Albanesi, il prete della Comunità di Capodarco che aveva accolto la coppia nigeriana nel proprio centro e che si costituirà ‘parte civile’ nel processo.

C’erano la presidente della Camera, la marchigiana Laura Boldrini, la ministra Boschi, il vicepresidente del Parlamento Europeo David Sassoli (eletto nelle Marche), la  deputata Cécile Kyenge, qualche autorità locale e territoriale, ma in quella chiesa gremita di cittadini della comunità nigeriana, di esponenti delle associazioni, dei movimenti e dei sindacati venuti da tutta la regione, non c’era il ventre della città; quella stava al mare in attesa della finale di calcio Portogallo-Francia agli Europei d’Oltralpe. Quella è rimasta sempre dalla parte de ‘lu fiju nostru’.

Ancor oggi, se non fosse per la tenacia del “Comitato 5 luglio”, la memoria di quel crimine razziale sarebbe già stata archiviata. Già due anni dopo la morte di Emmauel, il Consiglio Comunale che approvò faticosamente la proposta di intitolargli lo spiazzo dove venne assassinato, decise comunque di non scrivere “vittima del razzismo” nella targa. In questi anni il Comitato ha sempre promosso un incontro nell’anniversario per tenere vive le ragioni della memoria, ma l’ampia partecipazione è stata sempre costituita da tante persone che arrivavano da tutta la regione; pochi i fermani.

Da quel 5 luglio di dieci anni fa, poi sono arrivati altri nuovi fatti criminosi che avrebbero riportato il focus su una regione che si riscoprirà ancora profondamente cambiata.

Il 3 febbraio del 2018 a Macerata nel centro della città furono esplosi alcuni colpi di pistola da un’Alfa Romeo 147. Nell’attacco rimasero ferite sei persone, tutti immigrati originari dell’Africa subsahariana con età compresa tra i 20 e i 32 anni. Venne arrestato Luca Traini, 28 anni, il quale dopo aver sparato, scese dall’auto davanti al Monumento ai Caduti cittadino, fece il saluto romano gridando “Viva l’Italia” con un tricolore legato al collo, prima di arrendersi alle forze dell’ordine. Nella sua casa furono rinvenuti elementi riconducibili all’estrema destra; Traini si era candidato con la Lega Nord alle elezioni comunali di Corridonia del 2017. La Procura formulò nei confronti di Traini l’accusa di strage aggravata dalla finalità di razzismo, oltre a contestargli altri reati. Il 3 ottobre 2018 fu condannato a 12 anni di reclusione, sentenza poi confermata in Appelli e in Cassazione. A marzo 2025 dopo aver scontato 7 dei 12 anni di reclusione, Traini è tornato in libertà con affidamento ai servizi sociali.

A Macerata poi nel 2020, è stato eletto sindaco Sandro Parcaroli, iscritto alla Lega per Salvini Premier; riconfermato proprio qualche settimana fa.

A Civitanova Marche, il 29 luglio 2022 è stato assassinato in pieno centro dall’italiano Fiippo Ferlazzo l’ambulante nigeriano Alika Ogorchukwu, che aveva da poco ritirato il rinnovo del permesso di soggiorno. La vittima aveva chiesto l’elemosina all’imputato e alla compagna, a cui aveva toccato un braccio. In risposta Ferlazzo lo aveva colpito con la stampella che l’uomo usava per camminare, poi era salito sopra di lui a cavalcioni, schiacciandogli il collo e la testa, per tre, quattro minuti fino alla morte. Un crimine consumatosi di fronte agli occhi di decine di persone; tutti filmavano con gli smartphone e nessuno è intervenuto.

L’omicidio razziale di Emmanuel e gli altri fatti criminali che hanno portato le Marche sulla scena della cronaca nazionale sono solo le punte di un iceberg. La parte sommersa, quella che continua a non affiorare, è molto voluminosa. Negli anni è stata sempre coltivata e alimentata da una visione politica ben precisa, che ha fatto della paura e della divisione sociale la sua fortuna elettorale, forte anche di un concreto sostegno del tessuto produttivo della regione.

Ma è stata anche lasciata crescere, come un tumore di cui non ci si prende cura nonostante i sintomi, anche da quella parte politica che da oltre dieci anni ha smarrito nelle Marche qualsiasi visione, strategia e obiettivi, concentrata solo sulla sopravvivenza di un ceto politico che non ha più neanche la dignità di farsi per sempre da parte.