16 giugno 2025, un anno fa, una dozzina di persone cominciano a stare in piedi, ferme, in mezzo a piazza Duomo. Hanno dei cartelli con i versi di poeti palestinesi, vogliono denunciare il genocidio in corso. Hanno un paio di bandiere. I vigili si agitano, vengono tranquillizzati. Si starà un’ora, a distanza, in silenzio. Mettono via il telefono.
Il gruppetto cerca la forma migliore per posizionarsi, alla fine decide per una lunga riga, parallela alla facciata del Duomo. Una bandiera all’inizio, una alla fine, per dare una cornice. Il giorno dopo si torna, i vigili si agitano ancora, chiedono quanti saremo: “Come facciamo a saperlo? Comunque torneremo tutti i giorni. State tranquilli, davvero…”
E così si è andati avanti, giorno dopo giorno, senza perderne uno, caldo, vento, freddo, pioggia, piazza occupata da alberi di Natale, Olimpiadi, scudetti, concerti, manifestazioni… Sempre lì, magari in parte, per riprendere la posizione appena tornava libera la piazza. Una piazza tornata a chi vive in questa città, un simbolo di cui riappropriarsi.
Un anno intero.
Sapendo che è un niente, di fronte a quello che succede a Gaza, ma anche in Cisgiordania e in Libano.
Molta gente si è unita nel corso dell’anno, abbiamo fatto decine di scritte con le nostre lettere giganti. L’ultima ieri, “CON LA PALESTINA NEL CUORE”, le riassume tutte.

Ieri, un giorno in più, un anniversario che avremmo preferito non dover raggiungere. Il desiderio che tutti i soldati e le soldatesse tornino a casa, si tolgano la divisa per sempre, mettano via le armi, meglio ancora se le distruggono, stiano coi loro figli, con la fidanzata o il fidanzato, con i loro cari, con i loro vecchi. Basta.
E che qualcuno vada a bussare alle porte dei responsabili di questo genocidio e chieda loro di seguirli…
Noi ieri ci siamo emozionati, tutti e tutte. Si incomincia con le note del meraviglioso trombettista Raffaele Kohler, quindi Khader Tamimi, presidente della Comunità Palestinese della Lombardia, consegna a tutte e tutti una tessera di socio onorario e sostenitore, poi gli immancabili Ottoni a scoppio, infine un silenzio che si è esteso per tutta la piazza. Duecento persone ferme, zitte, immobili. Cartelli che parlano, bandiere che si muovono.




Un silenzio che grida la rabbia, lo sdegno, l’insostenibilità, il dolore, la sete di libertà e giustizia, la ferma volontà che questa fabbrica di morte e distruzione finisca.
Un silenzio che dovrà andare avanti. E dopo i soldati, solo dopo, andremo a casa anche noi.
Lo abbiamo giurato ai bimbi di Gaza.










